L’astuccio di plastica, le scarpe con le suole di gomma,
l’orologio d’oro. Avevamo il tempo di desiderare le cose. Possederle non
deludeva mai. Le si offrivano agli sguardi e all'ammirazione altrui.
Custodivano un mistero e una magia che non si esauriva né nella contemplazione
né nell’uso. Dopo averle finalmente ottenute, girandole e rigirandole tra le
mani, continuavamo ad aspettarci da loro chissà cosa.
Ti ho ascoltato attentamente, Annie, mentre ci parlavi dal palco
della sala Diamante di Più Libri Più Liberi. La tua calma, la tua eleganza, il
tuo soppesare le parole. Hai detto che ami tanto le parole, l’ho sentito bene.
Ma che non provi alcun piacere nello scrivere; che non capisci proprio come facciano
alcuni scrittori ad esclamare con enfasi Io amo scrivere!
Hai detto che la scrittura è una fatica enorme, un processo
lungo, elaborato. Ma dimmi, Annie, come si può esecrare la scrittura e tirar
fuori tanta poesia da una foto? Scompagini le tue fotografie, riorganizzi i
pensieri, e racconti una storia che è tua, della Francia, delle donne, di tutti
noi.
Leggo della tua infanzia, dell’immensità della Francia vista
dalla tua cittadina, quel luogo da cui Parigi sembrava lontana, meravigliosa,
un viaggio. Parli di te, ma stai parlando anche di me, sebbene sia nata solo negli
anni 70, a un centinaio di chilometri da Roma. Parli della mia prima gita
scolastica, della Capitale, immensa, distante, pericolosa agli occhi di chi non
si era mai spostato dal suo paesello di campagna.
Parli di me, anche se ho l’età dei tuoi figli e non dovrei rivolgermi a te con questo sconsiderato tu. Ma non riesco a farne a meno, tanta è la confidenza che sei riuscita ad instaurare con due romanzi.
Parli di me, anche se ho l’età dei tuoi figli e non dovrei rivolgermi a te con questo sconsiderato tu. Ma non riesco a farne a meno, tanta è la confidenza che sei riuscita ad instaurare con due romanzi.
