giovedì 15 luglio 2010

Rotelle di liquirizia

Per qualcuno potrebbero essere solo liquirizie a rotella. Per me, invece, quelle rotelle racchiudono ancora la dolcezza del ritorno a casa del mio babbo. 
Papà lavorava “fuori”, con tutto il fascino che quel fuori può rappresentare per un bambino. Fuori poteva essere Potenza, Capua, un paesino dimenticato del Molise. Per me, bimbetta dai cappelli a caschetto, fuori significava semplicemente che papà andava via il lunedì mattina all’alba e che sarebbe tornato solo il venerdì sera. Poi c’erano le telefonate, i «lì piove? Cosa hai mangiato?  Hai fatto la brava oggi?». C’era la voce, una voce cha a me sembrava sempre la stessa ma forse solo perché non ero in grado di percepire le note della stanchezza di chi ha una piccola società e tanto lavoro da portar avanti.
E poi c’era la malinconia della mamma. Quella sì, riuscivo a intuirla già allora. Il viso di mia mamma non è in grado di nascondere alcuna emozione. E, finalmente, c’era il venerdì sera e l’arrivo di papà. Rientrava, con gli occhi gonfi e il sorriso sulle labbra, e depositava una bustina sul tavolo della cucina. Chissà perché ma non è mai riuscito a superare l’imbarazzo di darmi un regalo. Neppure oggi che sono grande abbastanza e ci vediamo sempre meno. La distribuzione dei doni è compito della mamma, anche quando a voler fare un regalo è il babbo.
Le buste Haribo erano quelle che mi arrivavano con più frequenza e per me, che non ho mai avuto grosse pretese, non c’era regalo più magico di quelle liquirizie arrotolate o di quelle lunghelunghe. A volte arrivavano macchinine (sì, ero un maschiaccio), costruzioni, regali veri. Però io, ancora oggi, resto come ipnotizzata davanti allo scaffale dei bonbon tutte le volte in cui si fa sosta in autogrill. E penso al babbo.

Anche il signor valigiesogni, noto stachanovista, è spesso “fuori” per lavoro. Ora quel fuori ha sempre un nome diverso: Milano, Bologna, a volte Mestre. E, quando torna dalle sue trasferte, ha sempre una sorpresa per me. A volte si chiama Camilleri, a volte Savage, l’ultima volta si chiamava Carofiglio.
Ed io, nell’attesa, torno un po’ bambina, impaziente di buttargli le braccia al collo mentre sbircio quel volume che fuoriesce dalla tasca del trolley. 

lunedì 5 luglio 2010

Scelte

Sabato mattina guardavo e riguardavo la mia piccola libreria. Eppure, fino al giorno prima era certa del libro che avrei iniziato a leggere. Ma quelle, nel mio caso, sono sempre certezze provvisorie. La mente è tornata al commento di Duck al mio post precedente:

“Non è meravigliosamente eccitante trovarsi alla vigilia di una nuova avventura intellettuale? Se c'è una cosa che mi piace davvero è fermarmi davanti alla mia libreria per scegliere il libro da leggere. E quando finalmente ho deciso, sento sempre un piccolo brivido: inizia qualcosa di nuovo, mi si aprono davanti porte di cui sospettavo solo l'esistenza, che potrebbero introdurmi a mondi dove forse potrei trovare chissà quali intuizioni sulla vita e su di me”.

Verissimo.
E ho pensato anche al mio rapporto con le altrui librerie. Maniacale. Anobii è stata una grande invenzione che ha esasperato la mia già compulsiva smania di frugare tra gli scaffali altrui. Prima, almeno, mi dilettavo solo con le librerie amiche; ora, mi perdo anche tra le passioni letterarie degli sconosciuti. Ma si può?
Alle volte ho la sensazione di invadere troppo la sfera personale dei lettori anobiiani perché la libreria di ciascuno di noi racconta parecchio ciò che siamo. Ma, in fondo, se abbiamo scelto Anobii, abbiamo anche scelto di svelare un pezzettino di noi.
Delle affinità me ne infischio. Sono le recensioni a mandarmi completamente fuori di testa. Più sbircio, più leggo recensioni, più aumenta la mia wish list. E, a rifletterci, è anche leggermente cambiato il mio metodo di scegliere e acquistare libri. Ovvio, i miei criteri di selezione sono rimasti, ma a questi si sono aggiunte le brevi recensioni di anobiiani a me cari. A volte per pura curiosità.  Altre, perché le recensioni sono così convincenti da farmi fortemente desiderare il tal libro.
Comunque, alla fine, ho scelto Correre di Jean Echenoz. Un gioiellino. 

giovedì 24 giugno 2010

Il giocatore

Finalmente ritornavo dopo un'assenza di due settimane. Già da tre giorni i nostri si trovavano a Roulettenburg. Pensavo di essere atteso con chi sa quale ansia, e invece mi sbagliavo. Il generale mi accolse con una disinvoltura eccessiva, mi parlò squadrandomi dall'alto in basso e mi mandò da sua sorella. Era evidente che da qualche parte erano riusciti a procurarsi del denaro. Ebbi addirittura l'impressione che il generale mi guardasse con un certo imbarazzo. Màrja Filìppovna, indaffaratissima, mi liquidò con poche parole; prese, però, il denaro, lo contò e ascoltò il mio rapporto.

È l’incipit de “Il giocatore”, romanzo breve di Fëdor Michajlovič Dostoevskij. Forse ci si potrebbe chiedere perché una che non ha ancora letto i Fratelli Karamazov, Delitto e castigo, i Demoni (e potrei andare avanti a lungo visto che è della bibliografia di Dostoevskij che stiamo parlando, mica di uno qualunque) e che di letteratura russa ne sa davvero poco, dovrebbe iniziare proprio dall’insana dipendenza di Aleksej Ivanovic per il casinò. Già, perché?
 “Il giocatore” mi riporta ad una villetta graziosa nelle campagne di Viterbo. È lì che abita la famiglia di Ilaria, compagna di studi universitari, mia testimone di nozze nonché una tra le più care amiche. Ilaria ed io ci siamo conosciute all’inizio del primo anno accademico, in una splendida giornata di ottobre dal cielo blu e l’aria tiepida. Iniziammo subito a parlare di libri e ancora non riusciamo a smettere. Ilaria tornava spesso a casa dei suoi genitori e ritornava a Siena sempre con un carico di libri. «Basta passare nella biblioteca di papà…» ripeteva. Quella biblioteca a strati, con in alto, nascosti, i volumi meno amati e poi, ben in vista, tutta la narrativa italiana, quella russa, quella francese, e la parte di linguistica io l’ho immaginata per tanto tempo.
In fondo in fondo, un po’ d’invidia per Ilaria la nutrivo.
I miei genitori sono eccezionali e hanno iniziato ad acquistare libri prima ancora che iniziassi a leggere perché, pur non avendo avuto un’istruzione universitaria, hanno sempre creduto nel valore della scuola e nel fatto che investire sulla cultura fosse una sorta di dovere morale per capire come va il mondo. Non ero ancora iscritta alla prima elementare e loro avevano già acquistato, a rate, la prima enciclopedia. Erano fermamente convinti del fatto che, se fossi stata una studentessa volenterosa, avrei dovuto avere tutti i mezzi per poter studiare.  Però non sono mai stati grandi lettori. La biblioteca a casa dei miei è nata per me e con me. Così, ho sempre sospirato di fronte all’immagine da racconto ottocentesco di Ilaria che la sera leggeva con il babbo, che curiosava tra i suoi libri e che gli chiedeva consigli di lettura.
Presto è iniziato uno scambio di libri e, ad un certo punto, a forza di sentir parlare di Bulgakov, Tolstoj e Dostoevskij, io che allora reputavo i classici russi una lettura da età matura, iniziai ad incuriosirmi.
Così, una domenica sera, di ritorno da Viterbo, Ilaria arrivò con un libricino della Biblioteca Universale Rizzoli, di quelli con copertina panna e dalle pagine un po’ ingiallite. «Babbo dice che potresti iniziare da “Il giocatore”, così tanto per vedere se ti piace l’atmosfera… Io non l’ho letto, ma se lo dice lui…». Lo iniziai ma l’abbandonai da lì a poco. In fondo, se un libro non ti chiama, inutile ostinarsi a cercarlo.

Non credo sia arrivata ancora l’età matura, ma ultimamente il richiamo dei classici è insistente. Purtroppo il babbo di Ilaria, un ometto dal sorriso gentile e la pipa tra i denti, non c’è più.
Avrei dovuto cercare quell’edizione lì, tra i banchetti dei libri a Trastevere. Però in questi giorni lontani dal romanticismo delle ore universitarie, ho optato per la soluzione spicciola e banale: l’edizione economica della Mondadori. Ciarlare sulla bravura di Dostoevskij è superfluo. Ho però il sospetto che “Il giocatore” segni l’inizio di una nuova era tra le mie letture.   

martedì 22 giugno 2010

Distrazioni

Alle volte sono presa dall’ansia di non essere più in grado di leggere. Giorno dopo giorno il mio livello d’attenzione cala. Ingoiato dal flusso continuo di notizie, dai post lunghissimi di alcuni blog, dai link che ti rimandano ad un altro articolo e poi ad un altro sito, dai reportage, spesso bellissimi ma pur sempre lunghissimi, della carta stampata.  Eppure, fino a qualche anno fa, riuscivo a leggere pagine e pagine senza la necessità di una pausa caffè. Oggi è come se avessi sempre bisogno di un’interruzione pubblicitaria. Con i libri è diverso; riesco ancora ad immergermi nelle parole; riesco ancora ad aprire un libro e ficcarmici dentro fin quando cose e persone non mi distolgono dal mondo in cui sto navigando. Ma se poi accendo il computer è finita. Saltello di qua e di là; trascorrono minuti e poi ore. Ed alla fine, la sensazione di non sapere cosa abbia fatto in tutto quel tempo.

È un mondo dispersivo, e sviluppare la capacità di selezionare è difficile. Poi, quando si riesce a spegnere tutto e a calarsi nel mondo reale ti chiedi perché tu non sia riuscito a farlo prima. Eppure decidere di staccare è quasi faticoso.     

martedì 8 giugno 2010

Tempi moderni

Domanda: ma come facevamo nel Paleolitico, leggi una quindicina di anni fa, senza Internet e il marasma d’informazioni nel quale annaspiamo quotidianamente?

Sono così abituata a cliccare sulla coda della mia Volpe e a trovarmi di fronte l’homepage del mio quotidiano preferito che neanche più realizzo quanto tutto ciò, fino a pochi anni fa, fosse semplicemente inimmaginabile. Do un’occhiata alle news, controllo la posta, passo per il mio blog, leggo qualche blog amico e poi, già che ci sono, inserisco su anobii il codice ISBN dell’ultimo libro poggiato sul comodino. Tutti click naturali, come preparare il caffè al mattino e prendere le chiavi prima di uscire di casa.

Lavoro su un progetto che richiede due nozioni sul mondo del giornalismo e le sue novità. Ho solo digitato “giornalismo crisi” sul Cerca con Google (o Gogol, come usa dire ultimamente) ed è venuta fuori una tesi scritta da una studentessa (ormai Dott.ssa) di un Corso di laurea specialistica in Editoria e Scrittura, diverse pagine di New journalism di Marco Pratellesi, presenti sia su Google libri che su Teca Libri, un articolo in pdf in merito alla crisi della carta stampata in Italia, firmato da Bartocci e pubblicato su il manifesto il 31 dicembre 2009, una nutrita bibliografia, un’aggiornata sitografia e tanto, tanto materiale.
Ma prima come facevamo?

martedì 1 giugno 2010

VIA!


Chiara sostiene che non siamo poi così tanti. A me sembriamo moltissimi. E poi non credevo potesse esserci una tal ressa; la signora in giallo che mi calpesta il piede sinistro senza alcun riguardo mentre a destra uno spilungone mi dà una spallata senza neppure rendersene conto. Tutti ad attendere il VIA. Quasi mi manca l’aria. Ho mal di stomaco. Sarà la tensione della prima gara.

«Ma tu partecipi pure a quella di Cori?», chiede un signore tutto abbronzato a una signora biondina, trendissima, dal capello corto e un tatuaggio blu, astratto molto astratto, sulla spalla.
«No! Troppe salite! Mi vuoi veder morta? Magari un’altra campestre…»
Ancora dobbiamo partire e loro, gli irriducibili, sono già lì a progettare la prossima gara.
Lo sparo della partenza mi coglie quasi di sorpresa. Mi lascio spostare dalla folla in movimento. Solo dopo i primi metri trovo un po’ di spazio. Ma sono ancora barcollante e disorientata. Chiara, che m’ha spronato nell’iniziare quest’avventura, mi rassicura: «Oggi Non sono in gran forma. Quando hai trovato il tuo ritmo, va pure avanti».
Basta controllare il respiro, non lasciarsi prendere dalla foga di voler dare il massimo subito e lasciar volare la mente. In fondo 8 Km e un boccone li posso gestire. L’importante è non arenarsi.
Non sono abituata a correre sullo sterrato: terra, erba secca, buche, dislivelli. Però che meraviglia tutt’intorno. Il cielo è velato; un caldo afoso tipico delle zone paludose, tanto verde e il vociare della natura. A ben pensarci, non potevo scegliere luogo migliore per passare dal jogging alla corsa agonistica.
Corriamo in un luogo splendido, seguendo un percorso che si snoda all’interno dell’Oasi di Ninfa, a Latina, con la fantasia che va alla famiglia Caetani e al castello del borgo medievale di Sermoneta, che improvvisamente mi vien voglia di visitare. Una tranquillità infinita. Un’oasi, appunto.
Mi stacco dal gruppo degli ultimi, avanzo senza però esagerare con la velocità, e finalmente inizio a divertirmi. È quasi come correre da soli, godendosi i suoni nuovi di un luogo sconosciuto, senza farsi troppo prendere dall’ansia della gara. Il quarto, il quinto, il sesto chilometro… posso farcela, posso accelerare. Adesso sì che mi lascio prendere dalla competizione e inizio a superare altri corridori.
«Dai che dietro la curva c’è il traguardo. Dietro la curva però…» E quasi quasi ti spiace non avere accelerato prima, ché la gara sta per terminare e magari avresti potuto fare meglio. Potrei quasi continuare a correre, in fondo non sono così stanca. Il signor valigiesogni è lì, ad immortalare il momento.
«Ma guarda che sei stata bravissima. Giuro! C’hai impiegato pochissimo tempo»; è quasi più contento di me. A leggere la classifica finale, c’è da dire che il signor valigiesogni si è proprio fatto prender dall’entusiasmo perché sono andata bene ma non così bene. Ma è la mia prima gara e non posso che essere soddisfatta. E poi l’obiettivo era arrivare fino alla fine di corsa, divertendomi. Obiettivo raggiunto.
E questo è solo l’inizio… 

venerdì 21 maggio 2010

Camminatori

Tra i maggiori operatori italiani nei servizi di pubblica utilità, Acea è un Gruppo industriale concentrato sul consolidamento e la valorizzazione delle due attività principali, energia e acqua. Nel 1992 Acea si trasforma da Azienda municipalizzata in Azienda Speciale. 
Dal 1° gennaio 1998 diventa Società per Azioni. 
Quotata in Borsa dal 1999, si occupa della gestione di servizi energetici, ambientali e idrici: produzione, vendita e distribuzione di energia, sviluppo di fonti rinnovabili, smaltimento e valorizzazione energetica dei rifiuti, illuminazione pubblica e artistica, servizio idrico integrato (acquedotto, fognatura e depurazione).
2001: il Gruppo Acea acquisisce da Enel il ramo di distribuzione di energia elettrica nell'area metropolitana di Roma. Acea Distribuzione diviene così il secondo operatore di distribuzione di energia elettrica.

Fino a poche settimane fa, per me Acea altro non era che un simboletto su una bolletta da pagare. Poi, mi è capitato di varcare la soglia della sede centrale per una collaborazione "esterna" e dinanzi a me si è aperto un mondo magico. Intenta a svolgere un lavoro noioso come pochi altri, vengo catturata dalla discussione del giorno: risolvere l’annosa questione del perché il responsabile dei camminatori non risponda al telefono. Ohibò, e chi l’avrebbe mai detto che in Acea potesse esserci una comitiva di sportivi appassionati al punto tale da creare un club di camminatori? E già mi vedo di fronte questo club di trekking nato nei meandri di un’azienda di pubblica utilità in cui, diciamocela tutta, l’attività lavorativa non sembra essere delle più pressanti. Sì, va be’, ma perché si scaldano tanto con ‘sta storia dei camminatori che non fanno il loro lavoro? Nella mia ingenuità di persona che ha sempre lavorato nel privato, scopro che dicesi camminatore colui che viene pagato per portare, buste, fogli di carta, documenti, dall’ufficio A all’ufficio B. Penso ai portalettere dei film americani, giovani e aitanti, che girano con i loro carrellini tra una scrivania e l’altra e l’immagine cozza subito con la figura della signora cicciottella che si trascina da una stanza all’altra e che viene additata come una di quelle che «No, no; non fa neppure metà del suo lavoro». E chi si sta lamentando, stizzita, mi guarda e osserva: «Ma io non ci penso proprio ad alzarmi e ad andare in segreteria a prendere questi documenti che ho richiesto! Non è mica compito mio!».
Abbasso lo sguardo e torno al mio lavoro. Devo terminarlo al più presto e uscire da lì prima che orchi e draghi si materializzino davanti alla scrivania. Ma il mio sguardo perplesso non sfugge all’attenzione della persona con cui sto collaborando.
«Per chi lavora qui da anni, il passaggio dal pubblico al privato deve ancora arrivare. Degli addetti al verde non te ne hanno ancora parlato?»
Non ho visto giardini, aiuole o nulla che possa far pensare alla necessità di diversi giardinieri.
«No, no; non parlo di giardinieri ma di addetti al verde, figura fondamentale che vaga nei corridoi per dare acqua alle tre piante che ravvivano l’ambiente… E se ne avessi bisogno, due stanze più in là c’è un cappellano, sempre pronto ad ascoltare tutti i tuoi peccati». Perdindirindina!
Dopo un po’ prendo il mio Pc e mi sposto altrove. Camminando, lo sguardo mi cade sulla targhetta “Cappellano”. C’è davvero.
Riprendo il mio lavoro ma, stavolta, a distrarmi non sono voci di corridoio o discussioni accese ma un suono, lungo, profondo… È come se qualcuno, al di là di quella porta, stesse russando. Mi guardo intorno imbarazzata. Nessuno sembra farci caso. Eppure sì: è proprio qualcuno che russa.
Ore 11.35: un signore in giacca blu e cravatta a righine grigie esce da quella stanza stropicciandosi gli occhi. Guarda un collega e: «Ahò, ‘nnamoce  a fa’ un caffè va!». E io ancora non riesco a togliermi quella stupida espressione stupita dalla faccia. Il pomeriggio i corridoi sono per lo più vuoti: sembra che non sia salutare lavorare dopo le 14.00.
Io non sono di quelle che vivono per lavorare però un minimo di ritegno!

Torno a casa. Accendo la radio. “Il ministro dell'Economia Tremonti, stretto dall'esigenza di far quadrare il bilancio, non ha esitato ad affermare che la crisi è peggiore di quello che si pensa. Intanto il clima di austerity comincia a fare le prime vittime tra i settori del pubblico impiego considerati i più privilegiati…”
Generalizzare non serve a nulla. La pubblica amministrazione non è il diavolo, così come non lo sono i dipendenti pubblici. Però sarebbe bello vivere in un Paese in cui i concorsi nella p.a. si vincessero solo per merito, un Paese in cui non si debba attendere giorni per ricevere un certificato o per avere un chiarimento da un ufficio pubblico; un Paese in cui ciascuno ha i suoi compiti e li svolge al meglio, poco importa che si parli di pubblico impiego o privato. Un Paese normale, ecco.

mercoledì 5 maggio 2010

Istinti

Un altro giorno di pioggia. Metti di uscire all’alba per non far tardi a una riunione apparentemente importante.  Metti che, scesa dall’autobus, inizi a piovere e che si alzi un vento di quelli che uccidono il tuo ombrellino usato solo due volte. Metti che arrivi in ufficio e non c’è un cane perché son rimasti tutti bloccati in qualche punto della città. Metti poi che la riunione tanto importante salti. E metti che, mentre sei lì, davanti alla macchina del caffè, ancora fradicia, qualcuno ti chieda il perché di tanto malumore…
Ogni tanto bisognerebbe ascoltare l’istinto, spegnere la sveglia e girarsi dall’altro lato. Ma chi ha inventato il senso del dovere?

E comunque non è giusto...

E comunque non è giusto perché il weekend neppure lo hai sentito bussare alla porta ed è già lunedì.
Ti ritrovi di nuovo alla tua scrivania, un monitor di fronte e gli occhi che tornano al signor valigiesogni che prepara i ravioli di Giovanni Rana. Quelli con ricotta, spinaci ed erbette. Forse li sanno cucinare tutti ma il signor valigiesogni li fa particolarmente buoni, con sughetto di pomodoro fresco e mozzarella. E poi Revolutionary road, anche se il libro è più bello del film, ma questo lo sanno tutti. Sul letto una ciotola di frutta tagliata a pezzettoni, anche se fuori piove e sembra tanto una domenica uggiosa; una di quelle in cui non si può che esser malinconici.
Ma, chissà perché, non lo siamo affatto. E niente è più dolce di una domenica così.
E comunque non è giusto che sia già lunedì.

sabato 24 aprile 2010

Barcellona

Non sono mai stata particolarmente attratta dalla Spagna. I sogni racchiusi nella mia valigia spaziano da San Pietroburgo all’Australia passando per alcuni paesi dell’America Latina, perché sarebbe un po’ triste morire senza aver visto Machu Picchu, senza aver mai fatto un salto in Messico o in Argentina. Qui però si parla lo spagnolo, va be’, magari non proprio il castigliano, però è dallo spagnolo che bisogna partire. Poi, vuoi mettere il piacere di leggere la letteratura latinoamericana in lingua originale piuttosto che doversi rifugiare sempre nelle traduzioni? Insomma, per una miriade di ragioni diverse, qualche mese fa mi sono iscritta a un corso di spagnolo, il che non giustifica tanto la mia visita a Barcellona dove in verità si parla il catalano. Però avevo pochissimi giorni a disposizione, un po’ di curiosità per quel genio di Gaudì, avevo appena letto La Piazza del Diamante (ambientato per l’appunto a Barcellona) e, per dirla tutta, non avevamo moltissimi soldi. Mescola gli ingredienti e ottieni el destino del viaggio.





Barcellona me l’ero immaginata diversa: una città moderna, caotica, tutta movida e locali notturni. Invece ho trovato un luogo in cui il passato convive con la modernità, una città festaiola in cui però è ancora possibile trovare qualche angolo di pace e splendidi vicoli stranamente dimenticati dallo sconsiderato numero di turisti che gironzola in ogni dove. È anche vero che Pasqua (così come Natale, Ferragosto e ponti vari) non è il momento migliore per partire: non potevo certo pretendere che fossimo i soli italiani in giro; però neppure pensavo di incrociare così tanti connazionali. Sembrava di camminare per le vie di Roma!
 Arriviamo a Barcellona nel bel mezzo della processione del Venerdì Santo. Poca cosa rispetto alle tradizioni delle altre città del sud della Spagna, ci spiegano. Ma a me fa comunque un certo effetto guardare le bambine vestite a lutto che precedono la statua della Madonna con il Cristo morto tra le braccia. Evento più turistico che religioso, visto il numero di flash che lampeggiano, i bandisti che smettono di suonare e quasi si mettono in posa, le signore che sfoggiano un sorriso da pubblicità Durbans “che denti!”.
 Affrontiamo subito La Rambla, ampio viale pedonale costeggiato da ristoranti e negozi, sgomitando tra i turisti accalcati di fronte agli artisti di strada, più fantasiosi rispetto a quelli di Piazza Navona. A Roma siano abituati all’uomo-statua, quello che non fa un movimento neppure se gli si fa solletico sotto la pianta del piede. Qui no. Le statue viventi non parlano ma gesticolano, lanciano messaggi con lo sguardo, sono tutti variopinti, mimano interpretando personaggi diversi. Però continuo a non capire perché i turisti restino ipnotizzati di fronte a tali performance.
 Ce la prendiamo comoda e imbocchiamo la via del mare tra bancarelle di cianfrusaglie e artigianato locale, il profumo dolciastro dello zucchero filato e delle mandorle glassate. E il nostro pomeriggio vola via in quella condizione senza tempo di chi sa di non aver bisogno dell’orologio e di potersi lasciar andare. 

Nei giorni successivi, però, inspiegabilmente mi lascio prendere dalla foga di vedere tutto, di massimizzare i tempi, di non poter perdere nulla di ciò che avevo progettato di visitare. Una sensazione strana, mai provata in precedenza. Io che generalmente finisco per caso nei luoghi da visitare, io che preferisco smarrirmi tra le vie, fermarmi a leggere negli angoli più incantevoli, curiosare nei negozi, scribacchiare un po’ ovunque, mi trasformo nella visitatrice-turista che deve divorare tutto senza gustare nulla.
 Ancora non capisco cosa diamine mi sia preso ma è andata a finire che, dal secondo giorno in poi, Barcellona l’ho vissuta a metà. Ho camminato tanto, ho visto tanto, non ho né scritto né letto nulla e ho come la sensazione di essermi lasciata sfuggire i momenti più magici, quelli che le parole non possono raccontare. Ho acchiappato tante cose ma ho perso il piacere della scoperta. Boh!

 Ciò che più m’ha encantado è stata La Sagrada Família e l’esterno (non sono entrata) di Casa Battlò. Banale, lo so. Ma la Sagrada Família non può lasciarti indifferente: troppo maestosa, troppo studiata per non farti restare senza fiato. Ma forse, più di tutto, m’ha colpito quel tipo stravagante, pazzo ma geniale di Gaudì. Non sono un’esperta né d’arte né di architettura: mi limito a guardare e cercare di capire perché le opere siano state progettate e costruite in un determinato modo. E confesso che, in questo caso, se non avessi avuto l’audioguida, non avrei capito granché.
 Quest’idea che in natura non esistano linee dritte ma solo curve, il fatto di ricreare ambienti che ricordino il paesaggio che ci circonda, essere in una chiesa e sentirsi in un bosco: troppo affascinante per non lasciarsi incuriosire dalla filosofia di Gaudì.
 Le tinte tenui della facciata di Casa Battló mi hanno trasportato altrove. Nel mondo delle favole, lì dove i folletti si rincorrono tra loro, svolazzando nei prati verdi tra mille fiorellini colorati. Poi La Pedrera (o Casa Milà, dal nome dell’uomo d’affari che ne fu il committente), con la facciata di pietra e il terrazzo sinuoso, una creatura curvilinea. Tutto troppo strano, troppo lontano dalla classicità per poter impressionare il signor valigiesogni che, anzi, impressionato lo era, ma non proprio in senso positivo, ecco.

L’unico posto in cui non tornerei è la Fundació Joan Miró, “abbagliante tempio dell’arte dedicato a una delle stelle del firmamento artistico del Novecento”, recitava la guida. Io non sono un’integralista convinta della bellezza del solo classicismo (posizione da cui non si scosta di un millimetro il signor valigiesogni), ma certe opere erano troppo surreali, e anche un po’ surrealiste, per i miei gusti.


Meravigliosi, invece, la Catedral, il Museu d’historia de la ciutat, Palau Güell, l’Esglesia de Santa Maria del Mar, il Parc del la ciutadella, il Castell de Montjuϊc. Forse ho davvero voluto vedere troppo in troppo poco tempo.
 E poi c’erano i mercati: un tripudio di frutta fresca, pesce, frutta secca, pane, carne e un’accozzaglia di turisti pronti a scattar foto, noncuranti delle maledizioni scagliate dai poveri barcellonesi che cercavano d’acquistar quello che sarebbe diventato il loro pranzo pasquale. O, forse, è questo, la marea di turisti, ad avermi snervato e ad avermi fatto perdere la curiosità verso una città che meritava d’esser scoperta con più cuore e meno testa.
Perché poi, quando ci siamo trovati tra i vicoli di El Raval, in un’allegra pulperia, circondati da barcellonesi, crogiolandoci tra polpi, cannolicchi e frutti di mare, ottimi e a poco prezzo, lontani dal frastuono dei turisti e dalle code dei locali chic dell’Eixample (quartiere borghese, il più lussuoso della città), la serata c’è sembrata più bella. Solo che era il nostro ultimo giorno e allora ho pensato che a Barcellona ci tornerei volentieri, ma in modo diverso. Che non farei la fila per mangiare tapas nei locali imperdibili (dove, tra l’altro, il servizio era pessimo e affatto gentile), che eviterei i quartieri più blasonati e le vie più menzionate dalle guide. Vorrei tornare a Barcellona per vedere qualche altro museo (perché ce ne sono proprio tanti), vorrei perdermi alla ricerca di Plaça del Diamant (dove, alla fine, non sono andata), vorrei gustare di nuovo dei piatti semplici ma deliziosi nei localini meno noti, dove i titolari sono simpatici e accoglienti e, beh!, una cosa chiccosa vorrei proprio farla: spendere un po’ di soldi per un qualche spettacolo nel Palau della Música Catalana, edificio dalla facciata spettacolare. Che bello dev’essere l’interno!

Barcellona è alle spalle, siamo di nuovo immersi nel caos di tutti i giorni e una vocina dentro di me mormora che anche qui dovrei gustarmi di più alcuni momenti e non lasciarmi intrappolare dalla vita vissuta in velocità, quella che spazza via tutto e lascia un senso di vuoto la sera, quando ti stropicci gli occhi. Solo che quella voce spesso resta inascoltata e questo mi urta un po’…