giovedì 22 ottobre 2015

Delle biblioteche e dei sogni (im)possibili

L’amica bibliotecaria, dispersa in un paesello dei Castelli romani, annuncia con entusiasmo: “Abbiamo costituito un gruppo di lettura!”. Una roba che in un’altra qualsiasi biblioteca del Centro-Nord neanche dovrebbe essere comunicata, qui genera un boato di “Perbacco! Incredibile! Bravissimi!!”. 
Ci si vede venerdì alle 16.00. Fine del mio entusiasmo. Un minuto di riflessione.
I negozi romani sono aperti 7 giorni su 7, orario continuato, in alcuni casi fino alle 22; le palestre sono aperte almeno fino alle 22.30 (anche nei paeselli dimenticati della Provincia). Buona parte degli uffici privati chiude alle 18, spesso anche più tardi. Perché ci stupiamo della scarsa partecipazione ai gruppi di lettura organizzati nel primo pomeriggio? “Eh lo so! Hai ragione, l’orario non è dei migliori, ma noi alle 18 si chiude”.
Io sono tra i tanti che reputano le biblioteche un servizio essenziale per la comunità, un pronto soccorso dell’anima, con orari che dovrebbero essere accessibili a tutti. In una regione in cui vengono chiusi i presidi sanitari essenziali, pensare che gli amministratori possano investire fondi pubblici per l’anima è pura utopia (lo è anche illudersi che gli amministratori pensino al concetto di anima). Io, però, che oltre ad essere una povera illusa sono pure tignosa, continuo a chiedermi come sia possibile che nella Capitale, alle 19.00, le biblioteche siano tutte già belle che chiuse. Figurarsi il weekend. 
E non venite a dirmi che “tanto non ci andrebbe nessuno”. Senza spingerci fino al lontano Nord, ricordo che le biblioteche senesi, città in cui ho studiato, alle 22 erano piuttosto popolate. Così come lo erano il sabato. Cambiava l’utenza: prevalentemente studenti nelle ore centrali del giorno, resto del mondo la sera e il sabato.
E non mi dite che le biblioteche sono vecchie come il libro cartaceo e che nell’era del digitale questi reperti archeologici sono destinate a sparire. È la mentalità a dover cambiare. La biblioteca, come luogo fisico, non esclude la presenza di un moderno spazio virtuale. Medialibrary, per dire, è uno strumento eccellente per leggere quotidiani, prendere in prestito ebook, ascoltare musica, informarsi. Ma ha tutti i limiti del virtuale.

Mi piacerebbe che i nostri illuminati amministratori un giorno capissero che la biblioteca è un centro di aggregazione, un luogo in cui ci si può ritrovare per leggere i quotidiani e bere un caffè, uno spazio aperto al dibattito e al confronto; un luogo che può essere frequentato anche dall’operaio, dall’impiegato, dal professionista, dal parrucchiere, dall’operatore del call-center. Quando smetteremo di pensare che le biblioteca non è solo una sala studio per ragazzi “sottoesame”? Che non è un luogo di passaggio per ritirare materiale multimediale e libri presi in prestito e scappar via?

Tra una riflessione e l’altra, prendo in prestito il libro scelto dal gruppo di lettura di Rocca Priora (due minuti prima che la biblioteca vicino l'ufficio chiuda) e inauguro la stagione della mia partecipazione a distanza.


lunedì 19 ottobre 2015

Del potere trasformativo delle narrazioni

Umore altalenate e grigio, come queste giornate di inizio autunno. È venerdì, sono ancora in ufficio ma la mente è altrove. Uno sguardo distratto alle mail. Mestiere di scrivere pubblicizza l’apertura di un nuovo spazio a Roma dedicato alle scritture. Si chiama Finestre sul cortile, è a due passi dalla Stazione Termini e inaugura con la presentazione di un libro di tal Francesca Sanzo, alias Panzallaria. “Chi meglio di lei può testimoniare del poter trasformativo di una storia?”, chiosa Luisa Carrada che parteciperà all’incontro.   
Agisco d’impulso. Non so chi sia Francesca Sanzo né quanto possa interessarmi un libro intitolato 102 chili sull’anima ma Luisa Carrada è una professionista seria, l’incontro è gratuito, il luogo e l’orario abbastanza compatibili con la chiusura della mia giornata lavorativa. Vado.

mercoledì 14 ottobre 2015

Amitav Ghosh e la saga dell’oppio

“No, dai, un altro librozzo pesoso nun lo reggo. Io con il bookclub della Neri Pozza ho chiuso!”

Giuro, l’ho pensato veramente quando a settembre il corriere mi ha mollato i compiti per casa inviati dalla casa editrice. Mai letto Amitav Ghosh in precedenza. Con gli asiatici, anche quelli che scrivono in lingua inglese, anche quelli famosi, non ho gran feeling. Non appena ho realizzato che oltre ad essere un librozzo, aveva a che fare con velieri e con la navigazione ed era pure il terzo volume di una saga di cui, ovviamente, non avevo letto i primi due tomi, ho accantonato la bozza. Poi, il senso del dovere e la curiosità hanno avuto la meglio. Son partita da Mare di papaveri, of course, ed è scoccata la scintilla.

Non che fosse particolarmente elegante o slanciata, anzi, la Ibis era una goletta d’aspetto antiquato, non leggera e a ponte libero come i clipper per i quali Baltimora andava famosa. Aveva un cassero corto, un alto castello di prora, con un ponte del castello tra i masconi e un casotto a mezzanave che fungeva da cambusa e da cabina per camerieri di bordo e nostromi […] 

venerdì 18 settembre 2015

Caramelo, Sandra Cisneros.

«E poi cos’è successo?»                                     
«Poi il marito è scappato con quella sgualdrina della casa di fronte e di lui non si è saputo più niente. E lei ha detto: finalmente sola, grazie a Dio! Tan tàn».
Ogni tanto, così, senza motivo, mamma domanda «E poi cos’è successo?» Anche se io non le sto raccontando nessuna storia. È una specie di gioco tutto nostro. Devo inventarmi qualcosa di sana pianta e più scandaloso è, meglio è. Aiuta a passare il tempo.

Ay, Lalita, ma così mi confondi! È tutto un cuento! Tu habli, habli, salti da una zia all’altra, da nonna Tremenda a bisnonno Eleuterio, che poi chi si ricorda con quale nomignolo veniva chiamato… Come faccio a capire quando son solo cuentos e quando è una historia? E tu te la ridi, con una risata da lettera K, come tuo papà, un vero messicano, feo, fuerte y formal.
«Cuentos e historias. Che differenza c’è? Sono solo due tipi diversi di bugie».

venerdì 11 settembre 2015

Educazione sentimentale

Sandra Cisneros, Caramelo, ed. laNuovafrontiera
Lalita non ha punta voglia di andare alla scuola cattolica. Se le inventa tutte pur di convincere sua madre che la scuola pubblica non sia poi tanto malvagia.
«Senti, possiamo fare economia su tante cose ma non sulla tua istruzione. E se ti sposi e ti succede qualcosa?»
Come darle torto. A San Antonio, in Texas, gli spunti di riflessione che offre la scuola cattolica sono imprescindibili…


Traduzione dall'inglese di Sante Rede






giovedì 27 agosto 2015

Dolomiti, Alta Via n.1. Il trek del riscatto



Diciamocelo, lo scorso anno quel misero trek residenziale che prometteva grandi passeggiate in Valle Aurina si era rivelato così deludente da richiedere una poderosa rivincita. Niente alberghetti, niente bagno privato, niente alternativa “oggi pioviggina, non si esce”. Quest’anno opzione hard (senza esagerare che sempre ferie sono): rifugi, guida seria, percorso principe delle Dolomiti, rigorosamente con zaino in spalla. In tutti i sensi, visto che siamo partiti con il signor ZainoinSpalla in persona, alias il Bicio. E riscatto è stato.

Lago di Braies
Il cervello si è spento nel momento in cui ci siamo lasciati alle spalle l’affollato lago di Braies, punto di partenza dell’Alta Via n.1
Giornata assolata, sguardo sospettoso di chi scruta le movenze dell’allegra e sconosciuta compagnia con cui condividerà letti a castello e scalerà vette. Le probabilità di incontrare un guastafeste sono sempre elevate ed è bene allontanarsi da chi getteresti accidentalmente di sotto (è risaputo: gli incidenti in montagna sono frequenti). 


Lo zaino sembra pesantissimo (e un po’ lo è), forse avrei potuto evitare la giacca a vento, forse avrei dovuto portare qualcosa in più da sgranocchiare, forse non ce la farò: gli altri mi sembrano tutti esperti di montagna ed io che sono abituata alle colline, con le mie due escursioni all’anno, che ne posso sapere di come si affrontano le Dolomiti? Poi tutti i forse ruzzolano via, annientati dalle battute del Bicio, dalla fatica della salita, dalle mucchette al pascolo, dal cielo azzurro e dalle rocce calcaree.


A ripensarci ora, a due passi dal famigerato grande raccordo romano, sembra trascorsa un’eternità.



Istantanee sparse di giornate luminose.
Le trincee della Grande Guerra e la salita all’affollato Lagazuoi. Noi che saliamo stanchi e sudati mentre gli altri si muovono agilmente e in abiti civili. Ah, hanno preso la funivia… Comoda la vita.


Terrazza straordinaria, la bellezza racchiusa nelle striature rosa delle Tofane. Non vedrai niente di più magico. Invece no, basta svegliarsi all’alba e restare in attesa: un puntino rosso che diventa una palla incandescente, fa male agli occhi quel sole che spunta dietro le Tofane; le nubi che si diradano, le vette che iniziano a distinguersi. La voce di Bicio: “Guardate laggiù!, inizia a vedersi il Civetta”. Le mani ghiacciate e il silenzio. La bellezza che sfugge alle più sofisticate macchine fotografiche.

Lagazuoi: trincee e postazioni della Grande Guerra

Un paio di giorni dopo cambia tutto. Il verde delle Dolomiti bellunesi. Tu che ci cammini dentro e giùgiù, in fondo, un piccola baita. L’impressione di essere cascata nell’immagine irreale di un desktop.


Istantanee di giornate plumbee.
La salita che ci separa dal Tissi e la trepidazione di vederlo vicinovicino questo famoso Civetta. Poi il cielo si fa più scuro e i primi tuoni smorzano l’entusiasmo. 
Il solito Bicio: “Gambe in spalle ragazzi! Strappetto finale prima che arrivi l’acqua”. Il violento scroscio di pioggia si fa sentire quando noi siamo già al riparo. Una radler (birra e limonata) per brindare ad un’altra scarpinata conclusa con successo. Impossibile veder il tramonto ma, a pioggia cessata, il Civetta è lì, imponente. La vetta è nascosta dalle nubi. Giù, a mille metri di dislivello rispetto al rifugio, spunta tra la nebbia il lago Alleghe. Un buco blu tra il bianco della nebbia e il grigio del cielo.


Istantanee di me che cammino.
Occhi che non si staccano dai propri passi.
Piede destro, poggia bene il bastoncino, piede sinistro su quel sasso più stabile. Attenzione al sentiero che si fa scivoloso dopo la pioggia. Un pizzico di invidia per chi scende volteggiando in modo spavaldo, neanche sciasse.
Io che in discesa sudo, temendo di poggiare il piede nel punto sbagliato. Chi me l’ha fatto fare! Poi alzo lo sguardo e sorrido. Immenso.
Io che mi tolgo gli scarponi e immergo i piedi gonfi nelle acque gelide di un laghetto dolomitico. Goduria.


Istantanee di noi, gruppo randagio, appena conosciuti e chissà se e quando ci incontreremo di nuovo.
Noi senza trucco, sudati, capelli in disordine. Sorridenti. Noi che nella vita reale chissà se ci riconosceremmo. Noi che chiudiamo ogni cena con una grappa dal gusto diverso; noi in fila davanti alla doccia con un asciugamano striminzito in microfibra, di quelli che si asciugano subito ma non asciugano niente. Noi che osserviamo la doccia su un bagno alla turca (rifugio Biella); noi che ridiamo per ogni sciocchezza.


Le notti insonni ascoltando il concerto dei russatori. Loro che ti salutano sorridenti al mattino, tu con gli occhi pesti che vorresti ucciderli.
L’ingegnere geniale che si asciuga le mani per attrito; lui che conosce tutte le vette dolomitiche e racconta camminate epiche. Tu che sgrani gli occhi e invidi gli uomini del Nord.
Il siculo che ha un’amica in ogni città a nord di Firenze. “Ma una relazione meno complicata, no?”
“E io che ci posso fare se le montagne sono tutte al Nord?”
Noi che ci scambiamo marmellate a colazione e frutta secca lungo i sentieri.
Storie di vita che si intrecciano e la solita domanda: perché queste persone fantastiche non sono quasi mai i tuoi vicini di casa?



Istantanee di noi che torniamo alla civiltà
Noi che ancora zaino in spalla, corredati di bastoncini e scarponi, camminiamo per Belluno. C’è ancora l’allegria di chi ha imparato a conoscersi e non vuole pensare ad un treno che lo riporterà alla vita di tutti i giorni.
I Bellunesi sorridenti. Ma chi ha detto che l’ospitalità è del Meridione? Acquistiamo del formaggio. “Dove siete stati? Avete avuto fortuna con il tempo?”
Ci guardo da fuori: siamo belli, forse un po’ stanchi ma sembriamo un gruppo di ragazzini. Nessuno potrebbe scorgere i crucci del professionista, le preoccupazioni del padre di famiglia, le frustrazioni di chi lotta con un lavoro che non lo soddisfa più. Bisognerebbe tornare alla quotidianità con quello stesso sguardo.
I saluti frettolosi alla stazione. Gli abbracci forti forti per nascondere gli occhi che si velano e la voce che si incrina. Poi ognuno riprende la sua strada.


Note a margine: le foto sono dell'ottimo coniuge e dello straordinario ingegnere montanaro, colui che sulle Dolomiti ne sa una più di Wikipedia.



venerdì 7 agosto 2015

Turista per caso, Anne Tyler

Macon è un uomo di buon senso. Elimina tutto ciò che potrebbe provocargli una scossa, un turbamento; è uno che termina coscienziosamente la sua insalata di scampi e mangia tutta la verdura, per la vitamina C. È un uomo d’ordine. Tende a mangiare gli stessi cibi, indossare gli stessi abiti. Il cassiere che lo serviva la prima volta che andava in una certa banca era quello a cui si sarebbe sempre rivolto in seguito, anche se si dimostrava poco efficiente, anche se la coda di quello accanto era più corta.
Sarah, la moglie che vuole il divorzio (forse), ha 42 anni. In fondo non è troppo diversa da lui, ma vive una fase di ribellione. “Non mi rimane abbastanza tempo perché io possa sprecarlo restando rintanata nel mio guscio. Perciò sono passata all’azione. Vivo in questo appartamento che tu non potresti soffrire, tutto per aria. Mi sono fatta una catasta di nuovi amici […] Sto prendendo lezioni da uno scultore. Ho sempre desiderato fare l’artista, solo che l’insegnamento mi sembrava un’attività più sensata.”
No, non ce la fa a restare con quell’uomo.   
“Non sei saldo: sei ossificato. Sei incasellato. Sei come chiuso in una capsula. Oh Macon, non è un caso se scrivi quegli stupidi libri per dire alla gente come si fa a viaggiare senza il minimo scombussolamento. Quella poltrona viaggiante non è solo il tuo marchio: sei tu.”
Perché Macon scrive guide per viaggiatori che odiano viaggiare, quelli che si spostano continuamente per lavoro ma preferirebbero non doversi mai spostare dalla poltrona di casa. Sensazione che conosce benissimo, visto che lui stesso fa di tutto per non interagire con il mondo esterno. Viaggia per scrivere le sue guide eppure non sa nulla dei paesi in cui va.
Poi c’è Muriel, di una giovinezza scombussolante Una che parla senza tregua di tutto: ombretti, capelli, pellicine delle unghie…. Una che presta molta attenzione all’aspetto esteriore delle cose, eppure a volte sa alzare il mento e penetrare la mente di Macon come una lama.
Povero Macon!


Dopo le prime pagine mi son ricordata di aver già visto il film. Un libro troppo cinematografico per lasciarsi sfuggire l’occasione. 
Come avrebbe detto il buon Macon, consiglio entrambi, libro e film. Ottimo rimedio per quei periodi in cui si è un po’ giù di corda, la vita scorre monotona e ci si sente impantanati. La vita resterà la stessa ma si può almeno sognare di stravolgerla.   


Anne Tyler
Turista per casotrad. Mario Biondi
TEA edizioni. 

giovedì 30 luglio 2015

Amatrice e Monti della Laga

Nel giorno in cui veniva divulgata la notizia dell’ingresso a pieni voti di Amatrice nel club dei borghi più belli d’Italia, la Talpa, ignara del riconoscimento, si aggirava tra le viuzze di quel luogo, decantandone la bellezza. “Ma pensa quanti bei posti ancora inesplorati potremmo visitare a due passi da casa…”, diceva sognante con il naso all'insù. Il coniuge, uomo con i piedi per terra, rispondeva: “A due passi non direi. Abbiamo fatto qualche chilometro per arrivare fin qui…”
Lago di Campotosto dall'alto
Quel weekend la Talpa avrebbe voluto partecipare ad una gara podistica, ma un leggero risentimento muscolare l’aveva fatta desistere. Però, rimandare la gita nel Parco del Gran Sasso e Monti della Laga (che il correttore di word si ostina a ribattezzare “della Lega”…) in un’estate afosa le sembrava un peccato. Ha capito di aver fatto la scelta giusta quando venerdì sera ha visto precipitare la temperatura dai 37°C romani ai 17°C del reatino al confine con l’Abruzzo. Praticamente inverno. L’emozione di andare a cena, indossando un maglioncino di cotone.
Arrivando in auto, la Talpa era rimasta colpita dal numero di frazioni in cui è suddiviso il borgo. Ben quarantanove. Aveva casualmente scelto una dimora temporanea nella frazione di Retrosi. Un borgo nel borgo. Abitato più da visitatori che da residenti, immerso nella pace; verde intorno, verde ai lati. Qualche scellerato che osava disturbare la quiete guardando la televisione. Una fontanella al centro del borgo, tanti appartamenti ristrutturati senza snaturare la struttura originaria degli edifici, pronti per ospitare il viandante. Un modo intelligente di ridare vita ad un luogo abbandonato.
Nessun rischio di soffrire la fame: nel centro di Amatrice, eccezion fatta per un piccolo supermercato di una nota catena nazionale, si trovano bar, trattorie, alimentari, macellerie, fiorai, tutto a conduzione familiare. Nessuna fretta, persone che chiacchierano in piazzetta, profumo di cibo e caffè. L’affabilità verso lo straniero non è di queste parti. Pochi sorrisi, atteggiamenti scostanti, niente che ti spinga a tornare proprio in quel locale. Modi bruschi e sbrigativi. Sarà una questione caratteriale.

Il risentimento muscolare della Talpa non era così grave da lasciar a casa gli scarponi.
Con tanto entusiasmo si parte alla volta del Monte Gorzano (m 2.458), la cima più alta dei Monti della Laga e vetta più alta del Lazio. Il trekkarolo normale è solito lasciare l’auto al parcheggio del Sacro Cuore (m 1.384) e poi indossare gli scarponi. Il trekkarolo anomalo, invece, parcheggia nella frazione di Preta e cammina un po’ di più (tanto per giustificare l’amatriciana della sera).

Cielo azzurro, temperatura ideale, si lascia la bella faggeta e ci si inizia ad inerpicare, seguiti da un gruppo di mucchette abituate all’alta quota. In prossimità dello stazzo del Gorzano troviamo anche un nutrito gruppo di cavalli; il tempo di una pausa, qualche foto e si riparte. Un cielo così azzurro che sembra impossibile possa iniziar a tuonare. “Dici che quei nuvoloni lì dietro siano pericolosi?”. Neanche il tempo di finire la frase e arrivano le prime gocce. Neanche il tempo di indossare il kway e le gocce si trasformano in temporale. Dalla vetta ci separa almeno mezz’ora di cammino ma decidiamo di girare. Il sentiero si fa scivoloso e si rischia di cadere… “Ti sei fatto male?”
“Non è niente”, il coniuge mi liquida con un gesto noncurante.


Scendendo di quota, ci si lascia indietro i nuvoloni neri. Sguardo basso: la delusione per non aver raggiunto la vetta. Per consolarci, prendiamo la via delle cascate.

La sera, il “non è niente” del coniuge è diventato così.


E il giorno dopo così.



Per evidenti ragioni, il weekend è terminato un po’ prima del previsto.


La Talpa ha dormito qui e le è piaciuto molto. Certo si potrebbe fare di più. Tipo togliere un paio di ragnatele nel bagno. Che poi torneranno dopo un giorno, però dare un’occhiata prima che arrivino gli ospiti…
Poi se è stato progettato un balcone/terrazzo incantevole con delle grandi fioriere, sarebbe opportuno metterci dei fiori o delle piante e togliere quelle robe secche che sicuramente giacciono lì da un po’. Insomma, una maggiore cura in un luogo del genere, aiuterebbe. Anche per giustificare il prezzo pagato.
Qui abbiamo mangiato la famosa amatriciana. Luogo ampiamente pubblicizzato, amatriciana ottima, ma un po’ cara. A parte il primo, tutto il resto lasciava a desiderare. Non ci tornerei.

Qui invece abbiamo mangiato un antipasto straordinario (sostitutivo di un’abbondante cena) e, secondo il coniuge, della buona carne. Ottimo rapporto qualità/prezzo; certo se ti facessero usare il bancomat come indicato dalla vetrofania… Comunque ci tornerei volentieri.

lunedì 27 luglio 2015

Lezioni di respiro, Anne Tyler

Forse non ho iniziato dal romanzo migliore, sebbene Anne Tyler abbia vinto il Pulitzer nel 1989 proprio con Lezioni di respiro. Ci sono tutti gli ingredienti che, da quanto leggo, caratterizzano le opere dell’autrice: la quotidianità e le debolezze di uomini e donne comuni, Baltimora, un filo di ironia, le ansie e le manie di una famiglia come tante, anche se ogni famiglia è disgraziata a modo suo
Epperò è mancato il coinvolgimento che mi aspettavo di trovare in un romanzo della Tyler. Probabilmente è sempre un problema di aspettative elevate.
La storia ruota intorno alla famiglia Moran. Maggie è la versione giovane e americana di mia suocera, la cui vita si è modellata sulle esigenze dei figli; sempre un po’ a dieta ma sempre pronta a trasgredire, perché “che vuoi che mi faccia un cucchiaino di gelato?”; una di quelle donne che da una frase ascoltata per caso riescono a girare un intero film. E pretendono di convincerti che “è andata proprio così, non posso che avere ragione”.
Suo marito, Ira Moran, è la versione americana e, se possibile, ancora più taciturna di mio padre. "C’erano dei periodi in cui Ira non arrivava a dire una dozzina di parole in tutto il giorno, e anche quando parlava non si riusciva mai a capire quello che provava. Era un uomo chiuso, isolato: era il suo difetto più grave".
Quando dicono che gli opposti si attraggono…
Una relazione che, come tutte le storie, è fatta di alti e bassi.
“Quando si era sposata aveva pensato che lui l’avrebbe sempre guardata come in quella prima notte, quando era comparsa in piedi di fronte a lui nel suo negligé del suo corredo da sposa […] L’aveva guardata dritto negli occhi e sembrava che non respirasse nemmeno. Aveva pensato che sarebbe continuato così per sempre”
Entrambi hanno sogni e progetti che sembrano non essere impossibili. Certo, bisognerà pur scendere a qualche compromesso, ma non si dovrà rinunciare a tutto. Invece, con l’avanzare degli anni, Ira Moran si scopre molto sensibile allo spreco. “Aveva rinunciato all’unico sogno serio che avesse mai avuto. Non si può esser più spreconi di così”.
Poi ci sono i figli che crescono e i matrimoni che naufragono.
La Tyler racconta cose così; si chiamano Moran e vivono a Baltimora ma potrebbero anche chiamarsi Bianchi e vivere in un paesetto italico. Sarebbe più o meno la stessa cosa.
Forse in questo romanzo l’ha tirata un po’ troppo per lunghe; non lo molli ma si arranca.
Intanto, mi sono procurata Turista per caso, tra i romanzi più famosi della Tyler, e sin dalle prime pagine si capisce il perché di tanto successo. Tutto un altro ritmo. Dovrei aver visto il film ma ne ho un vago ricordo.
Ne riparleremo.

Lezioni di respiro, Anne Tyler
Ugo Guanda Editore, traduzione Luigi Schenoni.


venerdì 17 luglio 2015

Triomf, Marlene van Niekerk

Sudafrica, 1994. Alla vigilia delle prime elezioni democratiche che Mandela vincerà, la tensione monta tra le strade di Triomf, quartiere di bianchi poveri della periferia di Johannesburg dove si aggirano razzisti del National Party, testimoni di Geova e sfaccendati di ogni genere.
A Triomf conducono la loro misera e, insieme, esilarante esistenza i Benade: padre perennemente attaccato al televisore, madre in perenne vestaglia, e figlio in perenne ricerca di una donna.
Attraverso le loro comiche vicende, Marlene van Niekerk dipinge un memorabile affresco del Sudafrica e degli effetti dell’apartheid sugli afrikaner, la popolazione di boeri bianchi che colonizzò il paese al seguito della Compagnia Olandese delle Indie Orientali.
Romanzo annoverato tra i capolavori della letteratura sudafricana contemporanea, Triomf ha fatto di Marlene van Niekerk una delle grandi scrittrici contemporanee, degna di essere accostata a scrittori del calibro di Nadine Gordimer e J.M. Coetzee.

Triomf, Marlene van Niekerk, Traduzione di Laura Prandino
Neri Pozza, Le tavole d’oro.

Leggi una scheda del genere, soppesi le poco più di 600 pagine e pensi che la Neri Pozza ti abbia lanciato una sfida. “Avete voluto partecipare al bookclub? Bene, sedicenti lettori, vediamo in quanti arriveranno fino alla fine…” 
Troppo caldo questo luglio romano per andare in Sudafrica, troppo caldo per assistere senza batter ciglio alle violenze perpetrate tra le mura della famiglia Benade, troppa afa per sopportare la sporcizia, i cani ululanti, gli insulti, l’alcool bevuto come fosse acqua, tutti i tipi di discriminazione: gli uomini verso le donne, i bianchi verso i neri, la classe media verso i poveri, gli eterosessuali verso gli omosessuali. Troppa rabbia, troppa rassegnazione, troppo terrore. 
Ho letto le prime 100 pagine senza capire che rapporto ci fosse tra i Benade: sono una moglie, un marito, uno zio e un figlio? Sono una sorella, due fratelli e un figlio? Figlio di chi? Una cosa è certa: tutti abusano di Mol, unica donna del nucleo familiare. La sua logora vestaglietta, i suoi 70 anni, le sue gambe flosce e la capsula dentale che si muove in continuazione non scoraggia nessuno. Tutti i maschi Benade pretendono di soddisfare le proprie esigenze e hanno bisogno di sentirla urlare fino allo sfinimento, fin quando non le si rompe qualcosa dentro. Non è violenza, non è stupro, è la quotidianità. È questa consapevolezza a paralizzarti e a rendere ancora più terribile ciò che stai leggendo. Tutti provengono da un’infanzia difficile: molestie, abitudine all'alcol, bruciature, occhi gonfi dalle botte ricevute. Contrariamente a quanto afferma il risvolto di copertina, non ho trovato traccia di comicità nelle vicende dei Benade; solo miseria, solo il senso di ingiustizia per essere una famiglia bianca povera in Sudafrica; una famiglia che dalla piccola proprietà terriera è passata al lavoro operaio nelle nascenti ferrovie e nell’industria tessile, per poi diventare il niente che vive in quella che fu la nera Sophiatown ma che aspira al Trionfo bianco. Così come Triomf non trionferà mai, non si prospetta nessun lieto fine per i Benade.
Difficile entrare nel ritmo della scrittura, difficile accettare la psicologia dei personaggi. Eppure dopo un po’ ci si quasi abitua a tanta violenza e si comincia a capire la bravura dell’autrice, la sua ironia nel raccontare cose atroci; i rari momenti di dolcezza spiccano come stelle alpine su pascoli sassosi.
Triomf è un libro cinematografico divenuto film nel 2009. Film che non penso sia stato distribuito in Italia, ma che comunque non guarderò mai, perché mi sono state sufficienti le scene viste sulla carta stampata. 

Un libro complicato che forse venderà poco, ma devo riconoscere l’audacia della Neri Pozza nel decidere di pubblicarlo in Italia. Resta una di quelle opere che non so giudicare. Per la prima volta in vita mia, io che non sono mai stata in grado di leggere più libri contemporaneamente, ho avuto la necessità di spezzare la lettura con qualcosa di più leggero. Non potevo abbandonare Triomf ma avevo bisogno di prendere aria. Mi fa male anche scriverne. Onestamente avrei difficoltà nel consigliarne la lettura.  



L'autrice di Triomf, Marlene van Niekerk, nel 2015 è stata tra i finalisti del Man Booker International prize (poi vinto dall’autore ungherese László Krasznahorkai).