martedì 3 settembre 2019

A piedi tra i laghi del Salisburghese - St. Wolfgang, St. Gilgen e l'acqua azzurra del Wolfgangsee



Sostiene il coniuge che sia diventata lagodipendente. Il coniuge esagera, anche se tocca ammettere che, dall’ultimo trasloco, tra allenamenti, passeggiate, pause di riflessione e vacanze, finisco per prediligere sempre le rive di un lago.
Per dirla tutta, l’idea di camminare tra le miniere di sale e i laghi del Salzkammergut è stata del coniuge. Le minacce della scorsa estate (Basta con le vacanze insieme! Dal prossimo anno ognuno parte per conto proprio), l’hanno indotto a valutare l’opzione hiking e a mettere da parte le ciclabili. Ma forse la scelta dei laghetti del salisburghese, circondati da straordinari percorsi ciclabili, è stato solo un modo subdolo per strapparmi un Sento un po’ la mancanza della bici. Sai quanti altri borghi avremmo potuto visitare pedalando? Quel furbastro del coniuge, senza troppi sforzi, è riuscito a farmi dire ciò che, fino a qualche anno fa, da camminatrice indefessa, mai avrei immaginato di poter pronunciare.       
L’idea era quella di coniugare camminate nel verde, non troppo impegnative, con la visita di zone affascinanti ma non affollate (obiettivo arduo se si parte nella settimana di Ferragosto). E questo viaggetto sembrava perfetto.
Inizio in salita: Italo si ferma dopo 10 minuti dalla partenza per un guasto sulla linea. Le infrastrutture non sono il punto forte del nostro Paese. Perdiamo la coincidenza per Innsbruck e buona parte del pomeriggio. Ma leggiamo parecchio.
Innsbruck - foto del coniuge
Il tratto Verona – Innsbruck è splendido anche in treno; tanto verde da dimenticare i ritardi e l’afa romana. Arrivati in Tirolo, il coniuge estrae con un sorriso la felpetta dallo zaino. Talvolta basta un venticello per sentirti felice.
Gli imprevisti casalinghi e le grane lavorative sono già lontanissimi.



Sankt Wolfgang è una cittadina calda e allegra sulle rive del lago Wolfgangsee, in Alta Austria. C’è un’atmosfera rilassata; i caffè sono affollati ma non rumorosi; gli austriaci si godono il cielo azzurro, la temperatura piacevole e una birra. Noi girelliamo tra le viuzze che si affacciano sul lago; sbirciamo nei capanni sull’acqua, uno vicino all’altro, una sorta di palafitte piuttosto animate in questo sabato d’agosto. Qualcuno sta organizzando una festicciola, qualcun altro è sdraiato con un libro in mano, i più utilizzano gli spazi esterni di queste casupole sull’acqua come trampolino e approdo dopo una nuotata.          


Il traghetto fa la spola tra i vari borghi che si affacciano sul Wolfgangsee, caricando e scaricando turisti. La maggior parte di loro si ferma un paio di ore, acquista un souvenir e riparte. All’improvviso iniziamo a sentire il suono di una cornamusa. E non te l’aspetti qui, tra i vicoli di un paesello sulle rive di un lago del salisburghese. 

La musica proviene dalla piazzetta antistante la Pffarkirche, la chiesa del Pellegrino. In un altro momento, ci entreresti per ammirare l’altare di Michael Pacher, o resteresti lì fuori a guardar il lago, o ti ci fermeresti per riempire la borraccia, approfittando della fontana all’esterno della chiesa. Oggi no.
Guardi stupita l’uomo in kilt che suona da un pezzo, aspettando che gli sposi e il nutrito gruppo d’invitati, elegantemente abbigliati, escano dalla cappella per poi dirigersi tutti insieme, a suon di musica, sul molo. 
Cappellini e velette, tacchi alti, accento scozzese, salgono sull’imbarcazione che li porterà a festeggiare le nozze in qualche altro borgo sul Wolfgangsee. La cornamusa è lontana e a Sankt Wolfgang è tornata la pace.

St. Wolfgang deve il nome all’omonimo santo, monaco cristiano e vescovo tedesco del X secolo. Narra la leggenda che nel periodo del suo eremitaggio, il monaco visse nell’area di St. Wolfgang, intorno all’anno 980, esattamente lungo il sentiero che collega Sankt Wolfgang a Sankt Gilgen. Un bel percorso che sa di ciclamini. Non sentivo un profumo così intenso dai tempi in cui vagavo per i boschi del mio paesello in cerca di gnomi e folletti.
Strada facendo si arriva al piccolo eremo dove, pare, vivesse il santo. Obbligatorio visitare la chiesetta, esprimere un desiderio e suonare la campanella tre volte (per sicurezza facciamo quattro), sperando si realizzi presto.
I punti panoramici che affacciano sul lago sono straordinari. E poi c’è un tale silenzio! Quiete e camminatori silenziosi anche dopo aver lasciato il sentiero dei pellegrini; scendiamo verso il lago avvicinandoci alla baia di Fürberg. Acqua limpida, clima mite, tanto verde; le panchine lungo il percorso ricordano i numerosi artisti che scelsero St. Gilgen e il Wolfgangsee come luogo di ritiro in cui scrivere e comporre. Se potessi, mi ci ritirerei anch’io.
L’atmosfera diventa più vivace quando raggiungiamo il molo di St. Gilgen, il paradiso degli sport acquatici. Canoa, windsurf, sci nautico, barca a vela… non sembra neppure di essere sulle rive di un lago. Qui nacque la mamma di Mozart e la cittadina sfrutta, a distanza di anni, il celebre compositore. Ma Amadeus snobbava Salisburgo, figuriamoci St. Gilgen. Sembra che non vi mise mai piede. Vi visse, invece, sua sorella, Nannerl ed è possibile visitare il piccolo museo dedicato ai Mozart o sedersi in riva al lago, prendere la mappa e decidere cosa fare l’indomani.  

St. Gilgen - Capretta immortalata dalla Baba 

giovedì 15 agosto 2019

La simmetria dei desideri


In principio fu Marilena. Erano i lontani tempi del Neri Pozza bookclub e serpeggiavano i primi malumori sulla gestione poco chiara del gruppo da parte della casa editrice. Eravamo al baretto e manifestavamo le nostre perplessità. Qualcuno già pensava di abbandonare il gruppo e di non acquistare più alcun libro della casa editrice come forma di protesta permanente. “Però i tipi di Neri Pozza mi hanno pubblicato La simmetria dei desideri di Eshkol Nevo e io gli voglio bene lo stesso”. Disse proprio così Marilena. Lapidaria. Il tipico sbrilluccichio negli occhi della donna innamorata. Però Marilena è una che s’innamora spesso e i nostri gusti son diversi. Poteva essere un’infatuazione passeggera.  
Poi fu la volta di Amanda, e Amanda non è una che racconta tutte le sue letture. Se scrive d’aver letto un bel romanzo o, come in questo caso, se scrive d’aver letto più d’un bel romanzo dello stesso autore, significa che siamo oltre la passiuncella. Dal secondo post di Amanda al prestito bibliotecario è stato un attimo.

Copia della biblioteca di Rocca Priora
Tutto ha inizio durante la finale dei Mondiali di calcio del ’98, anche se la storia che ci racconta Yuval non ha un vero inizio. Comunque, quattro amici non ancora trentenni s’incontrano per vedere la partita a casa di Amichai, il più assennato del gruppo, quello già sposato, con prole, che vive al centro di Tel Aviv.
Meno male che ci son i Mondiali, così il tempo non diventa un blocco unico e ogni quattro anni ci si può fermare a vedere cos’è cambiato, osserva Yuval.
Sarà capitato anche a voi, no, a chiacchiera con gli amici di sempre, quelli fidati, quelli con cui s’è condiviso tanto, di passare dalla rassegna delle cose fatte insieme al “chissà dove saremo l’anno prossimo a quest’ora”. Ecco, i quattro amici di Haifa, non ancora trentenni, dopo l’ultima partita dei Mondiali del ‘98 appuntano su un fogliettino tre desideri che vorrebbero veder realizzare nell’arco dei quattro anni successivi. I biglietti verranno aperti e letti solo ai Mondiali del 2002. La proposta entusiasma persino Eliana la piagnona, lei che non s’è entusiasmata neanche per il suo matrimonio. Poi, il primo dei tre desideri viene letto seduta stante, però ne restano ancora due.
Potrebbe sembrare solo un gioco eppure ha la sua importanza, non solo per Amichai, che ha proposto l’idea dei bigliettini (sebbene il creativo del gruppo sia Ofir), ma anche per Churcill, il più spavaldo, l’avvocato con lode, e per Yuval, il narratore, l’anima sensibile del quartetto.
Sono fatti così i ragazzi di Haifa. Cioè, scusa, che vorresti dire?

     Be', eccoti la definizione: v'importa l'uno dell'altro. È una cosa un po' antiquata, sai? Oggi non c'è nessuno a cui importa davvero di qualcosa. A parte il danaro.
Dai, questa è una generalizzazione bella e buona. Anche a Gerusalemme c'è qualche persona a cui importa.
Succede solo a quelli di Haifa. Anzi, sai cosa ti dico? In realtà siete solo voi quattro. Il mondo intorno a voi diventa sempre più cinico e violento, e voi mantenete in piedi questa vostra comitiva, in cui v'importa l'uno dell'altro.
Ma questa è proprio la definizione dell'amicizia, no? Un’oasi che ci permette di dimenticare il deserto... o ... una zattera le cui assi si tengono unite. O ... un piccolo staterello circondato dai nemici. Non credi?
Non ne ho idea, ha risposto Yaara. Lo sai che non ho mai avuto amici.
Haifa, Monte Carmelo - Tempio Baha'ì

C’è anche Israele in questo romanzo sull’amicizia: Tel Aviv, una città in cui in piena notte ti può capitare di assistere alla cerimonia dell’hennè; ci sono le terrazze Bahá'ì sul Monte Carmelo; c’è l’Intifada (la prima e la seconda). Ma c’è soprattutto l’amicizia.
Un bel libro. Marilena e Amanda avevano ragione.   

Eshkol Nevo, La simmetria dei desideri (traduzione dall'ebraico di Ofra Bannet e Raffaella Scardi), prima edizione Neri Pozza, 2010. Edizioni successive Beat, Biblioteca Editori Associati di Tascabili. 



martedì 13 agosto 2019

Solo bagaglio a mano


L’altro pomeriggio, mentre guidavo, mi è capitato di ascoltare un’intervista a Paolo Conte, non il cantautore bensì il planetarista e comunicatore scientifico. A poche ore dalla notte di San Lorenzo, Paolo Conte parlava dei cacciatori di meteoriti. Eh già, pare che dagli anni Novanta, parallelamente ai ricercatori scientifici, sia nata la figura del cacciatore di meteoriti free lance; gente che, con un equipaggiamento minimo, si dirige verso il deserto del Sahara (e non solo) alla ricerca di meteoriti, per poi venderle a collezionisti privati e istituzioni museali. Ho scoperto che nel mondo c’è un'umanità variegata disposta ad acquistare una fetta di meteorite (ebbene sì: vengono affettate) e spendere fino a 20mila dollari al grammo per avere un frammento di Luna o di Marte (le più pregiate. Quindi, se vi capita di acquistare una fetta di meteorite, che so io, un paio di etti, a 4/5 mila dollari, non avete fatto un affare ma, come direbbero da queste parti, avete preso una sola, pronunciato con una bella o aperta).
Nantan Meteorite - Oxford University Museum of Natural History
La collezione di meteoriti non è contemplata da Gabriele Romagnoli tra le cose futili che soffocano la nostra esistenza e che ci ossessionano fino a quando non riusciamo a possederle. E se io mi fustigo periodicamente per la mia incapacità di gettare quella maglietta (però, dai, non è così rovinata, posso ancora usarla quando sono a casa), di smetterla d’acquistar libri, di eliminare la tazza sbreccata (ti ricordi che weekend fantastico quando la comprammo?!) … almeno non ho il pensiero di dove collocare la collezione di meteoriti.
Copia della Biblioteca di Ciampino
Anelo alla leggerezza, soprattutto quando si avvicina il momento di preparare lo zaino per un breve viaggio. Eppure, il bagaglio è sempre troppo pesante rispetto alle effettive esigenze. Ultimamente mi sembra che anche la quotidianità si sia appesantita più del dovuto; ma non è facile liberarsi della zavorra. Non ci riuscirò neppure dopo aver letto Solo bagaglio a mano di Gabriele Romagnoli (edito da Feltrinelli), però non credo fosse intenzione dell’autore scrivere un manuale di self-help, né avere l’arroganza di spiegare l’arte di star al mondo per vivere felici. 
Gabriele Romagnoli è uno che ha viaggiato e viaggia molto, che ha abitato in quattro continenti e vissuto in città impegnative come Beirut o Il Cairo.
Traslocare dall’Egitto al Libano solo per avere una diversa prospettiva del Medio Oriente: sicuro che serva a qualcosa? Un cacciavite elettrico serve. Un milione di euro serve, non spostarsi da un luogo ad un altro senza una ragione concreta. Epperò, l’idea di vivere una vita senza appesantirci, senza illuderci; l’idea di scegliere la libertà, di consumare il necessario, di saper perdere cose, di non lasciarsi bloccare dal passato, di osare… non può che affascinarmi. Senza elogiare il pauperismo (come afferma lo stesso Romagnoli), né mitizzare la decrescita o la bellezza del sacrificio. Tutt’altro. Non possedere non equivale ad essere poveri.
È bravo Romagnoli nel toccare i punti deboli dell’uomo contemporaneo (specie se sei già in crisi di tuo), e anche se a tratti appare un po’ banale e non nascondo ci sia qualche frase retorica, è piacevole leggere alcuni aneddoti di viaggio e appuntare titoli per nuove scorribande in biblioteca.
Nel mentre, vado a disfarmi delle magliette che non indosso più. Forse.

martedì 6 agosto 2019

Gli inquilini, Bernard Malamud


Se quella sera Fabietto non fosse arrivato a casa con ben tre regali, non credo avrei letto Gli inquilini. Non subito almeno. Penso che, alla prima occasione utile, avrei acquistato L’uomo di Kiev e suppongo sarebbe rimasto impilato tra i libri da leggere per un paio d’anni, cosa che accade con una certa frequenza ormai. 
Invece, quella sera, prima ancora che leggessi Il commesso, Fabio era arrivato con Gli inquilini dicendo che era un libro bellissimo, che l’aveva catturato beh molto più del commesso, perché qui si parla di scrittura. È intenso, affascinante, diverso; siamo noi e il nostro rapporto con la letteratura.
Non è Bernard Malamud, mi son detta dopo il primo capitolo. Non può essere lo stesso scrittore che mi ha presentato Morris Bober. Lo stile è senza fronzoli, l’atmosfera è cupa ma la voce è diversa, più potente, disperata, senza pietà.
Sono qui, a New York, all’angolo tra la Trentunesima Strada e la Terza Avenue e guardo questo palazzo fatiscente che attende d’esser demolito: un edificio di mattoni sbiaditi, costruito all’inizio del 900, in cui hanno abitato almeno 35 famiglie prima di raggiungere un compromesso con il proprietario, il signor Levenspiel. La maggior parte degli inquilini ha incassato la liquidazione ed è andata via. Harry Lesser no. Gli altri edifici si sgretolano intorno a lui ma Harry non demorde. Bianco, ebreo, scapolo, 36 anni di cui dieci trascorsi cercando di scrivere il capolavoro della vita, il romanzo che lo riscatterà dall’ultima disastrosa pubblicazione. È uno scrittore di professione, un abitudinario: quello che sarà il suo grande capolavoro è stato concepito in quest’appartamento al sesto piano ed è qui che verrà finito. Non c’è dubbio.
La casa è dov’è il mio libro.
Poi, un mattino presto, il silenzio del palazzo viene interrotto dal ticchettio di una vecchia macchina da scrivere.
Il deserto corridoio era deserto.
Si sforzò di ascoltare, e sebbene ascoltasse per non udire, udì lo smorzato ticchettio di una macchina da scrivere, inconfondibile. Gli parve, nonostante la familiarità di quel rumore, di sentirlo per la prima volta in vita sua, sensazione non scevra da un’invidia competitiva. Lui stava da tanto tempo sopra un unico libro – qui c’era forse qualcuno che ne scriveva un altro?
Già, Willie Spearmint, afroamericano, giovane, barbetta a punta, labbra sensuali, occhi gonfi per la concentrazione, niente affatto brutto.
Batte su quella macchina da scrivere come un forsennato; ha bisogno di un luogo in cui rifugiarsi per scrivere il suo primo libro e quel sesto piano di un palazzo fatiscente è il luogo perfetto.
L’inquilino abusivo contro l’inquilino irriducibile.
Per Willie, il bardo della negritudine, la vera arte è la rivoluzione. Pagine che traboccano di contenuto ma prive di forma. Harry, invece, è ossessionato dalla forma, il suo è un continuo lavoro di riscrittura. Forma, forma, forma ma la sostanza sembra scivolar via. Scrive dell’amore senza saper neppure cosa sia.
Malamud contro Malamud, la disciplina contro l’istinto, la scrittura per sopportare la vita contro la scrittura per imporsi nella vita. E, da ultimo, la scrittura che ha il sopravvento sulla vita.


Fabietto aveva ragione: un libro affascinante, non so dire se più bello o più coinvolgente del commesso. Diverso. A tratti irritante, a tratti fuffa, a tratti incomprensibile, a tratti vorresti prendere l’inquilino irriducibile, fargli accettare quella buonuscita e sbatterlo una volta per tutte fuori da quel palazzo. Ma poi chiudi il libro e resti a rimuginare sulla parola pietà.

Bernard Malamud, Gli inquilini (The Tenants), traduzione di Floriana Bossi, minimum fax. 

venerdì 12 luglio 2019

Bernard Malamud e le cose da poco


Era un sabato di settembre del 2016, era il mio primo festival della letteratura di Mantova ed io mi aggiravo tra i banchetti dei libri usati, più per riflettere su quanto ascoltato che per acquistare libri. Mi colpì questa copia apparentemente mai sfogliata, foderata con cura (c’è ancora qualcuno che fodera i libri?) de Il commesso di Bernard Malamud. 5 euro.
Di Bernard Malamud, scrittore ebreo americano, premio Pulitzer nel 1967, non sapevo granché; da qualche anno Minimum fax aveva iniziato a ripubblicarlo in Italia e, più di recente, i Meridiani Mondadori avevano dedicato due volumi ai romanzi e ai racconti dello scrittore; ricordavo d’aver letto un articolo interessante di Luca Briasco e uno dell’americanista Paolo Simonetti che mi avevano incuriosito. Abbastanza per tirar fuori i miei 5 euro e infilare il libro nello zaino.
Il commesso ha subito un paio di traslochi prima di essere impilato nella sezione “da leggere” della mia attuale libreria, per poi finire nella programmazione delle letture da condividere con il gruppo di lettura della biblioteca. Quando l’ho proposto, il mese scorso, m’aspettavo che qualcuno dicesse “sarà una rilettura”. Invece non lo conosceva nessuno.


L’altra sera sono entrata nella bottega di Morris Bober; lui era nel retrobottega, probabilmente stavo sfogliando un giornale. Il Forward, potrei giurarci. O forse un giornale yiddish del giorno prima. Ho salutato senza alzar troppo il tono della voce; il bancone consunto, la luce fioca, il silenzio mi fanno sempre temere che il mio ingresso sia un elemento di disturbo più che una fonte di guadagno. Ho sentito il cigolio del divano e il grembiule di Morris è uscito dall’ombra. Ho preso i miei due panini, qualche fetta di prosciutto e un pacchetto di tovaglioli di carta. Non che ci sia tanta scelta da Morris e i prezzi non sono così convenienti. Ma non so resistere al sorriso affabile di quest’uomo, troppo buono per poter fare affari, uno che si arrabatta da trent’anni in un quartiere di poveracci, dalla fuga dai pogrom del paese natio al sogno americano. 
Troppo onesto per poter far fortuna a Manhattan, troppo malinconico per poter rallegrare la tua giornata, troppo fiducioso nel prossimo per non farsi fregare. Ida, sua moglie, sta urlando qualcosa dal piano di sopra. Si lamenterà del fatto che gli incassi scemano e che suo marito non si decide a mettere in vendita questa botteguccia. 
Morris ora ha un aiutante, Frank, origini italiane, un altro sfigato che nella vita ha scelto costantemente la strada sbagliata. Non vuole fare il commesso per sempre, sostiene di avere troppa immaginazione per potersi chiudere in una drogheria, di un ebreo per giunta. Sta solo prendendo fiato, per poi lanciarsi in nuovi e più ambiziosi progetti. Qualche furtarello. O si è semplicemente invaghito di Helen Bober, così carina mentre torna dal lavoro o dalla biblioteca con un libro sottobraccio, quasi a volersi proteggere dal mondo circostante. Poco conta che la mamma le gridi dietro frasi per nulla gentili, ricordandole che ha già ventitré anni, che deve pensare a prender marito, un buon partito che risollevi le sorti della famiglia. Altro che chiudersi in camera con un libro.
«Si diventa ricchi a legger libri?»
Niente affatto. E poi, perché continuare a sprecar tempo con i romanzi? Anche oggi, per dire, luglio 2019, dintorni di Roma, perché trascorrere una serata con Il commesso anziché farsi un selfie, in un locale trendy, con una birra in mano?
Questa la so. La risposta me l’ha suggerita Helen, parlando di Dostoevskij (ma non so se sia la risposta corretta).
Frank le chiese che libro stesse leggendo.
«L’idiota. Lo conosce?» 
«No. Che roba è?» 
«È un romanzo». 
«Preferisco leggere la verità». 
«È la verità», disse Helen.

La prossima settimana scoprirò cosa ne pensa il gruppo di lettura.

Bernard Malamud, Il commesso (The Assistant), traduzione di Giancarlo Buzzi, Minimum fax. La mia edizione è del 2013.

giovedì 20 giugno 2019

L’assassino timido – Clara Usón


«I suicidi sono omicidi timidi. Masochismo invece che sadismo», annotò Pavese nel suo diario; mi prendo la libertà di correggerlo: il suicida cerca la morte, agisce con premeditazione e malafede e quindi è un assassino pauroso, un assassino timido.
Camus lasciò scritto: «Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena d’esser vissuta è rispondere al quesito fondamentale della filosofia. Il resto – se il mondo abbia tre dimensioni o se lo spirito abbia nove o dodici categorie – viene dopo».
 
La mia copia
Ho iniziato a leggere L’assassino timido della spagnola Clara Usón con l’idea che sarei entrata nella breve vita dell’attrice Sandra Mozarovski e avrei scoperto le ragioni della sua misteriosa morte. Occhi verdi, labbra piene, capelli folti, sguardo assente. Nella foto scelta per la copertina del libro, Sandra non fa pensare ad un’attrice di destape (spogliarello), i film erotici autorizzati dal Generalissimo negli ultimi anni del regime. Pellicole in cui, dopo dieci secondi dall’apparizione sullo schermo, la protagonista femminile di turno apre la camicetta lasciando scoperto il seno. Tette sì ma un pene mai, perché sarebbe stato libertinaggio, ci avverte la Usón, “e bisognava fare attenzione a non confondere la libertà con il libertinaggio”. Eppure, dopo anni di privazioni, gli spagnoli videro nelle concessioni cinematografiche di Franco una promessa di democrazia e libertà; pazienza, poi, se scioperi e manifestazioni nelle strade continuavano ad essere repressi con la violenza.
Il 14 settembre del 1977, la diciottenne Sandra Mozarovski muore a seguito di una caduta dal balcone della casa di Madrid. Caduta avvenuta in piena notte, mentre la ragazza innaffia le piante e, sebbene i genitori siano in casa, nessuno si accorge di nulla (tant’è che non saranno i genitori della ragazza a portarla in ospedale). Una caduta accidentale? Un salto? Pare che la bella Sandra avesse una relazione con il re Juan Carlos; pare fosse addirittura incinta.
Pensavo che scopo della Usón, nel corso della narrazione, fosse quello di spazzare via tutti questi “pare”, ricostruendo cosa accadde davvero nella vita di Sandra. Invece sono andata ad infilarmi in un romanzo che parla di famiglia, della condizione di sottomissione in cui vennero relegate le donne durante il franchismo, dell’ebrezza delle generazioni successive che, negli anni '80, vollero provare di tutto per allontanarsi da quei genitori che avevano abbassato la testa, accettando un regime che li aveva privati di qualsiasi libertà.
“Volevamo essere moderni, volevamo essere europei ma la vita ci ha presi alla sprovvista, alternando i funerali dei nostri amici a quella dei nostri nonni”.
Pensavo che la protagonista del romanzo fosse quella ragazza dallo sguardo indecifrabile raffigurata in copertina, invece a farla da padrone è l’irrequietezza della Spagna negli anni '80, il disagio, la ricerca di un leader che indichi la via da seguire. Molti coetanei di Clara Usón, negli anni successivi al franchismo, scorsero la libertà nell’alcol e nella droga; la Usón scelse come leader indiscusso le benzodiazepine.
La scrittura della Usón è irriverente: ironizza su Wittgenstein, si prende gioco dei reali di Spagna, è implacabile persino sui suoi (dell’autrice) sette tentativi di suicidio, facendo interpretare un film sulla sua vita da Sandra Mozarovski. È impietosa, Clara, quando descrive il rapporto con sua madre, anche se è proprio nel tratteggiare la figura materna che la scrittrice dà il meglio di sé.
Un romanzo che racchiude tante storie e forse il mio racconto vi sarà sembrato incongruente ma, chiuso il libro, tutto torna. Incluso il perché della citazione di Pavese posta in esergo:
“Le cose si scoprono attraverso i ricordi che se ne hanno.
Ricordare una cosa significa vederla - ora soltanto - per la prima volta”.
       
Clara Usón, L’assassino timido, traduzione dallo spagnolo di Silvia Sichel, Sellerio, 2019.

domenica 5 maggio 2019

La straniera, Claudia Durastanti


L’autobiografia, e quella di mia madre non fa eccezione, è la bastarda dei generi letterari, perché abbassa la soglia: è in mano a rifugiati, donne, disabili, sopravvissuti all’Olocausto, sopravvissuti a qualsiasi cosa. Anni fa parlavamo di noi stessi in terza persona su Facebook e ci pareva legittimo, narrativo, diventavamo personaggi senza che questo offendesse nessuno, poi siamo tornati all’io, al pubblicare in prima persona, ma l’idea di farci importanti in un’autobiografia pare sporca e torniamo a nutrire sospetto verso il genere, anche se contribuiamo a rafforzarlo e a renderlo collettivo ogni giorno. Un’esistenza può essere deviata dal corso di vari diari. A deviare la mia furono il diario di mia madre, quello di Laura Palmer e quello di Bronisław Malinowski, il padre dell’antropologia moderna.
 
Copia della Biblioteca di Frascati
In rete e sui quotidiani si trovano molte belle recensioni su La straniera di Claudia Durastanti. 35 anni, scrittrice traduttrice, accidental american: nata a Brooklyn da genitori italiani, tornata in Italia, a sei anni, in un paesino lucano in cui c’erano più capi di bestiame che persone, trasferitasi a Roma per studiare Antropologia alla Sapienza e poi emigrata a Londra nel 2011, dove vive attualmente.
Le belle recensioni parlano di una scrittura forte e abile, della ricchezza del vocabolario, dell’originalità nell’affrontare il presente e saperci ragionare sopra. Generalmente non leggo tanti romanzi italiani contemporanei (non perché sia una snob, come sostengono un paio di amici, ma perché spesso mi annoiano. Vabbe’, forse sono pure un po’ snob), però negli ultimi mesi ne ho presi in prestito più del solito. Non so se sia casuale questo desiderio di molti autori nostrani di parlare di sé, di raccontare sprazzi della propria esistenza anche quando la vita è così rocambolesca da trasformarsi facilmente in un romanzo. Lo è quella della Durastanti, non tanto per le sue continue migrazioni, quanto per esser figlia di genitori entrambi sordi, indisciplinati e anarchici, passionali e violenti. Personalità forti e ingombranti per una figlia che passa da un’infanzia e un’adolescenza solitaria ad una vita da adulta apparentemente libera da condizionamenti, come lo è stata quella di sua madre.
Un po’ memoir, un po’ romanzo, un po’ lessico familiare, diverse riflessioni e digressioni culturali sull’essere stranieri:
Possiamo fallire una storia d’amore, il rapporto con una madre. Ma quando una città ci respinge, quando non riusciamo a entrare nei suoi meccanismi più profondi e siamo sempre dall’altra parte del vetro, subentra una sensazione frustrata di merito, che può farsi malattia. Straniero è una parola bellissima, se nessuno ti costringe a esserlo; il resto del tempo, è solo il sinonimo di una mutilazione, e un colpo di pistola che ci siamo sparati da soli.

Claudia Durastanti sa raccontare; entri ed esci da stanze con bucce di mandarino sul divano e calzini di spugna anneriti dall’andare scalzi, finisci in soffitta a leggere decine di libri, marinando ripetutamente la scuola; cammini tra le strade di Londra, ripercorrendo le vicende di Mary Wollstonecraft, Mary Shelley e Anna Bolena.
La straniera è un libro scorrevole, scritto con una lingua elegante, un ricco vocabolario e diversi spunti di riflessione (a partire dai concetti di identità e appartenenza). Però non mi ha convinto. Gli ultimi capitoli, poi, mi hanno dato il colpo di grazia: molto filosofeggiare sull’amore e sulle vicende sentimentali dell’autrice che hanno fatto girare rapidamente le pagine per chiudere il libro e restituirlo alla biblioteca.


Con La straniera termina la mia breve e accidentale incursione tra i candidati al Premio Strega 2019. Tra i pochi titoli letti, voterei a favore di Addio fantasmi di Nadia Terranova (qui due righe sull’incontro del mio gruppo di lettura con l’autrice).
Ho apprezzato anche il poderoso e molto chiacchierato M. Il figlio del Secolo di Antonio Scurati. 
Certo, per pronunciarmi dovrei completare la lettura della dozzina, ma è tempo di voltar pagina e dedicarmi ad altro.

[Quassù, Partenze di Giampaolo Talani].

mercoledì 1 maggio 2019

Leggere, leggere, leggere... in una vasca da bagno

Copia della Biblioteca comunale di Colleferro
No, non sto pensando di scrivere un libro. Semmai ne avessi avuto voglia, m’è passata dopo aver ascoltato Dany Laferrière a Libri come, lo scorso marzo, ed è scomparsa definitivamente dopo aver letto il suo Diario di uno scrittore in pigiama. Non importunerò scrittori contemporanei con telefonate assurde a ora di cena, né invierò manoscritti a destra e manca. Continuerò ad essere l’altro lato della catena, quello che sbocconcella libri presi in prestito dalla biblioteca o cede a raptus di acquisti compulsivi portando a casa romanzi che non sa più dove stipare né quando leggere. Insomma, continuerò a fare la lettrice, senza negarmi il piacere d’ascoltare dal vivo scrittori ironici e irriverenti come l’haitiano-canadese Dany Laferrière. A Libri come, per l’appunto, subito dopo aver risposto a una domanda di Annalena Benini (maniacale nell’esplorare le vite degli scrittori e il loro rapporto con la scrittura), bisbiglia qualcosa alla traduttrice, si alza e se ne va in bagno, come nulla fosse, mentre la sala mormora imbarazzata Ma dove va?
Dany Laferrière dichiara d’aver scritto Diario di uno scrittore in pigiama per dare una risposta definitiva ai tanti aspiranti scrittori - scocciatori che lo chiamavano ad ora di cena, chiedendo consigli di scrittura o che stavano lavorando a una tesina. «Con questo libro pensavo di poterli fregare, rispondendo con un colpo solo a tutte le loro domande ed evitando altre fastidiose telefonate. Invece ora mi chiamano per interrogarmi sul libro e sul perché abbia dato questo o quel suggerimento».
Sebbene non sia posseduta dal sacro fuoco della scrittura, ci sono almeno tre cose che inizierò a fare dopo aver letto Diario di uno scrittore in pigiama:
- Portare sempre con me un taccuino (è vero, la faccio già. Ma poi lo uso pochissimo fidandomi della memoria. Che inizia a perder colpi).
- Leggere con accanto un bicchiere di vino. Ce n’è parecchio tra le pagine di Laferrière, il quale associa la lettura al vino e la scrittura al caffè (ognuno ha i suoi gusti. Visto che devo ridurre il numero di caffè giornalieri…)
- Trascorrere una giornata immersa in una vasca da bagno (che non ho) e uscirne solo a lettura ultimata, trasformandomi in un lettore acquatico.
Se leggi nella vasca da bagno, porta con te la sveglia per non rischiare di mancare al prossimo appuntamento: l’acqua favorisce i sogni a occhi aperti che annullano il tempo.
- Leggere, leggere, leggere. E di spunti di lettura in Diario di uno scrittore in pigiama ce n’è a bizzeffe.     
Resto convinto che la migliore scuola di scrittura sia la lettura. È leggendo che s’impara a scrivere. I bei libri formano il gusto. E i nostri sensi si acuiscono. Sappiamo che una certa frase suona bene perché ne abbiamo lette tante altre ben scritte. Il ritmo e la musica finiscono per scorrerci nelle vene. Il giudice è invisibile perché è annidato in noi. Ed è un giudice spietato. Critica le nostre scelte in fatto di libri, i nostri gusti, le nostre idee, le nostre intenzioni. Non gli sfugge niente. È una nuova identità.

Dany Laferrière, Diario di uno scrittore in pigiama, traduzione di Camilla Diez e Francesca Scala, novembre 2017, 66thand2nd.

venerdì 26 aprile 2019

Di chi è questo cuore e dell’insana smania di correre


La sonda spara ultrasuoni nel petto. Al primo contatto con la pelle la sua testa scivolosa mette i brividi, poi prevalgono le immagini. Sullo schermo una sagoma medusoide pulsa nell’oscurità. Si dilata e si contrae in mezzo a quel nero dove all’improvviso potrebbero comparire palombari. Oppure astronauti.
Ma non c’è nessuno nel petto, ci sono solo le cose contenute in ogni essere umano. La dottoressa aggiunge altro gel e continua a perlustrare piano, alla cieca, gli occhi sempre fissi sul monitor, indugiando un po’ sotto lo scalino delle costole. Si ferma, ingrandisce, scruta i due vani inferiori, appena visibili nel pulviscolo, divisi da una parete che si scuote al loro stesso ritmo, spazzata da una corrente incessante.
È tutta roba mia quella, non è la fossa delle Marianne, non è un pianeta sconosciuto.

Inizia da un ecocardiogramma in un centro di medicina dello sport, l’ultimo libro di Mauro Covacich, Di chi è questo cuore. Il cuore è il suo, del Covacich runner, fanatico della corsa, del nuoto, cultore del corpo e della prestazione fisica perfetta. Anche dopo i 50 anni. Anche se nella vita fai lo scrittore e non vivi di corsa. Ma il runner convinto finisce per organizzare la sua giornata intorno alla corsa e talvolta pensa che senza la corsa non potrebbe vivere.
Se la corsa è la tua passione, sai di cosa sto parlando e comprendi il trauma di Covacich davanti al mancato rinnovo del certificato per attività agonistica, motivato dalla frasetta della cardiologa: “Eh sì, per un po’ lei deve stare a riposo”.
Van Eyck, Ritratto dei coniugi Arnolfini
Di chi è questo cuore è un romanzo pieno di corpi, di ossessioni, di radio, della Roma del Villaggio Olimpico; è un continuo scrutare le persone che circondano l’autore, alla ricerca della loro duplicità: il modo in cui si presentano all’esterno e la fragilità interiore, le molteplici forme del dolore.
Non ci sono personaggi in questo romanzo autobiografico ma persone: quando Mauro Covacich dice io, intende lui medesimo, quando parla della sua compagna, Susanna, si riferisce a Susanna Tartaro, curatrice dello storico programma Fahrenheit, in onda su radio3. M’è sembrato un libro coraggioso: la sincerità nel mettere su carta brandelli di vita che io, ad esempio, se fossi stata la compagna di Covacich, dubito avrei permesso di fare. Ho ascoltato un’intervista in cui l’autore diceva di non essere più in grado di scrivere per regalare una bella storia ai suoi lettori. Nei romanzi cerca di placare la sua inquietudine, partire da una sensazione di disagio per sviscerarla attraverso la scrittura.
Riflettevo su questa inquietudine ieri mattina, mentre correvo sul sentiero sterrato che circonda il lago di Castel Gandolfo. Perché la mia irrequietezza era aumentata nel corso della lettura? Forse perché mi sono ritrovata in alcune elucubrazioni di Covacich; forse perché in alcune pagine racconta anche le mie fobie, il mio parlare da sola, il mio sentirmi costantemente fuori posto.
Pensavo a tutto ciò mentre aumentavo il ritmo della corsa, mi compiacevo del ritrovato passo sicuro, dell’appoggio controllato. Quasi quasi mi tessero di nuovo, solo per il piacere di una mezza maratona; niente di troppo impegnativo. Pensavo questo, un attimo prima di mettere male il piede su un sasso, di mulinare in aria le braccia, tentare di non perdere l’equilibrio e rovinare faccia a terra tra sassi e sterpaglia. Avere un buon passo è motivo di orgoglio quando ti pavoneggi con gli amici runners; lo è molto meno quando cerchi di alzarti e capisci che devi andare al pronto soccorso.
Il dolore fisico ha sostituito l’inquietudine della mattinata. Una cosa è certa: niente corsa nei prossimi giorni. Tocca dar ragione all’ottimo coniuge, in paziente attesa al pronto soccorso: lo sport fa male.

Copia presa in prestito dalla Biblioteca di Velletri

Mauro Covacich, Di chi è questo cuore, La nave di Teseo, Milano, gennaio 2019.
Il romanzo è tra i 12 candidati al Premio Strega 2019. Curiosamente quest’anno mi stanno capitando tra le mani vari titoli che concorrono allo Strega. Tutti diversi, tutti particolari, sebbene non memorabili (per quanto possa valere il giudizio della semplice lettrice). Ho ancora qualche mese di tempo per proclamare il mio vincitore.