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martedì 20 settembre 2016

Mi chiamo Lucy Barton, Elizabeth Strout

Copia della biblioteca di Frascati 
Oggi che la mia vita è cambiata così tanto, ci sono momenti in cui ripenso agli anni della mia prima infanzia e mi ritrovo a dire: Non era poi chissà quale tragedia. E forse non lo era. Ma ci sono anche momenti in cui, all’improvviso, mentre percorro un marciapiede assolato, o guardo la chioma di un albero piegata dal vento, o vedo il cielo di novembre calare sull’East River, mi sento invadere dalla consapevolezza di un buio talmente abissale che potrei urlare, e allora entro nel primo negozio di vestiti e mi metto a chiacchierare con una sconosciuta dei modelli di maglioni appena arrivati. Deve essere il sistema che adottiamo quasi tutti per muoverci nel mondo, sapendo e non sapendo, infestati dai ricordi che non possono assolutamente essere veri.

Lucy Barton trascorre l’infanzia in un garage di Amgash, un minuscolo paese di case mezze diroccate nell’Illinois, tra campi di granturco e soia a perdita d’occhio e laggiù, in fondo, un allevamento di maiali. Il padre di Lucy fa il trattorista, la madre fa riparazioni di sartoria, la sorella maggiore ha un pessimo carattere e il fratello si diverte a vestirsi da donna e indossare scarpe con i tacchi alti.
Al parco giochi i bambini ci dicevano «La vostra famiglia fa schifo» e scappavano via tappandosi il naso con le dita.
Così Lucy Barton assaggia sin da piccola il sapore della solitudine, che non le si toglie più di dosso. Poi la maestra inizia a passarle dei libri e lei si sente meno sola.
I libri mi davano qualcosa. È questo che penso. E mi dicevo: Scriverò libri e le persone si sentiranno meno sole.
Lucy Barton ancora non lo sa ma è una persona spietata, una che riesce ad aggrapparsi a sé stessa e a scaraventarsi nella vita, salutando tutti, garage e famiglia, che alla fine neanche le piaceva così tanto, e andarsene per la sua strada.
Sono passati anni dall’infanzia ad Amgash e Lucy Barton, con la sua nuova vita newyorchese e la stessa solitudine di sottofondo dei tempi del garage, è in ospedale; nessuno capisce cosa abbia. Sua mamma, che non incontra da un secolo, è venuta a trovarla. Non perché sia preoccupata o desideri vedere la figlia, ma perché il genero l’ha chiamata, le ha pagato il biglietto aereo e le ha detto di andare.
È un amore strano quello tra Lucy e la madre e si racchiude tutto in quello star seduta ai piedi del letto, in una camera d’ospedale, e stringerle un piede attraverso il lenzuolo mormorando «Ciao Bestiolina. […] Vedrai che guarisci, non ho fatto nessun sogno». Un altro modo di dire «Tranquilla, non ti succederà nulla. Sono qui e ti voglio bene».
Anni senza una telefonata, una lacrima, una parola affettuosa, un abbraccio. Un amore a distanza anche quando si è nello stesso luogo. Tu pensi che di una mamma così, di due genitori così, non potrai mai sentir la mancanza. Invece, quando li perdi, il mondo inizia a sembrarti diverso.
Sono le parole non dette a lasciar il segno in questo romanzo; frasi asciutte, dirette, la palpabile percezione del vuoto anche se la tua mamma è tutt’altro che silenziosa e assente.
Ciascuno di noi ha una sola storia e Lucy Barton, in poche pagine, ci racconta la sua.
 
Illinois, dal sito di Paul Aparicio
L’ho messo in valigia per la trasferta al Festivaletteratura di Mantova. Perfetto per un viaggio in treno, possibilmente in area silenzio, meglio se in autunno. Scenderete in stazione immalinconiti, ripensando alla storia di Lucy Barton e chiedendovi quale sia la vostra unica storia e in quanti modi diversi l’abbiate già raccontata.    

Elizabeth Strout, Mi chiamo Lucy Barton (My name is Lucy Barton)
Trad. Susanna Basso, Giulio Einaudi Editore, 2016.


giovedì 2 agosto 2012

Della fatica di leggere e dell’arte del tradurre


Sono affetta da shopping libresco compulsivo. Minore è il tempo libero di cui dispongo, maggiore il numero di libri che acquisto. Periodicamente mi impongo regole ferree da rispettare, tipo una soglia massima mensile da spendere, superata la quale è assolutamente vietato mettere piede in libreria o cliccare sui vari siti internet da cui mi approvvigiono più di frequente. Poi le regole si sbriciolano, viene fuori una qualche eccezione e mi ritrovo a guardare sconsolata la mia libreria. È desolante constatare che il numero di libri letti è di gran lunga superiore a quelli da leggere. Se smettessi di acquistare libri oggi stesso quanti mesi impiegherei per poter dire “Non ho più nulla da leggere”? Indefiniti.
La smania di assecondare l’urgenza del momento mi ha portato ad acquistare diversi titoli in lingua inglese, salvo poi rimandarne in continuazione la lettura.
L’edizione della RandomHouse di Olive Kitteridge mi guardava ammiccante da un paio di anni. Ogni tanto ne sfogliavo le pagine per poi rimettere il volume al suo posto. Un mese fa, ho preso il volume, ho guardato la libreria e ho deciso che:
a)     Stavolta lo faccio davvero: non posso continuare ad acquistare libri in modo sì sconsiderato;
b)    È giunto il grande momento di Olive Kitteridge.

Sul primo punto non posso garantire. Il secondo è stato rispettato.
Leggevo in inglese, avevo colleghi stranieri, condividevo un pezzo di vita con persone di altri paesi. Sì, diversi anni fa. Fai una fatica immane per familiarizzare con una lingua straniera poi basta pochissimo per dimenticare ogni cosa. Eppure nel tuo intimo nutri l’irrazionale speranza che, superato lo scoglio delle prime dieci pagine, te la caverai con disinvoltura, quasi fosse la tua lingua. Pie illusioni.
Nell’arco di un mese si sono succeduti questi pensieri (in ordine sparso, alcuni ripetuti più volte):
1)    Nooo. È il momento sbagliato! Ma come posso pretendere di leggere un libro del genere in pausa pranzo? Impossibile.
2)    Noo. Sono troppo stanca per intrufolarmi in una lingua diversa dall’italiano. Lo leggerò in un altro momento.
3)   Belli però questi frammenti di vita raccontati in modo così insolito. Magari prendo in prestito il libro edito da Fazi e me lo leggo in italiano.
4)  Chissà come l’avranno tradotta quest’espressione qui? Cioè, non so se esista una parola in italiano che renda tanto bene l’espressione americana (inglese? No, penso sia proprio americana). Beh, certo che leggere in lingua originale è tutta un’altra cosa.
5)  E che significa? Ma sì, è un phrasal verb e sono certa che ne conoscevo il significato ma non riesco a ritrovarlo. Frustrazione.
6)    È una bella fatica. Ma ormai sono a metà libro…
7) Sì, hanno fatto bene a scrivere tutte quelle recensioni positive. Magari un giorno lo leggerò anche in italiano, sarà un confronto interessante.

È vero: del libro non vi ho raccontato nulla, ma qui potrete leggere decine di recensioni. Per l’ennesima volta ho riflettuto sul ruolo dei mai abbastanza lodati traduttori e dell’arte del tradurre. Con la lingua inglese e con il portoghese è solo pigrizia: in effetti, potrei leggere l’opera originale. Finirei con il leggere a malapena dieci libri l’anno, ma potrei farcela. Per tutte le altre lingue sarebbe quasi impossibile.
Tradurre è un’arte più che un mestiere. La traduzione può addirittura migliorare l’opera prima. O la può distruggere. Eppure noi lettori ce ne dimentichiamo spesso. E, in alcuni casi, se ne dimenticano anche le case editrici a giudicare da qualche libro che mi è capitato tra le mani.
Mi riprometto per il futuro di faticare nuovamente con i testi in lingua originale ma, comunque, sempre sia lodato il bravo traduttore!