mercoledì 27 aprile 2016

Lince rossa e altre storie, Rebecca Lee

Leggiamo insieme i racconti di Rebecca Lee? Sono racconti, sono pubblicati da un editore indipendente, ne ho sentito parlar bene… e yaaah, suuu, leggiamoli insieme!
È la solita Maria di Scratchbook, quella fissata con gli americani, meglio se racconti; se poi son racconti americani scritti da donne, uh! non gliene sfugge uno! Potevo io declinare l’invito per una lettura condivisa?
Acquisto il libro al BookPride milanese. Cura editoriale impeccabile, va detto; copertina spiritosa, formato perfetto per qualsiasi borsa. Inizio a leggere il primo racconto in treno e vengo catturata. C’è una donna curva sul ripiano della cucina, intenta a legare l’arrosto e a punzecchiare il marito, scrittore. John è uno che subisce il fascino delle parole e, forse, anche della sua editor. Quanto meno, la moglie ne è convinta. Sta finendo di preparare una cena per amici e colleghi; tra poco suoneranno alla porta e lei si fa ancora qualche paranoia sul corretto assortimento degli ospiti. Mi viene in mente l’inizio del film Perfetti sconosciuti, sebbene l’ambientazione sia diversa. È pazzesco come una innocua cena in compagnia possa trasformarsi nella serata che cambierà la tua esistenza.
Rebecca Lee, al pari di John, conosce i segreti della scrittura creativa e gioca con le parole. In tutti i racconti contenuti nella Lince rossa e altre storie, strizza l’occhio al lettore con frasi un po’ ruffiane del tipo:
Che forza questa cosa che con una manciata di parole si può stringere un’altra persona in un piccolo abbraccio grammaticale, ridisporre gli oggetti del mondo in modo che ci racchiudano.
Oppure:
Durante una delle sue lezioni, Stasselova si era sforzato molto per spiegarci che il linguaggio non descriveva gli eventi, ma li manipolava come una mano fa con un oggetto, e che in questo modo riconduceva il mondo sotto il proprio controllo.
Per non parlare dello sfacciato tentativo di seduzione contenuto in Fialta:
Una donna che legge rappresenta una grave tentazione.
Ma tu sei un lettore attento, e non ti fai abbindolare troppo da tutta quella luce del Saskatchewan, dai tic di un professore di psicologia infantile, né da quelli di un pastore di una bella chiesetta luterana.
C’è chi sostiene che i racconti, no, per carità!, troppo brevi, non riesco ad entrare nella storia che già è finita. Io appartengo al gruppo di quelli che i racconti li leggono volentieri. Certo, se a scriverli è Alice Munro ci vuol poco ad appassionarsi. Piccole storie condensate nel giusto numero di pagine. Non si spreca neppure una parola ma, nello stesso tempo, si ha la sensazione di aver conosciuto perfettamente i personaggi in cui ci si è imbattuti. Con Rebecca Lee è diverso. Sono istantanee, non si ha il tempo di delineare personalità e volti. Le immagini sono sfocate e scorrono velocemente. Si guarda il fotogramma e si passa al successivo; un’altra storia, altre vite. Ogni narrazione è incentrata sulle paure e sulle imperfezioni degli individui, persone normali, spesso studenti o insegnanti. Leggi il racconto soffrendo con il protagonista, ma dopo due giorni, senti solo quella sensazione di inquietudine che ti aveva spinto a divorare le pagine per scoprire il finale. Cerchi di mettere a fuoco, rovisti nella mente, cerchi il protagonista della storia; forse era una donna, forse faceva la sceneggiatrice, forse il racconto aveva a che fare con il tradimento, con la perdita… niente, non riesci proprio a ricordarlo. Ti è rimasta addosso quella sensazione inquietante e un velo di tristezza, ma la storia è già svanita.

Rebecca Lee gioca molto bene con le parole (e neppure la traduttrice scherza), però la sostanza è evanescente e, chiuso il libro, il racconto vola via.  

traduzione di Sara Reggiani, Edizioni Clichy, collana Black Coffee, 2016.

mercoledì 20 aprile 2016

Preparativi per la prossima vita, Atticus Lish

Sto correndo tantissimo. Torno dall'ufficio, parcheggio, mi precipito in casa, pantaloncini, maglietta, Asics e via. Il cielo già inizia a tingersi di rosa, c’è sempre un venticello fresco, non si suda quasi mai.
“Ci stai dando dentro, è! Che gara prepari?”. Nessuna, sono ancora nell’anno sabbatico, lontana dall’agonismo degli amatori. “Ma se non stai preparando niente, perché t’alleni tanto?”  
Mi preparo ad affrontare meglio questa vita. Le parole restano sospese nell’aria per un po’, poi svaniscono senza lasciar echi. Il compagno incrociato è lontano ormai, io accorcio il passo per gestire meglio la salita. Corro fino a diventare un puntino giallo fosforescente in una strada poco illuminata. Al rientro faccio qualche piegamento, lavoro sulle braccia, due stecchini senza muscoli paragonate alla forza delle gambe. Nel weekend vado a correre di mattina, scelgo percorsi collinari e solitari. Corro fino a quando la mente smette di pensare e le gambe iniziano a sentire il peso dei chilometri e l’aumento della pendenza. Torno a casa con la testa sgombra e la sensazione di poter far tutto nella vita: cambiare lavoro, cambiare città, realizzare sogni irrealizzabili, scalare montagne (in senso letterale), viaggiare e leggere all’infinito. Ah, dite che sto divagando? Che i miei allenamenti poco c’entrano con Atticus Lish? C’entrano, c’entrano, fidatevi.

Tolgo le Asics, apro la doccia e penso a Zou Lei; capisco la sua determinazione di immigrata clandestina, mezza cinese, mezza uigura, povera in canna e sicura di poter trovare la libertà a New York, il luogo dove tutto è possibile. Non fanno che dirci che “l’America” è un grande paese, no? E allora perché una clandestina dotata di buona volontà, lavoratrice instancabile, gambe muscolose, passo svelto, non dovrebbe farcela? Perché Skinner, reduce dall’Iraq, lui che ha servito il suo Paese, che ha cercato di salvare ciò che restava del corpo di Jake dopo un’esplosione, non dovrebbe venir ricompensato dal suo meraviglioso Paese?
Gli hanno detto di andar in guerra e c’è andato. Gli hanno detto di sparare e ha sparato. Poi, quando sono iniziati gli incubi, la disperazione, il tremolio, la perdita dell’udito, le visione doppie, gli hanno dato del culone e l’hanno rimandato a casa. Non ha fatto storie, solo che non è rimasto a Pittsburgh da sua madre, ha preferito andarsene a sprecare la vita a New York.
Preparativi per la prossima vita è anche una storia d’amore ma non aspettatevi appuntamenti galanti e rose rosse.

Mentre se ne andava, l’avvocato uscì e le parlò mentre metteva un’altra cartelletta nel portadocumenti metallico. L’ho sentita. Se si sposa, dev’essere un vero matrimonio o finirà in guai grossi. Questo glielo dico gratis. Un consiglio gratuito.
Zou Lei non capì cosa intendeva dire. Cioè? Forse siamo persone comuni, ma il sentimento fra noi è vero.
In queste pagine non c’è l’amore a cui siamo abituati, c’è molta più testa: mal di testa, colpi alla testa, testa di cazzo, gli girava la testa, abbassò la testa, scosse la testa, appoggiava la testa sulle ginocchia, si prese la testa tra le mani, testa rasata, berretti in testa, immagini della guerra che volano fuori dalla testa, la testa gravemente danneggiata.

Il New York Times ha detto che Preparativi per la prossima vita è un romanzo unico e necessario, la storia d’amore più delicata e meno sentimentale dell’ultimo decennio.
Io non so dirvi se sia un romanzo necessario. So che non ho visto la New York del sogno americano; so che ho chiuso gli occhi e spento l’ebook reader quando iniziavo ad accartocciarmi su me stessa. So che ad un certo punto ho pensato Basta Atticus Lish, stai esagerando. Non voglio saperne più niente di come va a finire questa storia. Poi sono andata avanti e la terza parte mi è scivolata tra le mani; speravo che finisse presto ma non riuscivo a smettere di leggere.
Ah, dite che alla fine non vi ho spiegato cosa c’entrasse la corsa? Leggete il romanzo. Non serviranno spiegazioni.

Preparativi per la prossima vita, Atticus Lish
traduzione (che non dev’esser stata affatto semplice) di Alberto Cristofori
Rizzoli, 2016.
Entra di diritto nella #readingchallenge2016, come #libronew2016.

Reading Challenge 2016

Qui un pezzo di Nicola Lagioia.
Qui un articolo di Gianni Riotta.

E qui il convincente punto di vista dell’uomo dalle 2000 battute.

venerdì 8 aprile 2016

Il mio Book Pride 2016

Così quest’anno sono andata anch'io al Book Pride di Milano, l’orgoglio di essere editori indipendenti e lettori curiosi. Sì, direte voi, l’ennesima sagra dell’editoria. Ma a forza di girar per fiere e festival, a forza di mettere like sui social, di vagar in rete per leggere il post di Tizio e rispondere al post di Caio… Insomma, a forza di far tutto ciò, quando lo troverai il tempo per leggere i libri? Per un semplice lettore non sarebbe forse meglio starsene a casa propria nel weekend e dedicare spazio alla lettura anziché perder tempo con attività collaterali, molto social, che dalla lettura distolgono?
Quesito ricorrente e accusa fondata. Forse sì. Andar per fiere è dispendioso sia in termini economici che di tempo. Chi può negarlo? Però il lettore ne guadagna una borsata d’entusiasmo e, talvolta, anche un pizzico di delusione. Elementi che determineranno le successive scelte di lettura. In una fiera, scoverai sempre un editore poco conosciuto, verrai sicuramente catturato da un libro che nel marasma delle uscite editoriali (dei grandi) ti sarebbe sfuggito. Poi, magari, quel libro si rivelerà una ciofeca, il rischio si corre. Ma lo stesso può dirsi per il nome illustre che spopola nelle vetrine.
Piccolo editore non equivale necessariamente a garanzia di qualità. Ma che il piccolo editore di cui sopra sia personaggio coraggioso e appassionato è fuori di dubbio.
Le fiere e le presentazioni sono un’arma a doppio taglio: io ho smesso di acquistare libri da un certo editore a causa di quella sensazione di gelo provata durante un incontro in fiera. Irrazionale, lo so. Ma le scelte del lettore poche volte sono guidate dalla razionalità. Conoscere ed ascoltare chi i libri li fa, li sceglie, li traduce, li scrive, può farti tornar a casa con gli occhi a cuoricino o generare un tal senso di antipatia da far dirottare le tue preferenze di lettura altrove.
Comunque, sono tornata dal Book Pride 2016 con quell'eccitazione che ti fa svegliare presto la mattina per trasferirti in un libro prima di andare a lavoro e immergertici di nuovo in ogni momento utile nel corso della giornata.

Ho finalmente conosciuto le Edizioni Clichy. Era ora!, direte voi. Ma sì, ne avevo già sentito parlare, ricevo anche la loro newsletter, però non mi ero mai fermata al loro stand né avevo mai letto alcun libro pubblicato dai tipi fiorentini. Di ciò che ho portato a casa, come al solito, vi racconterò a lettura conclusa. Lo stand è di quelli pericolosi: i ragazzi della Clichy hanno una tal energia da farti venir voglia di acquistare di tutto, ma ti limiti, perché bisogna anche porre un freno alla fiducia.


La vera scoperta di questa fiera si chiama Safarà Editore. I tipi sono di Pordenone, nascono nel 2008 e ultimamente stampano libri dal formato obliquo, animati dalla trasversalità che può avere la scrittura. Io sono stata catturata dal ceco Tomaš Zmeškal e dalla sua Lettera d’amore in scrittura cuneiforme. Zmeškal nasce a Praga da madre ceca e padre congolese, e già questo binomio è sufficiente per farmi incuriosire. Parla lentamente, il suo sussurrare si discosta dal tuonare ascoltato per un’intera giornata in fiera. Ci racconta della follia che ha animato l’Europa centrale e della necessità di narrare le vite degli individui, quelle che non trovano spazio nelle analisi degli storici. Posso lasciarmi sfuggire un libro simile?

Dopo la strabiliante presentazione del Prof. Gian Piero Piretto, ho finalmente acquistato anche Viaggiatori nel freddo – Come sopravvivere all’inverno russo con la letteratura (degli amici di Exòrma ho già parlato altre volte). Ci giravo intorno da dicembre, stregata dalla timidezza di Elisa Baglioni e dall’ironia di Francesco Ruggiero, il collettivo sparajurij. Al Book Pride mi son fermata a chiacchiera con Francesco Ruggiero e la scintilla è scoccata definitivamente.


Non incontravo la leggerezza di Astoria dallo scorso Salone del libro di Torino. Non ho resistito a questa piccola raccolta di racconti di un’autrice italiana che ha due figli e un cane che somiglia ad una pecora. Marina Morpurgo ed io siamo accomunate dall’idea che in generale ridere sia molto meglio che piangere ed entrambe ci applichiamo molto per riuscirci. Ottima premessa per acquistare un suo libro.


Per concludere, ho ceduto anch’io al misterioso fascino del Canto della Pianura di Kent Haruf. Ormai ne parlano tutti e non potevo sottrarmi alla lettura di un volume dei tipi di NN editore.

Ed ora la smetto di spendere soldi, tolgo gli abiti dell’accumulatrice seriale di libri e mi ritiro a leggere. 

lunedì 4 aprile 2016

Trieste. Istantanee

Si stropiccia gli occhi, scende dal treno con la testa pesante e il mal d’ossa di chi è febbricitante: «Che città accogliente!»
Lui la guarda esterrefatto: «Ma se siamo appena arrivati!» Lei tira dritto con il sorriso di chi sa che Trieste le piacerà. Ha solo bisogno di un’aspirina e di una lunga dormita per togliersi quel torpore di dosso.
 
Trieste - Piazza Unità d'Italia
Camminano svogliatamente lungo Riva Tre Novembre. Lei avrebbe voluto prendere una via interna per raggiungere Piazza Unità d’Italia ma lui si è ostinato a voler costeggiare il mare. Lei non ha ancora guardato la pianta della città, non se l’aspetta una piazza così aperta, affacciata sul mare. Quando se la ritrova sulla sinistra mormora un Ohmmioddio! Arriva davanti alla Fontana dei Quattro continenti (all’epoca l’Oceania era ancora più remota di oggi), torna indietro e guarda il palazzo del Municipio da lontano. Ci ritornerà di sera, con i faretti azzurri accesi che fanno ondeggiare la piazza fino al mare. Lui sostiene che Piazza San Marco sia imbattibile, lei pensa che Piazza dell’Unità dia un senso di libertà insolito per una piazza cittadina. Avrebbero dovuto continuare a chiamarla Piazza Grande.    
 
Trieste - Castello di Miramare
Sull’autobus n. 6 che dal centro li porta al Castello di Miramare ascolta i consigli che una donnina dà ad un altro visitatore. «Può scendere tra un paio di fermate e camminare lungo la pineta per una decina di minuti. Si ritroverà direttamente davanti al castello». La signora accanto dissente: «Dia retta a me. Le conviene arrivare a Grignano, che poi è il capolinea. Prende la scaletta che attraversa il parco del castello e si ritrova in cima in un attimo. Semmai, al ritorno, può fare un tratto di pineta». Una delle due signore scende, ponendo fine alla gara tra quale sia il miglior suggerimento da seguire per raggiungere il castello. Intanto la coppia ha deciso che scenderà a Grignano, dove berrà un caffè prima di entrare nell’Ottocento.

Guarda tutto quel blu, quello sperone a dirupo sul mare e pensa che l’arciduca Massimiliano d’Asburgo non era un genio. Chiunque avrebbe sognato di poter costruire un castello in un luogo simile. E l’avrebbe voluto esattamente così: bianco, sobrio, di dimensioni medie, circondato dal parco. Immagina una bella libreria (perché in un posto simile non può che venir voglia di leggere e meditare) e una serie di acquerelli. Non resterà delusa. Mentre percorre gli appartamenti privati di Massimiliano d’Asburgo e Carlotta del Belgio ricorda le parole di Mauro Covacich:

La guida glissa sulla sfortuna dei castellani: lui che va incontro alle pallottole messicane senza aver quasi fatto a tempo a godesi le dorature e i divani di casa; lei che resta vedova e diventa pazza di noia e dolore (soprattutto noia). Non dice la guida della follia di Carlotta, né tantomeno della voce corrente secondo la quale spacciare Carlotta per pazza fosse di fatto un modo escogitato dalla corte per nascondere il più diplomaticamente possibile le sue simpatie comuniste.
Si siedono al Caffè San Marco, tra libri e pezzi di conversazione sospesi nell’aria. Qualcuno ha il Mac aperto, qualcuno sfoglia quotidiani che alle 18 raccontano notizie già scadute. È un’alternanza di spritz e tutte le varianti del caffè: nero, cappuccino, al vetro, lungo. Lei guarda il vecchio bancone di legno scuro, gli specchi che la circondano, i lampadari che sanno d’inizio Novecento. Lui ha finalmente il volto disteso. Sorride sorseggiando il caffè e si capisce che la scrivania dell’ufficio è ormai un ricordo distante.  Poi iniziano a girare tra i libri.

Si siedono su una panchina in Piazza Venezia, vicino al Museo Revoltella. Lei avrebbe voluto visitarlo ma a Pasqua è chiuso. Hanno fatto una bella passeggiata, salutando le ombre di Joyce, Svevo e Saba. Hanno deciso che chiuderanno la giornata con una cena a base di pesce e vinello bianco. Ora però vogliono continuare ad ascoltare  un triestino che racconta la sua Trieste. Lei legge a voce alta, lui le poggia la testa sulla spalla e socchiude gli occhi.
A Trieste si fa il bagno in centro città e, comunque, in qualsiasi punto del lungomare ti trovi, puoi accostare, scendere, spogliarti in strada, fare dieci passi e toccare l’acqua. Questa frequentazione familiare e più che assidua spiega l’uso dell’espressione triestina «andar al bagno» per intendere «andare al mare» (e non «andare alla toilette»), come se Barcola fosse la vasca di casa, quella che si raggiunge scalzi o tutt’al più in ciabatte.


C’è un cielo grigio, quello di chi fa ritorno a casa; un vento leggero, qualche barchetta in lontananza. Inizia a piovigginare; qualcuno sul Molo Audace apre l’ombrello. Loro si limitano a tirar su il cappuccio. Lei quasi quasi avrebbe voluto incontrare la bora, così, per capire cos’era.
Difficilmente sentirete qualcuno lamentarsi. C’è semmai, nel senso comune dei triestini, tutta una retorica sulla salubrità della bora. L’idea che dia tono e fortifichi non solo il fisico ma anche il carattere. L’idea che sia la voce e il respiro possente della città.
In treno lei pensa che un giorno dovrà farsi coraggio e spingersi fino alla Risiera di San Sabba, e con quel po’ di coraggio che le sarà rimasto, toccare anche Basovizza, perché uno non può guardare solo le cose belle dimenticando le nefandezze di non troppo tempo fa. Pensa anche che vuole girare per il Carso e arrampicarsi nel silenzio delle Alpi friulane. 
Mentre il treno si allontana veloce, lei pensa che questa terra sia un po’ magica. 

La viaggiatrice è stata accompagnata dal bel #viaggialibro di Mauro Covacich, Trieste sottosopra, editori Laterza, collana Contromano.


venerdì 25 marzo 2016

Viaggi con un somaro nelle Cevenne, Robert Louis Stevenson

Oh Robert Louis,
perché, perché mi hai fatto questo?
Eppure sapevi che ero innamorata di te. Era un amore d’infanzia, va bene, ma non meritavo d’esser pugnalata così. Io che ho letto e riletto L’isola del tesoro, che ho trascorso con te momenti avventurosi, giornate grigie, viaggi in treno… Ricordi quel bel Capodanno passato insieme al calduccio mentre su Marienplatz continuava a cadere la neve? Ed ora è finito tutto.
Una nuova avventura con te, nelle Cevennes. Ero così felice mentre preparavo il mio zainetto. I tuoi acciacchi si sarebbero dissolti camminando per i sentieri della Francia meridionale; il tuo francese mi avrebbe salvato (sì, vabbè, dovrei cominciare a studiarlo anch’io, non ti do torto), tutto l’impegno profuso nell’inventarti un sacco lenzuolo (in barba a chi deve solo entrare in uno dei tanti negozi specializzati nel trekking e tirar fuori il bancomat); insomma, un genio come te, che mi combina? Mi fa sbadigliare a metà cammino! Ah come ci son rimasta male! No, non sto dicendo che l’intero viaggio sia stato noioso, non estremizzare come fai sempre! 
Ho vissuto momenti comici, hai detto cose che mi hanno fatto riflettere
Quanto a me, non viaggio per andare in qualche posto, ma solo per andare. Viaggio per amore del viaggiare. La cosa importante è il muoversi; sentire più intensi gli imperativi e gli stimoli della nostra vita; saltar fuori dal letto della civiltà, e provar sotto i piedi il granito del globo terrestre e le schegge taglienti. Ahimè, quando ce la mettiamo tutta nella vita, e ci sentiamo più preoccupati per i nostri impegni, anche una giornata di vacanza è qualcosa che deve essere sfruttata.
Ho amato la tua audacia nel dormire tranquillamente all’aperto:
“Gli inglesi hanno la borsa ben fornita, e può benissimo venir in mente a qualcuno di farvi un brutto tiro una notte o l’altra”.
Gli dissi che non avevo molta paura di incidenti simili; e che ad ogni modo non mi pareva saggio star in allarme e dar peso nella nostra esistenza a tutti i piccoli pericoli. La vita stessa, ammettevo, era un affare troppo rischioso per considerare degna di attenzione ogni piccola aggiunta di pericolo.

A tratti ho pensato d’esser ancora innamorata di te:
Desideravo una compagnia che stesse accanto a me alla luce delle stelle […] E vivere nell’aria aperta con la donna che un uomo ama, di tutte le esistenze è la più completa e libera.
Eppure, Robert Louis, ci son stati momenti in cui le tue considerazioni verso il genere femminile mi hanno innervosita. Avrei voluto approfondire la conversazione per scacciare quella vocina che continuava a dirmi “ma guarda un po’ ‘sto maschilista!”. Sarà stata la stanchezza, ma negli ultimi chilometri non ti sopportavo più. Sono rimasta fino alla fine solo per solidarietà con Modestine, il povero somarello a cui mi ero affezionata tantissimo e che tu, in diverse circostanze, hai trattato così male!
Mio Robert, questo viaggio ha cancellato la cotta che avevo per te. Ti voglio ancora bene, ma le farfalle nello stomaco hanno smesso di svolazzare.

Viaggi con un somaro nelle Cevenne, Robert Louis Stevenson
traduzione di Barbara Mirò, Ugo Mursia Editore, 2011.


lunedì 21 marzo 2016

Libri come 2016 - Roma e le altre (città)

«Ma tu vai da mamma nel weekend?»
Ehm, no, sai, all’Auditorium c’è Libri come, quindi…
«Ah, ho capito, una di quelle cose di libri che fai ma che non sono lavoro».
Non provengo da una famiglia di lettori: sono l’eccentrica della casa, e mio fratello sintetizza tutto ciò che va dalle spedizioni in libreria alle fiere dell’editoria in “quelle cose di libri”.
Di cose di libri negli ultimi due mesi ne ho fatte diverse. Ne ho acquistato un numero sconsiderato (no, non sono ancora stata licenziata, quindi non so quando troverò il tempo per leggerli tutti, ma non soffermatevi sui dettagli); ho letto in treno, sul divano fino a tarda notte, in pausa pranzo, in ogni ritaglio di tempo… accumulando una decina di libri di cui prima o poi vi racconterò. E poi sono andata a qualche presentazione in libreria e alla settima edizione di Libri come, dedicata a Roma e le altre (città).
Inizio da ciò che all’Auditorium non c’è stato. Ci sarebbe dovuto essere un incontro con Magris e Covacich, Come Trieste, e a me brillavano gli occhi al solo pensiero. Ma una decina di giorni fa è stato annullato. Ci sarebbero dovuti essere Piovani e Proietti, ieri sera, a chiusura dell’evento. Ma nel pomeriggio un cartello annunciava la loro assenza.
Pazienza. Però ci son stati altri momenti interessanti, a partire dalla scoperta del nigeriano Chigozie Obioma (I pescatori, finalista al Man Booker Prize 2015, appena uscito in Italia per Bompiani). Non ha parlato molto di città africane Obioma (ha ammesso di aver viaggiato poco nel suo continente - It’s a shame, I know), ma ha portato nella sala un pezzo di Lagos, la maggiore tra le metropoli africane. Ha descritto con voce pacata e con un filo d’umorismo il rapporto che le ex colonie hanno con la lingua. 
Obioma è cresciuto nella parte occidentale della Nigeria, dove si parla yoruba, ma i genitori provengono da una zona in cui si parla igbo, la lingua dell’affetto, utilizzata dalla madre nell’augurare sogni d’oro ai figli, la lingua delle coccole. Poi c’è l’inglese, la lingua ufficiale, formale, quella comune a tutti, ma in fondo la più distante. Si ricorre istintivamente all’inglese quando ci si irrita, quando si alza la voce, quando bisogna rimproverare i ragazzi. La lingua in cui ci si nasconde quando si prova odio.
Obioma ha raccontato la Nigeria che non è Boko Haram, la Nigeria dalla storia tumultuosa; quella che legge Shakespeare, Thomas Hardy e che è affascinata dai miti greci; e poi ha narrato la Nigeria di oggi, che fa i conti con il crollo del prezzo del greggio. Tutto ciò sotto la regia di Igiaba Scego e la magnifica traduzione di Marina Astrologo.
L’incontro con Jonathan Coe è stato tra i più deludenti. Ho apprezzato il suo umorismo british, il racconto minuzioso della genesi di Numero Undici (Feltrinelli editore), il suo ultimo romanzo, la rievocazione della famiglia Winshaw. Però non era ciò che mi aspettavo da un evento intitolato Come Londra. Della capitale inglese sì è parlato pochissimo e solo alla chiusura della conversazione con Alessandro Mari, mentre di Numero Undici si è raccontato sin troppo, affievolendo la curiosità di chi, come me, non ha ancora letto il romanzo.
La mia Libri come si è chiusa con il grande affabulatore: Camilleri e le sue città. La sua voce calda e possente ci ha trascinati nel luogo in cui più si è sentito a casa: Il Cairo. Siamo entrati tutti nel cortile con i fili metallici in cui erano stesi i tappeti che nascondevano lo scorrere della vita dietro le finestre. Abbiamo camminato nella Parigi di Simenon che tanto l’ha deluso; abbiamo passeggiato nella Roma città aperta, la Roma accogliente del ’49; siamo andati a Dublino, la Napoli del nord Europa, e poi a Vienna. Alla fine siamo tornati in Italia, chiacchierando con Vittorini e immalinconendoci per le sorti del Politecnico per poi approdare nel non luogo di Vigata.
L’abbiamo salutato a malincuore perché della voce di Camilleri non ci si stanca mai.

Ahimè!, resta il rimpianto per gli appuntamenti mancati: Atticus Lish e Garry Kasparov. Ma non si può fare tutto nella vita.

venerdì 11 marzo 2016

Spingendo la notte più in là, Mario Calabresi



È uno di quei libri di cui non riesco a parlare facilmente. Lo acquistai qualche anno fa su un banchetto dell’usato, spinta dalla fascinazione per il giornalista Mario Calabresi, il suo modo pacato di raccontare i fatti, la sua penna. E perché venivo dalla lettura di Come mi batte forte il tuo cuore di Benedetta Tobagi, un altro di quei libri che mi hanno fatto sentire inadeguata, incapace di guardarmi indietro e di esprimere una mia opinione su cosa sia stata l’Italia degli anni Settanta.
Spingendo la notte più in là finì nel sovraffollato scaffale dei libri da leggere, ripescato il mese scorso grazie al gruppo di lettura (che seguo a distanza) della Biblioteca di Rocca Priora.
Il Commissario Luigi Calabresi lavorava a Milano, assegnato all’ufficio politico, dove, a partire dal 1968, si occupò di eversione. Nel corso dell’indagine, che seguì alla strage di Piazza Fontana, morì l’anarchico Giuseppe Pinelli, caduto dalla finestra dell’ufficio di Calabresi durante un lungo ed anomalo interrogatorio. Le indagini sulla morte di Pinelli erano ancora in corso quando Luigi Calabresi venne “giustiziato” mentre usciva di casa per andare a lavoro. Era il 1972 e Mario, il suo secondo figlio, aveva appena due anni.
Della “vicenda Calabresi” non ricordavo praticamente nulla, per motivi anagrafici e per pura ignoranza (non mi posso trincerare sempre dietro la giustificazione “i programmi scolastici non arrivavano agli anni di piombo”). Pensavo che, come ha fatto la Tobagi, anche Mario Calabresi avesse voluto ricostruire la figura paterna attraverso la scrittura. Errore.
Mario Calabresi non cerca suo padre, vuole raccontare altro. Ripercorre i momenti salienti del processo, le difficoltà di una famiglia a cui improvvisamente viene a mancare il marito, il babbo, il figlio. Si avverte la fatica di chi prova a mettere insieme i pezzi di un puzzle, capire cosa sia accaduto veramente, di cosa abbia sentito la mancanza. Punta il dito contro uno Stato latitante, lento nel cercare di ricostruire la verità, lontano dalle vittime, incapace di assumersi le proprie responsabilità. Uno Stato assente.

Oggi ci si continua a chiedere dove siano i responsabili dei centocinquanta morti delle stragi italiane e quanto silenzio complice avvolga ancora la storia del terrorismo rosso.
Penso che voltare pagina si possa e si debba fare, ma la prima cosa da ricordare è che ogni pagina ha due facciate e non ci si può preoccupare di leggerne una sola, quella dei terroristi o degli stragisti, bisogna preoccuparsi innanzitutto dell’altra: farsi carico delle vittime.

Si chiude il libro ammaliati dalla voce di Calabresi ma consapevoli del fatto che questa vicenda possa essere letta da un altro punto di vista: quello della famiglia Pinelli e dei tanti Pinelli sulla cui morte ci sono ancora diversi dubbi. A caldo, avresti voglia di cercare tutto ciò che è stato scritto su quegli anni (ed è stato scritto parecchio) per porre rimedio alla tua ignoranza; ancora una volta ti riproponi di aprire qualche saggio, perché non puoi rifugiarti sempre nei romanzi. Poi chissà se lo farai.