lunedì 27 aprile 2020

Una stella incoronata di buio. Storia di una strage

Se Il tunnel di Ernesto Sabato ha turbato il mio sonno, non è andata meglio con Una stella incoronata di buio, di Benedetta Tobagi. Anche in questo caso conoscevo vagamente la trama, non mi sfuggiva l’entità e l’identità delle vittime e sapevo che non sarebbe stata una lettura facile. Solo che questa non è fiction, il virus del silenzio può essere più fastidioso di altri organismi e la tendenza a dimenticare indebolisce la nostra capacità di osservare la società in cui viviamo.
Piazza Fontana, l’Italicus, Brescia, la stazione di Bologna, vittime, feriti, attentati… Le stragi. Un elenco di luoghi, immagini sfocate che ogni anno vengono rievocate ma che nella mia mente tendono a confondersi e rientrano tutte nel generico file “strategia della tensione”. Forse perché quegli anni non li ho vissuti, li ho studiati poco e male, non ne ho mai sentito parlare dai miei genitori, non ne ho percepito la rilevanza storico politica: ho colpevolmente sorvolato su un pezzo di storia.
Non so cosa sia scattato, ma ad un certo punto mi sono trovata a riflettere sull’Italia degli anni Settanta. Ho realizzato che se qualcuno mi avesse chiesto cosa fosse accaduto di eclatante a Brescia nel ’74, non avrei saputo rispondere. Non avrei saputo spiegare il perché di una bomba proprio a Brescia e l’avrei liquidata come una strage impunita. Ignorando, tra l’altro, la sentenza del 2015 che ha condannato Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte per strage, condanne confermate in Cassazione nel 2017. Se ne sarà parlato. Sicuramente. E io l’avrò anche ascoltato, ma in maniera distratta, come distrattamente si ascoltano le storie vecchie e confuse, i processi che durano anni, le assoluzioni, i rinvii.
Della strage di Piazza della Loggia non avrei saputo dir nulla perché, quando penso alle stragi, ho (avevo) in mente solo due foto: il cratere scavato dalla bomba nella Banca Nazionale dell’Agricoltura e l’orologio della stazione di Bologna. E nessuna delle due immagini si riferisce a Brescia.

Ora, invece, difficilmente riuscirò a dimenticare il pianto in bianco e nero di Arnaldo Trebeschi, accovacciato accanto al corpo mutilato di suo fratello, Alberto, 37 anni, insegnante di fisica. È stato coperto da uno striscione della FIOMM, divenuto sudario. L’onda d’urto dell’esplosione ha sbalzato il corpo a diversi metri dal luogo in cui stava chiacchierando. Lì, da qualche parte in piazza, nei pressi di una fontanella, non troppo distante da una colonna con un cestino dei rifiuti c’è anche il corpo della Clem, 31 anni, insegnante, moglie di Alberto.



Difficilmente dimenticherò lo sguardo di Manlio Milani, 36 anni, operaio. Anche lui è inginocchiato; sorregge la testa di sua moglie, Livia, 32 anni, insegnante. Manlio fissa l’obiettivo, ha la sensazione che la moglie respiri ancora. Morirà prima di raggiungere il pronto soccorso.

Doveva essere una manifestazione contro il terrorismo antifascista, una manifestazione di studenti, operai, insegnanti. Non temete possa succedere qualcosa? Chiede la madre di Livia ai ragazzi che sono passati a salutarla la sera prima. Figurarsi!, nella loro piazza, casa comune, non potrebbe mai accadere nulla di male.
La bomba, collocata in un cestino dei rifiuti, esplode alle 10.12, pochi minuti dopo l’inizio del comizio. Ucciderà 8 persone e ne ferirà altre 102.
Il sindacato stava registrando il comizio e qui è possibile riascoltare quei minuti; l’esplosione interrompe la voce di Castrezzati. La prima volta che l'ho ascoltata, ho pianto a dirotto. Ho riascoltato l’audio mentre buttavo giù queste righe e mi sono controllata a stento.   


Non sarò obiettiva nel suggerire la lettura di questo libro: a me Benedetta Tobagi piace molto. Ammiro la sua ossessione per gli archivi e per la ricerca storica, l’ossessione per la ricerca della verità, il desiderio di chiarezza, la passione che si percepisce nella sua scrittura.
Una stella incoronata di buio è stato pubblicato per la prima volta nel 2013, dopo nove anni di lavoro. La strage, allora, era ancora impunita. Si conosceva la trama, lo scopo, la matrice ideologica di stampo neofascista, riconducibile al gruppo di Ordine nuovo, ma mancavano i nomi di chi materialmente aveva piazzato la bomba. La Tobagi lavora intorno al buco dell’impunità, prende per mano il lettore e lo conduce nell’Italia di quegli anni; cerca di ricostruire il contesto internazionale, la guerra fredda, la militanza politica di destra e di sinistra, i golpe organizzati e sfumati, le bombe (perché ne esplosero diverse in quel periodo), le responsabilità politiche. Dedica un intero capitolo al tema dei depistaggi, il metodico occultamento dei documenti che, se fossero emersi all’epoca dei fatti, avrebbero permesso di mettere sotto inchiesta da subito le persone realmente coinvolte.

Benedetta Tobagi scrive un saggio in forma narrativa, perché in queste pagine ci sono tante storie e molta poesia, a partire dal titolo. Tra le storie disintegrate dalla bomba, c’è la vita di Livia, l’insegnante che amava la poesia e il cinema e che si divideva tra l’insegnamento e il volontariato presso l’AIED di Brescia; ci sono frammenti delle giornate della Clem, caparbia, rivoluzionaria, tra le fondatrici del sindacato scuola CGIL ma che non prese mai la tessera del partito comunista.
Brescia in quegli anni era tutto un fermento, un microcosmo dell’Italia di allora. Anni difficili, in cui, però, c’erano degli ideali; in molti guardavano alla cultura come ad uno strumento di emancipazione, c’era il desiderio di svecchiare un sistema.
La Tobagi scrive: «a Brescia non è avvenuto la più grande delle stragi, né la più nota. Ma è diversa dalle altre, per tanti motivi… “Strage col più alto tasso di politicità” è stato detto; perché la bomba colpì una manifestazione antifascista».
La bomba colpì un ideale, un modo d’intendere la vita, un tessuto fatto d’impegno e di appartenenze solidali. Luci che brillano incoronate dal buio dell’impunità, che ha impiegato più di 40 anni per vedere una sentenza definitiva. Un giudizio tardivo che, quanto meno, ha dato un senso agli sforzi dell’Associazione dei Caduti di Piazza della Loggia e del suo presidente, Manlio Milani, che instancabilmente ha lottato anni per arrivare alla verità.  
 
Benedetta Tobagi e Manlio Milani
Io ho letto la nuova edizione dell’opera, pubblicata nel 2019, quindi integrata con gli ultimi eventi giudiziari e con le sentenze definitive. Non è stata una lettura semplice perché ignoravo la storia di molti personaggi citati dall'autrice; ho dovuto fare qualche sosta per incastrare tutti i pezzi e per colmare qualche lacuna che ostacolava la comprensione degli eventi. Ma Una stella incoronata di buio non è un romanzo d'intrattenimento ed io sono consapevole dei miei limiti.
Qui si può leggere una sintesi delle vicende giudiziarie.
Qui, invece, è possibile consultare il sito della Casa della Memoria.

venerdì 17 aprile 2020

Tutti sanno che ho ucciso María


«A che ora ti sei alzata?».
«Alle 4.44, ma ero sveglia da prima».
«Perché?».
«Sarà per colpa di Maria. Se non arrivo alla sua morte, non mi do pace».
Il coniuge smette di stropicciarsi gli occhi; fa la faccia a punto interrogativo, si siede sul divano e guarda la copertina del libro che ho tra le mani.
«Scusa, ma Maria non era già morta ieri sera?».
Già, ha ragione lui. Perché María Iribarne muore alla seconda riga della prima pagina; l’ha uccisa il pittore Juan Pablo Castel, e ce lo dice subito lui stesso. Qui, vedete?

Infatti, Il tunnel, dello scrittore argentino Ernesto Sabato (traduzione di Paolo Collo e Paola Tomasinelli, Feltrinelli editore), non è un giallo. E non è neppure la scelta migliore se in questo periodo siete un po’ agitati, faticate a prender sonno e vi svegliate nel cuore della notte. Leggere due righe, in questo caso, non vi tranquillizzerà affatto.
Ve la faccio breve. Il pittore argentino Juan Pablo Castel, durante il Salón de Primavera del 1946, a Buenos Aires, espone un quadro intitolato Maternità. C’è una scena particolare, carica di significato per l’artista, ma che tutti ignorano, concentrando lo sguardo su altri punti dell’opera. Tutti ignorano quel dettaglio, tranne un’osservatrice, e quell’osservatrice, María per l’appunto, diventa l’ossessione di Juan Pablo. L’ossessione di un uomo che per anni si è sentito chiuso in un tunnel, buio, da solo, mentre un mondo là fuori si muoveva, seguendo regole e principi incomprensibili per quell’uomo. Poi, l’uomo vede in un tunnel parallelo qualcuno che presta attenzione alla sua solitudine, al non detto. E allora Juan Pablo vuole quella donna a tutti i costi. Ma niente è ciò che sembra. 
Inizia una relazione opprimente, possessiva, le paranoie che torturano Juan Pablo diventano le mie paranoie, le sue manie mi tolgono il fiato; m’illudo che, giunta all’ultima pagina del romanzo, tornerò a respirare. Ma non è così.

L’angoscia, l’ossessione, un cervello sempre in funzione, che non si riesce a spegnere; l’incapacità d’indirizzare i propri pensieri verso un’unica meta predefinita restano anche a libro terminato.
Il tunnel è un libretto smilzo, si potrebbe leggere in poche ore; ma poi si torna indietro, si apre una pagina a caso, si sottolinea una frase. Si legge con più attenzione un capitoletto e si prova la stessa indecifrabile ansia della prima lettura.
Potente.

martedì 14 aprile 2020

Raccontami una storia


Il ciclismo non m’ha mai appassionato. Da qualche anno mi piace l’idea dei lunghi percorsi in bici nel periodo estivo, salvo quelle due o tre volte in cui ho pensato di scaraventare la bici nel primo corso d’acqua cammin facendo e salvo quelle altre due o tre volte in cui alla proposta del coniuge “prossimo anno vacanze in bici?”, ho avanzato la riposante controproposta “divorzio?”.
Il coniuge non mi prende troppo sul serio perché sa che di fronte ad una ciclabile, o in una qualsiasi realtà amica delle biciclette, impiegherà meno di 5 minuti nel convincermi a salire in sella. Alla fine, pedalare ha un suo perché. Stravaccarmi sul divano per guardare qualcuno che pedala, invece, non ha alcun perché. Neanche per il Giro d’Italia. Neanche per il Tour de France. Neanche quando a pedalare era Pantani.
Quindi, non è per rievocare le mirabolanti imprese del Pirata nel 1998 che ho deciso di prendere in prestito Cadrò, sognando di volare di Fabio Genovesi (edito di recente da Mondadori), né perché segua con particolare interesse la narrativa italiana contemporanea. È stato uno stralcio di un’intervista radiofonica ad incuriosirmi. Con il suo spiccato accento toscano, Genovesi, classe 1974, stava dicendo una cosa del tipo “sono nato insieme agli anziani, mio nonno aveva dieci fratelli maschi, non s’è sposato mai nessuno, quindi ho vissuto con undici nonni perché ero il nipote di tutti loro. Vivo bene solo con gli anziani; più uno è anziano, più mi sento a mio agio. Gli anziani hanno passato di tutto e non hanno più nulla da perdere, solo loro sanno darti il consiglio giusto”. Il semaforo è passato dal rosso al verde, qualcuno dietro di me ha suonato e io ho lentamente messo da parte la risata contagiosa di mio nonno e la voce tonante di mia nonna, che sapeva bene come metterlo in riga. Non credo d'aver mai chiesto loro un consiglio, non direttamente; bastava la loro espressione per sapere se stessi facendo la cosa giusta o se avessi sbagliato di grosso.
Insomma, è la prima volta che sento la voce di Fabio Genovesi, non ho mai letto un suo romanzo, Mondadori non è la mia casa editrice di riferimento, però prenoto il prestito la sera stessa.
Siamo nel 1998 e il protagonista del romanzo, Fabio, ventiquattrenne, studente di giurisprudenza non troppo brillante, deve partire per il servizio civile. Mentre i suoi amici fanno l’Erasmus in Spagna, Fabio viene spedito in una località isolata, dove dovrebbe fare l’educatore in una scuola religiosa. Solo che in quel luogo la scuola non c’è più da anni; sono rimasti due anziani sacerdoti e una guardiana. Nessuno attende Fabio, non si capisce bene cosa debba fare e da educatore si trasforma in una specie di assistente: inizierà ad accudire e a lavare Don Basagni, un sacerdote ottantenne, apparentemente incapace di alzarsi.
Fabio potrebbe approfittare del nulla che lo circonda per scrivere la sua tesi e prepararsi ad intraprendere la vita professionale pensata per lui. Potrebbe, se quella vita gli piacesse. Oppure potrebbe osare: attaccare, alzarsi sui pedali, scattare su per la montagna, crederci e tentare l’impossibile. Ma Fabio non è mica Pantani che stacca Tonkov e va a vincere il Giro d’Italia; e poi, come se non bastasse, va anche al Tour. 
Fabio sa che dovrebbe fare qualcosa per uscire da quella gabbia che è la sua vita; eppure, è più facile rimanere nella vita che viviamo (anche se non ci piace), è più facile lamentarci che trovare il coraggio per fuggire. È più facile dire “me ne occuperò domani”, e poi domani, e poi domani… Ma così rischi di arrivare a 80 anni, come Don Basagni, senza che quel domani sia mai arrivato.
Genovesi fa vedere un pezzo di Giro d’Italia anche a chi non ne ha mai visto una tappa in vita sua; è bravo nell’intrecciare più storie e nel ricostruire con delicatezza le imprese di Pantani, accennando appena alla brutta faccenda del doping e al triste epilogo dell’esistenza del Pirata.
Cadrò, sognando di volare fa parte dell’ultimo pacchetto di libri presi in prestito prima della chiusura delle biblioteche. Non è un’opera imprescindibile, né il romanzo da portare sull’isola deserta; probabilmente, in “tempi normali” l’avrei snobbato. Ma Genovesi sa raccontare storie ed ha avuto il merito di allontanare i pensieri foschi nei primi giorni dell’epidemia, quando la mia mente faticava a concentrarsi sugli altri libri che giacevano sul comodino.
Per ovvie ragioni, non so quando il libro tornerà alla biblioteca di Ciampino; intanto è stato letto anche dal coniuge. Dice che alcune di quelle tappe se le ricordava bene, perché il 1998 è stato un anno grandioso per il ciclismo italiano; però, sostiene che non regalerebbe Cadrò, sognando di volare  a un ciclista. La bici resta sullo sfondo e non è detto che un ciclista possa apprezzarlo. Se lo dice lui.

giovedì 9 aprile 2020

Il letto di Frida, Slavenka Drakulić


Prima che la pandemia esplodesse, avevo in testa una serie di progetti. Cose piccole, tipo andar a trovare un’amica che non vedo da tempo, fare un’incursione tra le poche librerie dell’usato che conosco (e magari scoprirne un’altra), tornare a cena al ristornate greco, andare a vedere la mostra di Frida Kahlo, Il caos dentro, al SET – Spazio Eventi Tirso di Roma (originariamente prevista fino al 29 marzo).
Non che sia un’appassionata della Kahlo anche perché, in generale, le mie conoscenze artistiche sono piuttosto limitate. Però, mi capita sempre più di frequente di perdermi nelle immagini, nelle foto, negli schizzi, tra oli e tempera. Di tecnica pittorica non capisco nulla, ma mi soffermo davanti ad una tela, do la mia interpretazione e poi ascolto l’audioguida che talvolta tralascia proprio l’opera che più mi ha affascinato. Poi ci sono personaggi mitici, come Frida, un’icona che ha ammaliato scrittori, giornalisti, politici, uomini, donne; e io ne so pochissimo. Così, m’è venuta voglia di dare una sbirciata a quell’universo e farmene un’idea. Però è arrivata la quarantena, il distanziamento sociale, le chiusure e, a ripensarci adesso, sembrano lontanissimi i giorni in cui programmavo una visita allo Spazio Eventi Tirso di Roma (luogo, tra l’altro, a me sconosciuto. Quindi la curiosità era doppia). 
Comunque, nell’epoca prepandemica, avevo iniziato a leggere Il letto di Frida della croata Slavenka Drakulić, (tradotto da Elvira Mujcic, edito da Elliot nel 2014). Non so se sia il romanzo più interessante tra i tanti che pongono al centro della narrazione vita e psiche di Frida. Io l’ho scelto perché ero rimasta molto colpita dalla scrittura gelida e impietosa della Drakulić, di cui avevo già letto L’accusata (edito da Keller), ed avevo avuto modo di testare la sua capacità nel descrivere le ossessioni e il dolore. 

Il letto di Frida inizia così e già in questa prima pagina c’è l’essenza della storia. Le cicatrici, gli aborti, l’irrequietezza, il vuoto sotto il lenzuolo che non è solo il vuoto lasciato dalla gamba amputata ma quel vuoto interiore provocato dai continui tradimenti del Maestro (il noto pittore messicano Diego Rivera, marito di Frida), dalla pugnalata inferta da sua sorella, Cristina Kahlo (amante del Maestro), dalle nottate insonni, dagli antidolorifici che non fanno effetto.
Da quel letto Frida si lascia andare ad un flusso di ricordi, ripercorre le sue paure, la tenacia con cui si aggrappa alla pittura, la passione per il comunismo, che non fu mai vera passione, le amanti, gli amanti, la relazione con Lev Trockij. Anche questa volta, la penna di Slavenka Drakulić s’intrufola tra i pensieri intimi della protagonista e, pur scrivendo in prima persona, conserva una sorta di distacco pure quando racconta i momenti più infelici. Strano a dirsi ma è quel distacco a rendere più dolorosa la storia. La sua pittura fa pensare ad un carattere impetuoso, impulsivo, una donna che, come sostiene la Drakulić, fa cose che altri non facevano.
“L’incidente al quale era sopravvissuta le aveva donato il coraggio di coloro che non hanno nulla da perdere”.
Eppure, la Frida che troviamo descritta in questo romanzo sembra sempre molto lucida nei suoi ragionamenti, fredda, razionale. Le tante contraddizioni di un’artista dalle mille sfaccettature.
 
Las dos Frida, Museo de Arte Moderno, Città del Messico
Intanto, la mostra è stata prorogata fino al 13 aprile, ma…         
  

sabato 21 marzo 2020

Tempus fugit


Il laghetto dove generalmente vado a correre nel weekend, si trova in un comune diverso dal mio (sebbene disti 5 minuti da casa); così, con l'aggravarsi dell'emergenza Covid-19, ad inizio mese, ho smesso di frequentarlo. 
Di solito, durante la settimana, per ragioni logistiche e lavorative, vado a correre nel quartiere in cui abito. Privo di spazi verdi, sprovvisto di zone pedonali e piuttosto trafficato, ma all’alba è gestibile.
Tra un’ordinanza e l’altra, una decina di giorni fa ho deciso di mettere da parte le scarpette. Avvertivo un certo disagio, anche se corro da anni, corro da sola, con tutte le condizioni meteo e alle prime luci dell’alba. Insomma, come per tutti i malati della corsa (siamo strambi, lo so), correre per me è un’attività solitaria, non una scampagnata. Ma in questi tempi anomali, onde evitare inutili discussioni e occhiatacce dei condomini che ti vedono rientrare mentre aprono le finestre, ho deciso che fino al 25 posso rinunciare all’attività motoria. 
I problemi sono altri, nessun dubbio. Però capisco anche che non debba esser facilissimo rinchiudere i bambini in casa per giorni o togliere alle persone anziane, già tanto sole, la briscola del pomeriggio, al circolo, o la passeggiata quotidiana al parchetto vicino casa.
Viene meno la tua libertà di movimento, ma sei bombardato da messaggi che t’impongono di trasformare il disagio in un’opportunità. Le iniziative sono lodevoli e senti che dovresti ringraziare tutti e approfittarne. La maggior parte delle case editrici si prodiga per spedirci a casa libri senza costi di spedizione, qualcuno regala ebook, è un dilagare di corsi on line, le biblioteche chiudono al pubblico ma ti scrivono di continuo per ricordarti che puoi prendere in prestito più ebook del solito, puoi leggere i quotidiani, puoi vedere film, ascoltare musica… Magari, però, fai un piccolo video e condividilo sui social. Non puoi andare a vedere una mostra? Allora fai una visita virtuale in un museo in cui non sei mai stato.
Sei una persona smart, dimostralo: organizzati e lavora da casa, senza spegnere mai il telefono.
Insomma, siamo chiusi nelle nostre case, apparentemente soli ma sempre più connessi.  
La sera arriva in un attimo, con il telefono che squilla e il monitor del pc che non ha il tempo per andare in stand-by. Poi, accendo la televisione, guardo le immagini che vediamo tutti, vacillo; penso ai medici, al personale sanitario, al dolore che accompagna le loro giornate.  Penso a una morte crudele che ti toglie anche la consolazione di una carezza, un bacio, il sorriso di chi hai amato e ti ha amato per una vita.  
Penso ai miei cari e so d'esser una persona fortunata. Almeno oggi. Domani chissà. 
Penso che tutti quegli input che dovrebbero distrarmi, la sera non servono a nulla. Per capire cosa sia il silenzio e la solitudine dovrei staccare la connessione per qualche giorno. 
Ma sono fragile e contraddittoria. Tant'è che sono qui, in rete, a scrivere queste righe, cercando una risposta alle mie paure.     

giovedì 27 febbraio 2020

Recanati e la biblioteca di Palazzo Leopardi



Col mio borgo natio non ho fatto pace neppure a distanza di anni, figuriamoci quanto potessi amarlo da adolescente. Contrade piccine e campi coltivati, spazi verdi e aria pulita; idilliaco. Ma a quindici anni, gli sguardi e i giudizi del paesello riescono ad essere così soffocanti da cancellare la poesia di qualsiasi paesaggio bucolico.  
Deve essere questa la ragione per cui mi appassionai a Leopardi. Acquistai persino una copia dei Canti, edizione Garzanti (credo che il libro sia ancora a casa dei miei), e imparai a memoria molti versi.
Di Giacomo avevo l’immagine che ne dava l’antologia usata a scuola: malinconico, deforme, perennemente immerso negli studi leggiadri e le sudate carte perché “unico divertimento in Recanati è lo studio: unico divertimento è quello che mi ammazza: tutto il resto è noia”. Non ricordavo nulla delle sue convinzioni religiose, dell’interesse per la chimica e per l’astronomia, né ricordavo fosse poliglotta. Terminato il periodo liceale, abbiamo smesso di frequentarci. L’ho incrociato recentemente nel film di Martone, “Il giovane favoloso”, ma, sopraffatta dalla noia, l’ho lasciato a sbirciare Teresa Fattorini e me ne sono andata a letto.


Eppure, alcuni di quei versi imparati a scuola, sono riaffiorati mentre camminavo con il coniuge per le viuzze di una Recanati deserta. Chissà perché la immaginavo come un borgo sviluppato intorno a casa Leopardi, neanche fosse il Palazzo municipale o la chiesa principale. Parentesi: il Palazzo Comunale si trova nel centro storico e affaccia, ovviamente, su Piazza Leopardi, con al centro la statua del Poeta.  
Avevamo a disposizione una mezza giornata e l’abbiamo dedicata al classico itinerario dei luoghi leopardiani. Non so se a colpirmi sia stata più l’incredibile biblioteca del conte Monaldo, il “signor padre”, o l’erudizione e la devozione della guida dagli occhi neri e profondi, che declamava versi appassionatamente, parlando di Giacomo e dell’intera famiglia come se vivessero insieme.


Il Rione di Montemorello è inscindibilmente legato alla famiglia Leopardi, che abita tuttora nel Palazzo, al secondo piano. L’intero primo piano, invece, è occupato dalla celebre biblioteca, frutto del collezionismo di Monaldo, che riuscì a raccogliere ben 14.000 volumi (divenuti poi 20.000).
I volumi sono stipati in quattro stanze, divisi per argomenti, secondo la disposizione voluta dallo stesso Monaldo. Ci sono testi teologici, la Bibbia in otto lingue (testo sul quale il Poeta apprese da autodidatta il greco e l’ebraico). Ad attirare la nostra attenzione è la piccola libreria dei volumi proibiti dalla Chiesa; Machiavelli, Boccaccio, Erasmo da Rotterdam… opere di filosofi, scienziati, umanisti troppo eretici per ricevere l’approvazione della Chiesa. Ma i figli di Monaldo poterono accedere anche alla lettura dei volumi proibiti, grazie alla dispensa papale ottenuta dal signor padre
La guida parla del Conte con sincero affetto, sottolineandone la passione per il collezionismo e il piacere della condivisione. Non a caso, aprì la sua biblioteca a Filiis amicis civibus, come recita la targa posta in una delle sale della biblioteca. Certo, a poco più di vent’anni, Monaldo era già così indebitato da dover firmare un concordato con la moglie, nominandola amministratrice dell’intero patrimonio familiare; ma non soffermiamoci su queste inezie. Al contrario della moglie, severa, arcigna e bigotta, il Conte fu un genitore premuroso e attento. Così, almeno, ci viene descritto dalla guida.

Sul sito di Casa Leopardi potrete trovare tutte le informazioni per soddisfare le vostre curiosità o organizzare una visita. Da marzo sarà possibile accedere anche al piano nobile e agli appartamenti, locali che non abbiamo potuto visitare. Comunque, l’atmosfera della sola biblioteca e la bravura della guida valgono il prezzo del biglietto.


La nostra passeggiata si è interrotta prima di raggiungere il Colle dell’Infinito, chiuso per lavori. Certo è che a Recanati la poesia è ancora nell’aria…




martedì 25 febbraio 2020

Di Ancona e del cielo di nuovo blu


In questi giorni, le prime pagine dei giornali spaziano da Dilaga il virus a Mezza Italia in quarantena (passando per un Accogliamo tutti anche il virus a Gli africani ci mettono in quarantena). E io, dopo mesi di silenzio, mi son chiesta se fosse proprio oggi la giornata giusta per spolverare il blog e ricominciare a chiacchierare di viaggi, libri e piccoli eventi non apocalittici. Forse sì, perché sono già stanca d’inviare ordinanze in materia di contenimento a destra e manca e rispondere a gente terrorizzata per aver condotto fino all’altro ieri una vita normale. 
Ancona vista dal Parco del Cardeto 

Sono stati mesi lunghi e sfibranti. La spossatezza di chi rumina ogni giorno gli stessi pensieri, l’incapacità di prendere una decisione, perché ciò che stai pensando di fare potrebbe apparire al resto del mondo una scelta irrazionale e avventata. Tutto si confonde. La fatica di alzarsi, di andare al lavoro come nulla fosse, di indossare la maschera giusta, lo sforzo nel dissimulare le incrinature che rischiano di mandarti in frantumi; l’incapacità di spiegare. D’altronde, come puoi spiegare quel malessere che hai dentro ma che non è nulla di concreto? Una febbre, una ferita, una malattia del corpo sono evidenti; giustificano assenze, riposo, medicinali. Di altri malesseri fai fatica a parlarne anche a te stessa. Ti racconti che è solo stanchezza. Passerà.
In fondo, i tuoi problemi ce li hanno tutti, non c’è nulla di cui lamentarsi.  Continui a leggere, vai a correre, cerchi di fare ciò che hai sempre fatto. Ma non vivi nulla; attraversi le giornate. Ogni cosa è fuori fuoco: i libri, la cenetta con il coniuge, le conversazioni con gli amici. Osservi tutto, ascolti tutti, ma non sei lì.  
Poi crolli.

«La prossima settimana devo andare in un’azienda vicino ad Ancona. Chiedi qualche giorno di ferie e vieni con me. Ho già prenotato per due».
È da tanto che non prendo come pretesto le trasferte di lavoro del coniuge per un viaggetto fuori programma. Non sono convinta. Ma il coniuge è perentorio. Fa tutto lui; a me non resta che preparare uno zainetto ed entrare in auto. Sarà libero solo la sera, ma ha scelto un hotel che mi permetta di muovermi in centro senza vincoli.
Il cielo è blu, l’aria pungente ma il sole è caldo. Cammino tutta la mattinata senza una cartina né una meta da raggiungere. 
Percorro il corso della cittadina un paio di volte; m’infilo nei vicoletti, resto a fissare la facciata del Teatro delle Muse e poi mi inerpico su Via Antonio Gramsci. 
Ancona è tutta un saliscendi e, camminando senza fretta in una giornata qualsiasi di inizio febbraio, mi fermo in Piazza del Plebiscito, quella con l’imponente statua di Papa Clemente XII, e mi siedo sulla scalinata che conduce alla Chiesa di San Domenico (in cui, va detto, sono entrata per caso e per caso ho scoperto l’Annunciazione del 1662 del Guercino e la Crocifissione di Tiziano). 
Il salotto della città, affollata e festosa: così viene descritta la cosiddetta Piazza del Papa nella maggior parte dei siti. A me, invece, ha fatto un effetto strano: accogliente nella sua forma rettangolare e allungata ma, al contempo, austera. Sarà la presenza del Palazzo del Governo, della Torre civica o, forse, sarà proprio lo sguardo severo di Papa Clemente XII, fatto sta che vista di giorno, con i tavoli dei pub e dei ristoranti vuoti, la piazza m’è parsa silenziosa ed enorme. Sono rimasta seduta su quei gradini per un tempo indefinito con i pensieri che si rincorrevano.

Piazza del Plebiscito, nota come Piazza del Papa
Poi, ho ripreso a camminare. In salita. E, nell’antico Rione San Pietro, tra i palazzi dalle facciate medievali, ho avuto di nuovo la percezione del cielo azzurro, e del vento, e della bellezza. È caduto il velo, ed io ho ricominciato a vedere le cose. Nessun miracolo; semplicemente i primi passi dopo un periodo buio.
Delle giornate anconetane (o, se preferite, anconitane) mi è rimasta addosso la tranquillità che non ti aspetti di trovare in una cittadina portuale. La maestosità del Duomo di San Ciriaco che guarda il porto dall’alto, imperturbabile ai rumori provenienti dallo stabilimento di Fincantieri.

Duomo di San Ciriaco
Ancona deve il suo nome alla caratteristica forma del promontorio che fa pensare ad un gomito piegato (Ankón in greco significa gomito); forma che si può ammirare dalla sommità del colle dei Cappuccini e dal Parco del Cardeto. Ci sono arrivata non per il panorama ma per capire cosa fosse quella sorta di torretta che vedevo in lontananza. Poi, scoperto il faro ottocentesco, fatto erigere da Pio IX per dirigere la rotta delle navi, in funzione fino alla costruzione del nuovo faro (operativo dal 1965), sono rimasta a gironzolare nel Parco del Cardeto e a guardare Ancona dall’alto.    
Parco del Cardeto - Faro Ottocentesco 
Ignoravo la storia della Repubblica di Ancona, le inquietudini di una città navale in contrasto con Venezia e Dubrovnik (la Ragusa di Dalmazia), l’assedio di Federico Barbarossa e le gesta di Stamira, eroina anconitana. Così, la scoperta dell’immensa tela di Francesco Podesti, Il giuramento degli Anconetani, è stata una rivelazione.

Francesco Podesti - Il giuramento degli Anconetani
E una rivelazione sono state anche le altre opere esposte nella Pinacoteca civica intitolata al Podesti, visitabile alla modica cifra di 6 euro. Il biglietto include anche la visita al Museo della città. Di per sé irrilevante, ma prezioso se si ignora la storia di Ancona. Grazie all’audioguida si esce dal Museo con una visione d’insieme della città, dalle origini all’Unità d’Italia, e si comprende la funzione dei palazzi dalle belle facciate che s’incontrano camminando nel centro storico della città.
A posteriori, cercando informazioni su Ancona e sulle sue bellezze, ho trovato diversi articoli sul Duomo. Io, però, sono rimasta incantata dalla chiesa romanica di Santa Maria della Piazza, antica cattedrale cittadina, che nel corso dei secoli ha subito danneggiamenti, ricostruzioni, riconversioni, bombardamenti, restauri e che stupisce per la bellezza della facciata e la sobrietà degli interni. Vuota. La chiesa venne costruita intorno al XII secolo sui resti di una chiesa paleocristiana di cui oggi si conservano ancora i meravigliosi frammenti dell’originaria pavimentazione a mosaico policromo (IV e VI secolo). 
In quelle due giornate d'inizio febbraio, ho camminato moltissimo, mi sono fermata a chiacchierare con i pescatori sul molo, ho stretto amicizia con Willy il gabbiano, sono entrata in libreria, mi sono seduta per leggiucchiare qualche pagina anche se non ho acquistato nulla.

Willy
La prima sera, davanti a uno stoccafisso all’anconetana e altre delizie, ho raccontato la città al coniuge. La sera successiva gli ho detto che Ancona potrebbe piacergli e che la prossima volta ci vado con lui. Ha sorriso. E prima di tornare a casa mi ha fatto un altro regalo…

mercoledì 11 settembre 2019

Festivaletteratura 2019. E qualche imprevisto


Mi sveglio stanca. Impiego troppo tempo per una doccia, infilo di corsa le ultime cose nello zaino e mi precipito in stazione senza aver preso il caffè.
Il trenino è affollato ma arriva a Roma Termini in orario. Cambio treno, tiro fuori il libro e la lista degli incontri prenotati. Ancora poche ore e sarò al Festivaletteratura di Mantova. Dove diamine ho lasciato il mio entusiasmo?
Mi son portata dietro In tutto c’è stata bellezza di Manuel Vilas, che andrò ad ascoltare sabato. Mi sa che non è stata una scelta felice. Un senso di oppressione sin dalle prime pagine. Aspetto che arrivi la bellezza.
A Mantova è piena estate. Cielo blu, canotte e calzoncini corti. Finalmente, dopo diversi anni che frequento il festival, sono riuscita a prenotare un appartamento in centro. Arrivo con il mio zaino abbastanza pesante davanti al citofono ma non vedo traccia della targhetta Joy house. Come mi sarà venuto in mente di prenotare e pagare una casa della gioia?
Ho trovato l’appartamento su booking.com, l’ho prenotato mesi fa, mi è stato addebitato l’intero importo ad agosto e, nonostante sia la seconda fregatura che mi dà booking, questa volta non me ne capacito. L’assistenza clienti risponde dopo una ventina di minuti; la fanciulla, che risponde dalla Grecia, mi dice che per loro è tutto regolare, visto che la struttura presenta non ricordo più quante recensioni, di cui una abbastanza recente. Farà dei controlli e mi ricontatterà.
Mentre sono davanti al portone del palazzo, irritata ma ancora lucida, arriva un santo dagli occhi verdi. Mi chiede se ho bisogno d’aiuto; mi fa entrare nel suo appartamento senza neppure esserci presentati; mi offre acqua fresca, un tablet e una decina di cose che rifiuto. Si chiama Alex e inizia a telefonare ai suoi conoscenti per cercarmi una soluzione alternativa. Ma a Mantova, a festival iniziato, come puoi pensare di trovare un letto libero? Lo so io, lo sa Alex, ma non lo sanno quelli di booking che continuano a fornirmi un’assistenza penosa e a prender tempo.
Quando sembra che la cosa sia risolta e dovrebbe solo arrivarmi una mail, libero l’appartamento di sant’Alex e mi fermo in un bar. Ma no, booking non mi ricontatta, la mail non arriva, io mi attacco di nuovo al telefono in preda ad una crisi isterica. La signora del bar, discretamente, mi chiede se può essere d’aiuto. Mobilita tutti gli affittacamere e le agenzie che conosce. Nulla. Dopo aver parlato con operatori del Regno Unito, Grecia, Olanda, dall’assistenza clienti di Milano di booking arriva una soluzione valida. Un po’ distante dal centro (e a Mantova gli autobus smettono di circolare alle 20.00), molto più caro di quello già pagato (e non è un dettaglio, perché in queste circostanze, sei tu, che hai già pagato una volta, a dover pagare di nuovo. Il rimborso potrai richiederlo solo a soggiorno concluso), ma non vedo alternative. Intanto il pomeriggio se n’è andato, così come Margaret Atwood, Gabriele Romagnoli e un altro paio di incontri che avevo prenotato.        


Dall’hotel si può raggiungere il centro città utilizzando una ciclabile nel parco del Mincio, parallela alla linea ferroviaria. Il sole è già tramontato, il paesaggio è bellissimo e le lepri che mi attraversano la strada riescono a farmi tornare l’allegria. Magari ce la faccio ad ascoltare almeno Pilar del Rio, moglie di Josè Saramago, che conversa con Silvio Perrella. Ce la faccio; nell'attesa, inizio a chiacchierare con Marina e Ornella, appena conosciute, e con cui condividerò tanti bei momenti di quest’edizione del festival.


Pilar del Rio è una bella donna, dolce ed energica al tempo stesso; rievoca la sua precedente esperienza a Mantova, nel 1998, accanto all’uomo che, dopo qualche giorno, avrebbe ricevuto la notizia dell’assegnazione del Nobel. Pilar racconta un’epoca che sembra lontanissima e chiude l’incontro menzionando quella che Saramago definiva l’etica della responsabilità: Valiamo molto di più di quanto crediamo; possiamo molto di più di quanto immaginiamo.  
Possiamo molto di più di quanto immaginiamo.
Il mio programma del venerdì è fittofitto, come la pioggia che cade giù senza risparmiarsi. Sono solo le 9 del mattino e già sono strizzabile.
Però, di fronte a Burhan Sönmez, scrittore turco di etnia curda, vittima di torture in Turchia, e che oggi, 6 settembre 2019, si dichiara stupidamente ottimista, non me la sento proprio di lamentarmi per il diluvio universale. 
A ben pensarci, ho fatto una curiosa selezione degli eventi, molti dei quali incentrati sulla memoria. Sönmez, nel suo Labirinto, parte dal presupposto che, forse, perdere la memoria può essere un dono. Se perdi la memoria a 28 anni, puoi decidere di rinascere in questo momento, cancellando il passato. Abbiamo quindi, una possibilità di rinascere nella vita.


Anche Abraham Yehoshua elogia l’oblio: Ricordare troppo diventa pericoloso. Non ricordare alcune cose permette di vivere meglio. Simbolicamente, scelgo la demenza come messaggio per noi ebrei e per i palestinesi: noi dobbiamo iniziare a dimenticare il passato per costruire un solo Stato unitario. Negli anni ho cambiato idea sulla soluzione per la Terra Santa. Un solo Stato non sarà la via per la pace perfetta ma è l’esistenza più normale che riesco ad immaginare.     
Invece c’è chi, come Manuel Vilas, punta tutto sul ricordo e sulla memoria: La vita è completa solo quando si ricorda, quando si mettono insieme i pezzi. Ti riconcili con la tua famiglia, con la vita dei tuoi genitori, nel ricordo. E in questo ricordo c’è bellezza.   
Oppure chi, come Narine Abgarjan, attraverso il ricordo, riesce a portare il profumo del pane appena sfornato dal villaggio armeno di Maran alla Basilica Palatina di Santa Barbara.
Ci sono troppe cose che non si possono dimenticare.
Non si può dimenticare Srebrenica, come ci ricordano Elvira Mujčić e Slavenka Drakulic.
Non si può dimenticare Piazza Fontana, di cui non si può parlare perché non si sa niente, ma si sa già tutto (la conversazione tra Benedetta Tobagi e Carlo Lucarelli che nominano gli innominabili scatenando tuoni, fulmini e tempesta in Piazza Castello è stato l’incontro più scenografico al quale abbia partecipato. La Tobagi è di una bravura strabiliante).
Non si può dimenticare che la lingua non è mai innocua, come sottolinea Valeria Luiselli in una brillante conversazione con Michela Murgia. Il linguaggio diventa sempre più violento; si tende ad enfatizzare e ingigantire la realtà, si scelgono parole volte a disumanizzare l’altro. Noi, scrittori e lettori, cosa possiamo fare per arginare l’uso distorto delle parole? Essere custodi attivi del linguaggio; protestare ogni volta che le parole vengono utilizzate in modo inappropriato, vigilare affinché si torni ad usare la lingua correttamente.

Della struggente bellezza degli addii interpretati dalla polistrumentista albanese Elina Duni, in quel gioiello che è il teatro Bibiena, posso dir poco. Perché la musica va ascoltata. Non è la stessa cosa, ma qui potete farvi un’idea della voce della Duni.
  
Elina Duni al Teatro Bibiena
Mantova è il mio festival del cuore; c’è una strana magia che si ripete ogni anno; un senso di comunità, un istintivo desiderio di condivisione con persone sconosciute fino al giorno prima. Più che in altre edizioni, nel 2019 il festival mi ha fatto incontrare persone speciali, forse per compensare i disagi subiti. Non a caso, quando domenica mattina sono salita sull’autobus sostitutivo (eh già!, lavori in corso sulla linea ferroviaria…), prima tappa verso casa, mi è tornato in mente il volto sereno della scrittrice armena Narine Abgarjan mentre affermava che qualsiasi cosa ti accada nella vita, ci sarà sempre qualcuno al tuo fianco pronto a darti una mano.
Teatro Bibiena

Note a margine. Mi sono dilungata sull’odissea di booking perché so che siamo in tanti ad utilizzarlo, perché prenotare in anticipo senza dover pagare subito è comodo, perché leggere le opinioni altrui ha i suoi vantaggi. Grazie a booking ho trovato velocemente soluzioni eccellenti ed economiche, ma anche qualche topaia. E un paio di fregature. Forse, fino ad oggi, mi son fidata troppo e forse è il caso che inizi a fare altre considerazioni per i miei viaggi futuri.