lunedì 19 ottobre 2015

Del potere trasformativo delle narrazioni

Umore altalenate e grigio, come queste giornate di inizio autunno. È venerdì, sono ancora in ufficio ma la mente è altrove. Uno sguardo distratto alle mail. Mestiere di scrivere pubblicizza l’apertura di un nuovo spazio a Roma dedicato alle scritture. Si chiama Finestre sul cortile, è a due passi dalla Stazione Termini e inaugura con la presentazione di un libro di tal Francesca Sanzo, alias Panzallaria. “Chi meglio di lei può testimoniare del poter trasformativo di una storia?”, chiosa Luisa Carrada che parteciperà all’incontro.   
Agisco d’impulso. Non so chi sia Francesca Sanzo né quanto possa interessarmi un libro intitolato 102 chili sull’anima ma Luisa Carrada è una professionista seria, l’incontro è gratuito, il luogo e l’orario abbastanza compatibili con la chiusura della mia giornata lavorativa. Vado.
Strada facendo scopro che Francesca Sanzo, prima di essere scrittrice, è molte cose: donna solare e grintosa, blogger, digital coach, mamma. Il blog la ritrae come una sorridente donna dai capelli corti, che taglia il traguardo della Run tune up di Bologna, una bella mezza maratona che si corre ogni anno (bella davvero: nel 2014 c’ero anch’io). L’immagine che vedo mal si concilia con la parola dieta e ancora meno con l’idea di obesità. Quella donna in vita sua non può mai aver pesato oltre il quintale. Impossibile.

Finestre sul cortile nasce con l’ambizione di approfondire e offrire nuovi strumenti per fare storie, imparare l’arte dello storytelling, scrivere in modo efficace; tutto attraverso un mix di corsi ad hoc e incontri (gratuiti) con professionisti della narrazione (scrittori, blogger, poeti, fotografi…).
Mi guardo intorno e, tranne tre misere eccezioni, vedo solo donne. Che l’arte della scrittura sia una prerogativa femminile? O forse le presenti sono lì per il sottotitolo del libro “La storia di una donna e della sua muta per uscire dall’obesità”? Istintivamente mi guardo di nuovo intorno e peso le partecipanti. E i chili di troppo sono solo una prerogativa femminile? Siamo solo noi femminucce a preoccuparci del rapporto disfunzionale col cibo, a riconoscerlo, a sfidare lo sguardo altrui, ad aprirci al confronto e all’ascolto di esperienze analoghe?

Francesca inizia a parlare; più racconta più mi sembra impossibile che questa donna, appena due anni fa, vivesse con più di 40 chili di ciccia addosso rispetto ad oggi. Si mette a nudo senza parlare di dieta e sacrifici. Racconta di trasformazione, di pensieri in movimento, di quanto sia difficile riconoscere le nostre paure, di quanto si tergiversi prima di affrontarle, dei compromessi che quotidianamente stringiamo con la nostra anima nera
Svela le sue paure senza arrossire. Narra che per affrontarle, lei che di mestiere gioca tutti i giorni con le parole e che attraverso le parole è diventata famosa (il blog), ha capito di dover scrivere. Una scrittura intima, privata. Un diario cartaceo, una scrittura manuale, la necessità di non pensare ai congiuntivi né agli errori grammaticali. Riflessioni scritte per sé stessa, nessun filtro, nessuna esigenza di essere simpatica o di dover piacere.

“Anche se non si è abituati a scrivere, bisogna sforzarsi: quando teniamo un diario, lo facciamo per noi stessi. Possiamo usare la sintassi che preferiamo e non c’è bisogno di farci capire da altri se non da noi. Possiamo buttar giù delle parole, brevi pensieri, degli appunti. A volte saranno parolacce, altre saranno lettere d’amore per la parte più complicata di noi.”
  
Poi viene 102 chili sull’anima. È ancora un’altra scrittura. Non è un manuale, non è un’opera lirica né romanzata; Francesca si racconta come se continuassimo ad essere sedute nella stessa stanza. Qualche volta si ripete, enfatizza troppo alcuni passaggi, ma si sente la scrittura di getto di chi ha bisogno di condividere un’esperienza. Di farlo subito prima che un ripensamento interrompa la narrazione e ne metta in dubbio la pubblicazione.
Non bisogna essere obesi per acquistare 102 chili sull’anima. Non bisogna essere a dieta, né avere disturbi alimentari. Una come me, che non ha mai avuto così tanti chili sull’anima, ha sottolineato diversi passaggi perché non bisogna essere grassi per sentirsi inadeguati, frustrati, in conflitto con il proprio corpo. Ci si può sentire pesanti anche in un corpo di 45 chili; anche i magri possono avere duemila paturnie e il sospetto di doverle analizzare per ricominciare a volersi bene.


4 commenti:

  1. il problema è sempre quello sapersi voler bene :)

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    1. Che pare cosa ovvia, ma tanto ovvia non è mai.

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  2. Pensa, in questo giorni di polemiche noiose sul nostro rapporto con il corpo (vedi anoressica vs. cicciona invidiosa), questo libro mi sembra una delle poche cose interessanti che ho sentito ultimamente sulla questione.

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    1. Ho voluto parlarne per il mix di anima, corpo, mente, rapporto con il cibo e con lo sport che viene fuori dal libro. Tra i vari spunti di riflessione, sono stata colpita dal concetto di invisibilità legata alla ciccia. L’autrice, pur non essendo timida, dice che essere una cicciona le garantiva la sicurezza di essere invisibile, di non essere guardata dagli altri (alla faccia di chi pensa che le obese guardino con invidia le anoressiche). Un’inezia, forse, ma io non avevo mai pensato ad alcuni risvolti psicologici collegati all’obesità.
      Uno scritto semplice, quasi diaristico, eppure non banale.

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