domenica 14 giugno 2020

Un’ombra ben presto sarai, Osvaldo Soriano


Un paio di anni fa, andai dal biblioterapeuta Vince Corso. Non sapevo cosa avessi, un misto di insoddisfazione, malinconia, confusione. Iniziavo duecento cose senza concluderne una. Arrivava la sera e io non avevo fatto che perdermi tra i pensieri. Il biblioterapeuta mi prescrisse Un’ombra ben presto sarai, dell’argentino Osvaldo Soriano. Mi disse che Soriano erano una specie di tachipirina: puoi prenderla per la febbre ma anche per un fastidioso mal di testa.
Non ascoltai il consiglio perché il titolo non mi sembrava di buon auspicio e Vince Corso non aveva menzionato le controindicazioni. Ad ogni modo, portai a casa il medicinale (edito da Einaudi, nella traduzione di Glauco Felici).
Me ne sono ricordata qualche giorno fa, mentre cercavo un buon rimedio per rimettere in ordine i miei pensieri. Al primo capitolo del libro trovo:
Prima che facesse buio mi ero messo a guardare una cartina perché non avevo idea di dove fossi […]
[…] così mi aveva detto il macchinista con cui avevo fatto il primo tratto a piedi, dopo che il treno ci aveva abbandonati in piena campagna. Gli altri passeggeri erano rimasti ad aspettare che venissero a cercarli, ma io […] avevo dato inizio al cammino.
Non sapevo dove stessi andando ma almeno volevo capire il senso del mio viaggio.

Come dire, se ti senti disorientata (nella vita, in generale), sin dalla prima pagina di Un’ombra ben presto sarai capisci d’essere in ottima compagnia.
Ho trascorso qualche giornata in un’Argentina surreale, con l’ingegnere, un informatico senza un soldo, pessimista incurabile che torna ragazzino ogni volta che vede un pallone; ho girato in Jaguar con un uomo tristissimo, dalla faccia dimenticabile, innamorato perso di una donna indimenticabile; ho ammirato un uomo grassissimo camminare sui fili elettrici di città fantasma, facendo acrobazie che mi hanno lasciato lì, a bocca aperta, da spellarsi le mani per gli applausi. 
Mi son fatta leggere le carte dalla cartomante Nadia; bella donna, viene da La Plata e sogna di trasferirsi in Brasile con il resto della famiglia. Non ce la farà mai se continua a farsi pagare con salami e torte al limone, però sostiene che anche così raggranella una discreta cifra. Non so come abbia fatto, eppure sapeva diverse cose del mio passato.
Calcolo delle probabilità, dice l’ingegnere pessimista in cerca del suo destino. Sarà. 
Intanto la sera si gioca a truco con personaggi improbabili e, chi ne ha ancora, scommette ricordi; quando non ne resta più nessuno, si passa alle illusioni.


Osvaldo Soriano, nato a Mar del Plata nel 1943, veniva chiamato dagli amici El Gordo. Sembra fosse un ottimista malinconico; ironico anche nelle situazioni più tragiche. In un’intervista di Paolo D’Agostini, all’osservazione “Allora Soriano non è un pessimista totale”, El Gordo rispose: “Io non sono pessimista: lo è il mondo”. Osservazione condivisibile, pronunciata da un uomo inserito nella lista nera di Videla e che, nel 1976, dovette raccogliere frettolosamente poche cose e scappare dall’Argentina. Aveva trovato rifugio a Bruxelles e poi, da rifugiato politico, si era trasferito a Parigi e successivamente in Italia.  
Amava il calcio e la letteratura; stando ai commenti di altri giornalisti e scrittori italiani, sapeva trovare la poesia nel pallone e trasformare una partita di calcio in un racconto straordinario. Fu un giornalista sportivo notevole.
A posteriori, ho trovato molti elementi biografici in Un’ombra ben presto sarai, romanzo dal quale Hector Olivéra trasse un film, sceneggiato dallo stesso Soriano (ma non ho ancora recuperato il film).
L’atmosfera che si respira nel romanzo è surreale e ho faticato un po’ ad entrare in una dimensione in cui ci si muove seguendo delle illusioni. È una lettura formidabile se non la si diluisce troppo nel tempo, altrimenti viene meno il ritmo della storia e se ne perde il senso.
Ah, no, non sono sicura che il farmaco abbia funzionato. Ma non mi aspetto che una sola compressa faccia miracoli.  

mercoledì 27 maggio 2020

Lui e io. La corsara, i fratacchioni e le piccole virtù

È stato il fenomeno social della quarantena. I suoi video ottengono più visualizzazioni di quelli del Presidente Trump. Dal “lanciafiamme per le feste di laurea” ai “vecchi cinghialoni” che vanno a correre con tre tute (di cui una alla zuava), passando per l’intervista in cui dà del fratacchione a Fabio Fazio. De Luca super star.
Il fratacchione. Comicità campana, mi dico.
Poi mi imbatto in due fratacchioni, a distanza di poche pagine, in un racconto molto ironico, distante anni luce dai nostri giorni e dalla comicità del Presidente De Luca.

Da Lui e io di Natalia Ginzburg

Lui e io è un breve racconto autobiografico di Natalia Ginzburg, scritto a Roma nell’estate del 1962 e pubblicato nella raccolta di saggi Le piccole virtù (Einaudi).
Lui ha sempre caldo; io sempre freddo. […]
Lui sa parlare bene alcune lingue; io non ne parlo bene nessuna […]
Lui ha un grande senso dell’orientamento; io nessuno. […]
Io non so amministrare il tempo. Lui sa.
Io non so ballare e lui sa. […]

Lui è Gabriele Baldini, il secondo marito di Natalia Levi Ginzburg; professore universitario, stimato anglista (anche se avrebbe preferito diventare direttore d’orchestra o cantante lirico), esuberante, spiritoso, un po’ troppo attaccato all'alcol. Più giovane della vedova Ginzburg, caratterialmente e fisicamente diverso da Leone, primo marito di Natalia, e molto diverso anche dalla stessa Natalia. Invece:
L’unione sembrò improbabile all'ambiente borghese e romano da cui Gabriele proveniva, ma poi si rivelò solidissima. In Natalia Gabriele trovò un esempio vivo e tangibile di profondità, di solidità e anche, direi, di felicità espressiva sulla pagina.
A Natalia Gabriele attaccò un po’ di leggerezza, di ironia. Prima di Gabriele, Natalia deve essere stata una persona più ispida di quella che ho avuto la gran fortuna di frequentare […]
Masolino D’Amico, in La corsara di Sandra Petrignani (Neri Pozza editore)


Da giorni, sono totalmente immersa nell'universo di Natalia Ginzburg, nella Torino antifascista in cui nacque la casa editrice Einaudi, nell’esilio in Abruzzo dell’autrice e di Leone Ginzburg, in quell’ultimo bacio che Nat dà clandestinamente a quel corpo livido, coperto da un lenzuolo nel carcere di Regina Coeli, nel confino lucano di Carlo Levi, nell’amicizia con gli Olivetti, nella lunga amicizia con Cesarito Pavese, nella brevissima e sofferta relazione con Salvatore Quasimodo, nelle case torinesi, nell’appartamento romano in Campo Marzio. 
La corsara di Sandra Petrignani non è solo il ritratto di Natalia Ginzburg, come recita il sottotitolo dell’opera, ma anche l’affresco di un’epoca, di una certa idea di Paese. C’è il fervore politico (sebbene la Ginzburg dicesse di non capire nulla di politica), la religione, l’entusiasmo per il mestiere di scrivere di un’intera generazione, l’intenso lavoro editoriale, la passione per la traduzione, il cinema, la musica, la pittura…
Intervallo la narrazione della Petrignani con la lettura dei saggi raccolti in Mai devi domandarmi e in Le piccole virtù. Non fatevi ingannare dal titolo di quest’ultima raccolta, che prende il nome da un breve saggio scritto nel 1960: l’autrice esorta ad insegnare ai figli non le piccole virtù ma le grandi. Non il risparmio ma la generosità; non la prudenza ma il coraggio e lo sprezzo del pericolo […], non il desiderio del successo, ma il desiderio di essere e di sapere.  
Il titolo del saggio, e poi della raccolta, nasce da una ragione semplice: le piccole virtù è un bel titolo. Le grandi virtù non lo è. Io non ho figli, ma leggendo questo saggio ho molto riflettuto su cosa fosse l’educazione per Natalia Ginzburg:
E ogni giorno gli correggiamo i compiti, anzi ci sediamo accanto a loro quando fanno i compiti, studiamo con loro le lezioni. In verità, la scuola dovrebbe essere fin dal principio, per un ragazzo, la prima battaglia da affrontare da solo, senza di noi; fin dal principio, dovrebbe essere chiaro che quello è un suo campo di battaglia, dove noi non possiamo dargli che un soccorso del tutto occasionale e irrisorio.
Chissà cosa avrebbe detto la Ginzburg dei gruppi WhatsApp delle mamme e della didattica a distanza.


Per chi ama gli audiolibri, Le piccole virtù è distribuito dalla Emons, letto da Giovanna Mezzogiorno. Volendo, è possibile ascoltare questo titolo su Storytel, dove è disponibile, tra l’altro, anche l’audiolibro di La corsara.      

domenica 17 maggio 2020

Lady Barbara


Domenica scorsa, nel riordinare la libreria, è saltato fuori questo libricino.
Me lo donò Fabietto, amico lettore, anzi “il lettore”, spesso menzionato nei miei post. Fabio è una brutta persona, una di quelle che comprano i libri d’impulso pensando ai propri amici; ma la tentazione di leggerli, prima di regalarli, è tale da far intercorrere il giusto intervallo di tempo tra l’acquisto e la consegna al destinatario, in modo da poterseli gustare. Se il libro lo colpisce e comprende d’aver fatto la scelta giusta, se ne troverà traccia nella dedica iniziale. Altrimenti succederà come con Barbara (tradotto da Simona Costaggini, Sellerio editore). 
Non ricordo esattamente quando accadde, ma Fabio si presentò al nostro appuntamento tirando fuori dalla tasca questo volumetto. “Dovevo passare in libreria, m’è capitato tra le mani – sorriso – poi, siccome è un raccontino e io ero in anticipo…” Altro sorrisetto. Ma non c’era nessuna dedica. E quindi Fabie’?
Espressione indecifrabile seguita da un mah!  
Brutto segno. Avrei potuto leggerlo quella sera stessa, tuttavia il libro finì accantonato su uno scaffale.
Di Thomas Hardy non avevo mai letto nulla; mi era rimasta una spiacevole sensazione di cupezza, pessimismo e una sorta di disperazione dei suoi personaggi, retaggio dei manuali liceali di letteratura inglese. Certo che se i titoli dei romanzi più noti sono un Via dalla pazza folla e Jude l’oscuro, c’è poco da sperare.  
Tra il 1880 e il 1890 Thomas Hardy affiancò alla scrittura dei romanzi un lavoro di revisione e adattamento dei racconti già scritti, per inserirli in raccolte che avessero un filo conduttore preciso. Barbara of the House of Grebe fu il secondo racconto della raccolta A group of Noble Dames: dieci membri di un club, impossibilitati ad uscire a causa di una pioggia incessante, per ingannare il tempo raccontano a turno una leggenda su nobildonne di quell’area che Thomas Hardy chiama Wessex (la parte sudoccidentale dell'Inghilterra, corrispondente al Dorset).   
Immagine da Google
Il racconto è ambientato alla fine del Settecento; la diciassettenne Barbara, della casa dei Grebe, perde la testa per un Edmond Willowes qualunque. Giovane integerrimo, di famiglia onesta, ma una famiglia qualsiasi. Sangue blu neanche a parlarne. E bello, così bello che lady Barbara non ci pensa due volte ad organizzare una fuga nella notte col suo amato, seguita da matrimonio. L’alternativa sarebbe stata quella di sposare il maturo e risoluto Lord Uplandtowers, ricco proprietario, stimato dai genitori di Barbara e, per giunta, conte. Ma se hai ai tuoi piedi un Apollo in carne ed ossa, perché dover sottostare alle regole del sangue blu e sposare un conte qualsiasi? Giammai.
La vita, però, fa strani scherzi; la bellezza può esser distrutta da un incendio e di quel corpo magnifico e di quel volto perfetto non resterà nient’altro che una statua, a grandezza naturale, nel più pregiato marmo di Carrara, raffigurante Edmond in tutto lo splendore di una volta.
Il cuore umano, però, è portato a cambiare inclinazione come le foglie dei rampicanti sui muri; col passare del tempo non arrivarono più notizie di Edmond, e Barbara ascoltava con aria indifferente quando la madre e gli amici le sussurravano all’orecchio, «Beh, era il meglio che potesse capitare». Iniziò a crederlo anche lei, perché ancora non riusciva a ripensare a quella forma invalida e mutilata senza rabbrividire.
Anche la mente fa strani scherzi e lady Barbara, che non aveva riconosciuto la bellezza d’animo di quel primo marito, dopo aver deciso di sposare il cinico Lord Uplandtowers, davanti alla statua di Edmond perde il senno.
Il racconto non piacque alla critica. Lo Spectator lo definì “tanto affettato quanto ripugnante” e neppure T.S. Eliot gli dedicò pensieri migliori.
Perturbante e crudele, sono i primi aggettivi che mi vengono in mente. Eppure Hardy è riuscito a condensare tutte le sfumature di questi due aggettivi in pochissime pagine. Quindi, non escludo di dare una chance ai suoi romanzi più noti.

mercoledì 13 maggio 2020

Disordine organizzato

Frammento di libreria

Ora che la sessantena è agli sgoccioli (o forse è già finita, non mi è chiaro ancora), posso serenamente dire che in questo periodo non ho imparato nulla. Da quello che leggo sembrerebbe che in molti abbiano fatto tesoro delle lunghe giornate d’isolamento. Hanno ricominciato a cucinare, hanno imparato a dipingere, a fare pilates seguendo corsi on line, hanno cominciato a studiare una lingua, seguito webinar di scrittura creativa, si son dati al giardinaggio, hanno sanificato più volte casa, dépendance e scantinato.
Io mi sono innervosita molto più del solito; sono diventata più irascibile, ho discusso con il mio capo ad oltranza, nel mese di marzo ho lavorato il triplo e mi sono chiesta, nuovamente, che senso avesse tanta irritazione in giornate in cui si parlava solo di morte.  
Così, tra un attacco di gastrite acuta e l’altro, siamo arrivati a metà maggio e il pensiero principale, a quanto pare, è diventato se, come e dove andremo in vacanza. Senza aver risistemato la libreria: l’unico proposito che avevo in testa da due mesi.
Il punto è che da quando ci siamo trasferiti in quest’appartamento, non ho fatto altro che accatastare libri un po’ dove capitava. Il vantaggio del disordine è che non hai l’effettiva consapevolezza del numero di volumi ancora intonsi e ti arrendi all’ennesimo raptus di shopping compulsivo. Perché l’editoria italiana è in crisi, le librerie pure, ed io, che voglio bene ad entrambi i settori, ho acquistato tantissimo. Era un obbligo morale. Ma, sia l’editoria che le librerie sono in crisi da sempre, e lo scorso weekend ho avvertito l’urgenza di fissare dei paletti e fare ordine.
Ordine. Vabbè, diciamo disordine organizzato rispetto all’umore del momento. Quindi, niente ordine alfabetico perché, per dire, che senso avrebbe frapporre Levi tra la Ginzburg e la Morante? È ovvio che le due scrittrici debbano continuare a bisticciare anche sulla mia libreria, no?
Ordine per casa editrice. Sì, però, come si fa con Saramago? È Feltrinelli, nonostante le mie copie de Le intermittenze della morte e Cecità siano della Einaudi.
Per area geografica. Sì, si fa presto con case editrici tipo Iperborea, ma in altre circostanze? L’italianissimo Claudio Fava, ad esempio, con il suo Mar del Plata (add editore) va accanto agli scrittori argentini pubblicati da Sur, c’è poco da fare. Insomma, ora che l’ho risistemata, nella mia libreria un ordine preciso non c’è. Però ho tolto moltissima polvere, e in questa finta organizzazione mi sento a casa. La osservo estasiata.
I libri in attesa d’esser letti sono tantissimi e occupano uno spazio ben definito. Un solo sguardo dovrebbe far evaporare qualsiasi tentazione di nuovi acquisti nei prossimi mesi. Chissà.
Così, a ben pensarci, posso dire anch’io d’aver fatto qualcosa di utile durante l'isolamento. Tecnicamente siamo nella fase 2, ma vale lo stesso, giusto?

lunedì 27 aprile 2020

Una stella incoronata di buio. Storia di una strage

Se Il tunnel di Ernesto Sabato ha turbato il mio sonno, non è andata meglio con Una stella incoronata di buio, di Benedetta Tobagi. Anche in questo caso conoscevo vagamente la trama, non mi sfuggiva l’entità e l’identità delle vittime e sapevo che non sarebbe stata una lettura facile. Solo che questa non è fiction, il virus del silenzio può essere più fastidioso di altri organismi e la tendenza a dimenticare indebolisce la nostra capacità di osservare la società in cui viviamo.
Piazza Fontana, l’Italicus, Brescia, la stazione di Bologna, vittime, feriti, attentati… Le stragi. Un elenco di luoghi, immagini sfocate che ogni anno vengono rievocate ma che nella mia mente tendono a confondersi e rientrano tutte nel generico file “strategia della tensione”. Forse perché quegli anni non li ho vissuti, li ho studiati poco e male, non ne ho mai sentito parlare dai miei genitori, non ne ho percepito la rilevanza storico politica: ho colpevolmente sorvolato su un pezzo di storia.
Non so cosa sia scattato, ma ad un certo punto mi sono trovata a riflettere sull’Italia degli anni Settanta. Ho realizzato che se qualcuno mi avesse chiesto cosa fosse accaduto di eclatante a Brescia nel ’74, non avrei saputo rispondere. Non avrei saputo spiegare il perché di una bomba proprio a Brescia e l’avrei liquidata come una strage impunita. Ignorando, tra l’altro, la sentenza del 2015 che ha condannato Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte per strage, condanne confermate in Cassazione nel 2017. Se ne sarà parlato. Sicuramente. E io l’avrò anche ascoltato, ma in maniera distratta, come distrattamente si ascoltano le storie vecchie e confuse, i processi che durano anni, le assoluzioni, i rinvii.
Della strage di Piazza della Loggia non avrei saputo dir nulla perché, quando penso alle stragi, ho (avevo) in mente solo due foto: il cratere scavato dalla bomba nella Banca Nazionale dell’Agricoltura e l’orologio della stazione di Bologna. E nessuna delle due immagini si riferisce a Brescia.

Ora, invece, difficilmente riuscirò a dimenticare il pianto in bianco e nero di Arnaldo Trebeschi, accovacciato accanto al corpo mutilato di suo fratello, Alberto, 37 anni, insegnante di fisica. È stato coperto da uno striscione della FIOMM, divenuto sudario. L’onda d’urto dell’esplosione ha sbalzato il corpo a diversi metri dal luogo in cui stava chiacchierando. Lì, da qualche parte in piazza, nei pressi di una fontanella, non troppo distante da una colonna con un cestino dei rifiuti c’è anche il corpo della Clem, 31 anni, insegnante, moglie di Alberto.



Difficilmente dimenticherò lo sguardo di Manlio Milani, 36 anni, operaio. Anche lui è inginocchiato; sorregge la testa di sua moglie, Livia, 32 anni, insegnante. Manlio fissa l’obiettivo, ha la sensazione che la moglie respiri ancora. Morirà prima di raggiungere il pronto soccorso.

Doveva essere una manifestazione contro il terrorismo antifascista, una manifestazione di studenti, operai, insegnanti. Non temete possa succedere qualcosa? Chiede la madre di Livia ai ragazzi che sono passati a salutarla la sera prima. Figurarsi!, nella loro piazza, casa comune, non potrebbe mai accadere nulla di male.
La bomba, collocata in un cestino dei rifiuti, esplode alle 10.12, pochi minuti dopo l’inizio del comizio. Ucciderà 8 persone e ne ferirà altre 102.
Il sindacato stava registrando il comizio e qui è possibile riascoltare quei minuti; l’esplosione interrompe la voce di Castrezzati. La prima volta che l'ho ascoltata, ho pianto a dirotto. Ho riascoltato l’audio mentre buttavo giù queste righe e mi sono controllata a stento.   


Non sarò obiettiva nel suggerire la lettura di questo libro: a me Benedetta Tobagi piace molto. Ammiro la sua ossessione per gli archivi e per la ricerca storica, l’ossessione per la ricerca della verità, il desiderio di chiarezza, la passione che si percepisce nella sua scrittura.
Una stella incoronata di buio è stato pubblicato per la prima volta nel 2013, dopo nove anni di lavoro. La strage, allora, era ancora impunita. Si conosceva la trama, lo scopo, la matrice ideologica di stampo neofascista, riconducibile al gruppo di Ordine nuovo, ma mancavano i nomi di chi materialmente aveva piazzato la bomba. La Tobagi lavora intorno al buco dell’impunità, prende per mano il lettore e lo conduce nell’Italia di quegli anni; cerca di ricostruire il contesto internazionale, la guerra fredda, la militanza politica di destra e di sinistra, i golpe organizzati e sfumati, le bombe (perché ne esplosero diverse in quel periodo), le responsabilità politiche. Dedica un intero capitolo al tema dei depistaggi, il metodico occultamento dei documenti che, se fossero emersi all’epoca dei fatti, avrebbero permesso di mettere sotto inchiesta da subito le persone realmente coinvolte.

Benedetta Tobagi scrive un saggio in forma narrativa, perché in queste pagine ci sono tante storie e molta poesia, a partire dal titolo. Tra le storie disintegrate dalla bomba, c’è la vita di Livia, l’insegnante che amava la poesia e il cinema e che si divideva tra l’insegnamento e il volontariato presso l’AIED di Brescia; ci sono frammenti delle giornate della Clem, caparbia, rivoluzionaria, tra le fondatrici del sindacato scuola CGIL ma che non prese mai la tessera del partito comunista.
Brescia in quegli anni era tutto un fermento, un microcosmo dell’Italia di allora. Anni difficili, in cui, però, c’erano degli ideali; in molti guardavano alla cultura come ad uno strumento di emancipazione, c’era il desiderio di svecchiare un sistema.
La Tobagi scrive: «a Brescia non è avvenuto la più grande delle stragi, né la più nota. Ma è diversa dalle altre, per tanti motivi… “Strage col più alto tasso di politicità” è stato detto; perché la bomba colpì una manifestazione antifascista».
La bomba colpì un ideale, un modo d’intendere la vita, un tessuto fatto d’impegno e di appartenenze solidali. Luci che brillano incoronate dal buio dell’impunità, che ha impiegato più di 40 anni per vedere una sentenza definitiva. Un giudizio tardivo che, quanto meno, ha dato un senso agli sforzi dell’Associazione dei Caduti di Piazza della Loggia e del suo presidente, Manlio Milani, che instancabilmente ha lottato anni per arrivare alla verità.  
 
Benedetta Tobagi e Manlio Milani
Io ho letto la nuova edizione dell’opera, pubblicata nel 2019, quindi integrata con gli ultimi eventi giudiziari e con le sentenze definitive. Non è stata una lettura semplice perché ignoravo la storia di molti personaggi citati dall'autrice; ho dovuto fare qualche sosta per incastrare tutti i pezzi e per colmare qualche lacuna che ostacolava la comprensione degli eventi. Ma Una stella incoronata di buio non è un romanzo d'intrattenimento ed io sono consapevole dei miei limiti.
Qui si può leggere una sintesi delle vicende giudiziarie.
Qui, invece, è possibile consultare il sito della Casa della Memoria.

venerdì 17 aprile 2020

Tutti sanno che ho ucciso María


«A che ora ti sei alzata?».
«Alle 4.44, ma ero sveglia da prima».
«Perché?».
«Sarà per colpa di Maria. Se non arrivo alla sua morte, non mi do pace».
Il coniuge smette di stropicciarsi gli occhi; fa la faccia a punto interrogativo, si siede sul divano e guarda la copertina del libro che ho tra le mani.
«Scusa, ma Maria non era già morta ieri sera?».
Già, ha ragione lui. Perché María Iribarne muore alla seconda riga della prima pagina; l’ha uccisa il pittore Juan Pablo Castel, e ce lo dice subito lui stesso. Qui, vedete?

Infatti, Il tunnel, dello scrittore argentino Ernesto Sabato (traduzione di Paolo Collo e Paola Tomasinelli, Feltrinelli editore), non è un giallo. E non è neppure la scelta migliore se in questo periodo siete un po’ agitati, faticate a prender sonno e vi svegliate nel cuore della notte. Leggere due righe, in questo caso, non vi tranquillizzerà affatto.
Ve la faccio breve. Il pittore argentino Juan Pablo Castel, durante il Salón de Primavera del 1946, a Buenos Aires, espone un quadro intitolato Maternità. C’è una scena particolare, carica di significato per l’artista, ma che tutti ignorano, concentrando lo sguardo su altri punti dell’opera. Tutti ignorano quel dettaglio, tranne un’osservatrice, e quell’osservatrice, María per l’appunto, diventa l’ossessione di Juan Pablo. L’ossessione di un uomo che per anni si è sentito chiuso in un tunnel, buio, da solo, mentre un mondo là fuori si muoveva, seguendo regole e principi incomprensibili per quell’uomo. Poi, l’uomo vede in un tunnel parallelo qualcuno che presta attenzione alla sua solitudine, al non detto. E allora Juan Pablo vuole quella donna a tutti i costi. Ma niente è ciò che sembra. 
Inizia una relazione opprimente, possessiva, le paranoie che torturano Juan Pablo diventano le mie paranoie, le sue manie mi tolgono il fiato; m’illudo che, giunta all’ultima pagina del romanzo, tornerò a respirare. Ma non è così.

L’angoscia, l’ossessione, un cervello sempre in funzione, che non si riesce a spegnere; l’incapacità d’indirizzare i propri pensieri verso un’unica meta predefinita restano anche a libro terminato.
Il tunnel è un libretto smilzo, si potrebbe leggere in poche ore; ma poi si torna indietro, si apre una pagina a caso, si sottolinea una frase. Si legge con più attenzione un capitoletto e si prova la stessa indecifrabile ansia della prima lettura.
Potente.

martedì 14 aprile 2020

Raccontami una storia


Il ciclismo non m’ha mai appassionato. Da qualche anno mi piace l’idea dei lunghi percorsi in bici nel periodo estivo, salvo quelle due o tre volte in cui ho pensato di scaraventare la bici nel primo corso d’acqua cammin facendo e salvo quelle altre due o tre volte in cui alla proposta del coniuge “prossimo anno vacanze in bici?”, ho avanzato la riposante controproposta “divorzio?”.
Il coniuge non mi prende troppo sul serio perché sa che di fronte ad una ciclabile, o in una qualsiasi realtà amica delle biciclette, impiegherà meno di 5 minuti nel convincermi a salire in sella. Alla fine, pedalare ha un suo perché. Stravaccarmi sul divano per guardare qualcuno che pedala, invece, non ha alcun perché. Neanche per il Giro d’Italia. Neanche per il Tour de France. Neanche quando a pedalare era Pantani.
Quindi, non è per rievocare le mirabolanti imprese del Pirata nel 1998 che ho deciso di prendere in prestito Cadrò, sognando di volare di Fabio Genovesi (edito di recente da Mondadori), né perché segua con particolare interesse la narrativa italiana contemporanea. È stato uno stralcio di un’intervista radiofonica ad incuriosirmi. Con il suo spiccato accento toscano, Genovesi, classe 1974, stava dicendo una cosa del tipo “sono nato insieme agli anziani, mio nonno aveva dieci fratelli maschi, non s’è sposato mai nessuno, quindi ho vissuto con undici nonni perché ero il nipote di tutti loro. Vivo bene solo con gli anziani; più uno è anziano, più mi sento a mio agio. Gli anziani hanno passato di tutto e non hanno più nulla da perdere, solo loro sanno darti il consiglio giusto”. Il semaforo è passato dal rosso al verde, qualcuno dietro di me ha suonato e io ho lentamente messo da parte la risata contagiosa di mio nonno e la voce tonante di mia nonna, che sapeva bene come metterlo in riga. Non credo d'aver mai chiesto loro un consiglio, non direttamente; bastava la loro espressione per sapere se stessi facendo la cosa giusta o se avessi sbagliato di grosso.
Insomma, è la prima volta che sento la voce di Fabio Genovesi, non ho mai letto un suo romanzo, Mondadori non è la mia casa editrice di riferimento, però prenoto il prestito la sera stessa.
Siamo nel 1998 e il protagonista del romanzo, Fabio, ventiquattrenne, studente di giurisprudenza non troppo brillante, deve partire per il servizio civile. Mentre i suoi amici fanno l’Erasmus in Spagna, Fabio viene spedito in una località isolata, dove dovrebbe fare l’educatore in una scuola religiosa. Solo che in quel luogo la scuola non c’è più da anni; sono rimasti due anziani sacerdoti e una guardiana. Nessuno attende Fabio, non si capisce bene cosa debba fare e da educatore si trasforma in una specie di assistente: inizierà ad accudire e a lavare Don Basagni, un sacerdote ottantenne, apparentemente incapace di alzarsi.
Fabio potrebbe approfittare del nulla che lo circonda per scrivere la sua tesi e prepararsi ad intraprendere la vita professionale pensata per lui. Potrebbe, se quella vita gli piacesse. Oppure potrebbe osare: attaccare, alzarsi sui pedali, scattare su per la montagna, crederci e tentare l’impossibile. Ma Fabio non è mica Pantani che stacca Tonkov e va a vincere il Giro d’Italia; e poi, come se non bastasse, va anche al Tour. 
Fabio sa che dovrebbe fare qualcosa per uscire da quella gabbia che è la sua vita; eppure, è più facile rimanere nella vita che viviamo (anche se non ci piace), è più facile lamentarci che trovare il coraggio per fuggire. È più facile dire “me ne occuperò domani”, e poi domani, e poi domani… Ma così rischi di arrivare a 80 anni, come Don Basagni, senza che quel domani sia mai arrivato.
Genovesi fa vedere un pezzo di Giro d’Italia anche a chi non ne ha mai visto una tappa in vita sua; è bravo nell’intrecciare più storie e nel ricostruire con delicatezza le imprese di Pantani, accennando appena alla brutta faccenda del doping e al triste epilogo dell’esistenza del Pirata.
Cadrò, sognando di volare fa parte dell’ultimo pacchetto di libri presi in prestito prima della chiusura delle biblioteche. Non è un’opera imprescindibile, né il romanzo da portare sull’isola deserta; probabilmente, in “tempi normali” l’avrei snobbato. Ma Genovesi sa raccontare storie ed ha avuto il merito di allontanare i pensieri foschi nei primi giorni dell’epidemia, quando la mia mente faticava a concentrarsi sugli altri libri che giacevano sul comodino.
Per ovvie ragioni, non so quando il libro tornerà alla biblioteca di Ciampino; intanto è stato letto anche dal coniuge. Dice che alcune di quelle tappe se le ricordava bene, perché il 1998 è stato un anno grandioso per il ciclismo italiano; però, sostiene che non regalerebbe Cadrò, sognando di volare  a un ciclista. La bici resta sullo sfondo e non è detto che un ciclista possa apprezzarlo. Se lo dice lui.

giovedì 9 aprile 2020

Il letto di Frida, Slavenka Drakulić


Prima che la pandemia esplodesse, avevo in testa una serie di progetti. Cose piccole, tipo andar a trovare un’amica che non vedo da tempo, fare un’incursione tra le poche librerie dell’usato che conosco (e magari scoprirne un’altra), tornare a cena al ristornate greco, andare a vedere la mostra di Frida Kahlo, Il caos dentro, al SET – Spazio Eventi Tirso di Roma (originariamente prevista fino al 29 marzo).
Non che sia un’appassionata della Kahlo anche perché, in generale, le mie conoscenze artistiche sono piuttosto limitate. Però, mi capita sempre più di frequente di perdermi nelle immagini, nelle foto, negli schizzi, tra oli e tempera. Di tecnica pittorica non capisco nulla, ma mi soffermo davanti ad una tela, do la mia interpretazione e poi ascolto l’audioguida che talvolta tralascia proprio l’opera che più mi ha affascinato. Poi ci sono personaggi mitici, come Frida, un’icona che ha ammaliato scrittori, giornalisti, politici, uomini, donne; e io ne so pochissimo. Così, m’è venuta voglia di dare una sbirciata a quell’universo e farmene un’idea. Però è arrivata la quarantena, il distanziamento sociale, le chiusure e, a ripensarci adesso, sembrano lontanissimi i giorni in cui programmavo una visita allo Spazio Eventi Tirso di Roma (luogo, tra l’altro, a me sconosciuto. Quindi la curiosità era doppia). 
Comunque, nell’epoca prepandemica, avevo iniziato a leggere Il letto di Frida della croata Slavenka Drakulić, (tradotto da Elvira Mujcic, edito da Elliot nel 2014). Non so se sia il romanzo più interessante tra i tanti che pongono al centro della narrazione vita e psiche di Frida. Io l’ho scelto perché ero rimasta molto colpita dalla scrittura gelida e impietosa della Drakulić, di cui avevo già letto L’accusata (edito da Keller), ed avevo avuto modo di testare la sua capacità nel descrivere le ossessioni e il dolore. 

Il letto di Frida inizia così e già in questa prima pagina c’è l’essenza della storia. Le cicatrici, gli aborti, l’irrequietezza, il vuoto sotto il lenzuolo che non è solo il vuoto lasciato dalla gamba amputata ma quel vuoto interiore provocato dai continui tradimenti del Maestro (il noto pittore messicano Diego Rivera, marito di Frida), dalla pugnalata inferta da sua sorella, Cristina Kahlo (amante del Maestro), dalle nottate insonni, dagli antidolorifici che non fanno effetto.
Da quel letto Frida si lascia andare ad un flusso di ricordi, ripercorre le sue paure, la tenacia con cui si aggrappa alla pittura, la passione per il comunismo, che non fu mai vera passione, le amanti, gli amanti, la relazione con Lev Trockij. Anche questa volta, la penna di Slavenka Drakulić s’intrufola tra i pensieri intimi della protagonista e, pur scrivendo in prima persona, conserva una sorta di distacco pure quando racconta i momenti più infelici. Strano a dirsi ma è quel distacco a rendere più dolorosa la storia. La sua pittura fa pensare ad un carattere impetuoso, impulsivo, una donna che, come sostiene la Drakulić, fa cose che altri non facevano.
“L’incidente al quale era sopravvissuta le aveva donato il coraggio di coloro che non hanno nulla da perdere”.
Eppure, la Frida che troviamo descritta in questo romanzo sembra sempre molto lucida nei suoi ragionamenti, fredda, razionale. Le tante contraddizioni di un’artista dalle mille sfaccettature.
 
Las dos Frida, Museo de Arte Moderno, Città del Messico
Intanto, la mostra è stata prorogata fino al 13 aprile, ma…         
  

sabato 21 marzo 2020

Tempus fugit


Il laghetto dove generalmente vado a correre nel weekend, si trova in un comune diverso dal mio (sebbene disti 5 minuti da casa); così, con l'aggravarsi dell'emergenza Covid-19, ad inizio mese, ho smesso di frequentarlo. 
Di solito, durante la settimana, per ragioni logistiche e lavorative, vado a correre nel quartiere in cui abito. Privo di spazi verdi, sprovvisto di zone pedonali e piuttosto trafficato, ma all’alba è gestibile.
Tra un’ordinanza e l’altra, una decina di giorni fa ho deciso di mettere da parte le scarpette. Avvertivo un certo disagio, anche se corro da anni, corro da sola, con tutte le condizioni meteo e alle prime luci dell’alba. Insomma, come per tutti i malati della corsa (siamo strambi, lo so), correre per me è un’attività solitaria, non una scampagnata. Ma in questi tempi anomali, onde evitare inutili discussioni e occhiatacce dei condomini che ti vedono rientrare mentre aprono le finestre, ho deciso che fino al 25 posso rinunciare all’attività motoria. 
I problemi sono altri, nessun dubbio. Però capisco anche che non debba esser facilissimo rinchiudere i bambini in casa per giorni o togliere alle persone anziane, già tanto sole, la briscola del pomeriggio, al circolo, o la passeggiata quotidiana al parchetto vicino casa.
Viene meno la tua libertà di movimento, ma sei bombardato da messaggi che t’impongono di trasformare il disagio in un’opportunità. Le iniziative sono lodevoli e senti che dovresti ringraziare tutti e approfittarne. La maggior parte delle case editrici si prodiga per spedirci a casa libri senza costi di spedizione, qualcuno regala ebook, è un dilagare di corsi on line, le biblioteche chiudono al pubblico ma ti scrivono di continuo per ricordarti che puoi prendere in prestito più ebook del solito, puoi leggere i quotidiani, puoi vedere film, ascoltare musica… Magari, però, fai un piccolo video e condividilo sui social. Non puoi andare a vedere una mostra? Allora fai una visita virtuale in un museo in cui non sei mai stato.
Sei una persona smart, dimostralo: organizzati e lavora da casa, senza spegnere mai il telefono.
Insomma, siamo chiusi nelle nostre case, apparentemente soli ma sempre più connessi.  
La sera arriva in un attimo, con il telefono che squilla e il monitor del pc che non ha il tempo per andare in stand-by. Poi, accendo la televisione, guardo le immagini che vediamo tutti, vacillo; penso ai medici, al personale sanitario, al dolore che accompagna le loro giornate.  Penso a una morte crudele che ti toglie anche la consolazione di una carezza, un bacio, il sorriso di chi hai amato e ti ha amato per una vita.  
Penso ai miei cari e so d'esser una persona fortunata. Almeno oggi. Domani chissà. 
Penso che tutti quegli input che dovrebbero distrarmi, la sera non servono a nulla. Per capire cosa sia il silenzio e la solitudine dovrei staccare la connessione per qualche giorno. 
Ma sono fragile e contraddittoria. Tant'è che sono qui, in rete, a scrivere queste righe, cercando una risposta alle mie paure.