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sabato 6 maggio 2017

Grazia Cherchi e la passione per la letteratura

C’è stato un momento della mia vita in cui ho iniziato a spender soldi per mini corsi di editoria. In genere si svolgono nel weekend, spesso sono un modo per alimentare le magre casse delle piccole case editrici e delle agenzie letterarie, nonché le illusioni di neo laureati disoccupati. Non ho una formazione umanistica, ho scoperto il mondo del libro e dell’editoria relativamente tardi (quando già avevo trovato un modo per pagare l’affitto), epperò mi ero fissata sul mestiere dell’editor. Tutta colpa di Grazia Cherchi e dei suoi articoli racchiusi in Scompartimento per lettori e taciturni, pubblicato da Feltrinelli nel lontano 1997, scomparso dagli scaffali per anni, e ora felicemente ripubblicato da minimum fax.
Io mi ci imbattei per caso in biblioteca. Non avevo la più pallida idea di chi fosse Grazia Cherchi, né sapevo cosa facesse un editor: mi incuriosì il titolo. Non era un libro di viaggi, anzi, la annoiavano i diari e i racconti di viaggio. Però, come tutti i lettori avvezzi all’uso dei mezzi pubblici, Grazia Cherchi sognava treni in cui avrebbe permesso una sola domanda a spezzare il silenzio: Scusi lei, cosa sta leggendo? Poi, nulla.

Grazia Cherchi con Bellocchio e Fofi. Foto di Vincenzo Cottinelli
Grazia Cherchi è stata l’Editor. Lettrice formidabile, disciplinata, caparbia, affrancata da ogni vincolo con le case editrici per sentirsi libera di stroncare o applaudire, nemica del mercato dei premi e delle classifiche.

Personalmente, fare l’editing è il lavoro che preferisco in campo editoriale. Al punto che, qualche anno fa, mi capitò di chiedere consiglio al grande Erich Linder: cosa sarebbe successo se mi fossi dedicata solo all’editing? “Non avrebbe di che campare”, mi rispose Linder, ricordandomi che da noi, a differenza che nei paesi anglosassoni, l’editing non è una prassi ma un’eccezione. In pochi anni la situazione è visibilmente peggiorata, dato il progressivo disamoramento per i libri da parte di chi li fa e il sempre minor numero di persone che vi si dedicano con diligenza e passione.
(Grazia Cherchi, 1987, Panorama)

Ho frequentato qualche corso editoriale vagheggiando d’incontrare una Grazia Cherchi dei nostri giorni. Ma se fosse stata ancora in vita, temo li avrebbe ritenuti una perdita di tempo. Ci avrebbe spediti tutti a casa a leggere, evitando il best seller del momento.

Non faccio il negro, cioè, non riscrivo, ma mi dedico a un libro solo se mi piace e posso rispettarne l’impianto stilistico e narrativo, e cioè se ritengo che dietro vi sia uno scrittore. È un lavoro che mi ha sempre appassionato.
(intervistata da Mirella Serri, Ttl de La Stampa, 19 febbraio 1994)


Leggeva in media sette-otto libri a settimana; amava la narrativa, le biografie e la saggistica, che considerava un settore della narrativa; riceveva centinaia di libri in omaggio dalle case editrici e, dopo averli letti, li selezionava, distribuendoli agli amici, in base a gusti e personalità di ciascuno, senza scrivere dediche.
Se fosse stata viva oggi, avrebbe avuto ottant’anni e, credo, avrebbe continuato a lavorare e leggere instancabilmente.

Qui il tempo è orribile, il che mi permette di non fare mai vita da spiaggia (che detesto), e di leggere un libro al giorno (oh profetica anima mia: mi sono portata con me una valigia di libri), per il resto: giornate bianche. Ho letto un romanzo che le consiglio caldamente (se riesce a mollare un po’ i protestanti): Mia madre Lizzie di E. Dahlberg (Einaudi).
(A proposito di libri, scrive:«…la lettura di molti libri è tanto faticosa quanto il lavoro di scriverli, e non è detto che né una cosa né l’altra ci facciano meno noiosi nei confronti del prossimo»). Cerchi di vincere la sua ligure parsimoniosità e lo acquisti.
Grazia Cherchi, lettera a Giovanni Giudici, agosto 1966

In rete si trova un approfondimento curato da Oblique sulla figura di Grazia Cherchi qui.
Sull’Indice on line, invece, c’è un bel ritratto dell’intellettuale armata di sigaretta, matita e carta.

E poi c’è il piccolo libro di Michela Monferrini, pubblicato da ali&no nella collana le farfalle.

sabato 17 settembre 2016

Festivaletteratura di Mantova

«Il Festival della Letteratura di Mantova è un appuntamento fisso perché… perché non so come descriverti quell’atmosfera. Ci vai una volta e devi tornarci l’anno successivo. Non è una fiera, è letteratura».
Questo disse Rosaria, amicizia nata sul treno Torino – Roma, in un post Salone del Libro che aveva deluso entrambe. Così parlò Rosaria, ed io non riuscii a togliermi dalla testa quegli occhi sbrilluccicanti.


Mi son decisa all’ultimo momento, ho dormito altrove (perché, va detto, se non si prenota con largo anticipo, Mantova è economicamente inavvicinabile), e sabato scorso mi sono tuffata nel vivo del Festival. Non esagero nel dire che è stata l’esperienza più stimolante degli ultimi anni. Rosaria aveva ragione: Mantova è il Festival, perché tutta la città ruota intorno agli incontri e tutti gli incontri ruotano intorno alla città. Neppure lontanamente paragonabile al clima da ipermercato dell’ultimo Salone di Torino.
Prima volta a Mantova: Piazza Erbe è tutto un fermento di volontari in maglietta azzurra come questo cielo estivo. Mi guardo intorno spaesata da tanta bellezza e tanto movimento. Il desiderio di girar in città per scoprire un pezzo d’Italia a me sconosciuto si scontra con tutti gli eventi a cui vorrei partecipare; alla fine mi avvicino alla segreteria.
Da casa ero riuscita a prenotare solo tre incontri: Il potere della letteratura con Jung – myung Lee (La guardia il poeta e l’investigatore, edizione Sellerio) e Bruno Gambarotta; Indagare l’animo umano con Maggie O’Farrell (Il tuo posto è qui, edito da Guanda) e Jelena Ilic; Apocalissi letterarie con Antoine Volodine (Angeli minori, L’orma editore e il recente Terminus radioso, 66thand2nd) e Marcello Fois.
Speravo poi di accaparrarmi un posticino per altri incontri promettenti ma il programma era davvero troppo ricco per poter far tutto. 
Il Festivaletteratura è dinamico e folle: pretendere di uscire da Palazzo Ducale e raggiungere in un lampo Palazzo San Sebastiano senza esser dotato di super poteri è impensabile. Difficilmente potrai catapultarti da un lato all’altro della città, dribblando persone (tante), biciclette, cani e volontari di Emergency. Ma il fascino di Mantova è anche uscire dalla Basilica Palatina di Santa Barbara (bellissima, tra l’altro), dove Alain de Botton (Il corso dell’amore, Guanda) ha provato a mettere in crisi il tuo matrimonio, e perdersi alla ricerca del teatro Bibiena. Che poi era dietro l’angolo. Insomma, quando finalmente raggiungi il luogo 11 del festival, la fila per ascoltare Moretti che legge Caro Michele della Ginzburg è sin troppo lunga. 
"Vorrà dire che Caro Michele me lo rileggerò da sola. Ah!, ma l’anno prossimo prenoto tutto subito, altro che file”. Frase che ho continuato a ripetere più volte nell’arco di un weekend perché, accidenti!, l’atmosfera di questo festival mi ha coinvolto tantissimo.
Ciò non toglie che abbia toppato qualche scelta. Indagare l’animo umano: bel titolo per un incontro, vero? Io questa Maggie O’Farrell non l’avevo mai sentita nominare prima, ma Mantova è soprattutto un'occasione per scoprire voci nuove. Epperò la gestione dell’intervista da parte di Jelena Ilic è stata pessima (opinione del tutto personale). La scrittrice mi è sembrata simpatica, piuttosto imbarazzata da alcune domande della conduttrice radiofonica (“Ti piace la cioccolata?” Ma che domanda è???); insomma, niente che mi abbia indotto ad acquistare subito uno dei suoi romanzi.

Altri incontri, dove mi ero fermata più per la gratuità dell’evento e il fascino del luogo che per reale interesse, si son rivelati, invece, pieni di stimoli. Tipo il geniale ciclo de Il libro dei (miei) venti anni, gestito dal bravissimo Federico Taddia (Radio 24) nel Cortile di Palazzo Castiglioni. Uno spazio in cui ci si riusciva ad isolare miracolosamente dalla confusione di Piazza Sordello per ascoltare il libro che ha caratterizzato i 20 anni dei vari ospiti (da Frances Greenslade a Juan Villoro). “Una piccola biografia di come si diventa giovani leggendo”, recitava giustamente il programma. E seduta su quel prato, ho ripensato ai miei 20 anni senza riuscire a ricordare cosa leggessi.
Tra un incontro e l’altro, ho sbirciato tra i banchetti dei libri rari e usati. Piccole chicche e occasioni convenienti per conciliare la mia smania di possesso con i tempi grami.
E poi ci sono stati gli immancabili spunti di riflessione lanciati da Fahrenheit e dal fascinoso Marino Sinibaldi. Tra i vari ospiti, ho ascoltato le parole di Marco Cassini (casa editrice SUR, membro degli amici del Salone di Torino) e Renata Gorgani (casa editrice Il Castoro e La Fabbrica del Libro Spa, società che si occuperà di organizzare la nuova fiera del libro Milano). Allora, già che ci siamo, parliamo un po’ di editoria e della discutibile operazione della moltiplicazione dei saloni. 
Ascoltando la Gorgani mi è parso di capire che:
  • Molti editori erano scontenti della gestione fieristica e del format del Salone, sempre identico da qualche anno a questa parte, poco attento alle esigenze e alle opinioni delle case editrici;
  • Milano è la città con il maggior numero di lettori in Italia, quindi candidata naturale per un salone del libro;
  • Gran parte delle case editrici sono a Milano, quindi, perché non farlo lì?
  • Poiché nel Sud del paese ci sono poche occasioni per incontrare i lettori, perché non organizzare una grande fiera a Milano e tante piccole fiere nel Meridione?
  • In fondo, Torino e Milano non sono in competizione perché si rivolgono ad un pubblico diverso. Torino abbraccia il nord-ovest e Milano il nord-est.

Di obiezioni ne avrei diverse, a partire dal fatto che a Torino, negli anni, ho incontrato mezza Roma, amici campani, toscani e siciliani. Quindi, affermare che il lettore veneto andrebbe a Milano e non a Torino, è una sciocchezza enorme. Dire che gli aspetti economici e commerciali nulla c’entrino con la decisione dell’AIE, è una sciocchezza doppia. Perché, da quanto mi risulta, nessuno ha consultato i lettori per sentire il loro parere; lettori che pagano il biglietto d’ingresso delle fiere e acquistano i libri (e non solo in fiera). Le parole ascoltate a Mantova non hanno fatto altro che rafforzare la mia decisione: comunque vada a finire, nel 2017 salterò entrambe le fiere.



Con Edna O’Brien, il mio Festivaletteratura si è chiuso nel miglior modo possibile. La voce energica, senza esitazioni di una donna nata nel 1930, cattolica, anticonformista, ancora innamorata delle parole e di quanto possano cambiar la vita delle persone. «Il linguaggio è la cosa più vicina a Dio che abbiamo. Ed è la cosa a cui più cerco di aggrappami per poter andar avanti».
Cala la sera, si accendono le luci, i volontari in maglietta azzurra camminano a gruppetti, dandosi pacche sulle spalle; è cessato il brusio in Piazza Sordello, qualcuno spulcia tra i libri rimasti sotto le volte del Palazzo del Capitano, qualcuno entra nella Tenda dei Libri per un ultimo acquisto, nessuna traccia dei volontari di Emergency.
I più camminano distrattamente pensando, forse, a quanto ci sembrerà distante tutta questa magia tra un paio di giorni. Ma continueremo ad aggrapparci alla letteratura.


martedì 28 agosto 2012

Agosto: libri e librerie


Nei giorni scorsi, ho capito che ci sono dei momenti nella vita di un lettore in cui un ebook reader può essere molto utile. Quando si fa un trekking, ad esempio. Un libro, per quanto piccolo, pesa, e nel dubbio si finisce per limitare la zavorra. Però, quando ci si sveglia molto presto e ci si siede fuori alle prime luci dell’alba o quando non si riesce a prendere sonno nel cuore della notte, si rimpiange di non aver con sé nulla da leggere.
In compenso, però, ho letto durante le tappe cittadine delle mie vacanze. 
Un agosto giallo – noir; avevo bisogno di diversivi, di farmi prendere da una storia e seguire gli indizi. Così, nel tragitto Roma - Aosta sono stata accompagnata dal giudice Dee, rielaborazione del magistrato cinese Ti Jen-chieh, vissuto durante la dinastia T’ang. Autore della serie dei casi del giudice Dee è lo scrittore olandese, Robert van Gulik, profondo conoscitore dell’Estremo Oriente, nonché diplomatico nel secolo scorso in India, Giappone, Cina, Malesia, Africa e Stati Uniti. 

Non sono un’esperta di Cina né di gialli però ero stata incuriosita dallo stand della O barra O edizioni all’ultima Fiera della piccola e media editoria di Roma. Insomma, tra una chiacchiera e l’altra, avevo acquistato Il monastero stregato.
Uomo sagace e dal fine intuito, il giudice Dee con le sue tre mogli non mi ha entusiasmato granché. Orge e rituali singolari non attirano il mio interesse, però devo riconoscere la cura editoriale della O barra O, l’attenzione nell’accompagnare il testo con interessanti illustrazioni e il coraggio nel pubblicare opere a noi lontane; una scelta non ovvia né facile dal punto di vista commerciale.

Ad Aosta sono entrata in un paio di librerie. Se fossi stata valdostana, probabilmente sarei stata cliente affezionata della Libreria Aubert. Uno spazio in cui tutti gli spazi sono già stati occupati dai libri; libri che lasciano gli scaffali loro dedicati per abitare disordinatamente gradini, tavoli, mensole, altri luoghi. Un posto in cui ti viene voglia di cercare, spostare volumi, scoprire cosa si sia nascosto lì, in alto, dietro quelle edizioni un po’ impolverate. Un libraio silenzioso che ti lascia curiosare ma che è sempre pronto a rispondere alle tue domande. Qui ho dato un volto alle esclamazioni nostalgiche che invocano il cosiddetto libraio e la libreria di una volta.
Se fossi stata, invece, una valdostana temeraria, avrei aperto una libreria stile à la Page. Uno spazio arioso, un luogo d’incontro, un posto dove rifugiarsi per bere un caffè e sfogliare un libro edito, magari, da una piccola casa editrice locale. Non tantissimi titoli, buona musica in sottofondo e clienti abituali che passano anche solo per un saluto alla libraia. 

Qui ho chiesto al signor valigiesogni di scegliermi un libro mentre io spulciavo tra un volume e l’altro. E lui ha tirato fuori Parti in fretta e non tornare di Fred Vargas. Per la seconda volta ho avuto a che fare con l’acume del commissario Adamsberg (l’avevo già incontrato Nei boschi eterni) e sono stata catturata dal suo continuo camminare alla ricerca di legami che sfuggono a tutti, dalle sue ambientazioni fuori tempo e dalle sue puntuali osservazioni. In un romanzo girato (è molto cinematografico) nella Francia dei nostri giorni, la Vargas è riuscita ad infilarci la psicosi della peste e la figura dimenticata dell’untore. Accattivante.

Alla libreria à la Page, la giovane libraia mi ha salutato con un: «Arrivederci e buona vacanza. Cambierei volentieri la mia condizione con la tua». 
Io: «Cambierei volentieri il mio lavoro per lavorare in una libreria». 
Lei, sorridendo: «Questo non posso dirlo. Ma è probabile…»