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sabato 6 gennaio 2024

Il mio 2023 in libri

 


All’inizio del 2023 ho buttato giù diverse liste di libri che avrei sicuramente letto nel corso dell’anno: la lista dei classici, quella dei libri acquistati negli stand dei piccoli e medi editori nelle varie fiere/festival letterari, la lista dei libri di non-fiction che-questa-volta-devo-assolutamente-affrontare, per non parlare della lista di romanzi che possiedo in ebook e che neanche ricordavo di possedere. È andata a finire che ho letto tutt’altro e forse ho fatto bene a seguire l’istinto del momento.

 


Gennaio lo ricordo per le serate trascorse in un paesino della Turingia ascoltando Bach e i pensieri di Florian Herscht, il matto del paese. Un gigante buono, dalla forza pazzesca, con una teoria tutta sua sulla nascita e imminente scomparsa dell’universo. Ragion per cui reputa fondamentale avvertire con una serie di missive la Cancelliera Merkel, donna di scienza in grado di trovare una soluzione al problema. E le scrive una lettera dopo l’altra, indicando come mittente solo il suo cognome (Herscht) e il cap del paese (07769).

Un muro di parole lungo 500 pagine con un solo punto alla fine del romanzo. Una storia surreale con una trama impossibile da descrivere e una digressione dietro l’altra. La mia prima esperienza con lo scrittore ungherese László Krasznahorkai e probabilmente non l’ultima. Una volta entrati nella testa del protagonista ci si affeziona al personaggio e si crede a tutto. Alla fine, ti si stringe anche il cuore.

László Krasznahorkai, Herscht 07769, Il romanzo bachiano di Florian Herscht, traduzione di Dóra Várnai, Bompiani  

 


Febbraio: un mese breve di letture e riletture; tra tutte, l’indimenticabile L’anno del pensiero magico in cui Joan Didion indaga, disseziona, analizza il lutto e il dolore.   

Eppure a un certo livello avevo sempre riconosciuto, essendo timorosa dalla nascita, che certi fatti della vita sarebbero stati al di là della mia capacità di controllo o manipolazione. Certi eventi sarebbero accaduti e basta. Questo era uno di quegli eventi. Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita.

 

Alba De Céspedes - Fondazione Mondadori

A marzo ho scoperto il potere che può avere un diario nelle mani di una moglie e madre nell’Italia del secondo dopoguerra. La quarantatreenne Valeria Pisani, protagonista di Quaderno proibito di Alba De Céspedes, che si divide tra lavoro e famiglia, ritrova la propria individualità scrivendo quotidianamente su un “quaderno”, proibito sin dall’inizio, perché acquistato in un giorno di festa al tabaccaio dove, di domenica, bisognerebbe vendere solo tabacchi e non altri articoli. Scrivendo di sé, Valeria realizza di non essere più né donna né moglie; ormai è solo “un’impiegata” e “mamma”, anzi mammà, come la chiama sempre suo marito.

Quaderno proibito ha svegliato il mio interesse verso le scrittrici italiane del Novecento ormai dimenticate. Il tema delle scrittrici “misconosciute” è stato piuttosto popolare nel 2023; se ne è parlato nei festival letterari e nelle fiere. Devo dire che i pochi incontri a cui ho partecipato mi sono sembrati scialbi. Meglio attingere alla fonte per farsi una propria idea e recuperare i romanzi fuori catalogo in biblioteca.

 


Sempre nel mese di marzo, a farmi viaggiare è stato Trasparenti, dello scrittore angolano Ondjaki (tradotto dal portoghese da Livia Apa, edizioni e/o).

Un romanzo strambo, con personaggi ancora più strambi che vivono in un palazzo fatiscente di Luanda. C’è molta acqua, molta malinconia, molta poesia e una tagliente rappresentazione del panorama politico e sociale del Paese.

 


In primavera ed estate ho letto tanto, anche titoli interessanti, ma a ripensarci è come se ci fosse stato un unico, solo, grande romanzo: I Buddenbrook (traduzione di Silvia Bortoli, Mondadori). Di Thomas Mann non avevo mai letto nulla, intimidita dalla mole, dal contesto e da pensieri sciocchi che a volte mi fanno propendere per la lettura di romanzi contemporanei rispetto al mattone di un’altra epoca. Ciononostante, nell’afa di agosto non vedevo l’ora di tornar a casa per immergermi indisturbata nelle pagine di questo grande affresco familiare nella Lubecca del XIX secolo.

 


E arriviamo all’autunno.

Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell'indistinto. La porta è meglio chiuderla; di là c’è sempre la televisione accesa. Dillo subito agli altri «No, non voglio vedere la televisione!» Alza la voce, se no non ti sentono: «Sto leggendo! Non voglio essere disturbato!»

Sedotta per la seconda volta da Se una notte d’inverno un viaggiatore; eppure questa volta mancava il fattore sorpresa. Sapevo che mi sarei trovata in un iper-romanzo, come lo definì lo stesso Italo Calvino, sapevo che mi sarei trovata di fronte a dieci diversi incipit di romanzi che il Lettore e la Lettrice, per i motivi più rocamboleschi, non avrebbero potuto leggere. Ma sono stata sedotta ugualmente. Geniale.

 


A risollevare il mio umore nel periodo prenatalizio è stato Quel che si vede da qui di Mariana Leky (tradotto dal tedesco da Scilla Forti, Keller editore). Il romanzo è ambientato nella regione boschiva del Westerwald, in una sinfonia di verde, azzurro e oro; attraversando la zona in treno, vediamo solo bosco, prato, campo, pascolo, boschetto, fattoria, podere. Ci troviamo in una piccola comunità costituita da personaggi stravaganti e un po’ magici, raccontati da Luise, nipote della personalità più magica del paesino: Selma. I sogni di Selma, infatti, sono profetici e terrorizzano i concittadini. Ogni volta che Selma sogna di trovarsi in mezzo a un prato, nei pressi del bosco dei gufi - l’Uhlheck - con un okapi, nelle 24 ore successive muore un abitante del Paese.  

Quel che si vede da qui è una favola che racconta cose serissime che hanno a che fare con la vita, la morte, l’isolamento, l’amore, la paura di vivere e di morire, ma vengono narrate con un mix di ironia, umorismo e delicatezza. Il romanzo di cui avevo bisogno in un momento di malumore.

 

La vetrina della libreria Tropismes (Bruxelles), fotografata nel mese di agosto

Qui tutti i libri letti nel 2023.

Ho letto Herscht 07769 e Trasparenti stimolata dalle proposte delle bravissime libraie della Biblion di Granarolo che suggeriscono diversi titoli interessanti da discutere con i loro gruppi di lettura.


lunedì 5 luglio 2021

Briciole sparse di letture disordinate

 


Nessun blocco del lettore. Nessun evento nefasto ha turbato le mie giornate. Ci sono stati dei cambiamenti e le novità destabilizzano anche quando ci hai lavorato su a lungo, ci hai sperato, le hai desiderate fortemente. Poi, buuum! il cambiamento si materializza e tu non hai neanche il tempo di rendertene conto. Sei così felice, così incredula, così concentrata a riorganizzare le tue giornate, ad evitare passi falsi, da mettere in standby tutto il resto.

Il mio attuale lavoro prevede il ritorno al pendolarismo (seppur per brevi tragitti) quotidiano. Pensavo avrei letto tantissimo, ma avevo sottovalutato le fisime derivanti dal mix trasporto pubblico-epidemia. I posti a sedere scarseggiano, gli autobus sono sempre più sporchi, le soluzioni igienizzanti sempre a portata di mano: più ti igienizzi, più le maniglie di treni, metro, bus diventano appiccicose. Ed è un continuo pulire le mani e concentrarti sugli addominali nel vano tentativo di mantenere l’equilibrio e toccare il meno possibile i sostegni che ti circondano. Così passo dall’ebookreader (beh, sì, è più leggero, più pratico. Epperò, anche lì è tutto un tocchicciare; inoltre, volevo leggere quell’altra cosa di cui ho già preso il cartaceo…) al libro cartaceo (uh!, ma quanta soddisfazione mi dà la carta. Però quanto pesa questa borsa…), dal romanzo alla raccolta di racconti, dal Medioriente alla narrativa italiana contemporanea. Insomma, faccio un po’ fatica nel seguire un progetto di lettura coerente. (Sì, d’accordo, non è che sia mai stata particolarmente razionale con i programmi di lettura).

Briciole sparse di letture disordinate.


Premiate letture
. Come ogni anno, a maggio mi son fatta incuriosire dalla selezione dei finalisti per l’assegnazione dei premi letterari nostrani più noti: lo Strega e il Campiello. Ho letto senza grande entusiasmo Sembrava bellezza di Teresa Ciabatti (esclusa dalla cinquina dello Strega) e L’acqua del lago non è mai dolce della chiacchierata Giulia Caminito (nella cinquina finale di entrambi i premi). Inutile star qui a discettare di romanzi di cui troverete 200 presentazioni on line e decine di recensioni. Del romanzo della Caminito mi hanno colpito la prosa, i personaggi che non ammiccano al lettore e che non fanno niente per rendersi simpatici, il finale per nulla consolatorio. Mi ero riproposta di leggere altre opere della cinquina ma il tempo è volato via e le proclamazioni sono dietro l’angolo. Forse dedicherò qualche ora al Campiello (forse).


Non fiction. La salute mentale è un tema che mi interessa parecchio. Ho acquistato il libro di Matteo Spicuglia d’impulso. Non conoscevo l’autore, non ricordavo il processo a cui si faceva riferimento, ma il sottotitolo del libro era esaustivo: Storia di Andrea Soldi, morto per un TSO.


Andrea Soldi, torinese, schizofrenico, muore nell’agosto del 2015, a 45 anni, a causa di un trattamento sanitario obbligatorio eseguito in modo non corretto. Il giornalista Matteo Spicuglia riesce a delineare la personalità e la triste storia di Andrea Soldi con delicatezza e rispetto, attraverso le pagine del diario personale di Andrea e i ricordi dei suoi familiari. La malattia psichica continua a spaventarci: lo schizofrenico è ancora visto come un matto, qualcuno da cui è bene tenersi alla larga. Sebbene siano stati fatti passi avanti (e il testo ne dà conto), il sistema sanitario fino ad oggi si è mostrato inadeguato, i servizi socio-assistenziali languono, le famiglie vivono nella solitudine la sofferenza e la fatica di dover gestire un familiare affetto da malattia mentale.

Edito dai tipi di add.


Graphic novel. Ho letto il mio primo Zerocalcare. Mai dire mai nella vita. E ho visto la rappresentazione grafica di un sacco di scheletri che mi porto dietro…

 


Mi sono avvicinata al true crime. In ritardo, ma ci sono arrivata anch’io.

Se ho ben capito, Compulsion di Meyer Levin, pubblicato in Italia nel 2017 da Adelphi (traduzione di Gianni Pannofino), è stato un clamoroso caso editoriale. Io ci sono arrivata con calma e per caso, su segnalazione contemporanea di due amiche.


Compulsion
narra la storia vera di due ragazzotti benestanti che nel 1924, a Chicago, rapirono e assassinarono un quattordicenne (compagno di classe del fratello minore di uno dei due) per vedere che effetto facesse e per dimostrare di esserne capaci. La vittima, appartenente a una famiglia altrettanto benestante, faceva parte del loro stesso ambiente.

I due assassini erano tra i più brillanti studenti della University of Chicago; sebbene avessero pianificato l’omicidio per quasi un anno, commisero numerosi errori. Eppure, la polizia impiegò parecchio prima di iniziare a sospettare che il delitto potesse essere stato commesso da studenti modello, rampolli di due agiate famiglie. Il caso fu seguito da un altro studente diciottenne della University of Chicago, Meyer Levin, che all’epoca aveva appena iniziato a lavorare come giornalista per conto del Chicago Daily News.

Meyer Levin conosceva i due assassini, conosceva quell’ambiente (pur non facendone parte, non provenendo da una famiglia benestante) e, per una serie di coincidenze, fu il primo a identificare la vittima.

Il romanzo venne scritto a distanza di 30 anni, utilizzando nomi fittizi. Nella prefazione al suo romanzo, Meyer Levin scrive:

Avendo io preso spunto da un caso di cronaca reale, si può affermare che i personaggi da me ritratti sono persone reali? […]

Benché gli eventi siano tratti dalla realtà, va detto che i pensieri e le emozioni dei personaggi sono una creazione dell’autore e vengono attribuiti ai vari personaggi secondo la sua immaginazione. Per questo motivo non ho usato i veri nomi delle persone coinvolte, anche se talvolta ho fatto ricorso a citazioni testuali. Tra queste, la più lunga è l’arringa difensiva e, a tale riguardo, in nome della giustizia letteraria, desidero fare i complimenti al suo vero autore, Clarence Darrow.

Il volume è consistente, ma si legge con trasporto. Meyer Levin ricostruisce il delitto, la personalità di chi vi fu coinvolto, la complessa vicenda giudiziaria, con tutti gli argomenti in gioco: l’introduzione nella battaglia legale della psichiatria, nonché due argomenti scabrosi per l’epoca, di cui tutti i giornali parlarono: l’infermità mentale e l’omosessualità.

Notevole.  

Altri modi di narrare la maternità.

Negli ultimi tempi, sono stati pubblicati diversi romanzi che raccontano il senso di inadeguatezza, la paura, il disagio di essere ma anche di non essere madre. È un argomento complesso del quale, da non madre, non mi permetto di parlare. Ma da donna che non ha mai avuto uno spiccato senso materno, è un sollievo scoprire romanzi che non ripropongono il solito stereotipo delle gioie della maternità. La figlia unica di Guadalupe Nettel, pubblicato in Italia da La nuova frontiera nella traduzione di Federica Niola, racconta la vita di tre donne diverse, di tre modi diversi di intendere la maternità e di alcuni tra i tanti significati che oggi può assumere la parola famiglia.

           


In questi mesi, ci sono state anche altre storie trascurabili ma (tranne un caso) niente di veramente illeggibile o deludente. Poi c’è stata una recente parentesi in Libano. E ne riparleremo presto.


Illustrazione iniziale di Benedetto Cristofani

lunedì 13 luglio 2020

Città sommersa, Marta Barone


La mia diffidenza verso i premi letterari italiani è oggetto di facile ironia tra gli amici del gruppo di lettura. No, ma è tra i finalisti dello Strega; figurati se Barbara ce lo farà leggere! È la classica punzecchiata in prossimità della stregata serata finale.
Non è snobismo, è che tutte queste chiacchiere intorno ai premi letterari e ai giochi subdoli delle case editrici maggiori non mi appassionano. Però quest’anno volevo dare uno smacco al gruppo di lettura e avevo programmato di leggere almeno tre titoli arrivati nella dozzina dello Strega. Avevo escluso a priori Il colibrì, tanto lo sapevamo tutti che avrebbe vinto.
M’incuriosiva Città sommersa di Marta Barone (pubblicato da Bompiani); avevo letto recensioni entusiastiche ed era stato apprezzato da lettori con gusti affini ai miei. Quando il titolo è comparso tra gli audiolibri disponibili su Storytel, ho dato un senso alle pulizie di casa. La parte iniziale dell’ascolto è stata così coinvolgente da farmi scaricare l’ebook, passando dall’audiolibro al testo (sto ascoltando diversi audiolibri, ma trovo che ascolto e lettura siano due esperienze diverse). E poi… e poi, mi sono impantanata.

Città sommersa è una specie di memoir, un romanzo di difficile classificazione, in cui credo si possa dire che i temi dominanti siano la memoria e il tempo. Marta Barone, poco più che trentenne, torinese, autrice per ragazzi e consulente editoriale, perde il padre nel 2011. Leonardo Barone è stato un padre assente, sfuggente; si era separato dalla madre di Marta quando lei era ancora una bambina e il legame tra padre e figlia non è stato dei più intensi. 

Aveva quasi quarantadue anni quando ero nata. Era sempre stato inspiegabile. Non capivo bene che lavoro facesse (quando ero molto piccola aveva insegnato per un anno o due in un liceo privato, ma poi chissà), perché avesse ricominciato a studiare. Gli zampettavo dietro per i tetri corridoi dell’università, leggevo o giocavo da sola mentre teneva banco in mezzo a gruppetti di studenti ventenni, i suoi compagni di corso. Aveva già la barba imbiancata, che conservava striature color ruggine, il marchio rossiccio che porto anch'io in filigrana. Nella luce verdastra di Palazzo Nuovo mi appariva strano e triste, e fuori posto.
Dopo un paio di anni dalla morte del padre, Marta Barone si ritrova tra le mani la memoria difensiva, presentata in Cassazione, nel processo in cui Leonardo Barone è stato condannato per il reato di partecipazione a banda armata. L’autrice sapeva che suo padre era stato in carcere prima che lei nascesse, che alla fine era stato assolto con formula piena e che non era mai stato un terrorista. Nella vita precedente alla nascita di Marta, Leonardo Barone era stato medico, quindi...
«Avevo curato uno di Prima Linea ferito e quindi […] mi hanno accusato di essere di Prima Linea».
Non penso mi avesse dato altri dettagli, né io glieli avevo mai chiesti. 
Improvvisamente, quelle carte accendono la curiosità di Marta; inizia una lunga indagine dalla quale emerge una figura dalla personalità sorprendente. Un uomo così diverso da quello che credeva essere suo padre da doverlo ridenominare. Nel romanzo, l’autrice chiamerà questo nuovo personaggio con la sigla L.B.
L.B. era un uomo colto, con una laurea in medicina, una in giurisprudenza e una in psicologia; un uomo che aveva creduto fortemente nel bene comune e negli ideali del comunismo; che aveva messo da parte gli studi e la moglie per seguire le indicazioni del partito. Anzi, giovanissimo, aveva sposato la prima moglie perché obbligato dal partito. Ma, allora, non l’aveva sentito come un obbligo. Un uomo che ha vissuto più vite nel tentativo di costruirne una decente. Il tentativo di vivere a decent life, come viene detto nel romanzo da uno dei tanti compagni di gioventù di L.B. che Marta ha rintracciato per capire chi fosse suo padre.    
Tra le pagine, si trovano inevitabilmente la Torino degli anni Settanta (non a caso, la copertina raffigura Via Roma, una delle vie principali del centro storico di Torino e, sovrapposta, la foto di un giovane Leonardo Barone), l’attivismo politico, gli anni di piombo, la fabbrica, l’occupazione delle case, Servire il Popolo, Prima linea. In un’intervista, l’autrice ha dichiarato di aver tentato di romanzare la politica.
Insomma, capite che Città sommersa non può essere liquidato con quattro parole; i temi sono tanti, si sente il lavoro di ricerca storica, si apprezza l’eleganza della lingua. Forse troppo accurata.
Allora, perché mi sono impantanata nella lettura? Non saprei spiegarlo. Lo stile così ricercato, dotto, mi è sembrato finto, ha appesantito il romanzo; da un certo punto in poi, la voce della scrittrice è diventata predominante e la figura del padre è diventata secondaria. Forse l’effetto era voluto; certo è che ho perso interesse nel personaggio. L’uomo era già venuto fuori a metà romanzo; la successiva cronologia degli eventi, utile per la ricostruzione storica, ha affievolito la narrazione. Ha perso l’anima.
Ah!, già… l’ambizioso progetto di leggere almeno altri due tra i romanzi in gara, prima della proclamazione del vincitore dello Strega, è tristemente naufragato. Avevo ipotizzato di leggere Almarina e La misura del tempo. Ma ho guardato la libreria ed ho optato per una camminata in Marocco…    

Note a margine: non sono affiliata a Storytel, né a piattaforme di qualsiasi genere. Quindi, cliccando sui link, non otterrete sconti né io riceverò alcuna provvigione. Da qualche tempo, ho iniziato ad ascoltare audiolibri; mi piace l'offerta di Storytel e ho sottoscritto un abbonamento. 
Se non siete grandi fruitori di ebook, ma ogni tanto ne leggete qualcuno, potete consultare la biblioteca a voi più vicina e verificare se abbia aderito a Mlol - MediaLibrary on line. Un servizio offerto dal circuito bibliotecario della mia zona e che apprezzo moltissimo.


martedì 7 agosto 2018

Trieste, i confini e le città-mondo


Tutto ebbe inizio con un viaggio in autobus, anni fa, quando un signore particolarmente loquace cominciò a raccontarmi la sua vita precedente. Era stato trasferito a Trieste; una sciagura, si disse, abituato com’era a Roma, ai colleghi ciarlieri, ai weekend fuori porta, al buon cibo. Dopo cinque anni di vita triestina, la sciagura fu dover tornare a Roma. Uno neanche se la immagina quella sensazione di pulito nelle giornate in cui soffia la bora; la cordialità delle persone, il vino rosso bevuto nelle osmize attraversando i paesetti del Carso, un pezzo di formaggio e due fette di prosciutto. Non sei mai stata a Trieste? Posso darti del tu, vero? (In 20 minuti m’hai raccontato metà della tua vita, sì, direi che puoi darmi del tu). Devi andarci assolutamente. Cercati un lavoro lì e restaci a vivere.
Scesi dall’autobus pensando che mollare tutto per farmi portar via dalla bora fosse quanto meno improbabile. Eppure, il signore dai capelli brizzolati aveva acceso una lucina. Trieste. Io che avevo abbandonato La coscienza di Zeno almeno tre volte (e no, non l’ho mai terminato), che di Umberto Saba avevo letto pochissimo e Joyce, beh Joyce… insomma, dubito che dopo la lettura dei primi due capitoli dell’Ulisse si possa esser spinti dal desiderio di percorrere le vie in cui fu concepito il romanzo.
Pensi che le fascinazioni di un momento svaniscano con la stessa velocità con cui sono comparse. Invece si accoccolano in un angolo per poi riaccendersi con il trascorrere degli anni. E Trieste è tornata quando ho iniziato a riflettere sui confini, sul concetto di identità, sulla mescolanza delle lingue e delle vite che si intrecciano o si spezzano perché nate vicino a una stazione, un porto, un ponte, una linea di demarcazione voluta dagli Stati.
È stato così che, pur non avendo ancora letto Svevo, ho iniziato a portar a casa libri che spronavano a guardar il mondo con occhi diversi. Anche il mondo vicino, racchiuso dai nostri confini.   
Trieste – Livorno – Taranto sono tre città-mondo. Sono città mondo, innanzitutto perché sono città capaci di racchiudere all’interno delle proprie mura secoli di Storia, di lingue e di sogni, violenza e rapina, conflitti e nuovi inizi, minoranze e dissidenze. Sono città-mondo perché sono città di mare e del mare hanno assorbito la fluidità, l’instabilità, l’intima tolleranza, gli odori, la brezza, la luce. Sono città-mondo soprattutto perché sono orgogliose della propria unicità e del fatto che – a pochi chilometri di distanza – sembra sistematicamente aprirsi un’altra dimensione spazio-temporale.
[dalla Prefazione di Alessandro Leogrande a Città nascoste. Trieste Livorno Taranto di Paolo Merlini e Maurizio Silvestri, Exòrma edizioni].

Paolo Merlini e Maurizio Silvestri sono due tipi bizzarri, convinti del fatto che, oggigiorno, il metodo più efficace per esplorare le città sia l’utilizzo dei mezzi pubblici. Non hanno tutti i torti: l’umanità che s’incontra in treno, sugli autobus, per strada è da romanzo. E poi, sui mezzi pubblici (o aspettandoli), si ha sempre un po’ di tempo per leggere. Come feci io, un venerdì di un paio di anni fa, sull’ultimo treno del pomeriggio che mi portò da Roma al Friuli-Venezia Giulia, passando dal racconto di viaggio di Merlini e Silvestri alla Trieste sottosopra di Mauro Covacich (editori Laterza). Quindici passeggiate tra caffè, librerie, vicoli e piazzette, in una città che credevo essere al Nord e che improvvisamente si è rivelata una città meridionale, la città più meridionale dell’Europa del Nord.
Leggo le parole di Covacich e ripenso a quell’incontro sull’autobus di tanti anni prima: Trieste e la bora.
Difficilmente sentirete qualcuno lamentarsi. C’è semmai, nel senso comune dei triestini, tutta una retorica sulla salubrità della bora. L’idea che dia tono e fortifichi non solo il fisico ma anche il carattere. L’idea che sia la voce e il respiro possente della città.    

Non so come facciano quelle persone che ti bastano due giorni per vedere una città; poi, non sai più cosa fare. Io avrei trascorso almeno una mattinata al Caffè San Marco, tra un nero e un libro da portar via. Se avessi avuto più tempo, avrei scelto un romanzo storico o un saggio e me ne sarei andata nel parco del Castello di Miramare, a mirar el mar e a esercitare la memoria.
Gli anni passano e io dimentico pezzi di Storia; giro nelle città e mi ritrovo a guardar vetrine identiche a quelle che mi sono lasciata alle spalle nella stazione di partenza; gli stessi negozi, le stesse pubblicità, i vestiti tutti uguali, i nostri gesti identici dappertutto, cellulari tra le mani, app che ci dicono dove fermarci a pranzo. Quelle vetrine nascondono l’anima delle città e offuscano lo sguardo del visitatore. Anche il mio, che torno a casa e continuo a pensare a Piazza Unità d’Italia e a ciò che mi è sfuggito.

Trascorrono i mesi e mi capita tra le mani Trieste, Un romanzo documentario, di Daša Drndić (traduzione di Lijliana Avirovic, edito da Bompiani).
Lo sfoglio e inizio a dubitare d’aver davvero messo a fuoco Trieste.
Haya Tedeschi è a Gorizia, seduta in una stanza di una vecchia casa. Accanto a lei c’è una cesta colma di foto, ritagli di giornale, lettere.
È selvaggiamente tranquilla. Ascolta un sermone per orecchie sporche e si traveste nel passato altrui, qui, nella grande stanza del palazzo di Via Aprica, 47° Gorica, che in italiano si chiama Gorizia, in tedesco Görze in friulano Gurize, in quel cosmo miniaturizzato ai piedi delle Alpi, alla confluenza dei fiume Isonzo, ovvero Soča, e Vipacco, sui confini degli imperi andati in rovina.
La sua è una storia piccola, una delle infinite storie sugli incontri, sulle tracce preservate dal contatto umano, lei lo sa, come sa che fino a quando tutte le storie del mondo non si comporranno in un gigantesco, cosmico patchwork a avvolgere la terra perché possa addormentarsi, la Storia continuerà a lacerare, tagliare brandelli di universo per ricucirli nel proprio manto sepolcrale.  
La vecchia Haya, ebrea convertita al cattolicesimo, aspetta di poter rivedere suo figlio, concepito nel 1944 con un ufficiale delle SS, biondo, bello e a capo del campo di lavoro di Treblinka. Il figlio, che ha cercato ossessivamente per anni, le è stato portato via dalle autorità tedesche per inserirlo nel progetto Lebensborn (il programma ideato da Himmler per crescere la perfetta razza ariana. I Lebensborn erano istituzioni in cui venivano cresciuti i figli illegittimi di soldati tedeschi, strappati dalle madri legittime e, spesso, dati in adozione a famiglie di provata fede nazista). Pagina dopo pagina, Haya ci spiega che, per quanto possa sembrar strano, la guerra così come la grande Storia la si comincia a comprendere anni dopo averla vissuta, perché mentre è stata combattuta si era troppo impegnati ad andare avanti per potersi fermare a riflettere.
Nel ripercorrere la vita di Haya, la croata Daša Drndić ci fa attraversare un secolo di storia; ci muoviamo da Gorizia alla Boemia, da Milano a Zurigo, dal Friuli a Napoli, facendo tappa nelle tante Trieste che si sono succedute negli anni.
Verso la fine degli anni Venti, Trieste è già malata, respira con difficoltà, come fosse moribonda. È stata mutilata. Le scuole tedesche sono state chiuse, i nomi delle vie cambiati o italianizzati. Si spengono le sue forze centripete, aspirate da forze che la dividono da sé stessa, i suoi organi vitali collassano […]
Allora, durante e dopo la Grande Guerra, da Trieste alcuni se ne vanno a morire, altri a uccidersi, altri ancora a stare meglio. Altri invece vengono, semplicemente perché non hanno altro in programma. Ma anche perché le città sono fatte in questo modo, scorrono eternamente.
Francesco Illy, contabile di origini ungheresi e soldato austroungarico, trascorre la prima parte della guerra sull’Isonzo, poi a Trieste e nelle vicinanze. La guerra finisce, Illy si guarda intorno e dice: Questa è una città magnifica. Imparerò l’italiano, e si mette a vendere cacao, poi caffè. La gente sta seduta e beve ‘sta cosa nera come se fossero turchi.  
Daša Drndić mescola la storia individuale della famiglia Tedeschi con una gran mole di materiale documentario, testimonianze, fotografie, seguendo le mutazioni dei confini che hanno scosso la storia d’Europa, portandola da un conflitto all’altro.
1943. A Trieste si raccoglie un gran numero di vecchie conoscenze, gente che dopo la fine dell’operazione Reinhard in Polonia doveva pur essere smistata da qualche parte, al che Himmler la spedisce con la massima urgenza in Italia. A Trieste dimorano un centinaio di uomini e donne dell’Einsatzkommando Reinhard, come pure numerose SS provenienti dall’Ucraina. L’Einsatzkommando Reinhard apre uffici contrassegnati con l’abbreviazione “R”. Vengono restaurate vecchie ville patrizie, rinnovati gli arredi, organizzati banchetti e balli; arrivano nuovi film, insieme a compagnie d’opera e diverse filarmoniche […] Trieste è malata, come un essere umano non vuole morire, lotta per la propria sopravvivenza […] Abbandonata dall’Italia nel 1943, si dimena lottando contro sé stessa e alla fine alza le mani in segno di resa, sconvolta e distrutta.
È un romanzo anomalo e complesso che non segue la struttura classica della narrazione: ti senti sempre sulla linea di confine, pensi d’essere a Gorica e la pagina successiva ti ritrovi a Gorizia; ti dici “è solo un romanzo” e dopo un po’ ti ritrovi davanti ai novemila nomi degli ebrei italiani morti nei lager (perché, come ci ricorda l’autrice, dietro ogni nome si nasconde una storia e la grande storia è fatta da piccoli uomini).
Trieste città-mondo. L’instabilità del confine e le opportunità determinate dall’essere città di confine. Una città in cui all’inizio del Novecento si leggono opere di autori scandinavi che a Roma avrebbero faticato ad arrivare; Trieste avamposto della pratica psicanalitica, luogo di sperimentazione letteraria nel periodo tra le due guerre; è qui che ci si appassiona alla psicologia junghiana e al misticismo. 
È qui che nascono personaggi fuori dal comune come Bobi Bazlen, fondatore insieme a Luciano Foà della casa editrice Adelphi, consulente editoriale per Einaudi, Edizioni di Comunità, Astrolabio... “Uomo del libro”, eppure uomo sempre in ombra, misterioso, defilato, in grado d’individuare i talenti, darvi una spinta propulsiva e poi sparire, come ci racconta Cristina Battocletti nel suo Bobi Bazlen. L’ombra di Trieste (edito da La nave di Teseo).
Ed è sempre da Trieste che scappano personaggi fuori dal comune come lo stesso Bazlen che, tormentato da quella città inquieta, la abbandonò a trentadue anni per non farvi più ritorno, se non un paio di volte di sfuggita.


Così, con la consapevolezza che neppure questa volta riuscirò a carpire l’anima di Trieste, tra qualche giorno vi approderò di nuovo, muovendomi lungo i confini, dopo esser passata per Most na Soci nella valle dell’Isonzo, e aver superato le colline goriziane. Mi guarderò intorno, cercherò altri libri e farò in modo che le vetrine di negozi tutti uguali non offuschino il passato di questa straordinaria città.

lunedì 20 marzo 2017

Libri come 2017



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Il bello di Libri come per chi abita nei dintorni di Roma sta nel poter conciliare quasi sempre lavoro e fuori programma del weekend, anche quando ad intralciarti è un condominio ostico, con un paio di eventi letterari all’Auditorium, senza perderti nelle bolge infernali tipiche dei festival. La cosa che infastidisce, invece, è dover pagare una commissione che costa la metà del biglietto per potersi procurare per tempo un posto in sala per gli incontri a pagamento (per un incontro che costa € 3,00, pagare una commissione pari a € 1,50 mi sembra francamente eccessivo).
Ho amato molti libri di Ian McEwan, primo fra tutti Espiazione, e da una conversazione con Marino Sinibaldi intitolata “Come i miei libri” mi aspettavo di più. Avrei voluto sentir parlare della genesi dei suoi libri, del suo rapporto con la scrittura, dei suoi punti di riferimento (se ce ne sono), delle sue manie. Invece tutto si è concentrato sull’ultimo romanzo, Nel guscio, che non ho letto (e forse non leggerò) ma di cui ricorderò sempre la mano vibrante di Fabrizio Gifuni mentre sul palco dà voce ai pensieri del feto, protagonista del romanzo. Perché il feto agiti tanto la mano resterà per sempre un mistero, ma a Gifuni perdono quasi tutto.
A parte McEwan, ho saltato tutti gli eventi più attesi; non per snobismo ma per impossibilità ad andare o perché i biglietti erano già esauriti. Però non è stato un male: alla fine, gli spunti di lettura più interessanti sono arrivati da autori a me fino a ieri sconosciuti e a felici coincidenze.
Ho scoperto la pacatezza e il sottile senso dell’umorismo di Hisham Matar, scrittore libico che ha conversato con la bravissima Benedetta Tobagi sulla scomparsa della figura paterna, sul suo paese, sul rapporto tra potere e politica. Hisham Matar è figlio di un oppositore politico, rapito dai servizi segreti nel '90 e ucciso da Gheddafi; parla un inglese limpidissimo, ha una voce rassicurante. Stralci della conversazione di ieri pomeriggio potete leggerli qui. Ed io, neanche a dirlo, acquisterò il libro.
Tra gli autori del recente passato che non si sono mai fatti limitare da confini e barriere mentali, ho preso appunti ascoltando Sandra Petrignani e Mario Fortunato, traduttore di Lunedì o martedì, tutti i racconti di Virginia Woolf, edito da Bompiani. Ecco, io la sfida lanciatami da Fortunato vorrei coglierla ma non so se sia il momento giusto. Perché Fortunato sostiene che i racconti della Woolf siano per lettori dallo stomaco forte, quelli che non hanno paura di scoprire cose di sé che potrebbero farli vacillare. Ed io già vacillo troppo.
Ho bevuto tanti caffè e ascoltato dibattiti poco letterari e molto vicini alla matematica e alla didattica (qualcuno di voi ha mai sentito parlare di Emma Castelnuovo?), di geopolitica (visto che le frontiere sono tornate parecchio di moda), e di attualità politica. Perché la lettura non può essere solo motivo di evasione e io dovrei smetterla di leggere esclusivamente romanzi e dedicare un po’ di spazio in più alla saggistica e alla non fiction.  


I miei spunti di lettura da Libri come 2017:

- Manlio Graziano, Frontiere, il Mulino, collana Voci, 2017.
- Carla Degli Esposti, Nicoletta Lanciano, Emma Castelnuovo, L’asino d’oro, collana Profilo di donna, anno di pubblicazione 2016.
- Virginia Woolf, Lunedì o martedì – Tutti i racconti, trad. Mario Fortunato, Bompiani, 2017.
- Hisham Matar, Il ritorno, trad. Anna Nadotti, Einaudi, 2017.