lunedì 11 maggio 2015

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Una questione privata, Beppe Fenoglio
Quando leggi un capolavoro finisce che non ne parli mai in un blog come questo. Che puoi dire tu di Beppe Fenoglio per spingere quanti non abbiano ancora letto Una questione privata ad acquistarlo immediatamente? 
Che può dire di originale su Elsa Morante una Babalatalpa qualsiasi? Spulciando tra i libri usati di una nota libreria, riflettevo sull’arte della scrittura e su cosa renda un capolavoro tale.
«Posso aiutarla?».
«No, grazie, davo un’occhiata. Anzi, sì. Avete per caso qualcosa della Morante? Vorrei acquistare Menzogna e sortilegio».

Occhi al cielo, espressione da “Eccone un’altra a cui si deve spiegare tutto”. «Ma la Morante non si trova tra i classici! Non è qui che deve cercarla. Qui ci sono solo opere di autori morti». Pausa. «Beh, sì, anche la Morante è morta, ma da poco».
Comincio a divertirmi.
«Quindi un classico è tale se dopo un paio di secoli dalla morte dell’autore qualcuno lo acquista ancora?».

Lei, soddisfatta, si avvicina al pc: «Sì, più o meno. Comunque tra l’usato non abbiamo niente della Morante. Se ci fosse stato, l’avrebbe trovato lì, nello scaffale dei contemporanei».
Mi avvicino allo scaffale incriminato e vedo diverse copie di Federico Moccia, molto Volo, Mazzantini, D’Avenia... Ora, senza voler offendere Moccia, chi diamine potrebbe mai pensare di mettere “Scusa ma ti chiamo amore” accanto a “La Storia” solo perché gli autori sono nati entrambi nel XX° secolo??

In fondo, non faccio mica la libraia io… 




giovedì 23 aprile 2015

Il posto, Annie Ernaux

Forse perché oggi più che in passato non faccio che interrogarmi sul rapporto con i miei genitori; forse perché giorno dopo giorno mi chiedo chi sia mio padre, cosa si nasconda dietro i suoi lunghi silenzi, dietro le sue frasi urlate con rabbia, dietro i suoi momenti d’ira anche quando ira non dovrebbe esserci.
Forse perché anche lui non si è mai arreso.
Forse perché anche noi abbiamo sempre avuto ciò che serviva; forse perché a noi figli non ha fatto mai mancare niente; a scuola non si poteva dire che avessi meno delle altre.
Forse perché anche per i miei “la casa”, la proprietà, le migliorie hanno avuto sempre la priorità su tutto il resto. Su un viaggio, un weekend fuori, una giornata insieme. Inconcepibile che proprio sua figlia possa pensare di vivere in affitto.
Forse perché anch’io ricordo solo mattinate in cui tutti erano affaccendati sin dall’alba, perché ogni giornata era lavoro: neanche il tempo di andare in bagno, neanche il tempo di ammalarsi, perché l’influenza si cura lavorando. Anche ora che potrebbe riposarsi, che potrebbe mollare un po’ la presa, non c’è mai tempo per niente: fare una gita con la mamma, uscire a fare compere insieme, fare una passeggiata. La vita costa cara. Ci sono tante cose da fare, nessuno mi dà una mano…
Per me niente lettere della mamma con la firma del papà alla fine ma ci son state e continuano ad esserci le lunghe telefonate di mia madre, perennemente concluse da un “ti saluta papà”. Lui, lo sai, parla poco, è fatto così. Già, così come?
Forse per tutte queste cose messe insieme, Il posto mi è sembrato molto più di un romanzo autobiografico. Una prosa limpida, toccante. Questo padre che esce dal romanzo e ci si avvicina: il suo volto segnato dalla fatica, lo sguardo serio.
Un libro da sottolineare dalla prima all’ultima pagina.

L’Orma editore con la pubblicazione di questo bel romanzo di Annie Ernaux dimostra di essere una piccola ma grande casa editrice. 

Il postoAnnie Ernaux (traduzione di Lorenzo Flabbi)
L'Orma editore, collana Kreuzville Aleph.

sabato 18 aprile 2015

Gli anni al contrario, Nadia Terranova

Nadia Terranova è una siciliana che pur di non lavorare scrive parecchio. È una ragazza solare, simpatica, di quelle apparentemente a proprio agio in qualsiasi contesto. Eppure, questo esile libricino mi spaventava. E se Gli anni al contrario fosse stato una robetta banale? Avrei continuato ad ascoltare la Terranova con lo stesso interesse? In fondo, cosa ne può sapere una mia coetanea degli anni 70? Che ne può sapere una non ancora quarantenne del vecchio comunismo che odora di sconfitta e delle azioni di disturbo di Lotta continua?
Da Gli anni al contrario mi aspettavo molti riferimenti ai fatti di cronaca e personaggi appena accennati. Mi sbagliavo. Ho trovato Aurora, secondogenita di quattro maschi e due femmine, che a tredici anni ha collezionato isterie sufficienti a stroncarle ogni anelito alla riproduzione, e Giovanni Santatorre, terzogenito di un avvocato comunista, arrivato dopo una di quelle notti maliziose che a volte si improvvisano fra coniugi di mezza età. I due messinesi si incontrano alla facoltà di filosofia, s’innamorano, studiano, leggono, sognano sotto il cielo stellato di Stromboli. Lei resta subito incinta, si sposano e pensano che il loro amore gli darà la forza di cambiare il mondo. Passano i mesi e Giovanni di notte combatte contro l’insonnia mentre di giorno cerca di non pensare alle giornate che avevano immaginato quando si erano innamorati e il futuro sembrava diverso. Poi Aurora smette di ridere ed entrambi si specializzano in silenzi opportuni, diventano complici e conniventi.
Il romanzo è ambientato a Messina ma ho la sensazione che potrebbe essere qualsiasi provincia medio piccola del centro-sud Italia. La stessa ipocrisia, la stessa pesantezza, la stessa difficoltà di trovare una sintonia con il mondo circostante. Così, senza neanche accorgertene, un giorno scopri che il mondo non si cambia e tu ti sei arresa.
Il romanzo si legge in un soffio; la scrittura è leggera anche quando le parole sono taglienti e lasciano piccole cicatrici. L’ironia inziale inevitabilmente si perde a metà libro, quando la fatica dei giorni prende il sopravvento.

Gli anni al contrario è disseminato di occhi e sguardi: un’occhiata distratta alla pagella, occhi cerulei, occhi alzati al cielo, occhi orgogliosi del fascistissimo, occhi puntati addosso, occhi ancora lucidi, occhi ancora appiccicati dal sonno… Ma sono gli occhi interrogativi con cui era nata Mara, quegli occhi immensi, a restarci dentro anche dopo aver finito il romanzo. 

Gli anni al contrario, Nadia Terranova
Einaudi, Stile libero Big

giovedì 16 aprile 2015

Solo per un giorno, Massimilano Boni

Massimiliano Boni non è un eroe, se non per un giorno in un anno. Questa è la storia degli altri trecentosessantaquattro. In quel tempo fa due cose: corre e scrive. Poi, certo: lavora, legge, si occupa della famiglia, ricorda, rimpiange, sogna. Ma queste altre cose accadono di lato: al centro, corre e scrive. Si prepara alla maratona e tiene un diario. Non è spavaldo, in nessuna delle due sfide. […] È uno di noi, uno di voi, una delle migliaia di figure smilze e colorate che vediamo ansimare mentre le superiamo motorizzati, domandandoci: «Chi glielo fa fare?».

Se sei uno di quelli che si infilano i pantaloncini già prima di uscire dall’ufficio, che hanno le scarpette sempre in auto perché-metti-che-esco-prima-posso-fermarmi-a-correre; se ti innervosisci quando ti fanno fare tardi mentre tu avevi già programmato un allenamento serale; se sei uno di quelli che corrono anche sotto la pioggia e vengono guardati con un misto di invidia e compassione…dopo aver letto la presentazione della 66thand2nd, corri (tanto per restare in tema) ad acquistare Solo per un giorno. Il quarantacinquenne Massimiliano Boni ha corso la sua prima maratona a Roma nel 2013; dopo aver letto L’arte di correre di Haruki Murakami (che tanto piacque ed ispirò il nostro attuale Presidente del Consiglio), Boni ha deciso di cominciare a preparare una seconda maratona e scrivere il suo diario.
Senza nulla togliere alle ambizioni dell’audace autore, così come L’arte di correre mi faceva venir voglia di sospendere la lettura per buttarmi a capofitto nella corsa, Solo per un giorno mi ha fatto rivalutare lo sport preferito dal coniuge: il divano.
[…] da sempre autodidatta, eccomi lì a soffrire, cercando di mantenere il respiro regolare, il passo costante, la spinta delle gambe continua. Non sono bello da vedere, lo so, ma almeno sono pronto a penare più degli altri.
Caro Boni, non avercela con me, ma del tuo libro ho apprezzato più i suggerimenti di lettura, le motivazioni che portano a scrivere, annotare, raccontare, che la sofferenza provocata dalla corsa. Ho trascorso gli ultimi mesi a prepararmi…ancora poco, penso, e sarò libero.
Ma che runner sei?
La corsa è anche fatica, indubbiamente, ma per un amatore è soprattutto passione (sennò mica ci chiamerebbero amatori? Masochisti andrebbe benissimo). La corsa è libertà, è spazzar via i malumori, è la gioia di un’alba fredda e di un tramonto tra le colline. È impegno, concentrazione ma anche benessere. Quando diventa testa bassa e paura della sconfitta perde il suo potere terapeutico. Poi ci sono le gare, è vero. Anch’io, come te, gareggio poco ma, quando partecipo, l’emozione iniziale e l’adrenalina della partenza sono sempre più potenti della fatica sopraggiunta strada facendo.
Meglio tralasciare il capitolo dedicato al Dottor C. e ai gioiosi pensieri di prendere un infarto cammin facendo. Alle parole “a volte, del tutto inspiegabilmente, senza alcun segno premonitore, questo meccanismo si inceppa e si ferma. La morte sopraggiunge improvvisa, fulminea, senza alcuna possibilità di salvezza”, ho rimpianto di non aver acquistato il libro in formato cartaceo. Avrei potuto bruciarlo, desiderio che l’ebook non riesce a soddisfare.

Insomma, caro Boni, mai regalerei il tuo diario ad un aspirante maratoneta. E mai lo presterò al coniuge che avrebbe un motivo in più per considerarmi una pazza furiosa.

Solo per un giorno, Massimiliano Boni
66thand2nd, collana Attese.

martedì 17 marzo 2015

Ritratto di un matrimonio, Robin Black

Gli ultimi giorni prima della sua morte, mio marito Owen fece visita ad Alison ogni pomeriggio. Io lo guardavo superare faticosamente la piccola collina innevata tra le due proprietà, mentre si allontanava e mentre tornava da me, e mi domandavo quali pensieri gli attraversassero la mente. Mi domandavo anche se Alison lo osservasse da una finestra, e se l’espressione che vedeva sul suo viso, mentre si avvicinava, fosse molto diversa da quella che vedevo io quando tornava a casa.

Con un incipit del genere pensi subito che non ti schioderai dal divano finché il libro non sarà terminato. Ma poi non è così. Non perché la scrittura di Robin Black si perda nel corso della storia (anzi), ma per la malinconia che ti si appiccica addosso e ti impone qualche pausa. La narrativa contemporanea è satura di matrimoni, tradimenti, relazioni che si trascinano a stento, storie che naufragano. Ma non ci stancheremo mai di leggerne perché ogni storia è diversa dall’altra e ogni volta ci sembra di riconoscere nei personaggi qualcosa di noi, dei compromessi a cui si scende per amore, delle occasioni perse, delle verità non dette.
Owen e Gus stanno insieme da venti anni, non hanno figli. Quando decidono di provarci, scoprono che lui non può. Cosa succede all’interno di una coppia quando qualcosa si rompe e non ci si può trincerare dietro il classico “restiamo insieme per i ragazzi, lo facciamo solo per loro”? Qualcuno si lascia, altri cercano un valido motivo per rincollare i pezzi e pazienza se i segni della crepa non si possono cancellare.
Owen e Gus, scrittore lui, pittrice lei, approfittano di una piccola eredità caduta dal cielo per acquistare una fattoria e lasciare la frenesia e le tentazioni di Philadelphia. Isolandosi sperano di ritrovarsi e di ritrovare ispirazione per scrivere e dipingere. Ma il matrimonio è un affare complicato e gli equilibri non si possono pianificare a tavolino.
Robin Black sceglie il punto di vista della moglie, Gus; non conosceremo mai i pensieri del marito, non sapremo cosa l’addolora né cosa lo entusiasma, ci limiteremo a vederlo entrare e uscire dal granaio, luogo in cui trascorre le giornate a tentare di scrivere, aspetteremo che beva il suo bicchiere d’acqua pomeridiano. Se non lo fa, vuol dire che qualcosa non sta andando per il verso giusto, ma potremo solo ipotizzare cosa, nessuna certezza.

È un libro che non fa sconti, frasi scarne, descrizioni minuziose. Sappiamo sin dall'inizio che non ci sarà un lieto fine e sentiamo la storia ancora più vera. Perché nella vita il lieto fine non è mai assicurato. 

Robin Black, Ritratto di un matrimonio, trad. Chiara Brovelli
Neri Pozza, I narratori delle tavole.

martedì 10 marzo 2015

La mia casa è dove sono, Igiaba Scego

Conosco Igiaba Scego per i suoi interventi su Internazionale, mi piace leggerne le recensioni sui libri per ragazzi. Non che ne acquisti molti, ma nelle sue parole c’è sempre un ché di poetico da far venir voglia di sfogliarli. L’ho ascoltata un paio di volte per radio, poi mi è capitato di incontrarla e di perdermi tra i suoi discorsi. Passare dall’entusiasmo per La famiglia Karnowsky («E tu per caso hai letto I fratelli Ashkenazi? Neanch’io. Però mi dicono essere bellissimo. Devo leggerlo…») alla situazione in Somalia è un attimo; non so come, ci ritroviamo a parlare della comune fascinazione per la lingua portoghese. Ma lei si butta subito a falar o Portugues do Brasil, mentre io resto muta come un pesce. Incapace di proferire la più banale delle frasi. Chissà dove si è nascosto il mio povero portoghese!
La ascolto mentre parla dei suoi libri; dello scollamento tra tempi di scrittura e tempi di pubblicazione, dei non facili rapporti con le case editrici.

Guardo questa donna così intelligente, così carismatica, così sicura di sé e mi vien voglia di andare oltre gli articoli di Internazionale. Prendo La mia casa è dove sono solo perché nel corso della nostra conversazione l’ha menzionato più volte. Neanche ho capito che stiamo parlando della sua biografia.
Sheeko sheeko sheeko xariir…
Storia storia oh storia di seta…
Così cominciano tutte le fiabe somale. Tutte quelle che mia madre mi raccontava da piccola.

Ho sempre pensato di essere una donna senza preconcetti e senza pregiudizi. Ma non è così. Il mio cervello aveva già elaborato un film ed io neppure me ne ero accorta. Igiaba Scego, scrittrice, elegante, bella, di successo. Doveva esser nata in Italia, da una famiglia benestante; al massimo poteva esser stata adottata da una famiglia italiana. Una tipa così in gamba non può essere figlia di una donna che non sa scrivere. Impossibile. Che c’entra lei con quegli sfigati che sbarcano qui, con un nome impronunciabile e un baule di sogni destinati a naufragare tra uno spostamento e l’altro, aggrediti dai nostri sguardi diffidenti? Quelli là non ce la possono fare. Per carità, non siamo razzisti, che anzi i bimbi neri, con le loro treccine e i sorrisi smaglianti ci piacciono da morire. Però che ci vengono a fare qui, a contaminare la nostra terra, la nostra cultura, la nostra religione, la nostra lingua, senza portar nulla di buono?
La mia casa è dove sono è scritto quasi come un diario; è una sorta di memoir.  Non ci sono frasi ricercate, parole altisonanti, vittimismo; c’è il desidero di raccontare, di spiegare ma anche di capire; se fosse una conversazione, Igiaba direbbe che sta ragionando a voce alta. La famiglia di Igi era potente, negli anni Sessanta faceva parte della nuova intellighenzia somala; sua papà avrebbe dovuto guidare il Paese nella svolta democratica, invece si ritrova a scappare dalla dittatura di Siad Barre e dalla guerra incivile, senza soldi e senza futuro.
Eravamo i più invidiati, i più ammirati, forse anche i più odiati, poi siamo stati semplicemente compianti, qualcuno forse avrà detto tra sé e sé: «Ben gli sta a questi palloni gonfiati, che assaggino la miseria. Siete dei capitalisti, dei borghesi, non vi meritate altro». Chiunque aveva un’opinione su di noi. Anche noi del resto abbiamo avuto un’idea su di noi.
Arrivano in Italia spinti dalla sensazione che qua si possa ricominciare a sognare. Un sogno non si dovrebbe negare a nessuno.
Igiaba è nata in Italia, ha vissuto l’infanzia spostandosi da una pensioncina fatiscente all’altra, tra un insulto e un gesto d’amicizia, tifando Roma e studiando la storia della Capitale. Italiana al 100%.
Igiaba ha trascorso poco tempo in Somalia. Eppure le è bastato stare lì qualche mese per ritrovare la lingua dei suoi genitori, le storie raccontate dalla mamma, un altro pezzo di infanzia. Somala al 100%.
Ma allora dov’è la casa dei famigerati immigrati di seconda generazione?

Forse ha ragione lei: molti figli di migranti sono come tartarughe. La casa se la portano dietro.


Igiaba Scego, La mia casa è dove sono.
Rizzoli, 2010.

giovedì 26 febbraio 2015

Elizabeth von Arnim

Le camere da letto e due salotti di San Salvatore erano al piano superiore, e si affacciavano su un salone spazioso, delimitato a nord da un’ampia vetrata. San Salvatore era ricco di giardinetti disposti un po’ dovunque e su diversi livelli. Il giardino su cui guardava questa vetrata era ricavato nella parte più alta delle mura, ed era raggiungibile soltanto attraverso il corrispondente atrio del piano inferiore. Quando Mrs Wilkins uscì dalla sua stanza, questa finestra era spalancata, e al di là di essa, al sole, vi era un albero di Giuda in fiore. Non c’era segno di vita, non un rumore, né voci o passi. Sul pavimento di pietra vi erano mastelli pieni di calle, e su un tavolo splendeva un grosso mazzo di nasturzi. Questo grande spazio fiorito e silenzioso, delimitato da quell’ampia finestra che si apriva sul giardino, con l’albero di Giuda di una bellezza irreale nella luce del sole, sembrò a Mrs Wilkins, che si fermò mentre stava andando da Mrs Arbuthnot, troppo bello per essere vero. Davvero avrebbe trascorso un mese intero in un posto simile?
Traduzione di Luisa Balacco, Bollati Boringhieri, Collana Varianti

Ricetta veloce veloce per riflettere sul ruolo della donna all’interno di una coppia. Prendete quattro donne inglesi di inizio Novecento, accomunate dall’essere spente e insoddisfatte, mettetele a soffriggere in un delizioso castello medievale vista mare in località San Salvatore, Liguria, isolandole da coniugi, spasimanti, mariti defunti. Mescolate delicatamente per evitare che le quattro personalità, troppo diverse l’una dall'altra, si attacchino ai lati del contenitore, pur di appropriarsi di uno spazio tutto per sé. Coprite il composto e andate a fare shopping. Al ritorno scoprirete che gli sguardi cupi sono scomparsi, le quattro si sono facilmente amalgamate e la vita di coppia da cui erano fuggite si è trasformato in idillio. L’amore che vince su ogni cosa e la donna che in un modo o nell’altro trova la felicità tra le braccia di un uomo.

Se non siete ancora sazie ed avete voglia di un’altra cosetta leggera, potete sempre prendere una deliziosa fanciulla inglese d’inizio Novecento, minuta, elegante, con le fossette e gli occhi ridenti, con un’insolita voglia d’indipendenza (marito? Matrimonio?Giammai!), farle morire uno zio in modo da ereditare una bella tenuta in Pomerania. Lontanuccia da Londra, sì. Tedeschi, vero. Ma ciò che conta è aver acquistato l’indipendenza per… Per poter dissipare la fortuna ereditata ospitando gratuitamente una cerchia di donne, accuratamente selezionate, che hanno patito atroci sofferenze (tipo aver un figlio che spende e spande senza ritegno) e garantir loro una vita agiata senza dover lavorare. Peccato che le bisognose si mostreranno ingrate e che la benefattrice scoprirà che un compagno da amare appaga più dell’indipendenza e di progetti bizzarri.
A fine pasto vi sentirete leggere, perché le portate non erano impegnative, e avrete ritrovato il buonumore.
 Giunte a ventiquattro anni, quasi tutte le ragazze che avevano debuttato in società assieme ad Anna si erano ormai sposate, e a lei pareva di essere il fantasma di una generazione precedente rimasto a infestare le sale da ballo. Infastidita da quella sensazione, si era irrigidita diventando sempre più inavvicinabile; fu allora che cominciò a inventare scuse per eludere buona parte degli inviti ai ricevimenti e a ostentare austerità di abito e acconciatura. Susie era più esasperata che mai. «Non riesco proprio a capire perché sei tanto determinata a mostrarti nella luce peggiore» aveva detto con rabbia quando Anna si era rifiutata caparbiamente di cambiare pettinatura.
       «Mi sono stancata di essere frivola» aveva risposto Anna. «Hai un’idea di quanto tempo ci vuole per fare tutte quelle onde? E sai bene quanto parla Hilton. Ora per sistemarli bastano due minuti, e in più mi risparmio le sue chiacchiere». «Però così sei insignificante» aveva ribattuto Susie. «Non sembri neanche più tu. Ora l’unica cosa che la tua migliore amica potrebbe dire di te è che hai un’aria pulita».
       «Beh, non mi dispiace affatto» aveva risposto Anna, e aveva continuato imperterrita ad andare in giro con i capelli tirati ordinatamente dietro le orecchie; l’immediata conseguenza era stata la proposta di matrimonio di un ecclesiastico.
       Peter Estcourt era persino più stupito di sua moglie che Anna non avesse ancora trovato un buon partito. D’accordo, sua sorella non aveva denaro, ma era molto attraente e di buona famiglia, dunque non doveva essere poi un’impresa così difficile. Desiderava con tutto il cuore vederla al più presto felicemente sposata; le voleva bene e sapeva che lei e Susie, neppure mettendocela tutta sarebbero mai diventate grandi amiche. E poi ogni donna doveva avere una casa tutta sua, un marito e dei figli.

Traduzione di Simona Garavelli, Bollati Boringhieri, Collana Varianti


Mary Annette Beauchamp, alias Elizabeth von Arnim, figlia di un mercante inglese, nacque in Australia ma si trasferì prestissimo in Inghilterra. A venticinque anni Elizabeth sposò il conte tedesco Henning August von Arnim, conosciuto durante un viaggio in Italia. Scelta non troppo felice visto che il matrimonio fu caratterizzato da liti, tradimenti e difficoltà finanziarie appianate dai proventi dell’attività letteraria di Elizabeth. L’autrice, al pari delle protagoniste dei suoi romanzi, era minuta, spiritosa, elegante, “la donna più intelligente dell’epoca” la definì H.G. Wells che, non a caso, la scelse come amante (non l’unica, of course).
Sia in Un incantevole aprile che ne Il circolo delle ingrate si trovano molti riferimenti biografici. Ho letto che la Von Arnim fu femminista a sua insaputa: certamente fu una scrittrice ironica, si divertì nel descrivere una società superficiale, ancora legata ai titoli nobiliari e alle apparenze. Una società in cui la donna doveva essere bella, ben educata e sottomessa, al fine di accaparrarsi un buon partito, sposarlo ed essergli devota vita natural durante. Le donne della Von Arnim sono spesso spiriti ribelli e anticonformiste che alla fine trovano pace tra le braccia di un uomo. Però non la si deve leggere come una sconfitta o una rinuncia alla propria indipendenza, si percepisce una diversa consapevolezza della donna che compie una libera scelta, dettata dai propri sentimenti, senza arrendersi alle regole imperanti.   
Ho letto solo tre dei ventuno romanzi scritti dall’autrice: la sensazione è che siano tutti un po’ simili. Eppure sono un ottimo rimedio per quelle giornate che iniziano storte e sembrano non poter migliorare.


   

lunedì 16 febbraio 2015

Il libro dell’amore perduto, Lucy Foley

Mi sa che se continuo ad essere così critica, i tipi della Neri Pozza mi inviteranno educatamente a lasciare il loro book club.  Il fatto è che quando mi precipitai ad inviare la mia candidatura, avevo in mente letture straordinarie. Storie che mi avevano fatto sorridere; esagerate file alla Posta perché, presa dalla lettura, avevo dimenticato di guardare il display perdendo il turno; giorni in cui mi sarei data malata in ufficio pur di restare a casa a leggere (vabbè, questa qui forse non vale perché, se non fosse per lo spiccato senso del dovere e la necessità di soldi, mi darei malata quotidianamente). Insomma, felice di essere stata scelta dalla redazione della Neri Pozza, prefiguravo letture brillanti e situazioni tipo “Ho appena finito un libro fighissimo. Eh no, mi spiace, non lo trovi ancora in commercio perché noi del book club lo leggiamo in anteprima. Però appena esce ti consiglio di passare in libreria”.  Così, ci son rimasta parecchio male nel sentire la mia voce sbuffare un: “Ho appena finito un libro della Neri Pozza, uno di quei libri che noi del book club leggiamo in anteprima. Una noia…” 
Il libro dell’amore perduto si aggiudica il premio del romanzetto più noioso tra quelli letti nell’ultimo anno. Già il titolo non lasciava ben sperare, però mi si sono aggrappata all’originale (The Book of Lost & Found, meglio no?). Neanche la copertina mi entusiasmava, ma la scheda messa cortesemente a disposizione dalla casa editrice proclamava che per l’acquisizione dei diritti “Neri Pozza vince l’asta in Italia anche grazie a un’appassionata lettera inviata all’autrice”.  
La lettera inviata dalla direzione della casa editrice italiana all’agente incaricato recitava: IL LIBRO DELL’AMORE PERDUTO è una bellissima storia d’amore di una coppia che si ama profondamente, ma che viene separata dagli eventi e dalle aspettative rigide delle proprie famiglie.
Ci è piaciuto moltissimo che gli eventi muovono tra Londra, New York, Parigi, Venezia e la Corsica, rendendola una storia d’amore che attraversa i confini di luogo e tempo, parlando di ciò che avrebbe potuto essere.
Come dice Alice alla fine del romanzo, non è la storia d’amore felice che tutti vogliono sperimentare, ma è senza dubbio il racconto appassionante di due persone innamoratissime, sfidate dalle circostanze storiche e un codice morale molto rigido. Questo è un aspetto che noi europei comprendiamo molto bene. Lo vorremmo sottolineare, perché a volte manca nei romanzi americani, dove gli autori aspirano fin troppo spesso al lieto fine.
Ovviamente, di fronte a cotanto entusiasmo, le mie aspettative aumentano. Dopo un inizio tutto sommato brillante, intorno a pagina 60 capisco che un pezzo di lieto fine ci sarà. Comprendo, inoltre, che:
- Al momento, la fotografia tira parecchio: da ottobre a febbraio è venuta fuori in 2 romanzi su 5;
- Anche nella sfiga (essere mollati davanti ad un istituto religioso appena nati, una guerra mondiale, il campo di concentramento, un aereo che precipita e tu sei proprio là sopra) si può essere molto fortunati. Molto americano;
Si è quasi sempre bellissimi, si ha sempre uno sguardo intenso, cadono dal cielo eredità milionarie, si nasce sempre con qualche dono speciale, che sia la danza, la pittura o, magari, la fotografia. E si diventa inevitabilmente celebri. Se non è pura felicità è una condizione da non disprezzare. Il miracolo americano, pure se vivi in Europa.
Un intreccio amoroso piatto, nessuna sorpresa, frasi banali, tanti luoghi comuni. Il libro lo leggi ma ti senti come quando, per mantenere i rapporti di buon vicinato, inviti la coppia della porta accanto. Dopodiché non fai altro che sbirciare l’ora chiedendoti perché diamine tu voglia essere sempre amichevole e cordiale con tutti.

Va detto che in questi giorni sono sull’acido andante. A qualcuno il libro è piaciuto, l’avrebbe scelto anche come regalo per San Valentino. Boh, sarà che io non lo festeggio da anni…    

trad. Massimo Ortelio, Neri Pozza, I narratori delle Tavole

martedì 3 febbraio 2015

Elena Ferrante – Storia della bambina perduta

I casi letterari non mi affascinano. Ne parlano tutti, riempiono le vetrine, escono in prossimità del Natale, sono l’acquisto perfetto di chi non sa cosa mettere sotto l’albero: “Sa, la mia amica legge molto. No, non so che genere le piaccia. Ah, la Ferrante? Non so chi sia, ma se lei dice che può andar bene, prendo questo. Al massimo, se ce l’ha già, lo regalo a qualcun altro”.
Passata la grande abbuffata, mi avvicino anch’io al libro tanto venduto. E a volte finisco per elogiarlo. È quanto accaduto con L’amica geniale della misteriosa Elena Ferrante.
2013, Fiera della Piccola e media editoria di Roma, davanti allo stand della casa editrice e/o vengo presentata ad una lettrice vorace che sta saccheggiando lo stand. È uscito da pochi giorni il terzo volume della saga di Elena Greco e la lettrice mi guarda esterrefatta: “Ma come? Non hai letto ancora nessuno dei volumi dell’amica geniale? Devi comprarlo assolutamente.”
Finisce che leggo i primi tre volumi uno dietro l’altro, sedotta dalle vicende di Lila, Lenù e da tutti i volti che popolano il “rione” di Napoli. I giardinetti, le case anguste, le pareti scrostate, le panchine sgangherate, la pompa di benzina, il bar-pasticceria. Pagina dopo pagina, il rione assume nuove sembianze: Nino è sempre più fascinoso, i Solara sempre più potenti, Elena sempre più colta, Lina sempre più donna. Si passa da un traffico all’altro, dall’usura alla ricettazione, arrivano l’informatica, la droga, i nuovi partiti politici con i vecchi volti. Cambia tutto e tutto resta uguale. Il rione racchiude il degrado, il malaffare, la miseria e gli intrighi. Amori violenti, inganni, passioni, amicizie indissolubili, ipocrisia. Un condensato di vita, nel bene e nel male. Solo tinte forti, nessun colore pastello.
Alla fine del secondo volume mi passa la sbornia; il terzo già mi sembra più fiacco. Senza l’ansia della Ferrantefan in crisi d’astinenza, posso attendere che i miei bibliotecari preferiti (e non lo dico solo perché frequentano questo blog ma perché sono simpatici davvero) mi mettano da parte l’ultimo volume della serie. Con Storia della bambina perduta ripiombo nella magica scrittura della Ferrante e per tre giorni mi dimentico del lavoro, degli allenamenti, delle incombenze casalinghe. 
Guardo le copertine di questi libri popolati da donne ritratte di spalle, senza volto, e mi chiedo quanto l’anonimato in cui si è trincerata la Ferrante possa aver inciso sul successo della storia. Strategia di marketing? Forse. Soprattutto negli ultimi mesi si è certamente (s)parlato più dell’alone misterioso che circonda l’autrice che della potenza dei suoi libri (autrice? No, dietro la Ferrante si nasconde Starnone. Romanzi così posso essere scritti solo da un grande scrittore. Maschio. Ma quale Starnone! La Ferrante è la di lui consorte, che per giunta è pure consulente della e/o).
Io mi son fatta un’idea. Dietro Elena Ferrante si nasconde una donna matura, di origini campane, che non vive più in Italia. Banalmente, mi piace pensare che la Ferrante altri non sia che Elena Greco, protagonista del romanzo. Stanca del rione si è finalmente trasferita altrove e con il distacco che la distanza riesce a dare, ha romanzato la sua vita. Non può essere Starnone, come non può essere un maschietto. Uno scrittore, per quanto potente, non può sviscerare i pensieri, le ossessioni, il mondo interiore dell’universo femminile in modo così magistrale. Che smacco se scoprissi che un uomo sa descriverci così bene.
Comunque, autore misterioso o meno, la saga di L'amica geniale l’avrei letta ugualmente, non perché imprescindibile, ma perché ha il raro dono di catturarti e trascinarti altrove, fermando lo scorrere dei minuti.


 Elena Ferrante, Storia della bambina perduta
(L’amica geniale, quarto e ultimo volume)

Edizioni e/o, Collana Dal mondo.

lunedì 26 gennaio 2015

L’Italia nel pomeriggio, Paolo Di Paolo

“Palloso palloso palloso! Autore compiaciuto solo del suo stile di scrittura, per raccontare il niente. Un libro da dimenticare, subito, appena finito di leggere. Perché non lascia proprio niente.” E questo è ciò che mi merito per cominciare la giornata, visto che sono andato per l’ennesima volta a ficcare il naso fra le recensioni al mio ultimo libro su aNobii. Ben mi sta, ero stato avvertito di non perdere tempo (e buonumore) spulciando le recensioni anonime in Rete, e mi ero anche ripromesso di non farlo più. Patto tradito: è più forte di me, e sarei anche tentato di rispondere, senza aggressività, solo per attenuare quella altrui, per ricordare a chi scrive con tanta virulenza che su, in fondo si tratta di un libro, cari Agata, Pizia e tutti gli altri. Qualche volta l’ho fatto, e giustamente mi è stato risposto: se scrive, deve accettare che le sue cose non piacciano, è così, non si può piacere a tutti!1
Fosse facile. È come se, arrivato in quarta liceo, avessi dovuto rassegnarmi all’idea di non piacere a Chiara Fortini perché, appunto, “non si può piacere a tutti”. Che storia. A me invece sarebbe piaciuto piacere a Chiara Fortini: a ricreazione mi mettevo sempre in un punto del cortile in cui fosse intercettabile il suo passaggio. Lei passava, ma senza darmi segnali di interesse. Non era divertente: allo stesso modo in cui non è divertente prendersi le sberle dell’anonimo lettore che liquida il tuo come un libro che “dà l’orticaria”.


Paolo Di Paolo, L’Italia nel pomeriggio
Feltrinelli, Zoom Macro 











Caro Paolo,
sì, lo so, non ci conosciamo e non dovrei darti del tu. Tra l’altro, tu sei pure uno scrittore, sebbene dal nome ridicolo, ed io una lettrice qualsiasi, sebbene in carne ed ossa; quindi, un minimo di rispetto nei tuoi confronti dovrei mostrarlo. Ma dopo aver letto il tuo L’Italia nel pomeriggio ti vedo quasi come un amico.
E mi sento anche un po’ in colpa. Sono tra quei lettori che, in modo educato, hanno dato un giudizio critico al tuo Dove eravate tutti. Dalla cattedra di anobii predicai che “Se vi capita tra le mani un articolo di Paolo Di Paolo, leggetelo. Quando scrive su Tabucchi, ad esempio, è eccezionale. Questo libro qua, invece, lascia il tempo che trova”. Naturalmente scrissi anche altro ma fui parca di stelline. Che poi, che valore avranno quelle stelline?
Ad esser sincera, dopo aver letto qualche post in cui si che elogiava Mandami tanta vita (l’hai detto anche tu no che i lettori non si incontrano più in luoghi fisici? Rubano pause pranzo, pause caffè, pause riunioni per curiosare tra i blog, per lasciare un commento su un social, pure se sono diventati tutti un po’ asocial), ho pensato di prenderlo in prestito. Pensiero sepolto da qualche altro stimolo.
Poi la newsletter di qualche libreria online mi ha comunicato che potevo scaricare gratuitamente questo libretto che non avrei trovato su carta. Stavano solo pubblicizzando Zoom. Il lettore, per definizione, è spesso squattrinato e quindi clicca.
Qui mi è piaciuta la tua sincerità, il tuo sorriso un po’ amaro. Io non ho mai avuto la smania di scrivere lettere ai personaggi pubblici. Cioè, certe volte lo faccio, ma per finta. Questa volta l’ho fatto un po’ per finta e un po’ per davvero. Te lo volevo dire di persona che non si può piacere a tutti, non si può piacere sempre ma che bisogna fidarsi dei superpoteri. Così capisci che vale la pena insistere. Anche con quel nome lì, anche se sei nato solo nel 1983. 
Una lettrice in carne ed ossa.

Ndr: La lettrice in carne ed ossa scrisse davvero all’autore dal nome improbabile. E l’autore le rispose il giorno successivo. In modo gentile, amichevole, senza il tono superbo di alcuni scrittori. “Ma che bella persona”, pensò la lettrice in carne ed ossa. “Ma sì, un altro suo libro posso anche leggerlo”. Poi, magari, stroncherà anche quello. O forse no…