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domenica 4 giugno 2017

Il ritorno, Hisham Matar


Ho scoperto Hisham Matar a Libri come, lo scorso marzo. È stato un incontro casuale, nato dalla fiducia che ripongo nella bravissima Benedetta Tobagi. Sapevo che avrebbe presentato il libro di uno scrittore libico, scappato dalla Libia con la sua famiglia all’età di nove anni, cittadino inglese da tempo. Ho pensato alla Libia e ho visto solo qualche immagine: l’arrivo di Gheddafi a Roma, atteso dall’allora presidente del Consiglio Berlusconi; il clamore intorno alla tenda beduina già montata nei giardini dell’ambasciata libica a Roma e le polemiche sul reclutamento delle hostess convocate per una lezione sul Corano; poi, ho rivisto il corpo senza vita di Gheddafi dopo l’assedio di Sirte.
La serenità e la pacatezza di Hisham Matar mi hanno conquistata dopo 5 minuti. Non ti aspetti quiete da una persona che ha convissuto con rabbia e dolore per buona parte della sua esistenza. Uno che a diciannove anni è stato strappato da suo padre, Jaballa Matar, oppositore del regime di Gheddafi, portato via dai servizi segreti egiziani e riconsegnato al governo libico per essere condotto all’ultima fermata, il carcere di massima segretezza di Abu Salim, a Tripoli; quindi sparito nel nulla. Non ti aspetti il sorriso sul volto di chi, per anni, ha convissuto con l’ossessione di far luce sull’accaduto, di capire se, come e quando suo padre sia stato eliminato. 
Pochi giorni dopo la presentazione, ho iniziato a leggere Anatomia di una scomparsa, pubblicato in Italia nel 2011. Quando si incontra un autore di cui non si è mai letto nulla e che ci ha colpiti molto si ha sempre il timore di restare delusi dalla sua scrittura. Ti sei innamorata di una voce, cerchi quella voce nei romanzi e qualche volta scopri d’esser stata ingannata. Nel caso di Hisham Matar, leggerlo è come ascoltarlo: la stessa pacatezza nei toni, la stessa attenzione alle parole, la stessa poesia.
Ci sono volte in cui l’assenza di mio padre mi pesa sul petto come se ci stese seduto sopra un bambino. Altre volte riesco a malapena a evocare i lineamenti precisi del suo viso e devo tirar fuori le fotografie che conservo in una vecchia busta nel cassetto del comodino.
Inizia così Anatomia di una scomparsa. È solo un romanzo ma anche qui c’è un adolescente, esule, costretto a sopravvivere alla misteriosa scomparsa del padre. Anche qui ci sono l’esilio e la difficoltà emotiva e psicologica di far ritorno in Patria.
Il ritorno è tutt’altra cosa. C’è Hisham Matar, le sue paure, i suoi momenti più cupi, quella volta in cui è stato sul punto di farsi trascinare dalla corrente e sparire per sempre. C’è la sua passione per l’arte e il suo modo di viverla. Abitavo non lontano dalla National Gallery, e l’ingresso era gratuito, così decisi che avrei scelto un quadro e ogni giorno gli avrei fatto una breve visita, un quarto d’ora, cinque giorni alla settimana. Sarei passato a un altro quadro solo quando avessi esaurito il mio interesse. All’epoca, ciò richiedeva di solito una settimana; adesso mi capita di metterci molto di più.      
C’è sua madre, una donna eccentrica, cuoca eccezionale, attaccata al presente e al Cairo; chiacchiera parecchio, un po’ come la mia, sente la mancanza dei figli e di un uomo appassionato di politica, di calcio e letteratura. Ha continuato a registrare tutte le partite del Bayer Monaco, la squadra preferita dal marito, e tutte le altre partite trasmesse, anche le più irrilevanti, fino a tre anni dopo la scomparsa di Jaballa Matar. Ha smesso quando ha capito che se fosse tornato dal carcere con la passione del calcio ancora intatta, avrebbe impiegato anni per vedere tutte quelle ore di calcio.
C’è Jaballa Matar, l’Assente-Presente, l’uomo che non è mai riuscito a piegarsi; leader nato, sapeva come gestire e organizzare un movimento; in una delle poche lettere che riuscì ad inviare alla sua famiglia nel periodo della prigionia ad Abu Salim è racchiusa tutta la sua forza interiore:
«La crudeltà di questo posto supera di gran lunga tutto ciò che abbiamo letto a proposito della Bastiglia. C’è crudeltà in ogni cosa, ma io sono più forte delle loro tattiche di oppressione… La mia fronte non sa cosa voglia dire chinarsi.»
C’è l’incapacità di rassegnarsi ad una scomparsa su cui, forse, non si potrà mai far luce.
Mio padre è morto ed è anche vivo. Non possiedo una grammatica per lui. È nel passato nel presente, nel futuro. Anche se gli avessi tenuto la mano, e l’avessi sentita cedere mentre esalava l’ultimo respiro, indugerei comunque, credo, ogni volta che mi riferisco a lui, in cerca del tempo verbale giusto.
E c’è la Libia. Leggere Il ritorno non è come ascoltare il tg mentre si sta preparando un’insalata; non è come sfogliare il giornale mentre si aspetta il caffè. Si torna indietro nel tempo, a quando la Libia era un paesaggio semidisabitato ma non uno Stato. C’era lo stato di Tripoli, governato da un pascià, ma non il Paese che verrà invaso dagli italiani. In questa autobiografia c’è la Libia che solleva la testa negli anni ‘50 con re Idris, e poi la Libia dell’inesorabile discesa a partire dal colpo di stato di Gheddafi.  
Buona parte della famiglia di Hisham Matar ha imbracciato le armi durante la rivolta del 2011; Hisham ha continuato ad usare solo la penna. Ma tra tutte le cose che contiene, Il ritorno mi è sembrato anche un gesto d’amore nei confronti del Paese che nessun tg potrà mai raccontarci: quello della luce secca di Agedabia, del mare di Bengasi e della sua luce, di cui tanto parla Hisham e che io non riesco ad immaginare in alcun modo. Certe atmosfere devi viverle per poterle capire.
Un gran libro. Uno dei libri che non mi stancherò di regalare.


   
Hisham Matar, Anatomia di una scomparsa (Anatomy of a Disappearance), trad. Monica Pareschi, Giulio Einaudi Editore, 2011.

Hisham Matar, Il ritorno. Padri, figli e la terra fra di loro (The Return. Fathers, sons and the land in between), trad. Anna Nadotti, Giulio Einaudi Editore, 2017.

lunedì 20 marzo 2017

Libri come 2017



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Il bello di Libri come per chi abita nei dintorni di Roma sta nel poter conciliare quasi sempre lavoro e fuori programma del weekend, anche quando ad intralciarti è un condominio ostico, con un paio di eventi letterari all’Auditorium, senza perderti nelle bolge infernali tipiche dei festival. La cosa che infastidisce, invece, è dover pagare una commissione che costa la metà del biglietto per potersi procurare per tempo un posto in sala per gli incontri a pagamento (per un incontro che costa € 3,00, pagare una commissione pari a € 1,50 mi sembra francamente eccessivo).
Ho amato molti libri di Ian McEwan, primo fra tutti Espiazione, e da una conversazione con Marino Sinibaldi intitolata “Come i miei libri” mi aspettavo di più. Avrei voluto sentir parlare della genesi dei suoi libri, del suo rapporto con la scrittura, dei suoi punti di riferimento (se ce ne sono), delle sue manie. Invece tutto si è concentrato sull’ultimo romanzo, Nel guscio, che non ho letto (e forse non leggerò) ma di cui ricorderò sempre la mano vibrante di Fabrizio Gifuni mentre sul palco dà voce ai pensieri del feto, protagonista del romanzo. Perché il feto agiti tanto la mano resterà per sempre un mistero, ma a Gifuni perdono quasi tutto.
A parte McEwan, ho saltato tutti gli eventi più attesi; non per snobismo ma per impossibilità ad andare o perché i biglietti erano già esauriti. Però non è stato un male: alla fine, gli spunti di lettura più interessanti sono arrivati da autori a me fino a ieri sconosciuti e a felici coincidenze.
Ho scoperto la pacatezza e il sottile senso dell’umorismo di Hisham Matar, scrittore libico che ha conversato con la bravissima Benedetta Tobagi sulla scomparsa della figura paterna, sul suo paese, sul rapporto tra potere e politica. Hisham Matar è figlio di un oppositore politico, rapito dai servizi segreti nel '90 e ucciso da Gheddafi; parla un inglese limpidissimo, ha una voce rassicurante. Stralci della conversazione di ieri pomeriggio potete leggerli qui. Ed io, neanche a dirlo, acquisterò il libro.
Tra gli autori del recente passato che non si sono mai fatti limitare da confini e barriere mentali, ho preso appunti ascoltando Sandra Petrignani e Mario Fortunato, traduttore di Lunedì o martedì, tutti i racconti di Virginia Woolf, edito da Bompiani. Ecco, io la sfida lanciatami da Fortunato vorrei coglierla ma non so se sia il momento giusto. Perché Fortunato sostiene che i racconti della Woolf siano per lettori dallo stomaco forte, quelli che non hanno paura di scoprire cose di sé che potrebbero farli vacillare. Ed io già vacillo troppo.
Ho bevuto tanti caffè e ascoltato dibattiti poco letterari e molto vicini alla matematica e alla didattica (qualcuno di voi ha mai sentito parlare di Emma Castelnuovo?), di geopolitica (visto che le frontiere sono tornate parecchio di moda), e di attualità politica. Perché la lettura non può essere solo motivo di evasione e io dovrei smetterla di leggere esclusivamente romanzi e dedicare un po’ di spazio in più alla saggistica e alla non fiction.  


I miei spunti di lettura da Libri come 2017:

- Manlio Graziano, Frontiere, il Mulino, collana Voci, 2017.
- Carla Degli Esposti, Nicoletta Lanciano, Emma Castelnuovo, L’asino d’oro, collana Profilo di donna, anno di pubblicazione 2016.
- Virginia Woolf, Lunedì o martedì – Tutti i racconti, trad. Mario Fortunato, Bompiani, 2017.
- Hisham Matar, Il ritorno, trad. Anna Nadotti, Einaudi, 2017.