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mercoledì 25 ottobre 2017

Partiture per un addio, Paolo Agrati

Io e la poesia abbiamo un rapporto altalenante.
Neanche con la morte vado troppo d’accordo. Con il suicidio, poi, non ci siam rivolti la parola per anni. Ho sempre spostato lo sguardo altrove ogni volta in cui una voce annunciava l’interruzione della metropolitana a causa di un incidente sopravvenuto.
«Ma che n’altro suicidio? Proprio quando stacco da lavoro io. C’avevo pure ‘na cena…».
«L’ennesimo imbecille che ha bisogno del colpo di scena finale!».
Battutine sceme per combattere il silenzio; umorismo da strapazzo per nascondere la paura, la disperazione, quella vocina che ti si insinua nella testa, immagini di litigi con il compagno, il mutuo da pagare, la pasticchina per combattere l’insonnia, quel senso di vuoto che tu forse non puoi comprendere anche se… Ci vuole più coraggio ad affrontare la corrente o a lasciarsi travolgere? Ad aprire il tubo del gas o ad entrare in una sala operatoria?


Paolo Agrati racchiude sprazzi di vita in pochi versi, partendo dal momento dell’addio. Nel silenzio della sera, ho ascoltato la sua voce con le musiche di Simone Pirovano in sottofondo e ho visto sfilare esistenze che un tempo avevano danzato, sorriso, accarezzato la testa bionda di un bimbo, baciato una donna elegante, fumato una cannetta tra amici. E poi hanno voltato le spalle, salutandomi di sfuggita. Frammenti di vita prima del nulla.
Non ho ancora fatto pace né con la morte né con il suicidio, ma sto cercando di non abbassar più lo sguardo.


Paolo Agrati, Partiture per un addio, Edicola Ediciones.

Qui puoi ascoltare la voce di Paolo Agrati mentre recita le sue poesie con le musiche di Simone Pirovano in sottofondo.   

martedì 6 dicembre 2016

Space invaders, Nona Fernández

Ogni tanto mi chiedono perché continui ad andare alle fiere dell’editoria. «Proprio tu che detesti la confusione! Ma che ci vai a fare?». Mi piace incontrare chi lavora tra i libri, ascoltare le loro storie, scoprirne di nuove; mi piace osservare gli autori, mi piace sbirciare tra i titoli acquistati dagli altri. Mi fermo agli stand di case editrici in cui non mi sono mai imbattuta in precedenza, mi faccio suggerire un paio di titoli e li porto a casa contenta. Prima o poi li leggerò.
È accaduto così con Space invaderspubblicato da Edicola ediciones, casa editrice garibaldina fondata da Paolo Primavera tra Cile e Abruzzo. Ho conosciuto l’editore per caso all’ultimo salone del libro di Torino; mi ha incuriosito il progetto di una casa editrice nata ad Ortona, all’interno dell’edicola di famiglia, con l’intento di unire l’amore per l’Abruzzo con l’amore per il Cile.
L’editore mi ha consigliato questo librino di Nona Fernández, nata a Santiago del Cile nel 1971, sceneggiatrice e scrittrice. Ho letto la frase di Perec (da La camera oscura) messa in esergo e mi sono fidata.

“Sono sottomesso da questo sogno:
so che non è altro che un sogno,
però non riesco a fuggirgli”.

Perché dovresti spendere 10 euro per un romanzo breve edito da una piccola casa editrice semi sconosciuta?
Banalmente, per la cura editoriale, per l’impaginazione, l’assenza di refusi e il piacere di avere una storia in cui rifugiarti mentre fai la fila all’ufficio postale. Ancora più banalmente, perché la bellezza di un libro non si misura nel numero di pagine né in euro spesi. Ma, soprattutto, potresti comprarlo se non hai mai visto il Cile di Pinochet con gli occhi di un adolescente.
Ho letto le pagine della Fernández in uno stato di torpore: il volto della piccola Estrella Gonzales che mangia una baguette con crudo e formaggio nel cortile della scuola si sovrappone ai ragazzini che corrono; i servizi segreti, intanto, sgozzano il leader sindacale Tucapalo Jimenez. Ho troppo sonno, dovrei spegnere la luce, ma vengo distratta dalle voci di un gruppo di ragazzetti che intonano qualcosa mentre marciano. Marciano e battono le mani ma non capisco cosa dicano. Lanciano volantini rossi, qualcuno urla “marcia della fame”; hanno appena dodici anni, non dovrebbero marciare, vorrebbero solo correre, ridere, abbracciarsi e capire cos’è questa storia che la gente scompare quando si mette in politica.

Non è possibile che si sia messo in politica perché è ancora piccolo, dice Maldonado. […]
Invece no, per alcune cose non siamo così piccoli, risponde Bustamante. Si tratta di politica. Tutto è politica. A che serve. Chi se ne importa. Ma c’è un motivo se non si può essere politici, c’è un motivo se è proibito dal governo. Non è giusto che si proibiscano le cose.
Qualcuno lo sa cosa significa occuparsi di politica?

Basta con queste sciocchezze. Adesso devo dormire. Chiudo gli occhi e vedo corone di fiori, bare, corpi in mille pezzi, un altro funerale. Dove sono finiti i bambini che giocano a Space invaders?
Oggi che non sono più così piccoli hanno capito cosa significhi occuparsi di politica? Chi è sopravvissuto, sogna ancora protesi e mani di ricambio? Ha imparato a distinguere gli incubi dalla storia?  
Mi rassegno ad accendere la luce, scompare Pinochet però resta l’inquietudine per quel gioco della morte in cui non si riesce mai ad attaccare. Ci si può solo difendere.  


Anche Edicola ediciones sarà alla Fiera romana Più libri più liberi (stand H07).
Qui, invece, trovate una bella intervista a Nona Fernández, realizzata dall’ottimo Andrea Pennywise. Della stessa autrice sta per uscire in Italia Mapocho, edito da gran via edizioni (stand E20), altra casa editrice a me poco nota. Mi sa che andrò a curiosare.

Nona FernándezSpace invaders, trad. Rocco D'Alessandro
Edicola ediciones, Ortona, 2015.


sabato 21 maggio 2016

XXIX Salone internazionale del Libro di Torino: ho messo in valigia…

Se sei allergica alla folla, al vociare, ai volantini che ti perseguitano pure in bagno, alle file interminabili per un caffè, al costo esagerato per una bottiglietta d’acqua, all’effetto IKEA in una piovosa domenica pomeriggio… il Salone del Libro di Torino non fa per te. Quindi, vi starete chiedendo, perché continui a tornarci ogni anno?
Perché, lagne a parte, porto sempre a casa qualcosa di bello.
 
Paco Ignazio Taibo II racconta il suo "A quattro mani", La nuova frontiera.
Momenti belli:
üLa cenetta in zona San Salvario, a due passi dalla Libreria Trebisonda, con gli amici romani del gruppo di lettura del Klamm. Mi confronto con Simona sullo stile di Jan Brokken, che a me è piaciuto tantissimo e a lei un po’ meno. Intanto Irene parla di editori che non pagano e di piccoli editori dal grande potenziale e Laura non la smette più di elencare progetti volti alla promozione della lettura. Il babbo di Fabio cena in silenzio, ma ci osserva attentamente. Quante volte avrà voluto zittirci tra una forchettata di pasta e un goccio di vino rosso.
ü) Incontrare gli scratch readers senza l’incubo di skype che cade, abbandonandoci nel bel mezzo di una discussione sull’orizzontalità del racconto rispetto alla verticalità del romanzo (concetto che mi è rimasto oscuro).  
ü) Camminare per le vie di Torino con un’amica che non vedevo da anni. Leccare un gelato e parlare fino a notte fonda.
üCorrere sul Lungo Po mentre Torino sonnecchia ancora.
ü) Visitare il Museo Egizio. Il fascino irresistibile delle mummie dopo gli schiamazzi delle scolaresche nel Bookstock Village.
üPaco Ignazio Taibo II alle 9.00 di mattina che trascina due enormi valigie nella stazione di Torino Porta Nuova. “Buongiorno! Che onore poterla ascoltare ieri pomeriggio. È stato meraviglioso”. Lui che si mette la mano sul cuore e ringrazia, dicendo di esser incantato da tanto calore. Io che salgo sul treno con gli occhi a cuoricino.
üL’entusiasmo di Giulia Zavagna mentre traduce le parole del boliviano Rodrigo Hasbùn. Uno che dichiara di aver scritto seguendo la logica del silenzio per lasciar più spazio all’immaginazione del lettore non puoi non comprarlo e leggerlo.
Fabio Geda presenta "I jeans di Bruce Springsteen" di Silvia Pareschi  
üL’incontro con Silvia Pareschi. Lei che mi presenta suo marito mentre io mi chiedo: “Ma sto davvero chiacchierando con la traduttrice di Franzen?”.
ü) Fabio Geda che, presentando I jeans di Bruce Springsteen di Silvia Pareschi, racconta di quando copiava intere pagine di Fenoglio, per la gioia di riscrivere brani altrui che ci hanno emozionato (io sorrido felice: non sono l’unica pazza).
ü) Scoprire piccole realtà editoriali come Edicola, una casa editrice abruzzese che pubblica tra l’Italia e il Cile; oppure Cliquot edizioni, che ripropone Riso nero di Sherwood Anderson in una nuova traduzione.
ü)  Trovare i tipi dell’Orma allo stand della Sur che pubblicizzano (e vendono) libri provenienti dall’America Latina. Quei geni di Exòrma se le inventano tutte pur di dimostrare la sinergia e la ricchezza (spirituale) che caratterizza gli editori indipendenti. Questa volta, la mente perversa di Silvia Bellucci, ufficio stampa di Exòrma, ha partorito Editori in scambio: un’iniziativa straordinaria che a me è piaciuta tantissimo.
üIl viaggio di ritorno. Iniziare a chiacchierare con la signora accanto che sta leggendo Il posto di Annie Ernaux. Si scoprono tante di quelle affinità da diventare amiche strada facendo.


L'appartamento della casa editrice NN al Salone di Torino

Ora Torino sembra lontanissima: i libri, la gente, le occasioni mancate, le osservazioni sul futuro dell’editoria e sull’Italia che non legge. Ma lascio ad intellettuali e sociologi le disquisizioni sui grandi temi. Dopo tanta confusione, mi ritiro nel silenzio delle mie stanze. 

Bottino torinese