giovedì 16 ottobre 2014

Noi, David Nicholls

Non ho letto Un giorno, il best-seller di David Nicholls. Quindi non mi aspettavo niente: non cercavo “la storia molto David Nicholls”, né la conferma di quanto sia bravo questo novello Hornby.
Noi” rientra tra i compiti per casa assegnati dalla Neri Pozza BookClub e, avendo appena terminato una cosuccia abbastanza classicheggiante, tipo Mai devi domandarmi, non mi è dispiaciuto immergermi in un libro pop. 
“Sembra Hornby”, ho pensato dopo le prime pagine. Linguaggio informale, lo scrittore che parla in prima persona e cerca la complicità del lettore (“vorrei potervi dire”… “mi piacerebbe potervi dire…”); dall'innamoramento iniziale al divorzio: la trasformazione di un amore narrata con umorismo. Abbastanza Hornby, ma non brillante quanto il miglior Hornby.
La storia è raccontata dal punto di vista di lui, Douglas: biochimico, precisino, spazzolino elettrico tutta la vita; uno di quelli che dopo la laurea hanno già predisposto il cronoprogramma dei giorni a venire, fino alla pensione. Lei, Connie, è l’artista: estro, sregolatezza e creatività. Meravigliosamente bella, un archivio di fidanzati irresistibilmente violenti, fino allo stupefacente colpo di testa per un mostro, Douglas appunto (“Mi ero sempre domandata che aspetto avessero i fenomeni che non leggono. E mi sono messa con una di loro. Mostro!”).
L’altro è Albie, il figlio diciassettenne, quello che sembra uno sgherro di Caravaggio: 
“È fico, dicono, la gente è attratta da lui, e anche da questo punto di vista è figlio di sua madre. Secondo il suo tutor al college non è nato per studiare, ma possiede una notevole intelligenza emotiva”.

La narrazione scorre piacevolmente: fa sorridere, fa pensare ai piccoli compromessi a cui bisogna sottostare “per amore”; fa riflettere sull’evolvere (involvere??) delle relazioni, buttando lì considerazioni scontate sulla vita di coppia, considerazioni che poi tanto banali non sono:
“Naturalmente, in quasi un quarto di secolo, abbiamo esaurito ogni possibile domanda sul nostro passato remoto e ci rimangono solo cose tipo «Com’è andata in ufficio?» o «Quando torni?» o «Hai buttato la spazzatura?». Le nostre biografie sono così intrecciate che in pratica siamo presenti entrambi in ogni pagina. Conosciamo le risposte, perché eravamo lì, e la curiosità va scemando, sostituita, semmai, dalla nostalgia”.     
Al povero Douglas succede di tutto. Forse troppo. All’arrivo delle meduse avrei voluto dire a Nicholls di smetterla con il tragicomico (Cos’è? Il festival della sfiga?).  
Noi, come tanta narrativa contemporanea, non è una lettura imprescindibile; non è la storia che vi resterà nella testa una volta chiuso il libro; però vi intratterrà piacevolmente per qualche ora (400 pagine, diciamo più di qualche ora). È anche la fine di un amore, ma non lascia l’amaro in bocca.  

Noi - David Nicholls, traduzione di Massimo Ortelio, Neri Pozza, collana Bloom.




martedì 7 ottobre 2014

Dell’immortalità del romanzo

[…] i romanzi  veri hanno il prodigio di restituirci l’amore alla vita e la sensazione concreta di quello che dalla vita vogliamo. I romanzi veri hanno il potere di spazzare via da noi la viltà, il torpore e la sottomissione alle idee collettive, ai contagi e agli incubi che respiriamo nell’aria. I romanzi veri hanno il potere di portarci di colpo nel cuore del vero.
[…]
Nel futuro non ci saranno più romanzi di sorta, ma dovranno passare secoli, per la lentezza con cui si estingue la specie. Per qualche tempo, i romanzi non saranno che grida rotte e singhiozzi, poi calerà il silenzio. La gente sarà gonfia di romanzi non scritti e storie sotterranee e segrete circoleranno nelle profondità della terra. Per appagare la propria sete segreta, la gente inventerà dei surrogati di romanzi, avendo gli uomini una fantasia geniale nel trovare dei surrogati alle cose di cui soffrono la privazione. Poi un giorno il romanzo, come la fenice, rinascerà dalla sue stesse ceneri. Perché esso è fra le cose del mondo che sono insieme inutili e necessarie, totalmente inutili perché prive d’ogni visibile ragione d’essere  e d’ogni scopo, eppure necessarie alla vita come il pane e l’acqua, ed è fra quelle cose del mondo che sono spesso minacciate di morte e sono tuttavia immortali.


Cent’anni di solitudine in Mai devi domandarmi - Natalia Ginzburg, Einaudi

giovedì 25 settembre 2014

La vita davanti ai suoi occhi

Sono una lettrice disordinata. Ho provato a stabilire qualche regola: classici, divisione per paesi, x classici alternati da y contemporanei; vabbè, se proprio non riesci a stabilire un criterio facciamo che leggi almeno un paio di libri consecutivi dello stesso autore, tanto per farti un’idea dello stile. Nisba: passa l’attimo e passa il libro.

Questa volta, invece, sono stata bravissima: terminato Un animo d’inverno ho prontamente preso in prestito La vita davanti ai suoi occhi, scritto da Laura Kasischke nel 2002 e pubblicato in Italia dalla Neri Pozza con traduzione di Massimo Ortelio.

Inizio folgorante: due belle adolescenti, una mora e una bruna, si spazzolano nei bagni di una scuola in una cittadina qualunque del Midwest. Uno di quei luoghi in cui l’inverno dura parecchio, le famiglie bene hanno case immacolate con giardini ombrosi e piscina, e gli adolescenti, che siano agiati o meno, hanno tatuaggi e piercing, fumano marijuana e non desiderano altro che lasciar quella cittadina monotona per sempre.
Il ciarlare delle ragazze in bagno viene bruscamente interrotto dall’irruzione di un loro compagno di classe, una nullità di cui mai nessuno ha percepito la presenza né l’assenza. Quella nullità sogghigna con una pistola in pugno. «Chi devo ammazzare di voi due?»
Maureen, la mora, quella che va in chiesa, pronuncia un «Se devi uccidere una di noi due, uccidi me».
Diana, la bionda, quella che non crede in nulla, ci riflette per un po’, i cerchietti che ha al polso iniziano a tintinnare, poi si chiede perché non dovrebbe scegliere la vita. «Non uccidermi. Uccidi lei. Non me».
Fine del prologo. Il romanzo è tutto un flashback tra la vita della Diana, ribelle adolescente, e la vita della Diana adulta, elegante quarantenne, immersa in un mondo quasi perfetto: è diventata una mamma invidiata per il fisico ancora da modella, un marito attraente e una figlia graziosa. “Il mondo era davvero rotondo. Tondo e liscio come la boccia dei pesci. E i pensieri ci nuotavano dentro”.
In questa perfezione iniziano ad esserci segnali di squilibrio: il lettore si confonde. Qual è il confine tra la vita vera e l’immaginazione? E tutto ciò che era ovvio nelle pagine precedenti cambia volto. La penna poetica della Kasischke ti ha tratto in inganno e solo negli ultimi capitoli esci dalla bolla di sapone e intuisci cosa sia realmente accaduto.
Disseminati nel romanzo si trovano elementi che la Kasischke infila anche nell’appena pubblicato Un animo d’inverno. Il rapporto morboso tra madre e figlia, il gusto ferroso della carne cruda, gli screzi con i vicini per faccende che riguardano le abitudini del cane/gatto della protagonista, le fiabe e Raperonzolo dalle lunghe chiome d’oro.
In entrambi i romanzi, il tema della morte è centrale. Il perché è evidente nelle parole della stessa Kasischke in un’intervista di qualche anno fa:
Penso di aver associato, fin dall'inizio, la letteratura a “grandi temi”: quando ero giovane, ero così affascinata dalla tragedia greca, da non essere attratta dai romanzi o dalla poesia per semplice divertimento, ma molto più per una forma di catarsi. La condizione umana mi sembra, anche nei momenti migliori, davvero precaria, e il mondo, pur nella sua bellezza, mi sembra oscurato da ombre di morte e pericolo.  
Suppongo di avere una consapevolezza più acuta di questa sensazione, quando la esploro attraverso la scrittura.
In La vita davanti ai suoi occhi non c’è la stessa tensione che accompagna il lettore fino all’ultima pagina di Un animo d’inverno, però ci sono più spunti di riflessione. Inevitabilmente ci si ritrova a pensare alle curiose coincidenze della vita, a chi eravamo a 16 anni e a chi siamo diventati. Ma si medita anche su cosa sarebbe accaduto se… e a tutti i SE che ci portiamo dentro.


Note: dal libro è stato tratto un film. Non mi sembra abbia riscosso un gran successo ma, non avendolo visto, non posso giudicare.

mercoledì 17 settembre 2014

Sugli esperimenti della Neri Pozza Editore e sull’uscita di “Un animo d’inverno”

I tipi della Nera Pozza si son inventati una roba fighissima: un book club. “Hai visto la novità…”, mi direte voi. Invece no, questa volta non è il solito pretesto per qualche reading letterario, nè il gruppetto di persone che si riunisce per discettare su romanzi già pubblicati. No, no. Funziona così: la Neri Pozza ha messo insieme venti persone, a prima vista abbastanza diverse l’una dall’altra (dal signore distinto alla silenziosa ventenne che si guarda intorno con aria perplessa), fornisce a ciascuno di loro una bozza definitiva di un libro che la casa editrice pubblicherà nei prossimi mesi e chiede ai lettori il loro parere. 
Il gruppo romano si incontra una volta al mese in un luogo meraviglioso (la Casa delle Letterature), si mette intorno ad un tavolo e si confronta sul libro di prossima pubblicazione. Essendo stato creato un blog ad hoc, il lettore è invitato a postare il suo commento e ad esprimere educatamente il proprio pensiero. Sottolineo entrambi i termini perché, mentre il direttore editoriale della Neri Pozza, Giuseppe Russo, esponeva le motivazioni del book club  e disegnava il futuro del libro, io mi dicevo: “sì, vabbè, ma se a me questo libro che stanno per darmi non piace neanche un po’, come faccio a dirlo liberamente?”. Russo deve avermi letto nel pensiero perché ha pronunciato una frase che suonava piùomeno così: “Cercate di essere obiettivi nei vostri commenti: non esagerate con l’entusiasmo né con le stroncature. I commenti devono essere liberi. Però siate educati nel motivare i vostri non mi piace”.
Perché il Neri Pozza Book Club? L’ottimista Russo ritiene che il criterio già adottato da alcune case editrici americane sia quello vincente: il piano di distribuzione del libro dovrebbe partire dal fruitore. Mi spiego meglio: le case editrici dovrebbero avere un gruppo di lettori affidabili e una cerchia di librai competenti a cui sottoporre la lettura di un titolo di prossima pubblicazione. I riscontri ricevuti da questo campione di lettori “specialisti” aiuterebbe la casa editrice a pianificare la distribuzione del testo; inoltre, il sistema dovrebbe incentivare il meccanismo del passaparola e influire sulle vendite e sul successo dei libri migliori.
Un discorso razionale anche se non so quanto sia attuabile. Ma se a dirlo è un direttore editoriale, un minimo di credito bisognerà pure darglielo, no?

Passiamo ai primi compiti per casa. Trattasi di questo libro qui.
Premessa: dell’autrice, Laura Kasischke, non sapevo nulla. Sentendone pronunciare il nome, ho pensato che avesse origini russe. Dal suo sito non emerge granché, se non che è nata nel Michigan, dove risiede con un figlio, un marito e la figlia del marito. Nessuna traccia di figli adottivi. Osservazione non casuale, visto che Un animo d’inverno è tutto incentrato sulla relazione tra una madre (Holly, un passato da aspirante poetessa tramutatosi in un presente di frustante lavoro impiegatizio) e la quindicenne figlia adottiva, Tatiana, prelevata da uno sperduto orfanotrofio siberiano, Pokrovka Orphanage n. 2, all’età di due anni.
I fatti si svolgono il giorno di Natale in un imprecisato anno 20… Gli eventi vengono intramezzati da quello che gli inglesi chiamano stream of consciousness, una sorta di monologo interiore di Holly in cui emergono tutti i suoi conflitti irrisolti, emozioni, sentimenti, frustrazioni.

Mi è piaciuto il libro? Nì.
La Kasischke è una poetessa ed emerge anche nella bella traduzione di Maddalena Togliani. Alcune descrizioni sono surreali, ma si resta incantanti dal suono delle parole e dalle immagini che evocano (non riesco a togliermi davanti agli occhi l’ombra delle rose incappucciate sotto la neve).
Ombre, appunto. Sono disseminate in tutto il romanzo. L’autrice sa che niente spaventa più delle ombre che ci portiamo dentro, dei desideri nascosti, dei fallimenti, delle paure inconfessabili. Lo sa e utilizza i suoi pensieri – il monologo interiore di Holly – per tenerci sulle spine fino all’ultima pagina (proprio l’ultima), in cui si ricomporranno tutti i pezzi del romanzo. Ma, a mio parere, la tira un po’ troppo per le lunghe, facendo venir meno la rivelazione finale. Da un certo punto in poi, pur non capendo esattamente cosa stia avvenendo nella realtà, si intuisce l’epilogo della storia. Indubbiamente resta un alone di mistero sull’intera vicenda. Ma manca il brivido del colpo di scena.
E poi i continui flashback, i numerosi richiami all’orfanotrofio, al periodo intercorso tra la prima visita e la seconda, quella in cui i coniugi Clare porteranno finalmente con sé la piccola Tatty negli Stati Uniti, le innumerevoli paranoie sulla grandezza degli occhi e sulla lunghezza dei capelli della “regina delle fate” finiscono con l’appesantire il romanzo.

Note a margine:
Se vi piace la narrativa contemporanea e il romanzo psicologico, apprezzerete Un animo d’inverno. Al contrario, se le elucubrazioni mentali non fanno per voi, rischiate di fermarvi a metà romanzo e andare alle ultime pagine solo per sapere come va a finire.
Il titolo del romanzo è tratto da una bella poesia di Wallace Stevens, The Snow Man.
One must have a mind of winterTo regard the frost and the boughsOf the pine-trees crusted with snow; And have been cold a long timeTo behold the junipers shagged with ice,The spruces rough in the distant glitter […]


lunedì 15 settembre 2014

Valle Aurina (Ahrntal)

Non è stata l’estate dei grandi trekking. Un po’ per difficoltà organizzative, un po’ per le condizioni meteo (tranquilli, qui vi sarà risparmiata la cantilena del “ma quale estate? Non ha fatto altro che piovere!”), quest’anno abbiamo optato per un trekking a base fissa alla scoperta della Valle Aurina
Altissimo Nord, praticamente Austria. Il libro della Gruber, seguito dalla lettura del saggio di Marcantoni e Postal, “Südtirol: Storia di una guerra rimossa”, mi avevano preparato ad un clima tedesco, però confesso che il passaggio da Trento a Brunico si è fatto sentire. In senso positivo: ordine e rigore. E in senso negativo: un atteggiamento gentile ma scostante (non se ne abbiano gli amici di Bolzano, ma per una che arriva dai dintorni di Roma, Profondo Sud, la sensazione di distacco è immediata).
Come già accaduto negli anni precedenti, abbiamo optato per un trekking organizzato perché è divertente conoscere persone nuove, dalle provenienze ed esperienze più disparate, accomunate dalla tua stessa passione: l’amore per la montagna. È bello girare con una guida che conosce i sentieri, la vegetazione, la storia di quei posti. È bello tornare a casa con un po’ di stanchezza ma con un bagaglio pieno di aneddoti, sentieri che forse, da solo, non avresti scoperto, nuove amicizie, voglia di ripartire. 


Rispetto agli anni passati, quest’anno non siamo stati troppo fortunati. La guida non era di quelle memorabili (ma si può beccare una guida escursionistica perennemente stanca?): ogni pretesto ero buono per camminare un po’ meno e la preparazione, diciamocelo, non era eccelsa. Fortunatamente, il gruppo era simpatico e stimolante. Non grandi camminatori ma persone piacevoli, alcuni molto originali; uomini e donne con cui s’è riso ma si son fatti anche discorsi interessanti; quelle persone con cui vorresti restare in contatto.


Abbiamo soggiornato a San Giovanni: una delle località più grandi del comune di Aurina. Un posto interamente immerso nel verde, con il suono tumultuoso del torrente Aurino che scorreva a pochi metri dal nostro hotel. Una voce così possente che al buio, dal letto della mia stanza, avevo sempre l’impressione che stesse diluviando. Con il cielo grigio, la valle assumeva un aspetto tra il malinconico e l’irreale. Il verde diventava scuro, il rimbombo dell’Aurino veniva amplificato e la foschia avvolgeva il campanile  a cupola della chiesa di San Giovanni Battista.


Delle escursioni fatte, mi è rimasto nel cuore il sentiero (indicato con il n.13) che dal centro di Casere (Kasern, una frazione di Predoi, m 1665) porta al rifugio Brigata Tridentina (2.440 m). Tragitto magnifico, specie se si ha la fortuna di percorrerlo, come nel nostro caso, in un’incredibile giornata dal cielo azzurro. Rivoli e cascatelle che si staccano dal torrente Aurino: è tutto un gioco d’acqua e di verde brillante. Salendo il sentiero a zigzag, in una giornata così limpida, si riesce a vedere benissimo sia il Picco dei Tre Signori (a destra) che la cima della Vetta D’Italia, a sinistra (m. 2912, al confine tra Austria e Italia, è considerata il punto più a nord del nostro paese).

Picco dei Tre Signori
Vabbè, diciamo che la Vetta d’Italia l’avevo immaginata più imponente, una di quelle vette che ti si stagliano davanti gli occhi e non riesci a distaccartene. Non è stato così. Sono rimasta, invece, ipnotizzata dal Picco dei Tre Signori e pranzare di fronte a quello spettacolo immenso è servito ad accantonare le mancate escursioni dei giorni precedenti.
La camminata fino al Rifugio Brigata Tridentina richiede passo sicuro e un minimo di allenamento ma non è difficile; ben più impegnativo, presumo, la restante parte del sentiero e i vari percorsi che conducono alla vetta d’Italia e sotto il Picco dei Tre Signori.

Chiesa di S. Spirito
Note: A San Giovanni, abbiamo soggiornato nell’Hotel Schachen. Cucina non eccezionale; abbastanza gentili ma credo si possa trovare di meglio.

Non perdete una visita alla chiesetta di Santo Spirito, l’emblema della Valle Aurina, e una sosta presso la malga lì vicino. Mai mangiato un piatto di uova, patate e speck più delizioso!

venerdì 12 settembre 2014

L’angioletto

L’angiolettoGeorges Simenon, traduzione di Marina Di Leo, Adelphi Edizioni.

Verso i trent’anni Luois ingrassò, e le guance tonde gli guastarono un po’ i lineamenti. Quasi tutti i giorni andava in un ristorante per camionisti, con il bancone di zinco, le sedie impagliate e la scritta “Caves d’Anjou” sull’insegna. Si sedeva sempre nello stesso angolo – aveva un debole per gli angoli, e quando era al centro di una stanza si sentiva a disagio, troppo in vista o vulnerabile. […]
Aveva lavorato molto. Lavorava ancora. Ci sarebbero voluti ancora anni perché riuscisse a esprimere ciò che sentiva dentro di sé da sempre.
«Qual è esattamente il suo obiettivo?»
«Non lo so». 
Era la frase che aveva pronunciato più spesso in vita sua e che seguitava a ripetere.
  
Ho imparato a viaggiare con un solo libro e con l’e-reader. Vantaggi:
-  lo zaino è più leggero;
- se nella tua libreria elettronica non trovi nulla che ti ispira, puoi sempre acquistare un nuovo titolo in qualsiasi momento, nel primo punto in cui riesci a trovare una rete wifi gratuita.
Eccezioni: hai voglia di continuare a leggere su carta. Hai l’insana abitudine di entrare in tutte le librerie, caffè letterari, locali non meglio definiti che vendono libri. Risultato: nonostante le buone intenzioni iniziali, strada facendo il peso dello zaino aumenterà.
A Trento, il caso ha voluto che il nostro appartamentino si trovasse accanto ad un bistrot letterario, Controvento. Un posticino accogliente in cui fermarsi a fare colazione, sfogliare il giornale, ascoltare buona musica e dare una sbirciata ai libri. Piccoli editori a chilometro zero (Keller e Zandonai), accanto a titoli di sicuro successo. Così, tanto per continuare l’indigestione di Simenon, ho portato via il discusso L’angioletto.
Ne avevo letto commenti cosìcosì (“penso che troppo, davvero troppo in Italia, con la casa editrice Adelphi, si sia raschiato il tegame del Simenon. Sacralizzandone ogni scheggia”), e quindi volevo provare anch’io il brivido di dire: “No, non mi è piaciuto”.
Ma niente, mi tocca parlarne bene anche questa volta.
Facciamola breve. È la storia di un bambinetto un po’ tonto, Louis Cuchas, cresciuto in una zona sfigata di Parigi, rue Mouffetard, senza padre, con una madre allegra e disinvolta che ogni sera porta a casa un uomo diverso, un fratello più grande che intima alla sorella di nove anni «Fam­melo!... E sta’ attenta con i denti», e due gemelli rosso malpelo, crudeli sin da piccoli. Louis Cuchas, piccolo santo (titolo originale del romanzo) o l’angioletto, guarda il mondo intorno a sé con un sorriso beato e nulla, proprio nulla riesce a turbarlo. Potete deriderlo, picchiarlo, insultarlo e lui continuerà a guardarvi con quel sorrisetto malizioso. Si alza spontaneamente nel cuore della notte per accompagnare sua madre al mercato delle Halles e in mezzo a tutti quei facchini, ortaggi, frutta, pollame, cassette di uova sente di vivere la più bella avventura della sua vita. E sarà sempre così: tutto ciò che potrebbe trasformare una persona normale in un delinquente, è per Louis un’esperienza da studiare, mettere su tela… Tutto ciò che spaventerebbe una persona normale, tipo due guerre mondiali, lo lasciano del tutto indifferente.
Termini il romanzo con la sensazione che non sia accaduto nulla eppure non sei riuscito a staccarti dal libro. Di tanto in tanto avresti voluto dargli una sberla all’angioletto ma poi ti sei rassegnato, apprezzandone l’originalità.

La capacità di Simenon di descrivere gli aspetti più controversi dell’animo umano resta indiscutibile.

mercoledì 10 settembre 2014

Trento

Per qualche misteriosa ragione, impiego diversi giorni per rimuovere il trantran quotidiano e impostare il mio cervello in modalità riposo, trasformandomi in un soggetto simpatico e rilassato; poi bastano 10 minuti in ufficio per tornare alla consueta modalità squilibrata.
Pensavo proprio a questo curioso fenomeno venerdì 22 agosto, a Trento, nel bel mezzo del pomeriggio, sorseggiando una bionda davanti a questo spettacolo qui:

Trento - Piazza del Duomo
Piazza del Duomo è uno di quei posti che ti aprono il cuore e ti permettono di respirare con il diaframma senza pensarci (roba che il fisioterapista pagherebbe me, pur di smettere di ripetere “inspira come si deve!”). Sarà il candore degli edifici incorniciati dai monti in una giornata dal cielo terso a rendere gli abitanti così tranquilli.
Sarà la frescura proveniente dalla fontana del Nettuno a far muovere le persone e le bici più lentamente. Sarà che siamo ad agosto e l’estate mette di buonumore. Ma perché, mi chiedo, quando vengo in queste cittadine senza cartacce per strada, in queste cittadine tutte raccolte intorno ad una piazza, un duomo e una fontana, la gente sembra così sorridente? Perché qui le signore con le buste della spesa e i signori con lo zainetto con pc si muovono lievemente senza avere quel muso perennemente ingrugnito che caratterizza noialtri che gravitiamo intorno alla Capitale? Sono io che nel mood ferie osservo il mondo con occhi diversi oppure è il mondo ad essere diverso?    


Il giorno successivo al nostro arrivo è iniziato con pioggia e cielo grigio. Trento, anche  in versione malinconica, conserva intatto il suo fascino.
Ho fatto un salto in biblioteca. Tanta gente di età diversa. Tutti i divanetti occupati. Qualcuno lavora, altri leggono il giornale, i più sono sprofondati in libri che forse porteranno a casa. Il coniuge dice che sono fissata con il fatto che su al Nord le persone leggano di più. “Tu confronti piccoli realtà con una biblioteca di una città media”. Avrà ragione lui… Però, ripensando ai miei anni capitolini, non ricordo altrettante persone in un sabato mattina di fine agosto, pioggia inclusa, in una biblio di Roma. Ma è risaputo che ho la memoria corta.
Troviamo rifugio al Castello del Buonconsiglio, particolarmente affollato, dove c’è una bella mostra di Dosso Dossi, pittore rinascimentale ferrarese, arrivato a Trento nel 1530. Spettacolare la vista di Trento gocciolante dall’alto delle Torri. Uscendo, ci fermiamo a pranzo qui: atmosfera d’altri tempi, luci soffuse (quasi buio, per dirla tutta), canederli al puzzone di Moena (puzzerà pure ma quanto è buono!), innaffiati con un buon teroldego.
Sarà stato il vino o forse il dolce a richiamare il primo spiraglio di sole. Ad ogni modo, dopo un po’ sembrava non avesse mai piovuto.
Vista da Doss Trento
Siamo entrati in tutte le chiese del centro, abbiamo visto qualche esposizione temporanea ma ciò che più mi ha colpito è stato il Mausoleo di Cesare Battisti a Doss Trento, il colle che sorge sulla riva destra dell’Adige.
Noi ci siamo arrivati inerpicandoci tra le case di Piedicastello (un quartiere periferico alle porte di Trento) e percorrendo il sentiero pedonale immerso nel verde. 

All’interno del Mausoleo, dalla forma circolare, vi è l’altare su cui poggia l’area tombale commemorativa a Cesare Battisti e, alle pareti circostanti, sono esposte foto, ritagli di giornale, epistole che ripercorrono la storia di Battisti nonché le vicissitudini di Trento verso l’agognata annessione al Regno d’Italia.


Ci tenevo a visitare il Mausoleo dopo aver “conosciuto” Cesare Battisti attraverso le parole della Gruber. Mi è stato presentato come sostenitore dei diritti della nazionalità italiana nell’impero austro-ungarico, irredentista e, pertanto, “welschen traditore” agli occhi dei sudtirolesi di nazionalità e lingua tedesca. Probabilmente, ancora oggi nei dintorni di Bolzano, qualcuno considera quest’uomo un traditore. Ma a Trento è un eroe.
Cesare Battisti, nato a Trento nel 1875,  è stato un giornalista, un socialista, un convinto irredentista italiano, un fine studioso formatosi presso le università di Graz, Vienna e Firenze; attento, sin da adolescente, alle condizioni della popolazione trentina, alla crisi dell’agricoltura, al mancato sviluppo industriale. Pubblicò numerosi saggi scientifici dedicati al territorio trentino; fu consigliere comunale a Trento, deputato al Parlamento di Vienna e alla dieta di Innsbruck e, sì, combatté fin dai tempi dell’università per l’indipendenza delle province italiane dall’Impero austro-ungarico. 


Era così convinto delle sue idee che, con lo scoppiare della Grande Guerra, si arruolò volontario negli Alpini nelle fila dell’Esercito italiano. Catturato vicino a Rovereto fu processato a Trento per alto tradimento in quanto cittadino austriaco che aveva voltato le spalle all’Impero. Chiese di essere fucilato come soldato nemico catturato ma, in quanto cittadino austriaco appunto (e per giunta deputato austriaco), venne impiccato come traditore nella fossa del Castello del Buonconsiglio.
Tanto per capire il tipo, riporto il verbale dettato dallo stesso Battisti durante il processo:
« Ammetto inoltre di aver svolto, sia anteriormente che posteriormente allo scoppio della guerra con l'Italia, in tutti i modi - a voce, in iscritto, con stampati - la più intensa propaganda per la causa d'Italia e per l'annessione a quest'ultima dei territori italiani dell'Austria; ammetto d'essermi arruolato come volontario nell'esercito italiano, di esservi stato nominato sottotenente e tenente, di aver combattuto contro l'Austria e d'essere stato fatto prigioniero con le armi alla mano. In particolare ammetto di avere scritto e dato alle stampe tutti gli articoli di giornale e gli opuscoli inseriti negli atti di questo tribunale al N. 13 ed esibitimi, come pure di aver tenuto i discorsi di propaganda ivi menzionati. Rilievo che ho agito perseguendo il mio ideale politico che consisteva nell'indipendenza delle province italiane dell'Austria e nella loro unione al Regno d'Italia. »

Perché il weekend trentino è stato speciale? Forse perché è stato uno di quei rari momenti in cui ti regali del tempo. Tempo per leggere con calma, per riflettere, per camminare, per fermarti in un bel caffè e guardarti intorno, tempo per sederti su una panchina, gustarti un gelato e poi tirar fuori un taccuino e scribacchiare qualche appunto. Quelle piccole cose a cui dovresti dar spazio quotidianamente ma che, se riesci a fare, fai sempre un po’ in affanno, piena di sensi di colpa perché stai togliendo tempo al lavoro, alle pulizie di casa, al pranzo, ai Doveri. Se riuscissi a volermi bene più spesso… 

giovedì 14 agosto 2014

Eredità


EreditàLilli Gruber, Rizzoli.

Negli ultimi mesi, per una serie di vicissitudini, lo zaino non s’è mosso da casa. Sono arrivata ad agosto con tanta voglia di spegnere il cellulare, resettare la sveglia, dimenticarmi del capo, della banca e delle lamentele quotidiane. Voglio silenzio e tempo per riflettere. Voglio il verde e i sentieri da percorrere. Alle ferie manca ancora qualche giorno ma io mi sento già proiettata verso la Valle Aurina, “una della valli più incontaminate di tutto l’Alto Adige– Südtirol”, promette Wikipedia. Staremo a vedere.
Così, sono stata costretta ad acquistare un paio di libri, tanto per farmi un’idea di questa cosa un po’ italiana-un po’ tedesca. Non sono tra le fan sfegatate della Gruber: è una donna di polso, ne apprezzo l’energia e la determinazione. Qualche volta, però, la trovo un po’ arrogante e anche un po’ gelida. In questo libro, invece, scopro una voce emozionata, in alcune pagine mi sembra di scorgere perfino l’occhio lucido del celebre mezzobusto che ancora fa sospirare il coniuge. [Io: “Sapevi che la Gruber è sposata dal luglio 2000?” Lui: “Come dimenticarlo? Un giorno di lutto…”
Io: “Perché? Che è successo?” Lui: “Si è sposata la Gruber, l’hai appena detto! Una delle poche donne di cui ero segretamente innamorato”. E non credo sia stato il solo].
Cosa sapevo del Trentino-Alto Adige? Che è una regione a statuto speciale, con due province autonome, con monti e vallate strepitose e con una serie di vicissitudini storiche che hanno visto l’aera passare da un governo all’altro fino ad arrivare nel 1918 all'annessione al Regno d'Italia a seguito della sconfitta dell’Austria nella Prima guerra mondiale. Dall’esame di storia contemporanea ricordavo vagamente il nome di qualche Trattato e un paio di date. Nella mia beata ignoranza, “Trentino” era il diminutivo di Trentino-Alto Adige (e in Trentino, da solo, senza Alto Adige– Südtirol, ci sono già stata una volta, quindi doppiamente ignorante).
Recitato il mea culpa, da Eredità non potevo che scovare una miriade di informazioni di cui ero completamente digiuna. La nascita della questione altoatesina è riconducibile alla fine della prima guerra mondiale e alla sconfitta dell’Austria: il confine tra Italia e Austria venne portato al Brennero e l’attuale Sudtirolo, abitato da popolazione di lingua tedesca, passò sotto la sovranità dello Stato italiano. Il libro della Gruber parte proprio dalla “lacerazione”.
Rosa ha il cuore pesante. Seduta nel salone della sua grande casa, fissa le pareti rivestite di legno. La catastrofe infine è accaduta.
[…] Aggiunge la data “novembre 1918”. Non ha bisogno di essere più specifica. Per lei l’intero mese significa infelicità: ha portato sconfitta e una dolorosa lacerazione [...]
L’Austria è smembrata, il nostro caro Tirolo diviso, noi poveri sudtirolesi siamo finiti sotto il dominio dei Welschen [italiani]. Ma continuiamo a sperare e a sopportare, non vogliamo far parte per molto di questa nazione, il nostro cuore e la nostra mente rimarranno tedeschi in eterno. 
 
Rosa Tiefenthaler
La Gruber prende spunto dal ritrovamento del diario della sua bisnonna, Rosa Tiefenthaler, morta nel 1940, figura leggendaria della famiglia, per raccontare la sua Heimat, qualcosa più della Patria. Una parola che racchiude le sensazioni dell’infanzia, il luogo degli affetti, della famiglia, delle origini. Il diario di Rosa inizia nel 1902 e termina nel 1939, anni dolorosi che spiegano le tensioni tuttora presenti nella regione. 
Come la stessa Gruber evidenzia, Eredità non è un libro di storia, né un saggio. Ma dalla quotidianità delle persone comuni, dalle loro voci, dai loro racconti emerge la Storia. I nomi dei trattati e le date si dimenticano facilmente ma i racconti trovano uno spazio difficile da rimuovere dalla nostra memoria.
A prevalere, alla fine della prima guerra mondiale, furono le ragioni militari e strategiche. Di fatto non c’era nessuna valida ragione all’annessione del Sudtirolo, paese austro-tedesco per cultura, lingua e nazionalità, al Regno d’Italia. All’errore commesso nel 1919 seguì la politica di snazionalizzazione da parte del regime fascista, che si impegnò nella rieducazione culturale dei sudtirolesi. Venne proibito l’insegnamento della lingua tedesca, vennero italianizzati nomi di persone, cognomi, tutti i toponimi in lingua tedesca…
La resistenza sudtirolese al fascismo fu tenace. E ne troviamo diversi esempi nella famiglia Tiefenthaler – Rizzolli (Rosa sposò all’inizio del 900 Jakob Rizzolli). La più piccola delle figlie di Rosa, Hella, fu insegnante nella rete delle scuole clandestine (Katakombenschulen), aventi lo scopo di mantenere viva la conoscenza della lingua tedesca anche tra le giovani generazioni. La bella e sovversiva Hella che distribuisce opuscoli per mobilitare i sudtirolesi, per boicottare i prodotti italiani, per impedire che gli italiani giunti in Tirolo, per volere di Mussolini, lavorino nelle aziende sudtirolesi. Hella, che finisce al confino nel profondo sud: Castelluccio Inferiore, Basilicata. Un paese straniero. Hella che, come molti sudtirolesi, prende un abbaglio micidiale: s’innamora del nazismo, crede ad Hitler, non lo vede come un pericolo. È certa del fatto che, grazie al Führer, il Sudtirolo potrà essere annesso al grande Reich tedesco e i sudtirolesi torneranno ad essere padroni in casa propria. 
 
Hella partecipa al Congresso di Norimberga del 1936 e scrive alla sorella Gusti:
Io sedevo nella tribuna principale, vicinissima al Führer, tanto che non sapevo se guardare sul campo o fissare il mio amato Führer, a cui il cuore batteva in petto dalla gioia di fronte alla grande opera che ha creato di sua mano… Non si finisce mai di ammirarlo, dove trova la forza di fare tutto questo, di lavorare giorno e notte senza un attimo di riposo?”

Se non avessi letto la ricostruzione degli eventi di quegli anni da parte della Gruber non avrei capito le ragioni dei sudtirolesi. Non avrei capito i risultati né le conseguenze del cosiddetto Patto delle Opzioni (l’accordo tra Mussolini e Hitler, siglato nel 39, che stabiliva che tutti i tedeschi e i ladini della province di Bolzano, Trento e Belluno avrebbero dovuto optare per la cittadinanza tedesca, con l’obbligo dell’espatrio, o restare in Italia, conservando la cittadinanza italiana senza il diritto alla tutela etnica). Il 75% dei tedeschi della provincia di Bolzano optò per il Reich. Erano pronti a lasciare i loro masi, le loro terre, erano pronti ad abbandonare tutto pur di veder riconosciuto il diritto alla cittadinanza tedesca. 

 
Il libro della Gruber si chiude con la morte di Rosa, nella sua Pinzon, nel 1940. Dei suoi sei figli le è rimasta accanto solo colei che sarebbe diventata la nonna della Gruber, Elsa, e Josef, unico maschio ed erede. Tutti gli altri avevano optato per le promesse del Führer. Rosa sarebbe felice di sapere che, anche grazie a quel diario, qualcuno ha raccontato la travagliata storia della sua famiglia.

martedì 5 agosto 2014

La famiglia Aubrey


La famiglia AubreyRebecca West, traduzione di Francesca Frigerio, Mattioli 1885.



Il periodo “smaltimento libri accumulati” procede quasi senza intoppi (le piccole defezioni hanno una valida giustificazione, giuro). Acquistai La famiglia Aubrey  al Salone del Libro di Torino un paio di anni fa. Non so perché lo feci; non credo fosse per la recensione di Baricco, ripubblicata in questa raccolta e letta solo di recente. Ricordo che andai con convinzione allo stand della Mattioli 1885 e iniziai a maneggiare i libri relativi alle fortificazione della seconda guerra mondiale (il coniuge in quel periodo era andato in fissa per i luoghi della guerra). Poi, non so come fu, mi colpì la copertina di questo libro di Rebecca West, mi dimenticai della Linea Maginot, capii che La famiglia Aubrey  era il primo volume di una trilogia, interruppi il pranzo del timido omone, che approfittava di un momento di tregua per strafogare un panino, pagai e andai via senza sapere esattamente cosa avessi acquistato. Tutta colpa della copertina dai bordi arrotondati.
Ho iniziato a leggerlo all’inizio di luglio. Dopo le prime 50 pagine ho pensato di aver buttato 20 euro. Dopo un paio di giorni ho pensato che questa faccenda dello “smaltimento libri acquistati” mi sta stretta: qui bisogna procurarsi gli altri due volumi della saga familiare.
Gran Bretagna d’inizio Novecento, la signora Clara Keith con le tre bambine e il piccolo Richard Quin lascia Edimburgo per raggiungere il marito a Londra. È solo uno dei tanti traslochi di una famiglia sui generis,  in balia dei colpi di testa del signor Piers Aubrey, padre assente, troppo impegnato in fallimentari speculazioni economiche per garantire una qualche stabilità a moglie e figli.
La quotidianità narrata dalla sorella Aubrey più vivace, Rose – Rebecca West,  procede come un andante moderato che di tanto in tanto sfocia in un presto per poi scivolare in un adagio. È un romanzo musicale, non solo perché la musica permea la vita della famiglia ma perché è scritto in modo fluttuante, delicato. Le giornate scorrono lente, tra un tè e una zuppa. Le esercitazioni al pianoforte, le corde del violino straziate da Cordelia e le discussioni su come vada interpretato un Notturno in Fa di Chopin riempiono gran parte del romanzo. Prima di sposarsi, Clara è stata una celebre pianista e le due figlie, Mary e Rose, hanno ereditato il suo talento e la sua determinazione. Richard Quen ne ha ereditato l’orecchio senza la costanza mentre la povera Cordelia, primogenita, ha solo la testardaggine di voler riuscire senza, ahinoi, alcun talento. 


La quotidianità viene spezzata da eventi drammatici, tipo l’improvvisa dipartita del capofamiglia (no, non muore; si limita  a sparire dalla sera alla mattina), qualche fenomeno paranormale e, più banalmente, un omicidio. Tutti episodi che vengono liquidati con poche righe, cancellati dall’urgenza della colazione, del tè del pomeriggio, dell’ora di cena.  
Rebecca West, pseudonimo di  Cicely Isabel Fairfield, nata a Londra da genitori di origini scozzesi e irlandesi, dopo aver tentato la carriera di attrice, fu giornalista, viaggiatrice, attivista politica, scrittrice, ragazza madre (che parola d’altri tempi). Donna spigolosa, senza peli sulla lingua, esercitò fino a 90 anni il diritto di esprimere liberamente la propria opinione, a costo di essere considerata blasfema. Mi piacerebbe poter leggere le recensioni letterarie che scrisse per il Times e per il Sunday Telegraph.  Immagino righe graffianti e giudizi severi. Una che alla domanda: “Do you admire E. M. Forster?” risponde tranquillamente “No. I think the Indian one [A Passage to India] is very funny because it’s all about people making a fuss about nothing, which isn’t really enough.” E alla domanda: “What about the work of Somerset Maugham, whom you also knew?” risponde altrettatanto seccamente:  “He couldn’t write for toffee, bless his heart. He wrote conventional short stories, much inferior to the work of other people. But they were much better than his plays, which were too frightful. He was an extremely interesting man, though, not a bit clever or cold or cynical”… [Eresia, eresia. Io adoro Maugham. Dite che è davvero così conventional??]
Se ciò non bastasse, nell’illuminante intervista pubblicata su the Paris Review, la West afferma: “I really don’t see War and Peace as a great novel because it seems constantly to be trying to prove that nobody who was in the war knew what was going on. Well, I don’t know whoever thought they would—that if you put somebody down in the wildest sort of mess they understand what’s happening”.
Ma uno può dichiarare candidamente che Tolstòj  è sopravvalutato senza finire all’Inferno?

Nella Famiglia Aubrey c’è un’attenzione maniacale a ciò che le mani dicono, a dove vengono riposte, alla gestualità. Quindi, non mi sono stupita nel leggere: “You said once that all your intelligence is in your hands”. Risposta: “Yes, a lot, I think. Isn’t yours? My memory is certainly in my hands. I can remember things only if I have a pencil and I can write with it and I can play with it”.
La West era una scrittrice accurata, che lavorava molto sulla scelta delle parole, sulla scrittura e riscrittura, come evidenziato nell’appendice e nella bella postfazione di Francesca Frigerio (benedetti sempre siano i bravi traduttori!). Peccato che la Mattioli 1885 si sia persa in una serie di refusi lasciati qua e là. Piccoli errori di battitura che rendono meno perfetto questo volume.