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venerdì 28 gennaio 2022

Crossroads, Jonathan Franzen

 


L’ho guardato; soppesato; mi sono chiesta se veramente volessi trascorrere una decina di giorni nell’immaginaria New Prospect, nei sobborghi di Chicago, agli inizi degli anni Settanta con la famiglia Hildebrandt. Ho poggiato il volume sulla consistente pila accatastata in libreria e ho girellato per un po’, prendendo un romanzo dietro l’altro. Nulla che mi convincesse. È stato definito l’evento letterario del 2021. Checché ne dicano, non sarà mai paragonabile a Le correzioni, ma è pur sempre Jonathan Franzen. Alla fine, sono uscita dalla libreria con queste 630 pagine, copertina rigida, in borsa.

Non è Le correzioni, ma io ho ritrovato lo stesso Franzen capace di prendermi e di trascinarmi nella sua storia senza voler fare o leggere altro per giorni; in sintesi, ho trascorso le mie ferie natalizie tra la comunità di Crossroads e la casa della famiglia Hildebrandt, ammirando l’ironia di Marion, irritandomi con Becky, chiedendo a Clem di non essere così rigido con sé stesso. Una famiglia ordinaria, guidata dal pastore protestante Russell, un uomo ancorato al passato, ai suoi dischi di musica blues e a una vecchia giacca di montone che gli ricorda l’epoca in cui era un ragazzo vigoroso e puro. Da buon mennonita, predica la correttezza e l’integrità, ma è troppo fulminato dalla giovane parrocchiana Frances Cottrell per rendersi conto dei cambiamenti che imperversano nella sua famiglia. A quanto pare, Marion non è più la moglie remissiva e accondiscendente che ha sposato. Ma Russ ha mai conosciuto veramente la donna che ha sposato? E può davvero dire di conoscere i suoi quattro figli?

Crossroads (edito da Einaudi e tradotto in italiano, come tutte le opere di Franzen, da Silvia Pareschi) è molte cose: è un romanzo sui complessi meccanismi che tengono insieme o disgregano una famiglia; è un romanzo in cui tutti i personaggi cercano qualcosa in cui credere ma finiscono col nascondersi dietro al mito del cattolicesimo e della fede in Dio per giustificare i tanti sensi di colpa e le scelte di vita di cui non sono felici. Giunti a un incrocio, i personaggi di Crossroads sembrano sempre scegliere la strada che li farà retrocedere.

Pensavo fosse anche un romanzo incentrato sul rapporto che ciascun individuo ha con la religione e con la fede, ma poi ho letto un’intervista di Franzen in cui afferma che la religione occupa un ruolo marginale nella storia. “È quasi un caso che questo sia un romanzo sulla fede, diciamo che rappresenta l’1% del libro”. È tuttavia indiscutibile il fatto che il gruppo giovanile cristiano Crossroads (fulcro del romanzo) rifletta la comunità religiosa di cui ha fatto parte lo stesso Franzen da giovane; una realtà che lo scrittore conosce bene, pur ribadendo il suo essere ateo. “Nel romanzo non faccio satira della fede, non guardo dall’alto in basso chi crede, cerco solo di calarmi in quel mondo”.

Al di là delle affermazioni di Franzen, devo ammettere che alcuni dialoghi, alcune riflessioni sul peccato, sul tormento dei credenti e sul mettere alla prova la propria fede mi sono sembrati eccessivi e poco verosimili. Stando alle parole dello scrittore, la religione è solo un mito, uno dei tre miti che esplorerà nella trilogia A key to all Mythologies, di cui Crossroads costituisce il primo volume. E forse una delle cose che più mi ha lasciata interdetta è stata proprio la parte finale del romanzo. Che di fatto non finisce, perché Franzen lascia presagire che la storia continuerà. Con gli stessi protagonisti? Resteremo nel Midwest degli anni 70? Quale sarà questa volta il mito su cui si concentrerà lo scrittore?

Non so se sia la migliore pubblicazione del 2021 come è stato detto e scritto da molti; so che la mia esperienza di lettura è stata piacevole e totalizzante.


mercoledì 8 dicembre 2021

Rosemary’s baby, Ira Levin

 

Non smetto mai di scrivere e cancellare programmi di lettura. Faccio liste mensili, stagionali, annuali. Anni e anni di liste di libri da leggere in un arco temporale ben definito avrebbero dovuto insegnarmi che non le rispetto mai. Ma continuo imperterrita. Rosemary’s baby, per dire, non era mai comparso in nessuna delle mie liste. Poi, però, ho ascoltato Selvaggia Sostegni, lettrice voracissima, parlarne con toni così convincenti da avere l’urgenza di recuperare il romanzo. L’ho trovato disponibile tra gli ebook per il prestito digitale della mia biblioteca (MLOL) e zac!, l’ho letto in una domenica di pioggia.


Lo so, è un titolo celebre così come è arcinota la trasposizione cinematografica realizzata da Roman Polański, eppure, lo confesso, non ho mai visto neanche il film.

Ira Levin racconta la storia della giovane coppia Woodhouse: Guy, attore emergente alla ricerca della parte che lo renderà memorabile, conferendogli fama e ricchezza e lei, Rosemary, mogliettina innamorata, desiderosa di una famiglia numerosa (almeno tre figli che abbiano due anni di differenza l’uno dall’altro) e di una bella casa. Rosemary legge ancora Dickens (Certo che lo leggo. Nessuno smette di leggere Dickens) e Daphne Du Maurier, e aspira a un appartamento nel Bramford, cuore di Manhattan. L’occasione giusta arriva: la facciata del palazzo è ornata da gargoyle, l’appartamento è spazioso e con i soffitti alti, il soggiorno ha due ampie finestre, due bovindi con i vetri a losanghe e una panchetta incassata. E poi c’è il caminetto e una splendida libreria in legno di quercia.

«Nel complesso sembra fatto su misura per una giovane coppia come voi».

Troppo delizioso per lasciarsi scoraggiare dalle sinistre leggende associate al Bramford e a quelle sciocche storie che parlano di suicidi e stregoneria.

«Il palazzo ha un’alta percentuale di precedenti sgradevoli, perché esporsi di proposito a un pericolo? Andate al Dakota o all’Osborne, se proprio non potete fare a meno del lustro del Diciannovesimo secolo».

Ma le parole dell’amico Hutch non dissuadono affatto i coniugi Woodhouse. Stregoneria e satanismo nel Ventesimo secolo. Suvvia! Assurdo.


Il romanzo di Ira Levin, uscito nel 1967, originariamente pubblicato in Italia dalla Garzanti, è stato per lungo tempo fuori catalogo. È stato poi ripubblicato dai tipi della SUR nel 2015, sempre nella traduzione di Attilio Veraldi. È invecchiato bene? Per quanto mi riguarda, ho trovato qualche scena un po’ banale, sebbene un filo d’inquietudine abbia caratterizzato tutta la lettura del romanzo. Sarà stata la pioggia incessante di una domenica di fine novembre, sarà stata la giusta atmosfera, sarà che avevo voglia di un genere diverso, ad ogni modo, Rosemary’s baby ha catturato totalmente la mia attenzione. Era da qualche tempo che non mi capitava di leggere un libro tutto d’un fiato in un solo giorno. Ora dovrò guardare il film. 

 


Neanche a dirlo, il fatto che Rosemary legga Dickens e un romanzo di Daphne Du Maurier ha comportato la necessità di procurarmi un paio di titoli che, ahimè, non avevo ancora inserito nella lista delle prossime letture…

 

martedì 6 agosto 2019

Gli inquilini, Bernard Malamud


Se quella sera Fabietto non fosse arrivato a casa con ben tre regali, non credo avrei letto Gli inquilini. Non subito almeno. Penso che, alla prima occasione utile, avrei acquistato L’uomo di Kiev e suppongo sarebbe rimasto impilato tra i libri da leggere per un paio d’anni, cosa che accade con una certa frequenza ormai. 
Invece, quella sera, prima ancora che leggessi Il commesso, Fabio era arrivato con Gli inquilini dicendo che era un libro bellissimo, che l’aveva catturato beh molto più del commesso, perché qui si parla di scrittura. È intenso, affascinante, diverso; siamo noi e il nostro rapporto con la letteratura.
Non è Bernard Malamud, mi son detta dopo il primo capitolo. Non può essere lo stesso scrittore che mi ha presentato Morris Bober. Lo stile è senza fronzoli, l’atmosfera è cupa ma la voce è diversa, più potente, disperata, senza pietà.
Sono qui, a New York, all’angolo tra la Trentunesima Strada e la Terza Avenue e guardo questo palazzo fatiscente che attende d’esser demolito: un edificio di mattoni sbiaditi, costruito all’inizio del 900, in cui hanno abitato almeno 35 famiglie prima di raggiungere un compromesso con il proprietario, il signor Levenspiel. La maggior parte degli inquilini ha incassato la liquidazione ed è andata via. Harry Lesser no. Gli altri edifici si sgretolano intorno a lui ma Harry non demorde. Bianco, ebreo, scapolo, 36 anni di cui dieci trascorsi cercando di scrivere il capolavoro della vita, il romanzo che lo riscatterà dall’ultima disastrosa pubblicazione. È uno scrittore di professione, un abitudinario: quello che sarà il suo grande capolavoro è stato concepito in quest’appartamento al sesto piano ed è qui che verrà finito. Non c’è dubbio.
La casa è dov’è il mio libro.
Poi, un mattino presto, il silenzio del palazzo viene interrotto dal ticchettio di una vecchia macchina da scrivere.
Il deserto corridoio era deserto.
Si sforzò di ascoltare, e sebbene ascoltasse per non udire, udì lo smorzato ticchettio di una macchina da scrivere, inconfondibile. Gli parve, nonostante la familiarità di quel rumore, di sentirlo per la prima volta in vita sua, sensazione non scevra da un’invidia competitiva. Lui stava da tanto tempo sopra un unico libro – qui c’era forse qualcuno che ne scriveva un altro?
Già, Willie Spearmint, afroamericano, giovane, barbetta a punta, labbra sensuali, occhi gonfi per la concentrazione, niente affatto brutto.
Batte su quella macchina da scrivere come un forsennato; ha bisogno di un luogo in cui rifugiarsi per scrivere il suo primo libro e quel sesto piano di un palazzo fatiscente è il luogo perfetto.
L’inquilino abusivo contro l’inquilino irriducibile.
Per Willie, il bardo della negritudine, la vera arte è la rivoluzione. Pagine che traboccano di contenuto ma prive di forma. Harry, invece, è ossessionato dalla forma, il suo è un continuo lavoro di riscrittura. Forma, forma, forma ma la sostanza sembra scivolar via. Scrive dell’amore senza saper neppure cosa sia.
Malamud contro Malamud, la disciplina contro l’istinto, la scrittura per sopportare la vita contro la scrittura per imporsi nella vita. E, da ultimo, la scrittura che ha il sopravvento sulla vita.


Fabietto aveva ragione: un libro affascinante, non so dire se più bello o più coinvolgente del commesso. Diverso. A tratti irritante, a tratti fuffa, a tratti incomprensibile, a tratti vorresti prendere l’inquilino irriducibile, fargli accettare quella buonuscita e sbatterlo una volta per tutte fuori da quel palazzo. Ma poi chiudi il libro e resti a rimuginare sulla parola pietà.

Bernard Malamud, Gli inquilini (The Tenants), traduzione di Floriana Bossi, minimum fax. 

venerdì 12 luglio 2019

Bernard Malamud e le cose da poco


Era un sabato di settembre del 2016, era il mio primo festival della letteratura di Mantova ed io mi aggiravo tra i banchetti dei libri usati, più per riflettere su quanto ascoltato che per acquistare libri. Mi colpì questa copia apparentemente mai sfogliata, foderata con cura (c’è ancora qualcuno che fodera i libri?) de Il commesso di Bernard Malamud. 5 euro.
Di Bernard Malamud, scrittore ebreo americano, premio Pulitzer nel 1967, non sapevo granché; da qualche anno Minimum fax aveva iniziato a ripubblicarlo in Italia e, più di recente, i Meridiani Mondadori avevano dedicato due volumi ai romanzi e ai racconti dello scrittore; ricordavo d’aver letto un articolo interessante di Luca Briasco e uno dell’americanista Paolo Simonetti che mi avevano incuriosito. Abbastanza per tirar fuori i miei 5 euro e infilare il libro nello zaino.
Il commesso ha subito un paio di traslochi prima di essere impilato nella sezione “da leggere” della mia attuale libreria, per poi finire nella programmazione delle letture da condividere con il gruppo di lettura della biblioteca. Quando l’ho proposto, il mese scorso, m’aspettavo che qualcuno dicesse “sarà una rilettura”. Invece non lo conosceva nessuno.


L’altra sera sono entrata nella bottega di Morris Bober; lui era nel retrobottega, probabilmente stavo sfogliando un giornale. Il Forward, potrei giurarci. O forse un giornale yiddish del giorno prima. Ho salutato senza alzar troppo il tono della voce; il bancone consunto, la luce fioca, il silenzio mi fanno sempre temere che il mio ingresso sia un elemento di disturbo più che una fonte di guadagno. Ho sentito il cigolio del divano e il grembiule di Morris è uscito dall’ombra. Ho preso i miei due panini, qualche fetta di prosciutto e un pacchetto di tovaglioli di carta. Non che ci sia tanta scelta da Morris e i prezzi non sono così convenienti. Ma non so resistere al sorriso affabile di quest’uomo, troppo buono per poter fare affari, uno che si arrabatta da trent’anni in un quartiere di poveracci, dalla fuga dai pogrom del paese natio al sogno americano. 
Troppo onesto per poter far fortuna a Manhattan, troppo malinconico per poter rallegrare la tua giornata, troppo fiducioso nel prossimo per non farsi fregare. Ida, sua moglie, sta urlando qualcosa dal piano di sopra. Si lamenterà del fatto che gli incassi scemano e che suo marito non si decide a mettere in vendita questa botteguccia. 
Morris ora ha un aiutante, Frank, origini italiane, un altro sfigato che nella vita ha scelto costantemente la strada sbagliata. Non vuole fare il commesso per sempre, sostiene di avere troppa immaginazione per potersi chiudere in una drogheria, di un ebreo per giunta. Sta solo prendendo fiato, per poi lanciarsi in nuovi e più ambiziosi progetti. Qualche furtarello. O si è semplicemente invaghito di Helen Bober, così carina mentre torna dal lavoro o dalla biblioteca con un libro sottobraccio, quasi a volersi proteggere dal mondo circostante. Poco conta che la mamma le gridi dietro frasi per nulla gentili, ricordandole che ha già ventitré anni, che deve pensare a prender marito, un buon partito che risollevi le sorti della famiglia. Altro che chiudersi in camera con un libro.
«Si diventa ricchi a legger libri?»
Niente affatto. E poi, perché continuare a sprecar tempo con i romanzi? Anche oggi, per dire, luglio 2019, dintorni di Roma, perché trascorrere una serata con Il commesso anziché farsi un selfie, in un locale trendy, con una birra in mano?
Questa la so. La risposta me l’ha suggerita Helen, parlando di Dostoevskij (ma non so se sia la risposta corretta).
Frank le chiese che libro stesse leggendo.
«L’idiota. Lo conosce?» 
«No. Che roba è?» 
«È un romanzo». 
«Preferisco leggere la verità». 
«È la verità», disse Helen.

La prossima settimana scoprirò cosa ne pensa il gruppo di lettura.

Bernard Malamud, Il commesso (The Assistant), traduzione di Giancarlo Buzzi, Minimum fax. La mia edizione è del 2013.

sabato 5 gennaio 2019

Il lago, la casa e quelle cure che non curano


Acquistai Le cure domestiche, esordio letterario di Marilynne Robinson, appena pubblicato dalla Einaudi. Credo fosse la fine del 2016 ma Housekeeping (tradotto in italiano da Delfina Vezzoli) era uscito negli Stati Uniti già nel lontano 1980. Ad incuriosirmi era stato un articolo in cui si parlava dell’allora Presidente americano Barack Obama, così entusiasta della scrittura della Robinson da voler intervistare la sua autrice preferita per la New York Review of Books.
Il romanzo che tanto aveva ammaliato il Presidente era stato Gilead (Premio Pulitzer nel 2005), ma a me stupiva troppo l’idea che un politico, indipendentemente dal partito e dall’incarico ricoperto, parlasse di narrativa. Pensare che potesse addirittura desiderare di intervistare una scrittrice mi sembrava fantascientifico. Fatto sta che, anziché prendere l’ormai nota trilogia di Gilead, mi trovai tra le mani Le cure domestiche, che inizia così:
Mi chiamo Ruth. Sono stata allevata insieme a mia sorella più piccola, Lucille, da mia nonna, Mrs. Sylvia Foster, e quando lei morì, dalle sue cognate, Miss Lily e Miss Nona Foster, e quando loro scapparono via, da sua figlia, Mrs. Sylvia Fischer. Siamo passate da una generazione all’altra, ma abbiamo sempre vissuto nella stessa casa, la casa della nonna, costruita per lei da suo marito, Edmund Foster, un impiegato delle ferrovie che lasciò questo mondo molto prima che io ci entrassi. Fu lui che ci relegò quaggiù in questo posto inverosimile.
Il posto inverosimile è Fingerbone, una cittadina immaginaria, sviluppatasi sulla riva di un lago, un tempo immenso e ora solo inquietante. Un lago dai mille strati di acqua, che ghiaccia in inverno e si alza in primavera, entrando nelle cantine delle case e facendo diventare l’erba scura e dura come le canne. Un lago che, nel corso degli anni, ha ingoiato uomini, donne, automobili e treni.
Sylvie, la zia di Ruth e Lucille, racconta di viaggi in treno e in autobus, racconta di persone strambe incontrate nel suo errare, indossa abiti fuori moda, trascorre ore intere a scrutare il buio oltre la finestra. Parla molto di cure domestiche, ma la casa costruita da suo papà è ormai lercia, ospita uccellini morti, ragnatele, pile di piatti mai lavati, vecchie riviste e decine di lattine vuote. Dovrebbe accudire le nipoti, rimaste orfane, ma il suo concetto di cura si discosta troppo dall’idea di educazione delle signore di Fingerbone. In fondo Sylvie una casa non l’ha mai trovata, e la piccola Ruth sente di non essere troppo diversa dalla zia.
Marilynne Robinson esplora l’imbarazzo della solitudine, la difficoltà nel trovare il proprio posto nel mondo, la fragilità dei ricordi. Non è un romanzo da leggere in fretta, perché si sciuperebbero diversi spunti di riflessione, ma non mi è sembrato neppure il romanzo “potentissimo” pubblicizzato dalla quarta di copertina.
E comunque, Gilead è già finito nella corposa lista dei prossimi acquisti.

Marilynne Robinson e Barack Obama - The New York Review of Books

mercoledì 27 dicembre 2017

Il medico della nave / 8, Amy Fusselman

Marilena è arrivata in libreria, m’ha dato un bacio e un pacchetto. Mentre lo leggevo ho pensato che questo libro ti sarebbe piaciuto. Non c’era nulla da festeggiare, Natale era ancora lontano, ma gli amici lettori non cercano pretesti per regalare libri. Lo fanno e basta.
Ah che bello!, l’ho detto non pensando al libro in sé, ma al gesto d'amicizia e all’idea di leggere qualcosa pubblicato dalla giovane Black Coffee, casa editrice di cui conosco i fondatori ma di cui non avevo ancora letto nulla.
Poi c’è stata la fiera dell’editoria romana, la confusione, gli impegni già presi, i gruppi di lettura. Qualche sera fa, stanca del caos natalizio, pensando di avere tra le mani un racconto, inizio a leggere Il medico della nave. Marilena beve. Queste frasette spezzate, questa storia di cui non si capisce nulla. La tipa che non riesce a restar incinta è l’autrice? No che non può piacermi. Metto da parte il libro e dormo.
È arrivato il Natale, lo scambio dei doni, finalmente qualche giorno di ferie, il silenzio post pranzinfamiglia. Riprendo Il medico della nave. Marilena non beve; questi due piccoli testi non sono finzione, vedi? C’è scritto non-fiction, è una specie di diario, come dovresti tornar a scriverlo tu, così una volta per tutte metti su carta le tue paure. Ma io non penso di avere il coraggio di Amy Fusselman. Uno per scrivere certe cose deve esser forte, non deve preoccuparsi di ciò che penserà il resto del mondo (che, per inciso, potrebbe pensare oddio! è successo anche a me).
In questa sorta di memoir, Amy Fusselman si concentra su alcuni episodi importanti della sua vita: il rapporto con il padre, il difficile rapporto con la maternità, l’abuso sessuale subito da piccola. Ma il passato si mescola con il presente, con la musica degli AC/DC e quella dei Beastie Boys, con la terapia craniosacrale e con i racconti strampalati che solo i taxisti newyorchesi sanno regalare. Mentre Amy Fusselman riflette sulla relazione esistente tra spazio e tempo, arriva il Natale anche nella sua New York.
Gioia è anche una parola profondamente legata alla festività del Natale, agli angeli che scendono dal cielo per annunciare il miracolo della nascita di Cristo, la buona novella. Per via dell’incredibile importanza di questa notizia, gli angeli trasgrediscono, superano il confine che divide terra e cielo, il visibile dall’invisibile, l’umano dal divino. Ma questa gioia, mi pare, non appartiene tanto a noi esseri umani, quanto agli angeli. Colmi di gioia, infatti, son venuti a dirci che dopotutto per noi c'è speranza, che dopotutto possiamo ancora aspirare a unirci a loro.
È un libro scritto con ironia, si entra nella testa di Amy, nella sua casa, si gira insieme nelle strade di New York. È toccante senza scivolare nel patetico. Ed è stato un incontro felice: se non me l’avesse regalato Marilena, difficilmente ci sarei inciampata.


Amy Fusselman, Il medico della nave (The Pharmacist’s Mate)/ 8, traduzione di Leonardo Taiuti, Edizioni Black Coffee, 2017.

sabato 5 novembre 2016

Crepuscolo, Kent Haruf

Copia presa in prestito dalla biblioteca di Marino. 
Le giornate si accorciano, l’inverno è dietro l’angolo ma l’aria è mite e il cielo terso. Sono giorni intensi, ci si alza presto, si lavora tanto, qualche pausa caffè, pasti frettolosi scambiandosi frasi essenziali ma allegre. Si arriva al weekend in un batter d’occhio, si fa mente locale e si sorride soddisfatti. Come direbbe Raymond McPheron, tutte le cose sono state fatte come dovevan esser fatte.
È il momento giusto per tornare ad Holt, tra le strade tranquille e le fattorie isolate. È il momento giusto per condividere le giornate con persone taciturne, che cercano di fare bene e volentieri tutto ciò che viene chiesto loro di fare. È il momento giusto per accomodarsi in stanze illuminate dal sole del pomeriggio, mentre i granelli di polvere danzano nell’aria come minuscole creature; l’occasione ideale per andare a scuola con DJ e poi passare a salutare Raymond in ospedale, telefonare alla giovane Victoria Robideaux e vedere come se la stia cavando tra le lezioni universitarie e l’educazione della piccola Katie.
È sempre la stessa Holt di Canto della pianura, la stessa lentezza, la stessa luce obliqua del mattino; dialoghi essenziali, vite solitarie, gli stessi gesti che si ripetono stagione dopo stagione; niente di eclatante. Eppure non riesci a staccartene, non ti va di andar via dalla cittadina. Un po’ come quando corri in una mattinata di fine ottobre, con le foglie degli alberi tra il giallo e l’arancio, l’aria frizzante ma non fredda, il cielo blu percorso dalla scia bianca lasciata da un aereo. Ami ciò che stai vedendo anche se non è niente di eccezionale.
Da mettere in valigia quando non si va in alcun luogo; basta spostarsi dalla camera da letto al divano: Crepuscolo, una tazza di tè (che quel gentiluomo di Raymond berrà solo per non farci dispiacere) e tutto sembrerà come dovrebbe essere.  

Non ho ancora letto Benedizione. È bello sapere che potrò tornare a rifugiarmi nella fattoria di Raymond, prendere una birra al bancone dell’Holt Tavern o andare a cena in una serata di primavera al Wagon Wheel Café. Sempre che Haruf non mi riservi qualche sorpresa…

Particolare di "Nighthawks", Edward Hopper

Kent Haruf, Crepuscolo (titolo originale: Eventide), traduzione di Fabio Cremonesi, NN Editore, Milano, 2015.

martedì 20 settembre 2016

Mi chiamo Lucy Barton, Elizabeth Strout

Copia della biblioteca di Frascati 
Oggi che la mia vita è cambiata così tanto, ci sono momenti in cui ripenso agli anni della mia prima infanzia e mi ritrovo a dire: Non era poi chissà quale tragedia. E forse non lo era. Ma ci sono anche momenti in cui, all’improvviso, mentre percorro un marciapiede assolato, o guardo la chioma di un albero piegata dal vento, o vedo il cielo di novembre calare sull’East River, mi sento invadere dalla consapevolezza di un buio talmente abissale che potrei urlare, e allora entro nel primo negozio di vestiti e mi metto a chiacchierare con una sconosciuta dei modelli di maglioni appena arrivati. Deve essere il sistema che adottiamo quasi tutti per muoverci nel mondo, sapendo e non sapendo, infestati dai ricordi che non possono assolutamente essere veri.

Lucy Barton trascorre l’infanzia in un garage di Amgash, un minuscolo paese di case mezze diroccate nell’Illinois, tra campi di granturco e soia a perdita d’occhio e laggiù, in fondo, un allevamento di maiali. Il padre di Lucy fa il trattorista, la madre fa riparazioni di sartoria, la sorella maggiore ha un pessimo carattere e il fratello si diverte a vestirsi da donna e indossare scarpe con i tacchi alti.
Al parco giochi i bambini ci dicevano «La vostra famiglia fa schifo» e scappavano via tappandosi il naso con le dita.
Così Lucy Barton assaggia sin da piccola il sapore della solitudine, che non le si toglie più di dosso. Poi la maestra inizia a passarle dei libri e lei si sente meno sola.
I libri mi davano qualcosa. È questo che penso. E mi dicevo: Scriverò libri e le persone si sentiranno meno sole.
Lucy Barton ancora non lo sa ma è una persona spietata, una che riesce ad aggrapparsi a sé stessa e a scaraventarsi nella vita, salutando tutti, garage e famiglia, che alla fine neanche le piaceva così tanto, e andarsene per la sua strada.
Sono passati anni dall’infanzia ad Amgash e Lucy Barton, con la sua nuova vita newyorchese e la stessa solitudine di sottofondo dei tempi del garage, è in ospedale; nessuno capisce cosa abbia. Sua mamma, che non incontra da un secolo, è venuta a trovarla. Non perché sia preoccupata o desideri vedere la figlia, ma perché il genero l’ha chiamata, le ha pagato il biglietto aereo e le ha detto di andare.
È un amore strano quello tra Lucy e la madre e si racchiude tutto in quello star seduta ai piedi del letto, in una camera d’ospedale, e stringerle un piede attraverso il lenzuolo mormorando «Ciao Bestiolina. […] Vedrai che guarisci, non ho fatto nessun sogno». Un altro modo di dire «Tranquilla, non ti succederà nulla. Sono qui e ti voglio bene».
Anni senza una telefonata, una lacrima, una parola affettuosa, un abbraccio. Un amore a distanza anche quando si è nello stesso luogo. Tu pensi che di una mamma così, di due genitori così, non potrai mai sentir la mancanza. Invece, quando li perdi, il mondo inizia a sembrarti diverso.
Sono le parole non dette a lasciar il segno in questo romanzo; frasi asciutte, dirette, la palpabile percezione del vuoto anche se la tua mamma è tutt’altro che silenziosa e assente.
Ciascuno di noi ha una sola storia e Lucy Barton, in poche pagine, ci racconta la sua.
 
Illinois, dal sito di Paul Aparicio
L’ho messo in valigia per la trasferta al Festivaletteratura di Mantova. Perfetto per un viaggio in treno, possibilmente in area silenzio, meglio se in autunno. Scenderete in stazione immalinconiti, ripensando alla storia di Lucy Barton e chiedendovi quale sia la vostra unica storia e in quanti modi diversi l’abbiate già raccontata.    

Elizabeth Strout, Mi chiamo Lucy Barton (My name is Lucy Barton)
Trad. Susanna Basso, Giulio Einaudi Editore, 2016.


venerdì 5 agosto 2016

Tutti gli intellettuali giovani e tristi, Keith Gessen



La mia copia e la mia birra 
A Tutti gli intellettuali giovani e tristi sono arrivata per caso e con un certo ritardo.
Qualche mese fa su la Lettura trovo un’intervista di Enrico Rotelli a tal Keith Gessen. Mai sentito nominare prima, ma il giornalista ne parla con toni lusinghieri e le risposte dello scrittore non sono affatto banali.
Keith Gessen nasce a Mosca nel 1975 da una famiglia di origine ebraica, madre critica letteraria e babbo scienziato; a sei anni si trasferisce negli Stati Uniti, laurea ad Harvard, master in Belle Arti a Syracuse. Tanta scrittura su riviste letterarie e non, fino ad arrivare nel 2004 alla fondazione di n+1, una rivista senza scopo di lucro (messa su con altri intellettuali giovani e tristi), che mescola letteratura, politica, saggio e fiction.
Gessen è un attivista politico, arrestato (per un giorno) durante le proteste di Occupy Wall Street, è un democratico che ha sperato nella vittoria di Bernie Sanders, sostiene che Dostoevskij abbia influenzato la letteratura americana e dichiara (l’intervista è di marzo scorso) che I giorni dell’abbandono di Elena Ferrante (chiunque essa sia) sia stato il più amato tra i libri letti di recente.
Capite bene che una biografia del genere, unitamente ad un romanzo dal titolo così intrigante, ti portano in libreria per leggerne almeno l’incipit.

A New York, loro risparmiavano.

Risparmiavano sul succo d’arancia, sul pane in cassetta, sul caffè. Sui film, le riviste, l’ingresso ai musei (il venerdì sera). Sui biglietti del treno, della metro, sull’appartamento fuori mano nel Queens. Era una sorta di principio, a cui non si derogava. Mark e Sasha quell’anno vivevano sulla linea 7 della metro e quando uscivano, su nel Queens, Mark seguiva Sasha come un bimbo mentre lei studiava e confrontava i prezzi dei due alimentari coreani in modo da risparmiare sulla frutta, la verdura e qualche piccola specialità orientale. Risparmiavano anche sui vestiti.

Era il 1998 ed erano innamorati.

Si erano lasciati alle spalle il college, la Mosca dove Sasha aveva trascorso l’infanzia e la periferia residenziale americana dove l’aveva trascorsa Mark; eppure erano riusciti in qualche modo a sfuggire a tutto questo con la giovinezza ancora intatta. Vivere a New York con pochi soldi era un po’ umiliante, ma essere giovani… essere giovani era divino. Se uno avesse avuto più soldi di quelli che avevano loro quell’anno, sarebbe semplicemente invecchiato prima. E così, con il sorriso in faccia, loro risparmiavano.

Dall’incipit all’acquisto il passo è breve. Così mi faccio fregare da un altro sedicente scrittore geniale e raffinato della narrativa americana contemporanea. Non fraintendetemi: il libro non è malvagiomalvagio, ma se dopo le prime pagine interrompi la lettura ogni dieci minuti per guardare il cellulare, mi sa che la storia non ti sta coinvolgendo granché.  
Il romanzo si sviluppa intorno a tre giovani intellettuali: Mark, che avete incontrato poche righe fa, impegnato a scrivere la sua tesi di dottorato sui menscevichi russi, arrabbiato, senza un soldo e innamorato della bella russa Sasha; Sam, ebreo, vuole scrivere il grande romanzo sionista, è innamorato dell’israeliana Talia, ma prima di tutto deve controllare la sua posta elettronica e far in modo che la sua Googlata si rimpolpi (è passato da 300 e rotte pagine di accessibilità al pubblico a scarsi 22 risultati. Il suo nome sta scomparendo da Google: capite il dramma di Sam?, qualcuno potrebbe anche suicidarsi per questo).
Per concludere, c’è Keith, alter ego dell’autore sin dal nome. Studia ad Harvard, è circondato da personaggi improbabili e si dispera per la sconfitta dei democratici nel 2000 (do you remember George W. Bush vs. Al Gore?).
Sono tutti poveri in canna, fanno lavori precari, bevono birra, si innamorano, leggono molto (prevalentemente russi), parlano di politica, di riscaldamento globale, della questione palestinese e delle guerre americane per diffondere la democrazia. Qualche volta ho sorriso, altre volte ho sbadigliato, spesso son tornata indietro perché avevo perso un passaggio. C’è tanta ideologia, tanti riferimenti ad eventi storico-politici realmente accaduti, tanta, troppa carne al fuoco. E alla fine ti ritrovi tra le mani solo l’inconsistenza di una scrittura raffinata e il malinconico ricordo di quando anche tu avevi 23 anni e pensavi di poter cambiare il mondo.
 
Harvard - Lamont Library
Io l’ho messo in valigia per una trasferta di lavoro in terra campana ma vi direi che, se non siete degli attenti osservatori della narrativa americana contemporanea, non è così necessario infilarlo in borsa.
Pare che Keith Gessen stia scrivendo il suo secondo romanzo. A me è bastato il primo.

Keith Gessen, Tutti gli intellettuali giovani e tristi (All the Sad Young Literary Man),
Traduzione di Martina Testa, Einaudi, 2009.