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sabato 6 gennaio 2024

Il mio 2023 in libri

 


All’inizio del 2023 ho buttato giù diverse liste di libri che avrei sicuramente letto nel corso dell’anno: la lista dei classici, quella dei libri acquistati negli stand dei piccoli e medi editori nelle varie fiere/festival letterari, la lista dei libri di non-fiction che-questa-volta-devo-assolutamente-affrontare, per non parlare della lista di romanzi che possiedo in ebook e che neanche ricordavo di possedere. È andata a finire che ho letto tutt’altro e forse ho fatto bene a seguire l’istinto del momento.

 


Gennaio lo ricordo per le serate trascorse in un paesino della Turingia ascoltando Bach e i pensieri di Florian Herscht, il matto del paese. Un gigante buono, dalla forza pazzesca, con una teoria tutta sua sulla nascita e imminente scomparsa dell’universo. Ragion per cui reputa fondamentale avvertire con una serie di missive la Cancelliera Merkel, donna di scienza in grado di trovare una soluzione al problema. E le scrive una lettera dopo l’altra, indicando come mittente solo il suo cognome (Herscht) e il cap del paese (07769).

Un muro di parole lungo 500 pagine con un solo punto alla fine del romanzo. Una storia surreale con una trama impossibile da descrivere e una digressione dietro l’altra. La mia prima esperienza con lo scrittore ungherese László Krasznahorkai e probabilmente non l’ultima. Una volta entrati nella testa del protagonista ci si affeziona al personaggio e si crede a tutto. Alla fine, ti si stringe anche il cuore.

László Krasznahorkai, Herscht 07769, Il romanzo bachiano di Florian Herscht, traduzione di Dóra Várnai, Bompiani  

 


Febbraio: un mese breve di letture e riletture; tra tutte, l’indimenticabile L’anno del pensiero magico in cui Joan Didion indaga, disseziona, analizza il lutto e il dolore.   

Eppure a un certo livello avevo sempre riconosciuto, essendo timorosa dalla nascita, che certi fatti della vita sarebbero stati al di là della mia capacità di controllo o manipolazione. Certi eventi sarebbero accaduti e basta. Questo era uno di quegli eventi. Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita.

 

Alba De Céspedes - Fondazione Mondadori

A marzo ho scoperto il potere che può avere un diario nelle mani di una moglie e madre nell’Italia del secondo dopoguerra. La quarantatreenne Valeria Pisani, protagonista di Quaderno proibito di Alba De Céspedes, che si divide tra lavoro e famiglia, ritrova la propria individualità scrivendo quotidianamente su un “quaderno”, proibito sin dall’inizio, perché acquistato in un giorno di festa al tabaccaio dove, di domenica, bisognerebbe vendere solo tabacchi e non altri articoli. Scrivendo di sé, Valeria realizza di non essere più né donna né moglie; ormai è solo “un’impiegata” e “mamma”, anzi mammà, come la chiama sempre suo marito.

Quaderno proibito ha svegliato il mio interesse verso le scrittrici italiane del Novecento ormai dimenticate. Il tema delle scrittrici “misconosciute” è stato piuttosto popolare nel 2023; se ne è parlato nei festival letterari e nelle fiere. Devo dire che i pochi incontri a cui ho partecipato mi sono sembrati scialbi. Meglio attingere alla fonte per farsi una propria idea e recuperare i romanzi fuori catalogo in biblioteca.

 


Sempre nel mese di marzo, a farmi viaggiare è stato Trasparenti, dello scrittore angolano Ondjaki (tradotto dal portoghese da Livia Apa, edizioni e/o).

Un romanzo strambo, con personaggi ancora più strambi che vivono in un palazzo fatiscente di Luanda. C’è molta acqua, molta malinconia, molta poesia e una tagliente rappresentazione del panorama politico e sociale del Paese.

 


In primavera ed estate ho letto tanto, anche titoli interessanti, ma a ripensarci è come se ci fosse stato un unico, solo, grande romanzo: I Buddenbrook (traduzione di Silvia Bortoli, Mondadori). Di Thomas Mann non avevo mai letto nulla, intimidita dalla mole, dal contesto e da pensieri sciocchi che a volte mi fanno propendere per la lettura di romanzi contemporanei rispetto al mattone di un’altra epoca. Ciononostante, nell’afa di agosto non vedevo l’ora di tornar a casa per immergermi indisturbata nelle pagine di questo grande affresco familiare nella Lubecca del XIX secolo.

 


E arriviamo all’autunno.

Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell'indistinto. La porta è meglio chiuderla; di là c’è sempre la televisione accesa. Dillo subito agli altri «No, non voglio vedere la televisione!» Alza la voce, se no non ti sentono: «Sto leggendo! Non voglio essere disturbato!»

Sedotta per la seconda volta da Se una notte d’inverno un viaggiatore; eppure questa volta mancava il fattore sorpresa. Sapevo che mi sarei trovata in un iper-romanzo, come lo definì lo stesso Italo Calvino, sapevo che mi sarei trovata di fronte a dieci diversi incipit di romanzi che il Lettore e la Lettrice, per i motivi più rocamboleschi, non avrebbero potuto leggere. Ma sono stata sedotta ugualmente. Geniale.

 


A risollevare il mio umore nel periodo prenatalizio è stato Quel che si vede da qui di Mariana Leky (tradotto dal tedesco da Scilla Forti, Keller editore). Il romanzo è ambientato nella regione boschiva del Westerwald, in una sinfonia di verde, azzurro e oro; attraversando la zona in treno, vediamo solo bosco, prato, campo, pascolo, boschetto, fattoria, podere. Ci troviamo in una piccola comunità costituita da personaggi stravaganti e un po’ magici, raccontati da Luise, nipote della personalità più magica del paesino: Selma. I sogni di Selma, infatti, sono profetici e terrorizzano i concittadini. Ogni volta che Selma sogna di trovarsi in mezzo a un prato, nei pressi del bosco dei gufi - l’Uhlheck - con un okapi, nelle 24 ore successive muore un abitante del Paese.  

Quel che si vede da qui è una favola che racconta cose serissime che hanno a che fare con la vita, la morte, l’isolamento, l’amore, la paura di vivere e di morire, ma vengono narrate con un mix di ironia, umorismo e delicatezza. Il romanzo di cui avevo bisogno in un momento di malumore.

 

La vetrina della libreria Tropismes (Bruxelles), fotografata nel mese di agosto

Qui tutti i libri letti nel 2023.

Ho letto Herscht 07769 e Trasparenti stimolata dalle proposte delle bravissime libraie della Biblion di Granarolo che suggeriscono diversi titoli interessanti da discutere con i loro gruppi di lettura.


martedì 14 aprile 2020

Raccontami una storia


Il ciclismo non m’ha mai appassionato. Da qualche anno mi piace l’idea dei lunghi percorsi in bici nel periodo estivo, salvo quelle due o tre volte in cui ho pensato di scaraventare la bici nel primo corso d’acqua cammin facendo e salvo quelle altre due o tre volte in cui alla proposta del coniuge “prossimo anno vacanze in bici?”, ho avanzato la riposante controproposta “divorzio?”.
Il coniuge non mi prende troppo sul serio perché sa che di fronte ad una ciclabile, o in una qualsiasi realtà amica delle biciclette, impiegherà meno di 5 minuti nel convincermi a salire in sella. Alla fine, pedalare ha un suo perché. Stravaccarmi sul divano per guardare qualcuno che pedala, invece, non ha alcun perché. Neanche per il Giro d’Italia. Neanche per il Tour de France. Neanche quando a pedalare era Pantani.
Quindi, non è per rievocare le mirabolanti imprese del Pirata nel 1998 che ho deciso di prendere in prestito Cadrò, sognando di volare di Fabio Genovesi (edito di recente da Mondadori), né perché segua con particolare interesse la narrativa italiana contemporanea. È stato uno stralcio di un’intervista radiofonica ad incuriosirmi. Con il suo spiccato accento toscano, Genovesi, classe 1974, stava dicendo una cosa del tipo “sono nato insieme agli anziani, mio nonno aveva dieci fratelli maschi, non s’è sposato mai nessuno, quindi ho vissuto con undici nonni perché ero il nipote di tutti loro. Vivo bene solo con gli anziani; più uno è anziano, più mi sento a mio agio. Gli anziani hanno passato di tutto e non hanno più nulla da perdere, solo loro sanno darti il consiglio giusto”. Il semaforo è passato dal rosso al verde, qualcuno dietro di me ha suonato e io ho lentamente messo da parte la risata contagiosa di mio nonno e la voce tonante di mia nonna, che sapeva bene come metterlo in riga. Non credo d'aver mai chiesto loro un consiglio, non direttamente; bastava la loro espressione per sapere se stessi facendo la cosa giusta o se avessi sbagliato di grosso.
Insomma, è la prima volta che sento la voce di Fabio Genovesi, non ho mai letto un suo romanzo, Mondadori non è la mia casa editrice di riferimento, però prenoto il prestito la sera stessa.
Siamo nel 1998 e il protagonista del romanzo, Fabio, ventiquattrenne, studente di giurisprudenza non troppo brillante, deve partire per il servizio civile. Mentre i suoi amici fanno l’Erasmus in Spagna, Fabio viene spedito in una località isolata, dove dovrebbe fare l’educatore in una scuola religiosa. Solo che in quel luogo la scuola non c’è più da anni; sono rimasti due anziani sacerdoti e una guardiana. Nessuno attende Fabio, non si capisce bene cosa debba fare e da educatore si trasforma in una specie di assistente: inizierà ad accudire e a lavare Don Basagni, un sacerdote ottantenne, apparentemente incapace di alzarsi.
Fabio potrebbe approfittare del nulla che lo circonda per scrivere la sua tesi e prepararsi ad intraprendere la vita professionale pensata per lui. Potrebbe, se quella vita gli piacesse. Oppure potrebbe osare: attaccare, alzarsi sui pedali, scattare su per la montagna, crederci e tentare l’impossibile. Ma Fabio non è mica Pantani che stacca Tonkov e va a vincere il Giro d’Italia; e poi, come se non bastasse, va anche al Tour. 
Fabio sa che dovrebbe fare qualcosa per uscire da quella gabbia che è la sua vita; eppure, è più facile rimanere nella vita che viviamo (anche se non ci piace), è più facile lamentarci che trovare il coraggio per fuggire. È più facile dire “me ne occuperò domani”, e poi domani, e poi domani… Ma così rischi di arrivare a 80 anni, come Don Basagni, senza che quel domani sia mai arrivato.
Genovesi fa vedere un pezzo di Giro d’Italia anche a chi non ne ha mai visto una tappa in vita sua; è bravo nell’intrecciare più storie e nel ricostruire con delicatezza le imprese di Pantani, accennando appena alla brutta faccenda del doping e al triste epilogo dell’esistenza del Pirata.
Cadrò, sognando di volare fa parte dell’ultimo pacchetto di libri presi in prestito prima della chiusura delle biblioteche. Non è un’opera imprescindibile, né il romanzo da portare sull’isola deserta; probabilmente, in “tempi normali” l’avrei snobbato. Ma Genovesi sa raccontare storie ed ha avuto il merito di allontanare i pensieri foschi nei primi giorni dell’epidemia, quando la mia mente faticava a concentrarsi sugli altri libri che giacevano sul comodino.
Per ovvie ragioni, non so quando il libro tornerà alla biblioteca di Ciampino; intanto è stato letto anche dal coniuge. Dice che alcune di quelle tappe se le ricordava bene, perché il 1998 è stato un anno grandioso per il ciclismo italiano; però, sostiene che non regalerebbe Cadrò, sognando di volare  a un ciclista. La bici resta sullo sfondo e non è detto che un ciclista possa apprezzarlo. Se lo dice lui.

venerdì 11 marzo 2016

Spingendo la notte più in là, Mario Calabresi



È uno di quei libri di cui non riesco a parlare facilmente. Lo acquistai qualche anno fa su un banchetto dell’usato, spinta dalla fascinazione per il giornalista Mario Calabresi, il suo modo pacato di raccontare i fatti, la sua penna. E perché venivo dalla lettura di Come mi batte forte il tuo cuore di Benedetta Tobagi, un altro di quei libri che mi hanno fatto sentire inadeguata, incapace di guardarmi indietro e di esprimere una mia opinione su cosa sia stata l’Italia degli anni Settanta.
Spingendo la notte più in là finì nel sovraffollato scaffale dei libri da leggere, ripescato il mese scorso grazie al gruppo di lettura (che seguo a distanza) della Biblioteca di Rocca Priora.
Il Commissario Luigi Calabresi lavorava a Milano, assegnato all’ufficio politico, dove, a partire dal 1968, si occupò di eversione. Nel corso dell’indagine, che seguì alla strage di Piazza Fontana, morì l’anarchico Giuseppe Pinelli, caduto dalla finestra dell’ufficio di Calabresi durante un lungo ed anomalo interrogatorio. Le indagini sulla morte di Pinelli erano ancora in corso quando Luigi Calabresi venne “giustiziato” mentre usciva di casa per andare a lavoro. Era il 1972 e Mario, il suo secondo figlio, aveva appena due anni.
Della “vicenda Calabresi” non ricordavo praticamente nulla, per motivi anagrafici e per pura ignoranza (non mi posso trincerare sempre dietro la giustificazione “i programmi scolastici non arrivavano agli anni di piombo”). Pensavo che, come ha fatto la Tobagi, anche Mario Calabresi avesse voluto ricostruire la figura paterna attraverso la scrittura. Errore.
Mario Calabresi non cerca suo padre, vuole raccontare altro. Ripercorre i momenti salienti del processo, le difficoltà di una famiglia a cui improvvisamente viene a mancare il marito, il babbo, il figlio. Si avverte la fatica di chi prova a mettere insieme i pezzi di un puzzle, capire cosa sia accaduto veramente, di cosa abbia sentito la mancanza. Punta il dito contro uno Stato latitante, lento nel cercare di ricostruire la verità, lontano dalle vittime, incapace di assumersi le proprie responsabilità. Uno Stato assente.

Oggi ci si continua a chiedere dove siano i responsabili dei centocinquanta morti delle stragi italiane e quanto silenzio complice avvolga ancora la storia del terrorismo rosso.
Penso che voltare pagina si possa e si debba fare, ma la prima cosa da ricordare è che ogni pagina ha due facciate e non ci si può preoccupare di leggerne una sola, quella dei terroristi o degli stragisti, bisogna preoccuparsi innanzitutto dell’altra: farsi carico delle vittime.

Si chiude il libro ammaliati dalla voce di Calabresi ma consapevoli del fatto che questa vicenda possa essere letta da un altro punto di vista: quello della famiglia Pinelli e dei tanti Pinelli sulla cui morte ci sono ancora diversi dubbi. A caldo, avresti voglia di cercare tutto ciò che è stato scritto su quegli anni (ed è stato scritto parecchio) per porre rimedio alla tua ignoranza; ancora una volta ti riproponi di aprire qualche saggio, perché non puoi rifugiarti sempre nei romanzi. Poi chissà se lo farai.  

lunedì 27 maggio 2013

Una vita

trad. di Marino Moretti, Mondadori.


Cara Giovanna,
diciamocelo, sei stata un po’ sfigata. La vita, a volte, va così. Però sei stata pure sprovveduta e incapace di tirar fuori un po’ di carattere. Eh, che diamine!
Passi per la cotta nei confronti di Giuliano, visconte di Lamare, lo capisco. Dopo esser stata rinchiusa nel collegio del Sacro Cuore fino a 17 anni, ci sta che nell'incontrare un figliolo attraente, con quei capelli bruni che ombreggiavano una fronte liscia e abbronzata e quegli occhi morati, teneri e profondi, e quella la barba lucida e fine, si resti abbagliata. E capisco pure che nell'Ottocento non si abbia la possibilità di dire «Va be’, babbo; il ragazzo mi piace ma preferirei conoscerlo meglio; che mica ci dobbiamo sposare domani!?». No, magari una cosa del genere al barone Le Perthuis non avrebbe fatto piacere. Ad ogni modo, già in viaggio di nozze, quella decisione di gestire i tuoi soldi, quell'essere così autoritario e un po’ violento, t’avrebbe dovuto mettere in guardia: di tuo marito non avevi capito niente. E poi, dico, ma era evidente che il bell'imbusto ti tradiva con la fida servetta Rosalia, sì gaia e civettuola; l’avevamo capito tutti! Possibile che fin a quando non li hai beccati in flagrante (e in modo del tutto casuale), non ti sia resa conto di nulla? Ancora una volta, hai perdonato.
E, successivamente, possibile che non hai capito il perché delle tante visite a casa dei ricchi vicini da parte del fedifrago? Hai finto di non vedere e hai riversato tutto il tuo morboso amore nei confronti di tuo figlio, Paolo. Non potevi aver letto “I no che fanno crescere”, lo comprendo. Ma, dargliela sempre vinta, così come avevi fatto col defunto padre, non poteva portar a nulla di buono.
A guardar la vita sconclusionata del tu’ figliolo ormai ventenne è evidente che abbia ripreso tutto dal padre. Gioco, prostitute, debiti in abbondanza. E tu nulla; continui a mandargli soldi anche dopo esser stata costretta a vendere la tua amata casa dei “Pioppi”, vicino Yport. 

Continui ad illuderti che sia un bravo ragazzo; sì le mamme non sono mai obiettive ma, dico, quel ragazzo ti sta uccidendo di crepacuore e tu continui a dargli un’opportunità? Un’educazione un po’ più rigida da piccolo gli avrebbe fatto solo bene.
Per fortuna che l’ex serva Rosalia, sebbene si sia comportata male nei tuoi confronti, da giovane, è tornata a darti una mano nel momento del bisogno. Insomma, anche lei non ha avuto una storia facile però si è rimboccata le maniche e ha affrontato la vita di petto, senza aggrapparsi continuamente a qualcun altro, come hai fatto tu.
Cara Giovanna, come ti dice la saggia Rosalia, qualunque vita non è né tutta buona né tutta cattiva, però bisogna saperla affrontare senza troppi piagnistei, imparando dai propri errori e cercando di non farsi sopraffare dalle sventure che si abbattono su di noi.
Quindi, ora che è arrivata una nipotina ad allietare le tue giornate, cerca di non viziarla come hai fatto con tuo figlio e impara a guardare le cose belle della vita.

Con affetto.
B.

lunedì 26 marzo 2012

Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi. Mi sono spiegato?



Tutto cambi perché nulla cambi”. Non faccio altro che leggerlo ed ascoltarlo ovunque. Sembra che tutti facciano riferimento a Il Gattopardo per poter racchiudere in una frase sola le vicissitudini italiche dei nostri giorni.  
Così, non avendo ancora letto la celebre opera di Tomasi di Lampedusa né avendo visto il film di Luchino Visconti, ho acquistato il libro pensando di trovarmi di fronte ad un indigesto romanzo storico. Duplice errore: non so quanto Il Gattopardo possa essere considerato romanzo storico ma certamente è un’opera ironica, leggera ma contemporaneamente densa di significato.
Del romanzo si narrano i clamorosi rifiuti editoriali. Respinto, per ben due volte, da Elio Vittorini e successivamente pubblicato, con enorme successo, dalla Feltrinelli grazie all’intuizione di Giorgio Bassani
Ad onor del vero, le precedenti bocciature avevano un senso dal punto di vista editoriale. Vittorini rifiutò Il Gattopardo per i Gettoni dell’Einaudi coerentemente con il progetto di letteratura che quella collana, nel 1957, esprimeva (Carlo Bo, in proposito, disse: “Lui divideva il mondo in due. Quello vecchio e quello nuovo. E il romanzo di Lampedusa per lui apparteneva al vecchio”); mentre, per la casa editrice Mondadori, della quale in quello stesso periodo Vittorini era consulente letterario, temporeggiò, consigliando all’autore alcuni aggiustamenti. L'appunto che Vittorini rivolse ai responsabili della Mondadori diceva: “... per i due primi lettori il lavoro manca soltanto di abilità; per il terzo di determinazione morale. Manca comunque di qualcosa che rende monco il libro pur pregevole. Non si può far capire all’autore che dovrebbe rimetterci le mani (e in qual senso?). Intanto restituirei avendo cura di assicurarci che l’autore rispedisca a noi dopo fatta la revisione".
Ma la Mondadori inviò all’autore una generica lettera di rifiuto e l’opera uscì postuma nel novembre del 1958 per la Feltrinelli.

Nel libro si narra la vita del principe Fabrizio Corbera di Salina, uno dei più alti dignitari siciliani accreditati presso la Corte borbonica di Napoli. La storia del Principe di Salina è ambientata a Palermo e a Donnafugata, un paese immaginario i cui luoghi sono riferibili a Palma di Montechiaro, nella provincia di Agrigento, di cui i Lampedusa furono fondatori e signori.
Il Principe è l’indiscusso e assoluto dominatore della famiglia:

“Lui, il Principe, intanto si alzava: l’urto del suo peso da gigante faceva tremare l’impiantito e nei suoi occhi chiarissimi si riflesse, un attimo, l’orgoglio di questa effimera conferma del proprio signoreggiare su uomini e fabbricati. […] Non che fosse grasso: era soltanto immenso e fortissimo; la sua testa sfiorava (nelle case abitate dai comuni mortali) il rosone inferiore dei lampadari; le sue dita potevano accartocciare come carta velina le monete da un ducato; e fra villa Salina e la bottega di un orefice era un frequente andirivieni per la riparazione di forchette e cucchiai che la sua contenuta ira a tavola gli faceva spesso piegare in cerchio.”  

Nonostante la posizione di prestigio nobiliare, il Principone si troverà ad essere, suo malgrado, vittima e complice al tempo stesso degli avvenimenti che porteranno alla caduta del Regno borbonico e all’annessione, ehm… alla fasta unione della Sicilia al Regno sardo piemontese. Fasta unione e non felice annessione, come dirà il nobiluomo Chevalley, inviato in Sicilia da Vittorio Emanuele II per offrire al Principe la nomina a senatore del Regno. Nomina che verrà rifiutata.
La Sicilia del 1860 rivela straordinarie analogie con l’Italia del Fascismo ma anche con l’Italia dei nostri giorni.  Un’alternanza di giochi di potere dai riflessi negativi e, quasi sempre, involutivi nei rapporti tra governanti e governati (anche se oggi si dovrebbe dire rappresentanti e rappresentati. Rappresentati??)
Qui potete leggere uno stralcio dell’opera relativamente all’assassinio avvenuto a Donnafugata della neonata buonafede
La Storia si mescola con la storia della famiglia, simboleggiata dallo stemma del Gattopardo. Tomasi di Lampedusa è insuperabile nel delineare i personaggi del romanzo, fotografando piccoli dettagli indimenticabili, a partire dallo sguardo del nipote prediletto del Principe, Tancredi.
 “Attraverso le strette fessure delle palpebre, gli occhi azzurro – torbido, gli occhi di sua madre, i suoi stessi occhi, lo fissavano ridenti.”

Tancredi che non può che sposare Angelica, bella tra le belle, la tradizione che incontra il nuovo, l’aristocrazia che abbraccia la borghesia:

“Era alta e ben fatta, in base a generosi criteri; la carnagione sua doveva possedere il sapore della crema fresca alla quale rassomigliava, la bocca infantile quello delle fragole. Sotto la massa dei capelli color di notte avvolti in soavi ondulazioni, gli occhi verdi albeggiavano immoti come quelli delle statue e, com’essi, un po’ crudeli.
Procedeva lenta, facendo roteare intorno a sé la ampia gonna bianca e recava nella persona la pacatezza, l’invincibilità della donna di sicura bellezza.”

Buona parte dei blog e siti che ho visitato riporta – giustamente – la celebre conversazione tra il Principone e Chevalley; pochi, invece, si soffermano sulla figura di Bendicò:

Seduto su un banco se ne stava inerte a contemplare le devastazioni che Bendicò operava nelle aiuole; ogni tanto il cane rivolgeva a lui gli occhi innocenti come per essere lodato del lavoro compiuto: quattordici garofani spezzati, mezza siepe divelta, una canaletta ostruita. Sembrava davvero un cristiano: “Buono Bendicò, vieni qui.” E la bestia accorreva, gli posava le froge terrose sulla mano, ansiosa di mostrargli che la balorda interruzione del bel lavoro compiuto gli veniva perdonata.

Bendicò che ha un ruolo centrale nel romanzo e che lo chiude:

[...] se si fosse ben guardato nel mucchietto di pelliccia tarlata si sarebbero viste due orecchie erette, un muso di legno nero, due attoniti occhi di vetro giallo: era Bendicò, da quarantacinque anni morto, da quarantacinque anni imbalsamato, nido di ragnatele e di tarme, aborrito dalle persone di servizio che da decenni ne chiedevano l’abbandono all’immondezzaio….
“Annetta” disse “questo cane è diventato veramente troppo tarlato e polveroso. Portatelo via, buttatelo.” Mentre la carcassa veniva trascinata via, gli occhi di vetro la fissarono con l’umile rimprovero delle cose che si scartano, che si vogliono annullare. Pochi minuti dopo quel che rimaneva di Bendicò venne buttato in un angolo del cortile…: durante il volo giù dalla finestra la sua forma si ricompose un istante: si sarebbe potuto vedere danzare nell’aria un quadrupede dai lunghi baffi e l’anteriore destro alzato sembrava imprecare. Poi tutto trovò pace nel mucchietto di polvere livida.

Un romanzo dalle molteplici interpretazioni e non di così banale lettura come apparentemente potrebbe sembrare.

La lettura dei cosiddetti Grandi classici mi fa riflettere, puntualmente, sul ruolo della scuola superiore nella mia formazione. Già; perché la mia conoscenza della letteratura italiana, come della storia e della filosofia, è quasi pari a zero?  
I miei insegnanti del liceo dove erano? Non c’erano; perché già venti anni fa era tutto un susseguirsi di supplenti che arrivavano a dicembre e sparivano a maggio. Che arrivavano stanchi dopo un paio di ore di viaggio e se ne andavano velocemente, temendo di perdere autobus e treni; e che mentre erano in classe più che insegnare fissavano un punto imprecisato dell’aula.
Se avessi studiato autonomamente allora, forse il mio presente sarebbe stato diverso. O forse no. Certo è che oggi mi chiedo se ci sia un metodo per ordinare queste letture disordinate che mi fanno saltare da Simenon a Tomasi di Lampedusa.