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lunedì 5 luglio 2021

Briciole sparse di letture disordinate

 


Nessun blocco del lettore. Nessun evento nefasto ha turbato le mie giornate. Ci sono stati dei cambiamenti e le novità destabilizzano anche quando ci hai lavorato su a lungo, ci hai sperato, le hai desiderate fortemente. Poi, buuum! il cambiamento si materializza e tu non hai neanche il tempo di rendertene conto. Sei così felice, così incredula, così concentrata a riorganizzare le tue giornate, ad evitare passi falsi, da mettere in standby tutto il resto.

Il mio attuale lavoro prevede il ritorno al pendolarismo (seppur per brevi tragitti) quotidiano. Pensavo avrei letto tantissimo, ma avevo sottovalutato le fisime derivanti dal mix trasporto pubblico-epidemia. I posti a sedere scarseggiano, gli autobus sono sempre più sporchi, le soluzioni igienizzanti sempre a portata di mano: più ti igienizzi, più le maniglie di treni, metro, bus diventano appiccicose. Ed è un continuo pulire le mani e concentrarti sugli addominali nel vano tentativo di mantenere l’equilibrio e toccare il meno possibile i sostegni che ti circondano. Così passo dall’ebookreader (beh, sì, è più leggero, più pratico. Epperò, anche lì è tutto un tocchicciare; inoltre, volevo leggere quell’altra cosa di cui ho già preso il cartaceo…) al libro cartaceo (uh!, ma quanta soddisfazione mi dà la carta. Però quanto pesa questa borsa…), dal romanzo alla raccolta di racconti, dal Medioriente alla narrativa italiana contemporanea. Insomma, faccio un po’ fatica nel seguire un progetto di lettura coerente. (Sì, d’accordo, non è che sia mai stata particolarmente razionale con i programmi di lettura).

Briciole sparse di letture disordinate.


Premiate letture
. Come ogni anno, a maggio mi son fatta incuriosire dalla selezione dei finalisti per l’assegnazione dei premi letterari nostrani più noti: lo Strega e il Campiello. Ho letto senza grande entusiasmo Sembrava bellezza di Teresa Ciabatti (esclusa dalla cinquina dello Strega) e L’acqua del lago non è mai dolce della chiacchierata Giulia Caminito (nella cinquina finale di entrambi i premi). Inutile star qui a discettare di romanzi di cui troverete 200 presentazioni on line e decine di recensioni. Del romanzo della Caminito mi hanno colpito la prosa, i personaggi che non ammiccano al lettore e che non fanno niente per rendersi simpatici, il finale per nulla consolatorio. Mi ero riproposta di leggere altre opere della cinquina ma il tempo è volato via e le proclamazioni sono dietro l’angolo. Forse dedicherò qualche ora al Campiello (forse).


Non fiction. La salute mentale è un tema che mi interessa parecchio. Ho acquistato il libro di Matteo Spicuglia d’impulso. Non conoscevo l’autore, non ricordavo il processo a cui si faceva riferimento, ma il sottotitolo del libro era esaustivo: Storia di Andrea Soldi, morto per un TSO.


Andrea Soldi, torinese, schizofrenico, muore nell’agosto del 2015, a 45 anni, a causa di un trattamento sanitario obbligatorio eseguito in modo non corretto. Il giornalista Matteo Spicuglia riesce a delineare la personalità e la triste storia di Andrea Soldi con delicatezza e rispetto, attraverso le pagine del diario personale di Andrea e i ricordi dei suoi familiari. La malattia psichica continua a spaventarci: lo schizofrenico è ancora visto come un matto, qualcuno da cui è bene tenersi alla larga. Sebbene siano stati fatti passi avanti (e il testo ne dà conto), il sistema sanitario fino ad oggi si è mostrato inadeguato, i servizi socio-assistenziali languono, le famiglie vivono nella solitudine la sofferenza e la fatica di dover gestire un familiare affetto da malattia mentale.

Edito dai tipi di add.


Graphic novel. Ho letto il mio primo Zerocalcare. Mai dire mai nella vita. E ho visto la rappresentazione grafica di un sacco di scheletri che mi porto dietro…

 


Mi sono avvicinata al true crime. In ritardo, ma ci sono arrivata anch’io.

Se ho ben capito, Compulsion di Meyer Levin, pubblicato in Italia nel 2017 da Adelphi (traduzione di Gianni Pannofino), è stato un clamoroso caso editoriale. Io ci sono arrivata con calma e per caso, su segnalazione contemporanea di due amiche.


Compulsion
narra la storia vera di due ragazzotti benestanti che nel 1924, a Chicago, rapirono e assassinarono un quattordicenne (compagno di classe del fratello minore di uno dei due) per vedere che effetto facesse e per dimostrare di esserne capaci. La vittima, appartenente a una famiglia altrettanto benestante, faceva parte del loro stesso ambiente.

I due assassini erano tra i più brillanti studenti della University of Chicago; sebbene avessero pianificato l’omicidio per quasi un anno, commisero numerosi errori. Eppure, la polizia impiegò parecchio prima di iniziare a sospettare che il delitto potesse essere stato commesso da studenti modello, rampolli di due agiate famiglie. Il caso fu seguito da un altro studente diciottenne della University of Chicago, Meyer Levin, che all’epoca aveva appena iniziato a lavorare come giornalista per conto del Chicago Daily News.

Meyer Levin conosceva i due assassini, conosceva quell’ambiente (pur non facendone parte, non provenendo da una famiglia benestante) e, per una serie di coincidenze, fu il primo a identificare la vittima.

Il romanzo venne scritto a distanza di 30 anni, utilizzando nomi fittizi. Nella prefazione al suo romanzo, Meyer Levin scrive:

Avendo io preso spunto da un caso di cronaca reale, si può affermare che i personaggi da me ritratti sono persone reali? […]

Benché gli eventi siano tratti dalla realtà, va detto che i pensieri e le emozioni dei personaggi sono una creazione dell’autore e vengono attribuiti ai vari personaggi secondo la sua immaginazione. Per questo motivo non ho usato i veri nomi delle persone coinvolte, anche se talvolta ho fatto ricorso a citazioni testuali. Tra queste, la più lunga è l’arringa difensiva e, a tale riguardo, in nome della giustizia letteraria, desidero fare i complimenti al suo vero autore, Clarence Darrow.

Il volume è consistente, ma si legge con trasporto. Meyer Levin ricostruisce il delitto, la personalità di chi vi fu coinvolto, la complessa vicenda giudiziaria, con tutti gli argomenti in gioco: l’introduzione nella battaglia legale della psichiatria, nonché due argomenti scabrosi per l’epoca, di cui tutti i giornali parlarono: l’infermità mentale e l’omosessualità.

Notevole.  

Altri modi di narrare la maternità.

Negli ultimi tempi, sono stati pubblicati diversi romanzi che raccontano il senso di inadeguatezza, la paura, il disagio di essere ma anche di non essere madre. È un argomento complesso del quale, da non madre, non mi permetto di parlare. Ma da donna che non ha mai avuto uno spiccato senso materno, è un sollievo scoprire romanzi che non ripropongono il solito stereotipo delle gioie della maternità. La figlia unica di Guadalupe Nettel, pubblicato in Italia da La nuova frontiera nella traduzione di Federica Niola, racconta la vita di tre donne diverse, di tre modi diversi di intendere la maternità e di alcuni tra i tanti significati che oggi può assumere la parola famiglia.

           


In questi mesi, ci sono state anche altre storie trascurabili ma (tranne un caso) niente di veramente illeggibile o deludente. Poi c’è stata una recente parentesi in Libano. E ne riparleremo presto.


Illustrazione iniziale di Benedetto Cristofani

giovedì 15 marzo 2018

Cicatrici, Juan José Saer


Ieri ho capito una cosa importante: non è bene proporre la lettura di un libro a un gruppo di lettura senza averlo letto in precedenza. Potrebbe sembrare una banalità, ma si corre il rischio di avvelenare la propria lettura del romanzo.
La mia copia
Cicatrici è uno di quei libri acquistati a scatola chiusa qualche tempo fa. Quel genio di Saer che snobba il realismo magico e mescola la lingua visionaria dei sudamericani con lo sperimentalismo dei francesi di metà Novecento. Così mi disse un lettore che stimo molto. E io mi fidai, pur sapendo che non sarebbe stata una lettura facile. Cicatrici è rimasto ad attendermi fino al mese scorso, quando ho stoltamente pensato di leggerlo insieme a uno dei vari gruppi di lettura che frequento. Un gruppo eterogeneo di lettori forti (potentissimi rispetto ai miei ritmi), eppure sin dal momento in cui ho annunciato il titolo scelto, ho avuto il presentimento che stessi commettendo un errore. Infatti…
Juan José Saer nacque nella provincia di Santa Fe (Argentina) nel 1937 da una famiglia di immigrati siriani, ma trascorse la maggior parte della sua vita a Parigi, in un appartamento sopra la stazione di Montparnasse. Pare fosse persona schiva, riservata, intenta a studiare l’uomo, le sue ossessioni e il suo agire e a raccontare l’Argentina da lontano.
Santa Fe, vista da Parigi, è una città cupa, immersa nella pioviggine, con gli alberi dei parchi avvolti da una penombra blu, una nebbia che toglie qualsiasi punto di riferimento e auto con i tergicristalli perennemente in funzione.  
Inizio a leggere la prima parte del romanzo e, sorvolando sulla minuziosa descrizione delle partite di biliardo tra Angelito, neo giornalista di cronaca al quotidiano La Regíon, e Tomatis, scrittore, giornalista e sciupafemmine, mi lascio trascinare dalla storia. Surreale ma neanche troppo insensata. Mi diverte seguire i passi di un giornalista che s’improvvisa meteorologo ("la mia funzione era più o meno quella di Dio"), che finge alla bisogna di avere uno zio che si chiama Philip Marlowe; un lettore appassionato e ossessionato dall’idea di avere un doppio. Una persona identica a sé, che indossa gli stessi abiti, che percorre le stesse strade ma che forse sta vivendo una vita che lui non può vivere. O che forse è la stessa vita con le stesse cicatrici.
Cervellotico. Arrivo alla fine della prima parte, cercando di capire dove sia l’equivoco (Saer, mi stai ingannando e lo scoprirò solo strada facendo, oppure non devo cercare altre interpretazioni che vadano oltre i fatti?) e mi ritrovo nel bel mezzo di una partita di punto banco. Delle regole del gioco non comprendo granché; finalmente, però, inizio a capire com’è strutturato il romanzo: quattro parti che si intersecano tra loro, gli stessi personaggi che diventano protagonisti di volta in volta di ciascun capitolo; di ciascun personaggio viene descritta la sua ossessione attraverso i fotogrammi della giornata. Un’azione dopo l’altra, senza giudizi esterni; ogni personaggio parla in prima persona: Angel descrive i momenti in cui incrocia il suo doppio in città; Sergio, ex avvocato ossessionato dal gioco, racconta le sue nottate intorno a un tavolo da gioco; Ernesto, giudice non onesto, racconta ossessivamente i passaggi della traduzione de Il ritratto di Dorian Gray; l’operaio Luis Fiore descrive minuziosamente l’ultima giornata trascorsa con sua moglie, prima di ucciderla. Non c’è una trama vera e propria; c’è un evento di cronaca: la morte della Gringa, la moglie di Luis Fiore, e ogni episodio della vita dei protagonisti termina con il delitto commesso da Fiore.
Nella follia del romanzo, Saer riesce a farti vedere le scene e a farti percepire l’alienazione dei personaggi e un senso di angoscia che non ti si stacca di dosso, un po’ come la pioviggine che permea il romanzo.
Ora, se non avessi proposto la condivisione della lettura di Cicatrici, quest’angoscia me la sarei tenuta per me. Avrei apprezzato Saer senza avvertire il peso della pioviggine che cadeva sul gruppo di lettura. Avrei fatto le mie considerazioni, avrei letto qualcos’altro di Saer senza sognarmi di regalare un libro del genere se non a persone di cui conosco bene i gusti. Invece no. Ho ascoltato con interesse l’opinione di chi avrebbe fatto volentieri a meno d’incrociare questo romanzo e di chi ne ha apprezzato l’intreccio narrativo, portando comunque a casa il senso di colpa per non aver suggerito una lettura diversa.
Tutto questo per dire che i gruppi di lettura sono una bella cosa, ma certe volte possono lasciare cicatrici indelebili.



Juan José Saer, Cicatrici (Titolo originale Cicatrices) traduzione dallo spagnolo (Argentina) di Gina Maneri, La nuova frontiera, 2012.
Qui una recensione di Fabio Stassi.  

sabato 9 dicembre 2017

Dimmi come va a finire, Valeria Luiselli

Il Sogno Americano non esiste.
Esiste la necessità di arrivare negli Stati Uniti e il mito di rimanere, anche se resterai per sempre un alieno.
La legge statunitense sull’immigrazione definisce nonresident aliens chi proviene da paesi diversi e ha l’ambizione di ottenere una Green card. Se non intendi praticare la poligamia, se non sei un comunista, se non hai frequentato paesi a maggioranza islamica o fatto parte di una qualsiasi organizzazione che possa rappresentare una minaccia per gli USA, e se riesci a superare indenne la snervante procedura burocratica che apre le porte del paradiso, hai buone probabilità di passare dallo status di nonresident aliens a quello di resident aliens. Resterai comunque un alieno (residente), ma non verrai rimosso (removable aliens).
Se però sei un minore non accompagnato, originario del Triangolo Nord (Guatemala, Salvador, Honduras), che scappa dai maltrattamenti subiti nel proprio paese, da pericolose bande criminali, da storie di sfruttamento di vario tipo, la possibilità di essere accolto negli Stati Uniti si riduce drasticamente.
Se sei un minore originario del Messico o del Canda, per il solo fatto di provenire da un paese confinante, sei rimovibile a priori. Puoi anche fare a meno di partire, perché con buona probabilità verrai espulso, anzi, tecnicamente opterai per il ritorno volontario al paese dal quale stavi scappando (solo che la volontà non sarà la tua bensì quella del Presidente Bush, firmatario nel 2008 di un emendamento assurdo, contenuto nella legge che dovrebbe proteggere le vittime del traffico di esseri umani).
Prima di leggere il libro di Valeria Luiselli, tutte queste robe qui non le sapevo mica. Presa “dall’emergenza sbarchi” di casa nostra, nauseata dalle dichiarazioni accaparravoto di destra, sinistra, centro (qualsiasi cosa significhi oggi), istupidita dai criteri contenuti dal regolamento di Dublino e che disciplinano la richiesta d’asilo in Europa, non mi sono mai posta troppe domande su cosa accada altrove. Che ce ne fossero almeno 40 di domande, racchiuse in un formulario da sottoporre a ragazzini impauriti, che scappano dalla violenza sistematica di gruppi criminali, era per me impensabile.
I figli del Centro America fuggono dalle loro miserie saltando sulla Bestia (i treni merce che attraversano il Messico); se sopravvivono, si consegnano spontaneamente alla Migra (la polizia di frontiera tra Messico e USA) per poi passare in ghiacciaia, la hielera, il centro di detenzione in cui vengono internati per 72 ore (quando gli va bene) e in cui vengono sottoposti a raffiche d’aria gelida per uccidere i microbi annidati nei loro corpi. Negli ultimi tempi, gli itinerari seguiti dai migranti sono diventati più improvvisati ma non meno pericolosi.
Se pensavamo di detenere il primato per i bruschi metodi di accoglienza che riserviamo ai migranti, ci sbagliavamo. Va riconosciuto che gli Stati Uniti sbrigano la pratica velocemente. In 21 giorni puoi esser sbattuto fuori dal confine statunitense anche se hai 7 anni e nessuno da cui tornare.
Dal 2015 Valeria Luiselli lavora come interprete volontaria nel Tribunale Federale dell’Immigrazione di New York. Rivolge ai piccoli migranti le 40 domande previste dal formulario e poi traduce, o forse interpreta, le loro storie dallo spagnolo all’inglese. Ascolta decine di storie e, insieme agli altri volontari, fa da ponte tra i minori e il sistema giudiziario americano. Interpreta le risposte enigmatiche dei ragazzini, trasformandole in argomenti validi a dimostrare che il minore è stato vittima di violenza e che necessita di un avvocato. Solo a quel punto inizierà la battaglia legale per ottenere il diritto d’asilo o il SIJ, uno status speciale concesso agi immigrati minorenni.
Pur non sapendo quasi mai come va a finire, Valeria Luiselli racconta un pezzo di quella storia anche a noi, che restiamo attoniti, con il libro in mano e 40 domande nella testa.
Raccontare storie non risolve nulla, non ricompone le vite spezzate. Ma forse è un modo per comprendere ciò che è addirittura inimmaginabile. […]
E sapevo che se non avessi scritto questa particolare storia non avrebbe avuto senso tornare a scriverne qualunque altra.


Valeria Luiselli, Dimmi come va a finire (Tell me how it ends), trad. dall’inglese Monica Pareschi, La Nuova Frontiera, 2017.

martedì 17 ottobre 2017

Il venditore di passati, José Eduardo Agualusa

"Ritengo ciò che faccio una forma superiore di letteratura […] Anch'io creo intrecci, invento personaggi, ma invece di lasciarli chiusi in un libro, do loro vita, li getto nella realtà".
Felix Ventura termina la sua minestra di verdure mentre sfoglia attentamente il giornale; ritaglia con cura tutto ciò che un giorno potrebbe tornargli utile e archivia gli articoli insieme alla registrazione dell’ultimo telegiornale ascoltato. Felix Ventura sostiene di fare il genealogista ma più che ricostruire il passato lo contrabbanda. Fabbrica sogni, inventa genealogie, costruisce un passato migliore per chi fugge da una realtà scomoda. Bussano alla sua porta politici, giornalisti, professori, fotoreporter, ma in pochi hanno il privilegio di poter ascoltare i suoi pensieri. 
Le donne guardano con imbarazzo la sua pelle così delicata, tutte tranne Ângela Lúcia: «È la prima volta che bacio un albino». Ma Ângela Lúcia è una donna fuori dal comune: è pura luce; riesce a mantenere viva una conversazione senza prendervi quasi mai parte.
Felix Ventura ha un solo vero amico, Eulálio, un geco tigrato, ottimo ascoltatore, dalla risata quasi umana, con una pessima pelle e l’avversione per il sole, neanche fosse albino. Eulálio registra i racconti di Felix, va a trovarlo nei sogni, cammina sui suoi libri, condivide l’amore per le parole arcaiche, quelle destinate all’oblio. Ogni tanto, nelle loro conversazioni - vere o sognate, chissà! -  compare l’Angola, però nessuno dei due prende Luanda troppo sul serio. La guerra civile è alle spalle, ma sono successe così tante cose in questo paese da far ammattire le persone.
Luanda è piena di persone che sembrano molto lucide e all’improvviso si mettono a parlare lingue impossibili, o a piangere senza apparente motivo, o a ridere, o imprecare. […] Certi pensano di essere morti. Altri sono morti e nessuno ha ancora trovato il coraggio di comunicarglielo. […] È una fiera di pazzi questa città; ci sono in giro, per quelle strade in rovina, in tutte quelle bidonville, patologie che non sono state neanche catalogate.

José Eduardo Agualusa, Il venditore di passati (O vendedor de passados), traduzione dal portoghese (Angola) di Giorgio De Marchis, la Nuova frontiera, 2008.
Qui un bel reportage per uscire dai sogni di Felix Ventura e immergersi nell'Angola dei nostri giorni.

José Eduardo Agualusa è scrittore, giornalista e grande affabulatore. L’ho ascoltato al Festivaletteratura di Mantova, a settembre scorso, in occasione della presentazione del suo ultimo romanzo, Teoria generale dell’oblio (tradotto da Romana Petri, edito da Neri Pozza). 
L’autore chiacchierava con Romana Petri dell’Angola, del colonialismo, della guerra civile, del potere della scrittura. Quando gli è stato chiesto come nascono i suoi romanzi ha sorriso:  
"Quando inizio un romanzo ho solo un’idea della storia. Scrivo per sapere come andrà a finire. Sono uno che sogna molto". 
E Il venditore di passati ne è una dimostrazione. 

mercoledì 24 maggio 2017

L’ombra dell’ombra e Paco Ignacio Taibo II

Paco Ignacio Taibo II con sua moglie, Palomar - aperitivo romano
Antefatto. Salone del libro di Torino 2016: non so chi sia Paco Ignacio Taibo II ma mi fermo ad ascoltare questo signore dalla faccia simpatica che dialoga con De Cataldo, ammaliando il pubblico. Dovrebbe essere la presentazione di A quattro mani, romanzo appena ripubblicato in Italia da La nuova frontiera ma è una sorta di commedia teatrale. Lo scrittore parla a ruota libera di poliziotti, Messico, politica e America latina. De Cataldo ci prova, ma non ce la fa proprio a stargli dietro.
Della trama del libro non colsi molto, mi folgorò il personaggio Paco, il mix di ironia e umorismo, la capacità di raccontare cose serie senza farle apparir tali. Non acquistai il romanzo, ma curiosai nella sua vita e nella ricca produzione letteraria, e qualche mese dopo regalai al coniuge la monumentale biografia del Che (Senza perdere la tenerezza, Il saggiatore). Era scoccata la scintilla ma non era ancora amore.


Pre-Salone del libro di Torino 2017. Don Paco, che non perde occasione di tornar in Italia con la gentile consorte, si lancia nell’Ombra tour, ed io vengo invitata da Laura Ganzetti per un aperitivo romano con Paco Ignacio e pochi intimi, organizzato da La nuova frontiera.

Recupero dalla biblioteca di Rocca Priora questa copia del 1996, pubblicata da Marco Tropea editore. Sarà davvero necessario ripubblicare, a distanza di 20 anni, un libro introvabile da tempo?
Le prime pagine dell’Ombra nell’ombra (titolo della precedente edizione) scorrono con una certa lentezza, non riesco ad entrare nell’atmosfera di Città del Messico del 1922. Mi siedo al tavolo del domino con quattro tipi improbabili: un avvocato di prostitute (che nasconde dentro di sé un paio di demoni del passato), un sindacalista cinese (che non parla una parola di cinese ma non riesce a pronunciare la r), un giornalista (che considera la cronaca nera la vera letteratura della vita) e un poeta (che per mangiare scrive slogan pubblicitari di prodotti farmaceutici).
Affumicata dalle sigarette e offuscata dal rum, capisco sempre meno quale sia il nesso tra i quattro giocatori e gli inquietanti omicidi a cui involontariamente si trovano ad assistere. Il domino si intreccia con morti violente, la rivolta di Pancho Villa, lo sciopero degli operai, un golpe militare, il petrolio messicano e scene rocambolesche. La finzione letteraria si confonde con la storia e mi sorge il sospetto che nell’Ombra dell’ombra d’inventato ci sia ben poco e che la realtà possa superare la fantasia.
Impreparata sulla storia del Messico e sulla rivoluzione messicana, comincio a googlare ogni nome che compare nel romanzo e viene fuori che qualche personaggio minore è esistito davvero. Bastano 4 accorate righe per farti capire che la biondina minuta che attraversa la strada saltando le pozzanghere, Elena Torres, non è né un personaggio inventato né inoffensivo. Taibo II ruba dalla storia, ma non ama mitizzare i personaggi; cerca gli uomini e le donne che si celano dietro i personaggi, ne svela fragilità, ombre, ossessioni. Emergono ritratti fatti con matite e carboncino, simili alla bella copertina scelta per questa nuova edizione del romanzo.
Don Paco lo dice chiaramente: la letteratura non deve mettere ordine nella vita ma diffondere il caos. Ed è quello che succede in questo finto thriller, avvincente ma non lettura da metropolitana. Non si arriva all’ultima pagina per scoprire chi sia il mandante degli omicidi ma per completare il puzzle del Messico degli anni Venti.
Quindi, era necessario ripubblicare in Italia un libro introvabile da tempo? Sì, lo era. È necessario continuare ad invitare in Italia un personaggio rivoluzionario che non riesce a parlare di letteratura senza metterci dentro la politica, la lotta, la passione, i diritti dei più deboli? Un uomo, spagnolo d’origine e (nella mia testa) messicano solo d’adozione, che alla domanda “Ha mai pensato di lasciare il Messico?”, a momenti mi scaraventa contro il bicchiere di gazzosa (sì, gazzosa).
“NUNCA, NEVER, MAI”. Ho smesso di essere spagnolo da anni. Sono messicano, non lascerei mai il mio Paese. Un uomo energico che, se solo parlasse vietnamita, starebbe già scrivendo la biografia di Ho Chi Minh (uno dei pochi personaggio che merita davvero una biografia). Un uomo in cui vita e letteratura coincidono (Non capisco quelli che ti chiedono quale libro porteresti su un’isola deserta. Io non andrei su un’isola deserta se non ci fosse almeno una biblioteca). Quindi, è necessario continuare ad andare ai Saloni, agli incontri in libreria, agli aperitivi con Paco? No, certo, si può vivere senza. Ma si perderebbe l’occasione di ricevere una sferzata d’energia, di conoscere un altro pezzo di mondo, d’incontrare una coppia (perché credo che Paco, senza la sua compagna, Palomar, sarebbe un uomo monco, con la metà dell’energia che possiede oggi) che si sta spendendo moltissimo nel progetto della Brigada para leer en libertad, iniziativa volta alla diffusione dell’informazione dal basso, impegnata nel portare libri nelle zone periferiche in cui non ci sono né librerie né biblioteche.
E vabbè, a questo punto è evidente che la scintilla scoppiata lo scorso anno è diventata quasi amore. 


Paco Ignacio Taibo II, L’ombra dell’ombra (Sombra de la sombra), trad. Maria Pia Ferrari, La nuova Frontiera, Roma, 2017

Nel post mancano i link al sito della casa editrice poiché attualmente in fase di restyling. A breve, troverete tutte le informazioni qui.

venerdì 12 febbraio 2016

Volti nella folla, Valeria Luiselli

Valeria Luiselli, Volti nella folla
Traduzione dallo spagnolo (Messico) di Elisa Tramontin, laNuovafrontiera, 2015

Illustrazione in copertina di Gaia Stella


Certe volte mi fisso per un libro senza una ragione precisa. Ne ho letto due righe, ne ho visto la copertina di sfuggita, l’ha menzionato qualcuno… mi convinco del fatto che mi piacerà tantissimo e non mi do pace fino a quando non lo acquisto. È successo così con Volti nella folla di Valeria Luiselli. LaNuovafrontiera l’ha pubblicato in Italia nel 2012, ed io l’ho ignorato. Evidentemente la seconda copertina, scelta per la recente ripubblicazione, ha acceso la scintilla e sono stata costretta ad acquistarlo. Ora mi trovo in forte imbarazzo perché questo libro neanche saprei raccontarvelo. Avevo pensato di dirvi che è la storia delirante di una giovane donna che per scrivere un romanzo gioca a fare la Emily Dickinson, rimanendo eternamente in casa a parlare con i suoi fantasmi e mettendo su carta pensieri spezzati. Ma poi voi potreste obiettare: «Embè? Con tutti i libri che abbiamo da leggere, dovremmo sprecare il nostro tempo per una storia del genere?».
Così ho pensato di dirvi che è la storia di una che è l’esatto contrario di Emily Dickinson; una tipa che non sopporta di stare in casa da sola e allora si inventa una vita e una famiglia da raccontare. Ma non è mica tanto capace di stare in quella storia inventata.
Però, se dicessi una roba del genere, a voi passerebbe definitivamente la voglia di leggere questo libro. Ed io non saprei con chi condividere la vertigine di prendere una metro a New York e incrociare nella folla i fantasmi di poeti della letteratura latinoamericana che, prima di scoprire Valeria Luiselli, neanche conoscevo. Perché, non so voi, ma io, per dire, non avevo mai sentito parlare di Gilberto Owen. Adesso un po’ lo conosco, cioè, pensavo di conoscerlo; poi, la poesia, l’alcol, il gelato alla cocaina mi hanno mandato in confusione e ho smesso di distinguere lo spazio concreto dalle ombre.
Ora cerco tra la folla una donna dal cappotto rosso, la carnagione scura e le occhiaie profonde. Ha tra le mani un libro che si intitola Obras.



Insomma, a me questo libro è piaciuto, perché la Luiselli mi ha fatto sorridere, riflettere e perdere tra Città del Messico e New York. Ma nelle pagine finali mi sono smarrita del tutto, ed ho pensato che forse anche la narratrice, strada facendo, avesse perso la bussola. Perciò vi avverto: se cercate una trama lineare, Volti nella folla non fa per voi. Se volete una storia strampalata, un filosofo che a colazione mangia pane e coca-cola, libri rubati da biblioteche comunali, gatti senza coda, scarafaggi e un bambino divertente, allora avete trovato il romanzo giusto.


Qui un bell'articolo di Marco Gigliotti con tanto di intervista a Valeria Luiselli.
Se anche per voi Gilberto Owen era un illustre sconosciuto, vi consiglio il pezzo pubblicato sul blog lineadifrontiera.

Reading Challenge 2016
La nuova copertina di questo libro ben rappresenta un romanzo orizzontale raccontato verticalmente (purtroppo non sono parole mie, bensì dell’autrice), ed entra a pieno titolo nella #readingchallange2016 ideata dai russi, alla voce #librocopertina.

mercoledì 27 gennaio 2016

Fondi di caffè, Mario Benedetti




Mario Benedetti, Fondi di caffè
traduzione di Elisa Tramontin












La mia famiglia traslocava di continuo. Perlomeno da quando ne ho memoria. Voglio specificare però che traslocavamo non perché ci sfrattassero o non pagassimo la pigione, bensì per altri motivi, magari più assurdi ma meno imbarazzanti”.

Il trasloco è una costante della mia esistenza da adulta. Non a caso, fino a pochi anni fa, ho sempre preso in affitto appartamenti già arredati, così da poter agevolmente racchiudere la mia vita in pochi scatoloni e spostarla altrove. Ora che sono più stanziale (nell’ultimo trasloco abbiamo acquistato dei mobili), il trasferimento mi terrorizza. Fatta questa premessa, intuirete che con un incipit del genere, Fondi di caffè doveva essere mio.
Non avendo letto altro di Mario Benedetti (neppure La tregua, il suo romanzo più noto), non so quanto sia stato saggio fare amicizia partendo da questi ritagli di ricordi sparsi. Il passato è narrato dalla voce di Claudio, alter ego di Benedetti, ossessionato dalle lancette degli orologi puntate sulle 3.10 e da tutti gli accadimenti che alle 3.10 del pomeriggio avrebbero potuto cambiare la sua vita.
È un libro dominato dal fluire del tempo: avverti il ticchettio delle ore nelle miriadi di orologi disegnati da Claudio, negli addii agli amici che si ripetono ad ogni trasloco, nella lotta interiore per stabilirsi nell’Aldiquà, cercando di lasciare alle spalle il passato, nei ricordi a colori che svaniscono dagli occhi ciechi di Mateo. Il tempo continua a scorrere, incurante degli appunti che il padre di Claudio si ostina ad annotare. 
Quando gli anni si accumulano cominci a essere consapevole che il tempo passa in fretta e forse per questo motivo alimenti l’autoinganno che scrivere di tutti i giorni piò essere un modo di frenare quella catastrofe. Non la freni, ovviamente.

Fondi di caffè è una raccolta di frammenti di vita per lettori senza fretta, di quelli che si soffermano a pensare all’odore caratteristico che ciascuna casa emana, ai diari iniziati e presto interrotti, a rincorrere inutilmente le sensazioni provate da bambini. Qualche volta ho sorriso, qualche volta sono tornata indietro per rileggere un pensiero poetico; altre volte ho sbadigliato. Se cercate una storia avvincente, non la troverete tra queste pagine; ma magari vi verrà la curiosità di approfondire l’amicizia con Benedetti. A me, almeno, è successo così.



E gli altri che ne pensano?
Qui un commento critico del terribile (ma bravissimo) Cornelio Nepote.
Il foglio, invece, ne scrive una recensione invitante.