martedì 30 giugno 2015

Amori non molto corrisposti, Barbara Pym

Gli uomini si sono accorti di me, in un certo senso, pensò Dulcie, ricordando Maurice e Aylwin e Neville Forbes, ma non era successo nulla. Per “accorgersi” la signorina Lord intendeva qualcosa di diverso, evidentemente.
“Lei legge troppo, è questo il suo problema,” disse la signorina Lord vedendo Dulcie sistemarsi a tavola con un libro. “A loro non piace”.
“No, credo di no,” rispose Dulcie, ma ora in tono distratto perché il mondo del libro cominciava a sembrarle quello vero. 


Ignoravo Barbara Pym e i suoi romanzi fino ad una puntata di Fahrenheit di qualche mese fa. Se ne parlava con leggerezza, perché è così che ci si sente dopo averla letta. Poi non ci ho più pensato fino al Salone di Torino quando, guardando la lista degli espositori, mi sono ricordata delle eleganti edizioni dei tipi di Astoria e sono andata a trovare queste donne geniali.

Esiste una categoria di autori, che gli inglesi magistralmente definiscono “neglected”, il cui destino è stato quello di essere dimenticati: pubblicati e subito scomparsi o addirittura mai apparsi nel nostro paese. I motivi possono essere vari, però si nota che è un destino toccato in sorte più alle donne che agli uomini. E ha toccato in particolare quella letteratura capace di guardare al mondo con una certa ironia e leggerezza.  Da molti anni la letteratura, infatti, sembra dover raccontare la realtà soprattutto nei suoi aspetti più cupi, più drammatici, con toni intensi e tristi. Ma chi l’ha detto che la letteratura deve solo restituirci il mondo nei suoi aspetti più tragici? E se fosse vero che la leggerezza e l’ironia riescono a darci ugualmente ragione del mondo in cui viviamo?
Ecco, astoria nasce da qui.

Motivazione più che sufficiente per decidere di acquistare un romanzo edito da Astoria. Eppoi ho un debole per le scrittrici inglesi fissate per libri, bevande calde e mariti che nella vita reale mai avrebbero scelto di sposare. E Barbara Pym ne è l’emblema.

Quando capì che il fidanzato non intendeva affatto sposarla, Dulcie Mainwaring patì una quieta infelicità per diversi mesi prima di riuscire a scuotersi. Il convegno, quando arrivò l’annuncio, sembrò proprio il genere di cosa raccomandata alle donne nella sua posizione: un’opportunità per incontrare gente nuova e per divertirsi osservando la vita degli altri, anche se solo per un fine settimana e in circostanze alquanto inusuali.

Dulcie nella vita fa la correttrice di bozze e redige indici, attività che non reputa affatto noiosa, anche se ha una laurea in letteratura inglese e una mente vivace. Ma non è un uomo: non può ambire a scrivere opere sue o a lavorare nella ricerca. Eppure “l’investigazione” è il suo forte. 

“Mi piace scoprire cose sulla vita della gente. Immagino che sia una sorta di compensazione per lo squallore della vita quotidiana”.

Barbara Pym fu osannata fino agli anni Sessanta e poi dimenticata perché, a detta dell’editore, i suoi romanzi non erano più alla moda e la legge del mercato era crudele anche nel secolo scorso. Rilanciata dal Times Literary Supplement nel 1977 come una delle autrici più sottovalutate, la Pym poco prima di morire ebbe il piacere di veder ristampati i suoi precedenti libri e ridiventare alla moda.
Qualcuno la considera la Jane Austen del Novecento. A me, la sua ironia e i brillanti dialoghi tra Dulcie e la signorina Lord hanno fatto pensare ad Elizabeth von Armin, un’altra donna che sapeva come prendere in giro la società del suo tempo a colpi d’inchiostro.

Barbara Pym, Amori non molto corrisposti
Traduzione di Bruna Mora, Astoria

Amori non molto corrisposti era già stato pubblicato in Italia da La Tartaruga con il titolo “Per guarire un cuore infranto”.   



Che peccato non ci si possa preparare una tazza di Ovomaltina, fu il suo ultimo pensiero cosciente. I problemi della vita sono spesso alleviati da bevande calde al latte.


martedì 23 giugno 2015

Il bambino segreto, Camilla Läckberg

Sembra che di fronte a certi titoli faccia la faccetta snob. Allora, per punirmi, l’amico runner mi presta Il bambino segreto di Camilla Läckberg, una che non ha troppi problemi con il numero di copie vendute né con il blocco dello scrittore, vista la quantità di libri che sforna. Da quanto leggo, tutti i gialli della Läckberg hanno come protagonisti l’ispettore Patrick Hedstrom e la scrittrice Erica Falck, e sono ambientati a Fjällbacka, luogo meraviglioso sulla costa svedese, in cui l’autrice ha la fortuna di vivere. 


A qualche anno dalla morte di sua madre, Erica Falck scopre ben custoditi in soffitta alcuni diari, scritti dalla mamma durante la seconda guerra mondiale, e una curiosa medaglia avvolta in un camicino da neonato macchiato di sangue. Contemporaneamente, nel bel paesetto svedese, viene ucciso un anziano stimato da tutti, studioso di storia ed esperto del nazismo. Il giallo si intreccia con una lunga serie di vicende familiari: congedi presi da papà che si destreggiano con pappine e pannolini, adolescenti in crisi all’interno di famiglie allargate, donne incinte a iosa, coppie omosessuali in dolce attesa, abbastanza dumle e polkagrisar da far prender peso anche al lettore smilzo. Non mi dispiace il mix tra quotidianità e indagini ma eliminare qualche crisi coniugale e qualche limonata (non la bevanda ma l’atto del limonare) avrebbe reso il libro meno dispersivo.

Il bambino segreto si fa leggere, nonostante ci si spazzoli via la polvere da gonne e pantaloni una decina di volte e ci si lisci l’abito con altrettanta frequenza. Intorno a pagina 400, anche una giallista poco esperta come la sottoscritta scova l’assassino. Nessun finale a sorpresa.


Troppo acida? No, via, un’altra possibilità a Camilla non si nega mica! Pare che Il segreto degli angeli, presentato all’ultimo Salone del libro di Torino (ho perso l’incontro, pazienza!), sia più avvincente dei precedenti. Anche se Il segreto degli angeli subito dopo il bambino segreto... Magari optare per un titolo senza segreti, no???  

Titolo originale: Tyskungen, Camilla Läckberg
Traduttore: Laura Cangemi
Editore: Marsilio, 2013 


martedì 16 giugno 2015

Storia della pioggia, Niall Williams

Forse perché venivo da Jane Austen, forse perché ero già stanca di mio, fatto sta che al secondo Swain e al terzo Macqualcosa seguito dall’incontro con Il salmone in Irlanda mi scappa un Oh Cielo Mr. Williams! Ma dove vuoi Andar a Parare?
Torno indietro e ricomincio. Annaspo di nuovo ma non demordo. Intorno a pagina 88 inizia l’innamoramento. Mr. Williams sei un Genio!

Lettrice pendolante
Sto cercando un paio di motivazioni per convincervi a leggerlo. Potrei dire che Storia della pioggia è un’ode ai libri, alla grande Letteratura e al potere salvifico delle storie. Che è un romanzo magico, pericoloso per le vostre tasche e per la vostra già strabordante libreria. 
È un libro pieno di vita anche se parla di morte. 
È un libro potente perché non è facile far sorridere quando si racconta una storia triste. Tu sei lì che sghignazzi e quasiquasi ti senti in colpa perché intuisci come andrà a finire, lo sai che rischi la lacrimuccia finale perché ti sei troppo affezionata alla Voce narrante, Ruth Swain, quella bruttina; leggendo non dovresti sentirti leggera perché questa famiglia è troppo geniale per meritare cotanta sfiga, eppure non riesci a smettere di sorridere.
Volendo potrei anche dire che è la fantasiosa saga di una stirpe assillata dal raggiungimento del Livello Impossibile. Ma la Perfezione non è di questo mondo: la si cerca nei Salmi, nel salto con l’asta, nella Pesca, nella terra inadatta alla coltivazione delle patate, nella Poesia. Ma il Livello Impossibile resta tale. Anche quando s’incontra una donna straordinaria e si dà vita ad una figlia affetta dalla Sindrome della Saputella, quella con i voti buoni e con gli occhiali, e al Gemello dai capelli d’oro e il sorriso accattivante, un sorriso che ti conquista e ti spinge a volergli bene anche se non sai il perché. Perfino allora, mentre stai sfiorando la Felicità, percepisci che qualcosa ti farà retrocedere.
Potrei dire tante cose di questo romanzo ma non gli renderei giustizia. Sembrerebbe una fantasiosa storia melanconica che fa da cornice ad un libro che parla di libri. Invece è un romanzo geniale, scritto con una lingua poetica che ti trascina in un mondo immaginario, estraniandoti dalla quotidianità. E lo so, ho usato troppe volte la parola genio in questo post, ma mi sembrava di non poterne fare a meno.

Storia della pioggia è uno di quei romanzi che ti fanno esser orgogliosa di far parte del Neri Pozza book club. E quest’anno non mi è capitato spesso…  

Niall Williams, Storia della pioggia (traduzione di Massimo Ortelio)

Neri Pozza, collana Bloom.

lunedì 8 giugno 2015

Jane Austen e i libri in testa

Tutta colpa di quella stramba combriccola coi libri in testa. Era da un po’ che volevo partecipare ad una serata organizzata da loro ma andare ad ascoltare 4/5 tizi che parlano di un classico che tu non hai letto non è divertente. Così pensavo. Poi è arrivato l’appuntamento con Jane Austen. Jane è stata la mia eroina per anni, superata solo da Jo March e nella combriccola di cui sopra c’è un super esperto della Austen.


Potevo saltare l’appuntamento su Emma?! No, of course. Già, ma di cosa parla Emma? La mia vecchia edizione della Garzanti (traduzione di Mario Praz) è sufficientemente spiegazzata da suggerire che il libro sia stato letto. Ricordo perfino il momento in cui l’acquistai. Primo anno del liceo, cartolibreria del paesotto natio; ero indecisa tra Il Circolo Picwick (che poi, orrore!, non ho più letto) e questo romanzo della Austen. Mi persuase l’espressione della cartolibraia. Ricordo solo che mi piacque. 
Sicché, qualche giorno prima dell’incontro, ho iniziato a sfogliare il romanzo fiduciosa, convinta che la storia mi sarebbe tornata alla mente in un attimo. Invece niente, buio totale. Avevo dimenticato trama e stile. Perché, allora, ho sempre sostenuto di amare la Austen se la sua tanto decantata leggerezza e ironia con il passare del tempo si erano dissolte nel nulla? Anche di Jane Eyre, Orgoglio e pregiudizio, Mansfield Park oggi saprei dire qualcosa? Che mi sia fatta confondere dai numerosi club austiniani che impazzano nel web?
La rilettura inizialmente è stata lenta e a tratti noiosa. Nell’ultimo mese avevo letto solo scrittori contemporanei; divorzi, tradimenti, figli sbattuti a destra e manca…un mondo che corre veloce. Tornare alle carrozze, alle signorine con veli e merletti, alle canoniche e alle risorse che una fanciulla deve possedere mi ha stranito. Come potevo aver amato una che ciarlava tutto il tempo di visite da una tenuta all’altra, balli, passeggiate… S’è mai visto nella vita reale un gentiluomo che osserva compiaciuto l’incarnato di una donna? La sua pelle vellutata, gli occhi nocciola, la curva della sua gola! Occhi nocciola! Suvvia, per mio marito la distinzione tra viola e rosa è ancora un mistero imperscrutabile! L’avete mai sentito voi un uomo che indica una roba di un certo colore e nel descriverlo becca il colore giusto?
Pagina dopo pagina mi sono immersa nella letteratura inglese del primo Ottocento e ho ricominciato a sorridere. Ho riso molto dei dialoghi strampalati di Miss Bates, delle fobie di Mr. Woodhouse, più ipocondriaco di un Verdone nostrano, avrei preso a schiaffi un paio di volte la bella ed arrogante Emma, lei e la sua mania di combinare i matrimoni più improbabili. Avrei strangolato l’insopportabile Mrs. Elton, una vita dedita al pettegolezzo, e mi sono innamorata a metà libro del fascinoso Mr. Knitghtley, uomo concreto e attento osservatore, lontano dai salotti e dalle futili chiacchiere. Dialoghi salottieri esilaranti, non troppo diversi da lunghi sproloqui che si leggono su facebook. E poi, siamo tanto sicuri che le vacue chiacchiere delle serate danzanti e delle tavole imbandite fossero così diverse dai moderni rituali dell’apericena e dagli sguardi invidiosetti che si lanciano in discoteca?  
Mi sono presentata all’appuntamento con Jane scoprendomi molto più ignorante di quanto immaginassi. Ho avuto la conferma del fatto che i libri vanno riletti perché la memoria vacilla, perché noi cambiamo e cambia il nostro modo di approcciare il testo. Quello che una ventina d’anni fa era un romanzo per fanciulle romantiche oggi è un’arguta critica alla società del tempo.
Di Emma e di Jane Austen vi saprà dire tutto Giuseppe Ierolli. Per ora non v’è traccia del calendario della prossima stagione dei Libri in testa, ma date uno sguardo al sito e partecipate a qualche incontro. Potreste scoprire che parlare di libri, anche di quelli di cui avete dimenticato tutto, può essere divertente.

P.S. Grazie ai miei attenti lettori che mi hanno ricordato che l'autrice di Jane Eyre è Charlotte Bronte (da non confondere con la più brava Emily) e non la Austen. L'avevo detto io che necessitavo di un bel ripasso!


domenica 17 maggio 2015

Torino – Non solo Salone del Libro

È anche lo stato d’animo a farci piacere un luogo. Torino, ad esempio, mi è sembrata più bella del solito. Correre all’alba con gli scoiattoli nel parco del Valentino; macinare chilometri sul lungo Po mentre il cielo iniziava ad aprirsi e il traffico della città in lontananza ad intensificarsi. Un’insolita scarica di energia per me che non ho mai amato l’umidità dei fiumi. 
Mi è sembrata piacevole perfino la traballante stanzetta del vecchio palazzo in cui ho albergato. Un ritorno ai miei primi viaggi. Sistemazioni spartane ed economiche; l’importante era la meta non le stelle dell’hotel. È stato bello vagabondare di sera tra le vie del centro, incurante della Torino bene che si muoveva su tacchi 12 e abitini eleganti. Un gelato, le tante parole ascoltate, le parole perse, i libri acquistati, quelli a cui ho saputo dire di no, quelli che avrei voluto e i “Ma poi quando li leggerò tutti ‘sti libri?”


Avevo bisogno di tempo per me e il Salone del libro è stato un buon pretesto. Ora c’è il solito mix di malinconia e stanchezza. Sono state ore intense e necessarie. Continuerò a rimuginare su quanto ascoltato e mi riprometterò di trovare nuovi pretesti di evasione. Poi verrò fagocitata dalla quotidianità e i buoni propositi andranno a farsi benedire. 

giovedì 14 maggio 2015

Non siamo più noi stessi, Matthew Thomas.

È venuta a mancare mia nonna. Aveva compiuto 88 anni a febbraio; da qualche tempo diceva di essere stanca, non era più la leonessa di un tempo. Mi sarei dovuta preparare alla perdita. Ma non si è mai pronti a lasciar andare le persone a cui si è voluto bene, anche quando sembra siano loro a chiederlo.
Ho trascorso un paio di giorni in ospedale al suo fianco. Ogni tanto sembrava appisolarsi ed io tiravo fuori il tomone della Neri Pozza. Ad un tratto ha aperto gli occhi e l’ha guardato sospettosa. «Fammi vedere se è scritto grosso». Gliel’ho avvicinato e lei ha fatto cenno di no. Un carattere troppo piccolo per i suoi occhi, che fino a pochi anni fa vedevano perfettamente.
«Di cosa parla?»
«Di una coppia irlandese che negli anni Trenta emigra negli Stati Uniti, stabilendosi in un quartiere operaio di New York. La figlia, Eileen, una tipa determinata, non troppo simpatica, studia, lavora, si impegna per poter avere una vita di successo. Diventa infermiera, sposa Ed, un brillante insegnante, attento studioso del cervello. Ma Ed a soli 51 anni si ammala di Alzheimer e la loro vita cambia completamente…»
Forse non è la storia migliore da raccontare ad una persona in fin di vita.
«Qual è l’Alzheimer?»
«La malattia di zia Anna.» Sua cognata.
S’incupisce. «Che brutta malattia! Ti ricordi quant’era bella e gentile? Ora è ridiventata una bambina. Mio fratello non può lasciarla un attimo da sola perché ha paura dei disastri che potrebbe combinare. Non si ricorda più come si cucina; ti chiede una cosa e dopo due minuti se ne è già dimenticata. Chiacchiera con tutti. Non la si può mandare neppure al supermercato da sola. E mio fratello si vergogna tanto… Povero Romeo, di tante malattie proprio questa gli doveva capitare…»
Una malattia incomprensibile per mia nonna che, fino a due giorni prima di lasciare questo mondo, ricordava episodi da me rimossi. La vergogna, la difficoltà nel parlarne. La necessità di condividere il peso con altri, l’esigenza di essere aiutati che si scontra con il timore che l’altro possa sentirsi abbandonato. 
Eviti di dire che ti sei rivolto ad una badante, chissà cosa penseranno gli altri. E poi c’è il disagio degli altri: noi che non sappiamo mai come rivolgerci ad una settantenne che tira fuori dalla borsa qualche cioccolatino, offrendoli a tutti i degenti della camerata. E si offende di fronte al rifiuto altrui.
A mia nonna non ho potuto raccontare il finale di Non siamo più noi stessi. Una storia concreta, senza toni melodrammatici. Sicuramente troppo lunga. Qualche taglio avrebbe giovato alla fluidità del romanzo.  

Il Guardian saluta Mattew Thomas come il nuovo Franzen. Io non ho trovato alcuna analogia con Le correzioni (che mi piacque tantissimo). Onestamente, se non fosse stato per il book club della Neri Pozza, non penso avrei acquistato il libro. E sicuramente non l’avrei letto in questo periodo. 
Un tomone che mi ha lasciato addosso sensazioni contrastanti: non mi è dispiaciuto ma non mi ha neppure appassionato. L’ho letto velocemente ma senza mai avvertire l’urgenza di tornare alla lettura. Voci autorevoli hanno opinioni diverse dalla mia ma, personalmente, per questo Thomas non prevedo il successo di Franzen.

Matthew Thomas, Non siamo più noi stessi, Traduzione Chiara Brovelli
Neri Pozza editore, I narratori delle tavole


lunedì 11 maggio 2015

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Una questione privata, Beppe Fenoglio
Quando leggi un capolavoro finisce che non ne parli mai in un blog come questo. Che puoi dire tu di Beppe Fenoglio per spingere quanti non abbiano ancora letto Una questione privata ad acquistarlo immediatamente? 
Che può dire di originale su Elsa Morante una Babalatalpa qualsiasi? Spulciando tra i libri usati di una nota libreria, riflettevo sull’arte della scrittura e su cosa renda un capolavoro tale.
«Posso aiutarla?».
«No, grazie, davo un’occhiata. Anzi, sì. Avete per caso qualcosa della Morante? Vorrei acquistare Menzogna e sortilegio».

Occhi al cielo, espressione da “Eccone un’altra a cui si deve spiegare tutto”. «Ma la Morante non si trova tra i classici! Non è qui che deve cercarla. Qui ci sono solo opere di autori morti». Pausa. «Beh, sì, anche la Morante è morta, ma da poco».
Comincio a divertirmi.
«Quindi un classico è tale se dopo un paio di secoli dalla morte dell’autore qualcuno lo acquista ancora?».

Lei, soddisfatta, si avvicina al pc: «Sì, più o meno. Comunque tra l’usato non abbiamo niente della Morante. Se ci fosse stato, l’avrebbe trovato lì, nello scaffale dei contemporanei».
Mi avvicino allo scaffale incriminato e vedo diverse copie di Federico Moccia, molto Volo, Mazzantini, D’Avenia... Ora, senza voler offendere Moccia, chi diamine potrebbe mai pensare di mettere “Scusa ma ti chiamo amore” accanto a “La Storia” solo perché gli autori sono nati entrambi nel XX° secolo??

In fondo, non faccio mica la libraia io… 




giovedì 23 aprile 2015

Il posto, Annie Ernaux

Forse perché oggi più che in passato non faccio che interrogarmi sul rapporto con i miei genitori; forse perché giorno dopo giorno mi chiedo chi sia mio padre, cosa si nasconda dietro i suoi lunghi silenzi, dietro le sue frasi urlate con rabbia, dietro i suoi momenti d’ira anche quando ira non dovrebbe esserci.
Forse perché anche lui non si è mai arreso.
Forse perché anche noi abbiamo sempre avuto ciò che serviva; forse perché a noi figli non ha fatto mai mancare niente; a scuola non si poteva dire che avessi meno delle altre.
Forse perché anche per i miei “la casa”, la proprietà, le migliorie hanno avuto sempre la priorità su tutto il resto. Su un viaggio, un weekend fuori, una giornata insieme. Inconcepibile che proprio sua figlia possa pensare di vivere in affitto.
Forse perché anch’io ricordo solo mattinate in cui tutti erano affaccendati sin dall’alba, perché ogni giornata era lavoro: neanche il tempo di andare in bagno, neanche il tempo di ammalarsi, perché l’influenza si cura lavorando. Anche ora che potrebbe riposarsi, che potrebbe mollare un po’ la presa, non c’è mai tempo per niente: fare una gita con la mamma, uscire a fare compere insieme, fare una passeggiata. La vita costa cara. Ci sono tante cose da fare, nessuno mi dà una mano…
Per me niente lettere della mamma con la firma del papà alla fine ma ci son state e continuano ad esserci le lunghe telefonate di mia madre, perennemente concluse da un “ti saluta papà”. Lui, lo sai, parla poco, è fatto così. Già, così come?
Forse per tutte queste cose messe insieme, Il posto mi è sembrato molto più di un romanzo autobiografico. Una prosa limpida, toccante. Questo padre che esce dal romanzo e ci si avvicina: il suo volto segnato dalla fatica, lo sguardo serio.
Un libro da sottolineare dalla prima all’ultima pagina.

L’Orma editore con la pubblicazione di questo bel romanzo di Annie Ernaux dimostra di essere una piccola ma grande casa editrice. 

Il postoAnnie Ernaux (traduzione di Lorenzo Flabbi)
L'Orma editore, collana Kreuzville Aleph.

sabato 18 aprile 2015

Gli anni al contrario, Nadia Terranova

Nadia Terranova è una siciliana che pur di non lavorare scrive parecchio. È una ragazza solare, simpatica, di quelle apparentemente a proprio agio in qualsiasi contesto. Eppure, questo esile libricino mi spaventava. E se Gli anni al contrario fosse stato una robetta banale? Avrei continuato ad ascoltare la Terranova con lo stesso interesse? In fondo, cosa ne può sapere una mia coetanea degli anni 70? Che ne può sapere una non ancora quarantenne del vecchio comunismo che odora di sconfitta e delle azioni di disturbo di Lotta continua?
Da Gli anni al contrario mi aspettavo molti riferimenti ai fatti di cronaca e personaggi appena accennati. Mi sbagliavo. Ho trovato Aurora, secondogenita di quattro maschi e due femmine, che a tredici anni ha collezionato isterie sufficienti a stroncarle ogni anelito alla riproduzione, e Giovanni Santatorre, terzogenito di un avvocato comunista, arrivato dopo una di quelle notti maliziose che a volte si improvvisano fra coniugi di mezza età. I due messinesi si incontrano alla facoltà di filosofia, s’innamorano, studiano, leggono, sognano sotto il cielo stellato di Stromboli. Lei resta subito incinta, si sposano e pensano che il loro amore gli darà la forza di cambiare il mondo. Passano i mesi e Giovanni di notte combatte contro l’insonnia mentre di giorno cerca di non pensare alle giornate che avevano immaginato quando si erano innamorati e il futuro sembrava diverso. Poi Aurora smette di ridere ed entrambi si specializzano in silenzi opportuni, diventano complici e conniventi.
Il romanzo è ambientato a Messina ma ho la sensazione che potrebbe essere qualsiasi provincia medio piccola del centro-sud Italia. La stessa ipocrisia, la stessa pesantezza, la stessa difficoltà di trovare una sintonia con il mondo circostante. Così, senza neanche accorgertene, un giorno scopri che il mondo non si cambia e tu ti sei arresa.
Il romanzo si legge in un soffio; la scrittura è leggera anche quando le parole sono taglienti e lasciano piccole cicatrici. L’ironia inziale inevitabilmente si perde a metà libro, quando la fatica dei giorni prende il sopravvento.

Gli anni al contrario è disseminato di occhi e sguardi: un’occhiata distratta alla pagella, occhi cerulei, occhi alzati al cielo, occhi orgogliosi del fascistissimo, occhi puntati addosso, occhi ancora lucidi, occhi ancora appiccicati dal sonno… Ma sono gli occhi interrogativi con cui era nata Mara, quegli occhi immensi, a restarci dentro anche dopo aver finito il romanzo. 

Gli anni al contrario, Nadia Terranova
Einaudi, Stile libero Big

giovedì 16 aprile 2015

Solo per un giorno, Massimilano Boni

Massimiliano Boni non è un eroe, se non per un giorno in un anno. Questa è la storia degli altri trecentosessantaquattro. In quel tempo fa due cose: corre e scrive. Poi, certo: lavora, legge, si occupa della famiglia, ricorda, rimpiange, sogna. Ma queste altre cose accadono di lato: al centro, corre e scrive. Si prepara alla maratona e tiene un diario. Non è spavaldo, in nessuna delle due sfide. […] È uno di noi, uno di voi, una delle migliaia di figure smilze e colorate che vediamo ansimare mentre le superiamo motorizzati, domandandoci: «Chi glielo fa fare?».

Se sei uno di quelli che si infilano i pantaloncini già prima di uscire dall’ufficio, che hanno le scarpette sempre in auto perché-metti-che-esco-prima-posso-fermarmi-a-correre; se ti innervosisci quando ti fanno fare tardi mentre tu avevi già programmato un allenamento serale; se sei uno di quelli che corrono anche sotto la pioggia e vengono guardati con un misto di invidia e compassione…dopo aver letto la presentazione della 66thand2nd, corri (tanto per restare in tema) ad acquistare Solo per un giorno. Il quarantacinquenne Massimiliano Boni ha corso la sua prima maratona a Roma nel 2013; dopo aver letto L’arte di correre di Haruki Murakami (che tanto piacque ed ispirò il nostro attuale Presidente del Consiglio), Boni ha deciso di cominciare a preparare una seconda maratona e scrivere il suo diario.
Senza nulla togliere alle ambizioni dell’audace autore, così come L’arte di correre mi faceva venir voglia di sospendere la lettura per buttarmi a capofitto nella corsa, Solo per un giorno mi ha fatto rivalutare lo sport preferito dal coniuge: il divano.
[…] da sempre autodidatta, eccomi lì a soffrire, cercando di mantenere il respiro regolare, il passo costante, la spinta delle gambe continua. Non sono bello da vedere, lo so, ma almeno sono pronto a penare più degli altri.
Caro Boni, non avercela con me, ma del tuo libro ho apprezzato più i suggerimenti di lettura, le motivazioni che portano a scrivere, annotare, raccontare, che la sofferenza provocata dalla corsa. Ho trascorso gli ultimi mesi a prepararmi…ancora poco, penso, e sarò libero.
Ma che runner sei?
La corsa è anche fatica, indubbiamente, ma per un amatore è soprattutto passione (sennò mica ci chiamerebbero amatori? Masochisti andrebbe benissimo). La corsa è libertà, è spazzar via i malumori, è la gioia di un’alba fredda e di un tramonto tra le colline. È impegno, concentrazione ma anche benessere. Quando diventa testa bassa e paura della sconfitta perde il suo potere terapeutico. Poi ci sono le gare, è vero. Anch’io, come te, gareggio poco ma, quando partecipo, l’emozione iniziale e l’adrenalina della partenza sono sempre più potenti della fatica sopraggiunta strada facendo.
Meglio tralasciare il capitolo dedicato al Dottor C. e ai gioiosi pensieri di prendere un infarto cammin facendo. Alle parole “a volte, del tutto inspiegabilmente, senza alcun segno premonitore, questo meccanismo si inceppa e si ferma. La morte sopraggiunge improvvisa, fulminea, senza alcuna possibilità di salvezza”, ho rimpianto di non aver acquistato il libro in formato cartaceo. Avrei potuto bruciarlo, desiderio che l’ebook non riesce a soddisfare.

Insomma, caro Boni, mai regalerei il tuo diario ad un aspirante maratoneta. E mai lo presterò al coniuge che avrebbe un motivo in più per considerarmi una pazza furiosa.

Solo per un giorno, Massimiliano Boni
66thand2nd, collana Attese.