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sabato 31 dicembre 2016

L’anno che se ne va

Vinho verde e bacalhau tra le viuzze allegre del Bairro Alto di Lisbona. Leggerezza. La sensazione che il 2016 non sarà poi un anno così cattivo.
Correre sul Lungo Po mentre Torino dorme ancora. Nella testa gli autori che vorrei ascoltare, gli amici virtuali che finalmente potrò incontrare, i libri che scoprirò, quelli che non acquisterò.
Arrivare in Piazza Unità d’Italia, che per me resterà sempre Piazza Grande, e sentirsi piccini piccini. Girare per i caffè di Trieste e pensare che in questa città potrei restarci per mesi.
Correre in stazione il venerdì sera dopo il lavoro. Prendere treni per Milano, Bologna, Padova, Firenze. Mantova. Weekend che volano via veloci. La testa infilata in un libro. Giornate un po’ speciali; robe matte che non facevo da anni.
Girare per biblioteche e librerie con la senhora giallamente ferrata. Perdersi con Google map e ritrovarsi con un’antica ma sempre valida mappa cittadina cartacea. Un piatto di pasta, un bicchiere di vino bianco e ancora libri, Portogallo, viaggi passati e sogni di viaggi futuri.
Pedalare lungo la ciclovia Alpe Adria, raggiungere l’Osterning, camminare per i sentieri silenziosi delle Alpi Giulie; mettere giù lo zaino, darsi un bacio sudato e stupirsi di quanto verde ci sia ancora da esplorare.
I volontari in maglietta azzurra che pedalano nelle vie di Mantova. Il vociare in Piazza delle Erbe. Gli incontri letterari che si muovono intorno alla città. Io che corro felice da un luogo all’altro. Troppi stimoli, perderò qualcosa, i pensieri si accavallano. Norme, regolamenti, codici sono stati spazzati via. Sono in un’altra dimensione, il mondo sembra diverso e lunedì è lontano.
Discutere con gli amici della biblioteca di Ciampino del prossimo libro da leggere insieme. No, dai, Busi no, per favore. Ma che t’ha fatto Busi? No, uno che scrive libri con quei titoli lì! No, dai, mi rifiuto. Vabbè, allora Pressburger. No, dai, un altro ungherese, no! Ma non è ungherese. Guarda che è naturalizzato italiano. Vabbè, con quel cognome lì ha dentro l’Ungheria. Scegliamone un altro. Inutile infervorarsi così, tanto a decidere per tutti, democraticamente e in maniera insindacabile, sarà babalatalpa.
Mio fratello che mi telefona nel cuore della notte. È nata. Stanno bene entrambe. E non smette più di parlare. L’alba di una nuova vita. Io che piango come una scema. Lui che non è più un ragazzino. La mia bellissima nipotina che a tre mesi ci fa sorrisi enormi. Noi che la guardiamo instupiditi. Ormai può far di noi tutti ciò che vuole.
Una nuova casa. Piccola. Essenziale. Ancora da abitare. Una cittadina diversa. Ciao ciao Trenitalia. Tra un paio di mesi ci sarà un posto in più per i pendolari assonnati che escono all’alba. Io continuerò ad uscire all’alba, ma per fare una corsa prima di andare in ufficio, senza treno. O per bere un caffè con calma, in cucina, leggendo un libro. Mi mancherà il verde che vedo ora, ma forse sarà una vita con meno fretta. Forse. Chi lo sa…   


Buon anno a tutti, amici miei!

martedì 19 gennaio 2016

Coimbra, camminando sotto la pioggia

Zaino in spalla, prendiamo un intercity (con tanto di wifi perfettamente funzionante) che da Lisbona - Santa Apolonia ci porta nella favoleggiata Coimbra
Ho favoleggiato su Coimbra per quasi vent’anni. Molti dei miei compagni universitari scelsero la cittadina portoghese come meta per l’Erasmus (mentre io optai per il Galles). Partivano per un semestre e tornavano dopo un anno, raccontando di un luogo meraviglioso, giornate lunghe e indimenticabili, un centro universitario pazzesco. Noi studiavamo a Siena (che non è né brutta, né dispersiva); eravamo tutti studenti fuori sede (quindi già abbastanza autonomi ed indipendenti): Coimbra qualcosa di particolare doveva pur averlo per lasciare quella malinconia negli occhi dei miei compagni che non sarebbero più voluti tornare in terra toscana.


Approdiamo in una stazione ferroviaria di metà Novecento. Cielo grigio tendente al nero. Il nostro appartamentino è a due passi dalla stazione principale (Coimbra A). Via angusta e deserta. Il coniuge, con la faccia a punto interrogativo, mi fa: “Ma cosa c’è di bello da vedere a Coimbra?”. Un miraggio. La ricerca tardiva di un sogno da acchiappare? Non so rispondere.
Il loft essenziale ma molto carino (e altrettanto economico) ci mette di buonumore. Usciamo fiduciosi, pronti ad affrontare la pioggia. Ci dirigiamo nella parte alta di Coimbra, cuore della città e sede dell’Università. 


Visitiamo la storica Biblioteca Joanina, i cui soffitti in legno e oro provocano una leggera sensazione di soffocamento. L’architettura barocca, i libri posti ad altezze impossibili da raggiungere, la luce soffusa e l’umidità costante (per preservare gli antichi volumi) mettono a tacere il visitatore. Bisbigliamo, temendo di svegliare i leggendari pipistrelli che, sembra, popolino gli scaffali. Tali bestiole, cacciando tarli e insetti mangiatori di carta, pare contribuiscano alla salvaguardia dei volumi. 
Scaccio il pensiero dei pipistrelli e curioso tra le opere di Pessoa. Ma, a ben pensarci, mica mi ci vedo a girare tra i corridoi dell’università col rischio di inciampare nella lunga capa negra (il mantello nero a ruota indossato dagli studenti a Coimbra), chiedendo ai turisti di supportare le attività universitarie, acquistando una foto, scattata nel meraviglioso chiostro gotico della Sé Velha, o una piccola guida della cittadina portoghese.


Sotto la pioggia incessante, la Baixa, la zona pedonale in cui si concentrano localini e negozi, è una via deserta e un po’ triste. Gli azulejos perdono la loro brillantezza e si ammantano di malinconia; avvicinandoci al fiume Mondego e al Ponte di Santa Clara ritrovo quelle sensazioni che emergono dalla letteratura portoghese. Una specie di solitudine che ti stringe lo stomaco ma che ti ammalia, al punto da non farti staccare dalle pagine che stai leggendo. Lusitanitudine.

Mi aspettavo una cittadina allegra, solare, con sciami di ragazzi per le strade. Mi aspettavo di trovare un’altra me, a vent’anni. Invece ho trovato il fascino misterioso di pagine lette, storie dimenticate di cui mi è rimasto addosso solo l’odore di chiuso, una voglia di cioccolato caldo mentre fuori piove.


Tra le chiese più belle, sicuramente il Mosteiro de Santa Cruz, con le pareti decorate da azulejos e un pulpito straordinario. Una donnina, raccolta in preghiera, è infastidita dalla mia scarsa propensione allo scatto. E al monito di “Menina! Tira uma foto!”, immortalo le bellezze che mi circondano.
La cattedrale nuova mi impressiona solo per le due signore all’ingresso che, tra un gossip e l’altro, chiedono un’offerta volontaria di due euro per poter visitare la chiesa. Berciano senza ritegno, incuranti delle affissioni in ogni angolo che ammoniscono il visitatore al silenzio.
Nelle due serate piovose trascorse a Coimbra abbiamo starnutito tanto, soddisfatto il desiderio di lettura e brindato a suon di aspirina.
Qualora ve lo stiate chiedendo, nello zaino avevo infilato insieme all’ebookreader questi due volumetti, di cui vi narrerò prossimamente.


Più che in altri posti, sono andata via da Coimbra con la certezza che ogni città andrebbe vista in diversi momenti dell’anno. Anche i luoghi familiari mostrano un volto diverso illuminati dal sole; probabilmente, in una giornata di primavera, avrei visto un’altra Coimbra. E ci tornerò, perché tra le curiosità insoddisfatte c’è pure il non aver ascoltato il fado poetico di Coimbra, quello cantato da un uomo (e non dalla voce femminile, che caratterizza il fado di Lisbona). Dovrei tornarci a maggio, per i festeggiamenti della Queima das fitas, quando gli studenti celebrano la fine dell’anno accademico. In quei giorni, dubito che si respiri l’aria malinconica e silenziosa percepita agli inizi di gennaio. Chissà, prima o poi…  


La viaggiatrice segnala:
-     Noi s’è dormito qui. Abbiamo speso poco e goduto di un appartamento carinissimo e funzionale.
-      Per una gustosa pausa pranzo, Maria Portuguesa (R. Joaquim Antonio de Aguiar 134). Una dozzina di euro a persona (vino incluso). Proprietaria molto simpatica, locale piccolissimo ma particolare.


     

mercoledì 13 gennaio 2016

Ritorno in Portogallo - Lisbona

Sintra

Questo blog è strettamente connesso al Portogallo. Correva la primavera del 2008: avevo duecento cose nella testa e una gran voglia di buttarmi a capofitto in tutti i progetti rimandati di anno in anno. Era un sabato pomeriggio ed io ero a casa dei miei. Andai a correre per mettere ordine tra i pensieri. Tornai determinata. Accesi il pc, andai sulla piattaforma di splinder (de cuius) e scelsi il nome del mio blog. Poi cercai i prezzi dei voli Roma – Lisbona e acquistai un biglietto per il Portogallo. Ai tempi viaggiavo sempre da sola, dormivo negli ostelli, giravo con lo zaino (ma librinellozaino non suonava troppo bene per il neonato blog), il budget era un po’ più limitato di quello attuale, parlavo un buon inglese e un portoghese decente. Tutta la magia di quel viaggio la trovate qui e qui.
Lisbona mi è rimasta nel cuore. 
L’ottimo coniuge, stufo di sentirmi sospirare ogni volta che si menziona il Portogallo, avanza una proposta geniale: “E se nel periodo natalizio andassimo a Lisbona? Io non ci sono mai stato…”
Panico. Nel tuo intimo, vorresti condividere con la persona che ami tutto ciò che tu hai amato. Ma hai generato aspettative così elevate da rischiare il commento: “tutto qui?”.
Il viaggio inizia in modo fantozziano. 30 dicembre, Fiumicino aeroporto, ore 19.00: annunciati 45 minuti di ritardo. Non siamo i soli a sbuffare. I viaggiatori in attesa socializzano, qualcuno strimpella il piano, nasce un duo strepitoso, voce e pianoforte che neanche fossimo in un talent show. Delirio dei viaggiatori in attesa per l’embargo. Applausi. Decine di telefonini filmano la scena, ci si dimentica dei ritardi.
Fiumicino: canta che ti passa...
Finalmente si sale; allacciamo le cinture, tutti pronti per il decollo ma il pilota annuncia un’avaria del motore. Niente di preoccupante, bisogna pazientare ancora un po’. In una situazione normale, l’annuncio avrebbe generato agitazione, ma siamo così stanchi da non preoccuparci minimamente della parola “avaria”. Dopo il peggior volo di sempre, con appena 2 ore e 40 minuti di ritardo, atterriamo a Lisbona che è quasi mezzanotte.
Otto anni fa non c’era ancora la linea della metro che collegava l’aeroporto con il centro della città e l’aeroporto stesso non era dei più moderni. Mi guardo intorno spaesata. Punto assistenza aperto, assistenti alle biglietterie automatiche che parlano un ottimo inglese, metro funzionante fino all’una della notte. Otto anni sono tanti, forse questo paese ha guadagnato molto in infrastrutture ma ha perso il fascino di un tempo. Forse resterò delusa. E con questo pensiero vado a dormire.


Clima primaverile, i turisti sorseggiano vino sulle rive del Tago, il coniuge sorride rilassato, i runners salutano l’ultimo giorno del 2015 in calzoncini e maglietta. Gli autobus sono più nuovi, la metro arriva all’aeroporto, in molti parlano un buon inglese, ci sono nuovi locali trendy, ma Lisbona è rimasta la stessa. 
Una cittadina senza fretta, i caffè pieni di gente, quella sensazione di antico camminando tra le strade, l’odore di vecchio che si mescola al profumo del pesce sin dal mattino. Una pastelaria dietro l’altra, angoli fatiscenti, quasi abbandonati, accanto ad edifici dagli azulejos sgargianti. E poi quella luce indescrivibile, che fa mutare di momento in momento gli angoli che stai osservando. Sono innamorata di Lisbona e, come tutti gli innamorati, non riesco a dare una spiegazione razionale a tanta fascinazione.
I quartieri, anche quelli più affollati dai turisti, conservano un’atmosfera d’altri tempi. 
A Brasileria, uno dei più antichi caffè dello Chiado, è una meta irrinunciabile. Perché le sale interne sono eleganti, i chiassosi tavoli all'aperto allegri e, sebbene di Pessoa sia rimasta solo una statua in bronzo, si finisce col fantasticare sui tempi in cui il poeta si fermava lì per scrivere e conversare, bevendo una bica.
Livraria Bertrand

Inevitabile una sosta in libreria per l’ultimo acquisto dell’anno. Sono entrata nella celebre Livraria Bertrand in rua Garrett (quartiere dello Chiado), la più antica al mondo. 
Fondata nel 1732 dai fratelli francesi Bertrand, è stata punto d’incontro di artisti e intellettuali. Venne ricostruita nello stabile in cui si trova attualmente, dopo il grande terremoto di Lisbona del 1755, e da allora si è moltiplicata, dando vita ad altre 54 librerie sparse nel paese. 




Interni in legno, ampio spazio ai volumi in inglese; ho curiosato tra i libri stranieri messi in evidenza…


Cosa leggono i Lisboetas a Natale
E ho acquistato qualcosa…

Rimpiango di non esser passata anche nella libreria Fabula urbis, che tratta solo pubblicazioni su Lisbona e di cui avevo letto qualche tempo fa. Sarà ancora in vita? Mi toccherà tornare presto per verificare.


Molti lisboetas hanno brindato al 2016 in Praça do Comércio, osservando i fuochi d’artificio sul Tejo e ballicchiando sulle note della musica suonata in piazza. Noi ci siamo arrampicati nelle viuzze del Bairro Alto, fermandoci in locali improvvisati. Molto improvvisati. Del tipo, ho una cantina, la apro, mi procuro un po’ di birra, un po’ di vino, friggo due patatine, offro paninetti con chouriço ed è fatta. Un viavai di gente che mangia e beve per strada.
Poi, approfittando di un clima tanto propizio, ci siamo fermati in un localino meno improvvisato e abbiamo cenato all’aperto, dando il benvenuto al nuovo anno con un ottimo vinho verde.
A conferma dell’indolenza dei portoghesi, a Capodanno è tutto chiuso tranne gli uffici turistici, aperti per comunicare che non è possibile visitar alcun monumento. 
Colazione di Capodanno

Pur non potendo entrare nell’incredibile Mosteiro dos Jerónimos, siamo andati ugualmente a Belem, tanto per disattendere il primo buon proposito dell’anno nuovo: mangiare meno dolci. Nel paradiso dei golosi, ci siamo limitati (si fa per dire) a qualche pastéis de Belem e ai bolos Rei
Per quanto mi riguarda, la cucina portoghese sarebbe già una ragione più che valida per trasferirmi subito in Portogallo. Baccalà in tutte le salse, polpo, sardine, formaggio e i dolci. Ah!, i travesseiros della pastelaria Piriquita di Sintra! Perché non ne ho comprato qualche etto da portar via?…  



Sintra, appunto. Non andate via da Lisbona senza aver trascorso una giornata dentro una fiaba. Noi abbiamo preso un trenino dalla stazione ferroviaria del Rossio (centro storico di Lisbona); appena 45 minuti di viaggio, pagando € 4,30 (andata e ritorno). Evitate le navette all’esterno della stazione di Sintra e usate le gambe. Se non potete far a meno del resto del mondo, attivate il wifi (il comune di Sintra vi fornisce la connessione gratuitamente) e guardatevi intorno. 
Per raggiungere il Castelo dos Mouros e il Palácio da Pena percorrete lo splendido sentiero che attraversa il Parque das Merendas e Vila Sassetti. Alberi in fiore a gennaio, giardini meravigliosi, fontane, pergolati che immagino coperti da rose in primavera. Un luogo favoloso. Dedicate un po’ di tempo anche al parco in cui è immerso il Palácio da Pena: viaggiare è anche fermarsi a riflettere, assaporare angoli belli, non una corsa a chi visita più monumenti.
E prima di lasciare il centro storico di Sintra, fermatevi ad assaggiare un goccio di ginjinha, un liquore all’amarena bevuto in bicchierini al cioccolato, versione artigianale e più gustosa del mon chéri. Una delizia che avevo snobbato nel mio viaggio precedente, pensando fosse un puro business per attirar turisti e non un liquore tipico portoghese.
Lisbona è una cittadina di cui non ci si stanca facilmente ma avevamo deciso di fermarci un paio di giorni a Coimbra prima di tornar in Italia, quindi…



A Lisbona abbiamo trovato ristorantini e caffè con un ottimo rapporto qualità – prezzo. Abbiamo mangiato prevalentemente baccalà e polipi, senza disdegnare i dolci della casa. Non abbiamo mai speso più di € 25,00 a testa, incluso il vino. Noi ci siamo trovati molto bene qui:
-      Claras em Castelo, Rua Bartolomeu De Gusmao, a due passi dal Castelo de São Jorge. Locale piccino piccino, proprietario gentilissimo (ottimo inglese, francese e italiano), baccalà delizioso; dolci eccellenti.
-      Cervejaria Trindade, locale molto particolare e molto pubblicizzato, sicché eravamo un po’ scettici. Ma a Capodanno pioveva, molti locali a gestione familiare erano chiusi, e il coniuge voleva allontanarmi dal vinho verde (non sono una fanatica della birra quindi non corro rischi in una cervejaria). Il locale mi è piaciuto molto, abbiamo mangiato molto bene spendendo scarsi € 25 a testa. Curiosamente, la cosa che ci è piaciuta meno, è stata proprio la birra artigianale.
-      Maria Catita, Rua dos Bacalhoeiros. Locale aperto nel 2013. Staff giovane e allegro.



N.B. Nei ristoranti portoghesi è consuetudine servire qualche stuzzichino appena vi sedete (pane, burro, olive, formaggio). Non sono un omaggio della casa. Quindi, se non volete trovarvi addebitato sul conto un importo esagerato per aver sbocconcellato una fetta di pane (stuzzichini non propriamente economici), rimandateli indietro.



  

lunedì 28 dicembre 2015

Il tuo volto sarà l’ultimo, João Ricardo Pedro

Internazionale è l’unica rivista che seguo con assiduità. Mi precipito a scaricare l’edizione digitale il giovedì, leggo l’editoriale e passo subito alla recensione di film e libri come se suggerimenti e stelline fossero insindacabili. La verità assoluta. In genere prendo nota di un paio di titoli e poi leggo l’oroscopo (no ragazzi, non è il solito oroscopo. Quello di Rob Brezsny è umorismo puro). Tra le segnalazioni delle uscite in libreria, ultimamente ho trovato diverse stelline accanto alla casa editrice Nutrimenti. Romana, piccola, relativamente giovane (nata nel 2001), con una collana dedicata al mare, alla vela e alla nautica. 
Della casa editrice ricordavo solo la stravagante copertina del libro di Percival Everett, Deserto americano (collana Greenwich), romanzo che non ho letto, ma di cui si era parlato molto. Poi, nei giorni di Più Libri Più Liberi, ho ascoltato la conversazione tra Loredana Lipperini e Andrea Palombi (uno degli editori della Nutrimenti. L’altro è la di lui consorte, Ada Carpi). Parlavano della necessità di uscire dalle redazioni e incontrare i lettori. Come? Ad esempio, aprendo una libreria nel cuore di Procida.
Ricapitoliamo: nel Paese in cui il lettore forte è colui che legge a malapena un libro l’anno, alla follia di aprire una casa editrice si aggiunge il gesto estremo di affiancarvi una libreria in un’isola microscopica. Troppo folli per non passare allo stand e sbirciare tra i titoli.
La scelta è caduta su Il tuo volto sarà l’ultimo, romanzo del portoghese João Ricardo Pedro, di cui avevo giustappunto letto una recensione su internazionale (Adrien Battini, La Cause Littèraire).

Primi capitoli disorientanti. È il 25 aprile 1974, giornata memorabile per il Portogallo che dice addio alla dittatura di Salazar e torna alla democrazia. Giornata memorabile, anche se nel piccolo villaggio dal nome di mammifero, incastrato ai piedi delle montagne di Gardunha, rivolto verso sud senza sapere di essere rivolto verso sud, le parole patria, democrazia, dittatura sono vuote e lontane. Ininfluenti rispetto alle vicissitudini del villaggio. Tutti sono concentrati sulla scomparsa di Celestino, l’uomo dall’occhio di vetro, arrivato in paese quarant’anni prima chissà da dove. Finisce il capitolo e tu ti aspetti di trovare altre tracce di Celestino, di quel 25 aprile, del dottor Augusto Mendez; invece no. Vieni catapultato nella guerra coloniale portoghese, nei pressi della frontiera con il Congo.

Pieter Bruegel il Vecchio - Lotta tra Carnevale e Quaresima

Poi ti abitui a questo andirivieni nel Novecento, entri ed esci da quel posto dalle parti di Fundão, luogo da cui anche i serpenti scappano, e che tanto piace al dottor Augusto Mendes, nonno di Duarte. 
Viaggi tra il Portogallo e l’Angola con il caporale Antonio Mendes, padre di Duarte, uomo taciturno, dai piedi gelati e la sigaretta sempre accesa. E ascolti il nostro Duarte, colui che sarebbe potuto diventare il più grande beethoveniano del suo tempo. Ma che ha smesso di suonare. Inspiegabilmente.   
Straordinarie le pagine in cui Duarte le canta di santa ragione ai Grandi della Musica: Wolfganguccio, il furbo che giocava con le note; Ludwig, che ha impregnato la musica delle sue miserie (e non tirar fuori la storia di tuo padre! Guarda, mio padre si sveglia tutte le notti urlando, convinto che i negri lo stanno attaccando in mezzo alla foresta […]); Robert, che voleva esser un musicista ma le dita non reggevano… Solo tu Johann. Solo tu non mi hai mai deluso. Mai nulla di cui lamentarmi, amico mio.  
Un romanzo difficile da raccontare, raffinato, musicale, impregnato di tutta la malinconia che si incontra nelle strade di Lisbona e da cui non ci si riesce a staccare. Malinconico e magico.
Cura editoriale minuziosa. Peccato siano sfuggiti un paio di refusi. Ma li perdoniamo.



João Ricardo Pedro, Il tuo volto sarà l’ultimo

Traduzione di Giorgio De Marchis. Nutrimenti


giovedì 8 maggio 2014

Equatore, Miguel Sousa Tavares

Equatore, Miguel Sousa Tavares 
Traduzione dal portoghese di Clelia Bettini, Beat edizioni







Luis Bernardo, caro,
tu sai che se non fosse stato per la Nela San non ci saremmo mai incrociati, vero?
Nonostante l’attrazione per il mondo lusofono, nonostante la fascinazione per quelle terre d’Africa che a volte ritorna… Nonostante tutto ciò, il nostro è stato un incontro combinato; una di quelle situazioni imbarazzanti in cui mi faceva cadere qualcuno dei miei amici quando ero ancora una zitella spensierata: “Ah, forse stasera viene anche Tizio. Un ragazzo simpatico; vedrai, vi troverete bene insieme”. La Nela San ha parlato a lungo di Portogallo e da língua portuguesa, poi mi ha trascinato in libreria e mi ha piazzato questa storia tra le mani. “Secondo me potrebbe piacerti”.  Come avrei potuto voltar le spalle e guardare altrove?
Scetticismo iniziale. La prima volta che ti ho ascoltato mi sei sembrato persino antipatico. Sì, insomma, il tipico radical chic lisbonese d’inizio Novecento. È facile fare il progressista dalle idee liberali quando provieni da una famiglia borghese, hai ereditato una discreta attività commerciale senza dover muovere un dito, ti sei diligentemente laureato in giurisprudenza, frequenti i club più in voga di Lisboa e scribacchi le tue opinioni sui quotidiani portoghesi. Come se non bastasse, seduci donne a destra e manca, preferibilmente maritate; sei giovane, elegante, sexy… e sai di esserlo. Un uomo da cui tenersi ben alla larga. 
Però ti facevo più furbo. Ma dimmi, quando sei partito alla volta di São Tomé, novello governatore per caso, pensavi davvero che la schiavitù fosse morta e sepolta nell’Ottocento? Dico, come potevano quattro proprietari bianchi trasformare due sputi di isolette perse sulla linea equatoriale nel secondo produttore di cacao nel mondo? 


Non verrai mica a raccontarmi che, prima di accettare l’incarico di governatore laggiù, pensassi davvero che nelle piantagioni di Säo Tomé e Príncipe avresti trovato lavoratori angolani trattati in modo umano dai padroni bianchi; lavoratori abbondantemente nutriti, ben salariati e liberi di dare le dimissioni in qualsiasi momento? Suvvia!...Il re Carlo di Portogallo (anzi, il suo consigliere), ti ha creduto l’uomo giusto al momento giusto; colto, energico, lontano dalla vecchia aristocrazia; ma chiedeva che tu realizzassi un’impresa impossibile: mantenere inalterati i privilegi dei coloni bianchi in terra nera, fingere di non vedere le disumane condizioni di lavoro nelle piantagioni e inventarsi, non so bene cosa, per nasconderle al mondo intero, pubblicizzando invece le magnifiche sorti e progressive realizzate dal Portogallo nelle proprie colonie.
Ho cominciato a provare simpatia per te solo dopo il tuo arrivo a São Tomé. Un po’ presuntuoso ma dal volto umano. Ci credevi davvero alla storia dell’uguaglianza tra bianchi e negri, ci credevi davvero ai diritti dei lavoratori e alla necessità di difendere i deboli. Peccato ti sia fatto irretire da quella puttanella inglese, come disse la saggia Maria Augusta!
Ann mi è stata antipatica dal primo momento. Un’antipatia a pelle. No, non parlo per gelosia: quando incontro una donna veramente bella, un corpo statuario, elegante, un volto perfetto, lo riconosco. Bella era bella, ma qualche dubbio sulla sua onestà, sulla sua trasparenza, ti sarebbe dovuto sorgere. “Ho promesso di restare al fianco di mio marito”; sì, vabbè, ma poi faccio quello che voglio e lui ne è consapevole. Tu, Luis Bernardo, non sei nato nella Roma di fine Novecento, altrimenti l’avresti liquidata con un “Ti piace vincere facile!”
Comunque sia, hai preferito lei a noi tutte. E noi abbiamo continuato a seguirti con apprensione. Confesso che ho letto la tua ultima lettera con il magone. Mi aspettavano in pista per l’allenamento infrasettimanale ed io lì che non riuscivo a staccarmi dalle tue parole.
Mi hai raccontato un mondo che non conoscevo, hai cambiato la mia opinione sul colonialismo portoghese (ingenuamente ho sempre pensato fosse stato più blando rispetto alle nefandezze delle altre potenze) e mi è venuta una certa curiosità sul mondo sommerso del cacao (casualmente, ho già in libreria “Cacao” di Jorge Amado, che a questo punto dovrò leggere).
Mi hai guardato distrattamente, perso come eri per la tua Ann. Non preoccuparti, non me la son presa. Non sei stato il mio grande amore, non sei stato la mia occasione mancata. Però ti ho voluto un po’ di bene.
Ciao Luis.




lunedì 21 luglio 2008

Caderno de viagem

Perché questo viaggio è stato così speciale?
In fondo sono stati solo sei giorni, neanche tanti. Per lo più a Lisbona.
 
In fondo il Portogallo è dietro l’angolo; non è una meta esotica, non parla una lingua incomprensibile. E, allora, cosa ha reso questo viaggio tanto singolare?

Sarà stato il fantasma di Pessoa, a lungo cercato e finalmente scovato in Rua dos Douradores; saranno stati i deliziosi pasteis di Belem, la pace del Parque de Pena di Sintra, la magia del Castelo de São Jorge… Forse, sarà stato il piacere di partire di nuovo da sola, per il mio viaggio, un viaggio senza tempo. Ecco cosa ha reso diversa questa partenza dalle precedenti. Stavolta non scappavo da nulla, non andavo alla ricerca di un’altra casa, di un’altra vita, di un’altra identità… Non avevo mete impossibili da raggiungere né sentieri prestabiliti da seguire. Non c’era l’ansia di vedere il più possibile senza assaporare niente. Potevo perdermi tra i vicoli dell’Alfama o fermarmi a mangiare calamari in Rua dos Correios. Potevo fare quattro chiacchiere con camerieri, commessi, signori seduti davanti a un bar. Potevo visitare il Museo Calouste Gulbenkian e poi prendere un treno e raggiungere le spiagge di Cascais. E prendere la bici e pedalare, pedalare, pedalare respirando il profumo dell’Oceano Atlantico e l’allegria dei surfisti.
 
Il piacere dei minuti che trascorrono senza fretta; il piacere di chiacchierare con degli sconosciuti e scoprire che non si è mai da soli; il piacere di fermarsi a scrivere; di svegliarsi riposata; di andare a letto serena; il piacere di scoprire strade a lungo immaginate e ora reali. La realtà che ha un sapore più dolce della fantasia.
Lisbõa è il profumo delle stanze che sanno un po’ di chiuso; le stanze della nonna, quelle dalle pareti spesse, i soffitti alti, le imposte socchiuse. È un odore che sa di passato, di lunghe notti e giorni operosi, di minestre e serate intorno alla tavola. Un odore buono, quello delle cose semplici che dà sicurezza e emana calore.  
 
Lisbõa è una domenica mattina silenziosa, col profumo dei glicini di Largo do Carmo. Il profumo del caffè tra le vie dello Chiado. E poi silenzio e di nuovo profumo di glicine.
 
Lisbõa è anche odore di spazzatura. Ce n’è tanta ai lati delle strade.

Tanti i barboni accampati vicino al porto, vicino alla stazione Cais do Sodrè, tanti nella centrale Praça do Commercio, tanti lungo Rua di Garrett, la via dello shopping, quella della FNAC e delle scarpe italiane. Parlano a voce alta; dicono cose in una lingua sconosciuta, diversa dal portoghese, dall’italiano, dal francese. È la lingua dei diseredati, di quelli che non hanno patria né dimora, di quelli che in questo mondo non hanno avuto fortuna e che si son fatti abbracciare dalla strada.  Vivere non è mai una cosa facile.

Lisbõa è una città operosa ma tranquilla: i Lisboetas non ti travolgono sugli autobus il lunedì mattina, non sembrano essere tutti incazzati con il mondo. Sono distanti ma affabili; gli occhi sfuggenti e il sorriso un po’ malinconico. Ma se sentono uno straniero parlare la loro lingua, beh, allora cambia tutto. Ti sorridono gentili, ti chiedono cosa hai visitato, dove vuoi andare, cosa ne pensi delle loro città, dei loro treni, della loro musica, della loro squadra di calcio. Ti suggeriscono dove andare a cenare, i musei da visitare, le strade da evitare.
 
Li sento parlare e mi tornano in mente parole lontane, lette qualche anno fa e scritte ancora prima:

«Esistono in città certe tranquillità di campagna. Ci sono dei momenti soprattutto nei mezzogiorni d’estate, in questa Lisbona luminosa, in cui la campagna, come un vento, ci invade. E proprio qui, in Rua dos Douradores, godiamo di un sonno tranquillo. Quanto è bello per l’animo osservare sotto un tranquillo sole alto, il silenzio di questi barcocci di paglia, di queste cassette da riempire, di questi passanti lenti di villaggio dislocato. E anch’io mentre guardo affacciato dalla finestra di quest’ufficio, nel quale sono da solo, mi disloco: mi trovo in una calma cittadina di provincia, in un villaggio sconosciuto, e sono felice perché mi sento un altro».
 
Lisboa, 29/ 08/1933
[Fernando Pessoa, “Livro do Desassossego por Bernando Soares”]

“Il Portogallo è un paese piccolo ma vario. Ogni 50  chilometri puoi imbatterti in un Portogallo diverso”, mi ha detto il controllore sul treno che da Lisbona mi portava a scoprire la magia di Sintra. Dal poco che ho visto, credo che l’orgoglioso controllore avesse proprio ragione.


Il mio viaggio è terminato e forse è giusto così. Non si può viaggiare tutta una vita che si rischia di perderlo il contatto con la vita.
Camminare, conoscere, rimettersi in discussione ogni giorno, confrontarsi, sentirsi piccini di fronte all’immensità del modo fa bene. Fa sentire vivi. Però poi si avverte l’esigenza di fermarsi, mettere a fuoco gli stimoli ricevuti, interiorizzare l’esperienza  prima di pensare alla prossima meta.

E ripartire di nuovo.

venerdì 6 giugno 2008

Viaggio in Portogallo

Meglio una pensão nel Bairro Alto o una stanza non proprio economica nell’Alfama? Ma perché non una guest house per backpackers nel Rossio…. Be’, opzione un po’ costosa per esser un ostello in Portogallo. Ma Pessoa che avrebbe consigliato?
Sogno un viaggio in Portogallo da tempo immemorabile, da quel giorno in cui delle note struggenti, che sapevano di partenze e addii ma anche di scoperte di mondi nuovi, entrarono in una casa luminosa e chiassosa di studenti universitari. “Cos’è?”
«Fado. Mai sentito?», rispose Nuno col solito sorriso luminoso.
«È la musica di Lisbona, un lamento dell’anima che corre tra i vicoli portoghesi, che t’insegue tra i palazzi rivestiti dagli azulejos, tra le botteghe antiche e i castelli. Entra lentamente nelle tue corde e non t’abbandona più. Dovresti andare una volta in Portogallo, potresti innamorartene».
Sarà stata la voce di Amália Rodrigues, sarà stato l’accento portoghese di Nuno, certo è che da quel giorno ho stabilito che Lisbona non poteva mancare nella mia lista delle città da visitare. Lista che si è allungata settimana dopo settimana, tranne poi avere tempo e risorse per partire appena possibile.
Avrei voluto progettarlo meglio questo viaggio a Lisbona ma se l’avessi fatto forse avrei rimandato nuovamente perché “sei giorni sono davvero pochi per il Portogallo, perché sono stanca e forse avrei bisogno solo della tranquillità della montagna, un buon libro e tanta musica; un viaggio come questo non lo si può organizzar all’ultimo minuto”… e tutte quei tortuosi percorsi mentali che fino ad oggi hanno fatto sì che non partissi.
Stavolta, invece, prenderò il mio aereo e poca conta se è da mesi che non parlo portoghese, se non so ancora dove mi fermerò, se forse andrò a Evora o forse no… Viaggiare è conoscere e se dovessi perdermi tra i vicoli dell’Alfama e decidere di trascorrere lì i miei sei giorni, be’ vorrà dire che resterò lì. In fondo è questo ciò che mi affascina del viaggio: sapere solo da dove si parte, dopodiché c’è la scoperta.