venerdì 17 luglio 2015

Triomf, Marlene van Niekerk

Sudafrica, 1994. Alla vigilia delle prime elezioni democratiche che Mandela vincerà, la tensione monta tra le strade di Triomf, quartiere di bianchi poveri della periferia di Johannesburg dove si aggirano razzisti del National Party, testimoni di Geova e sfaccendati di ogni genere.
A Triomf conducono la loro misera e, insieme, esilarante esistenza i Benade: padre perennemente attaccato al televisore, madre in perenne vestaglia, e figlio in perenne ricerca di una donna.
Attraverso le loro comiche vicende, Marlene van Niekerk dipinge un memorabile affresco del Sudafrica e degli effetti dell’apartheid sugli afrikaner, la popolazione di boeri bianchi che colonizzò il paese al seguito della Compagnia Olandese delle Indie Orientali.
Romanzo annoverato tra i capolavori della letteratura sudafricana contemporanea, Triomf ha fatto di Marlene van Niekerk una delle grandi scrittrici contemporanee, degna di essere accostata a scrittori del calibro di Nadine Gordimer e J.M. Coetzee.

Triomf, Marlene van Niekerk, Traduzione di Laura Prandino
Neri Pozza, Le tavole d’oro.

Leggi una scheda del genere, soppesi le poco più di 600 pagine e pensi che la Neri Pozza ti abbia lanciato una sfida. “Avete voluto partecipare al bookclub? Bene, sedicenti lettori, vediamo in quanti arriveranno fino alla fine…” 
Troppo caldo questo luglio romano per andare in Sudafrica, troppo caldo per assistere senza batter ciglio alle violenze perpetrate tra le mura della famiglia Benade, troppa afa per sopportare la sporcizia, i cani ululanti, gli insulti, l’alcool bevuto come fosse acqua, tutti i tipi di discriminazione: gli uomini verso le donne, i bianchi verso i neri, la classe media verso i poveri, gli eterosessuali verso gli omosessuali. Troppa rabbia, troppa rassegnazione, troppo terrore. 
Ho letto le prime 100 pagine senza capire che rapporto ci fosse tra i Benade: sono una moglie, un marito, uno zio e un figlio? Sono una sorella, due fratelli e un figlio? Figlio di chi? Una cosa è certa: tutti abusano di Mol, unica donna del nucleo familiare. La sua logora vestaglietta, i suoi 70 anni, le sue gambe flosce e la capsula dentale che si muove in continuazione non scoraggia nessuno. Tutti i maschi Benade pretendono di soddisfare le proprie esigenze e hanno bisogno di sentirla urlare fino allo sfinimento, fin quando non le si rompe qualcosa dentro. Non è violenza, non è stupro, è la quotidianità. È questa consapevolezza a paralizzarti e a rendere ancora più terribile ciò che stai leggendo. Tutti provengono da un’infanzia difficile: molestie, abitudine all'alcol, bruciature, occhi gonfi dalle botte ricevute. Contrariamente a quanto afferma il risvolto di copertina, non ho trovato traccia di comicità nelle vicende dei Benade; solo miseria, solo il senso di ingiustizia per essere una famiglia bianca povera in Sudafrica; una famiglia che dalla piccola proprietà terriera è passata al lavoro operaio nelle nascenti ferrovie e nell’industria tessile, per poi diventare il niente che vive in quella che fu la nera Sophiatown ma che aspira al Trionfo bianco. Così come Triomf non trionferà mai, non si prospetta nessun lieto fine per i Benade.
Difficile entrare nel ritmo della scrittura, difficile accettare la psicologia dei personaggi. Eppure dopo un po’ ci si quasi abitua a tanta violenza e si comincia a capire la bravura dell’autrice, la sua ironia nel raccontare cose atroci; i rari momenti di dolcezza spiccano come stelle alpine su pascoli sassosi.
Triomf è un libro cinematografico divenuto film nel 2009. Film che non penso sia stato distribuito in Italia, ma che comunque non guarderò mai, perché mi sono state sufficienti le scene viste sulla carta stampata. 

Un libro complicato che forse venderà poco, ma devo riconoscere l’audacia della Neri Pozza nel decidere di pubblicarlo in Italia. Resta una di quelle opere che non so giudicare. Per la prima volta in vita mia, io che non sono mai stata in grado di leggere più libri contemporaneamente, ho avuto la necessità di spezzare la lettura con qualcosa di più leggero. Non potevo abbandonare Triomf ma avevo bisogno di prendere aria. Mi fa male anche scriverne. Onestamente avrei difficoltà nel consigliarne la lettura.  



L'autrice di Triomf, Marlene van Niekerk, nel 2015 è stata tra i finalisti del Man Booker International prize (poi vinto dall’autore ungherese László Krasznahorkai). 







mercoledì 8 luglio 2015

Lettori si cresce, Giusi Marchetta

«Sto leggendo il libro della tua Giusi Marchetta», invio. Un antiquato sms, niente whatsapp. Lui, che Giusi Marchetta me l’ha fatta conoscere trascinandomi alla presentazione di una sua raccolta di racconti (Dai un bacio a chi vuoi tu, Terre di Mezzo editore), ironizza: «Perché? Hai deciso che da grande farai l’insegnante?»
Se prima che essere scrittrice fai la prof. e se nei tuoi interventi pubblici parli molto di ragazzi, corri il rischio che il tuo libro, Lettori si cresce, venga considerato una sorta di manuale per addetti ai lavori. Se non sei insegnante non lo sfogli a prescindere. Errore.
L’ho preso dopo una costruttiva pausa pranzo in cui un saccente trentenne, laurea scientifica, ha confessato di non leggere libri perché “se inizio un libro e mi prende, rischio di leggere tutta la notte. E non posso andar a lavoro con gli occhi pesti solo perché sono rimasto a leggere”. Pochi minuti prima, aveva dichiarato di esser stanco per aver fatto come al solito tardi sbevazzando con i suoi amici. È socialmente giustificabile l’occhio pesto per la consueta uscita serale, lo è meno il vizio di leggere. Vedendo che ho sempre un libro con me, si è sentito in dovere di dire che leggere è una vocazione, un’attività lodevole che rende le persone migliori.
No, non mi sento unta dal Signore solo perché leggo qualche libro l’anno, né penso di essere migliore di un non lettore. Semmai peggiore. Sono, ad esempio, una casalinga distratta: finisco di leggere il capitolo e poi, solo molto poi, vado a rassettare la cucina; perché perder tempo nel preparare un piatto elaborato, quando ho un romanzo da terminare? Sono una pendolare asociale: apro il mio libro già sui binari, salgo sul treno e continuo la lettura, evitando qualsiasi forma di contatto umano (salvo rare eccezioni. Ma quelle sono persone a cui voglio veramente bene). In ufficio approfitto di ogni ritaglio di tempo per tirar fuori il mio libro e immergermi altrove.
Perché? Quando ho iniziato?
Ahimè, non ho avuto insegnanti illuminate come Giusi Marchetta, ma neppure ricordo di aver mai sentito il “dovere” di leggere. Non sono neanche figlia di lettori ma, fortunatamente, i miei mi hanno sempre fatto percepire che i soldi spesi per acquistare un libro fossero una forma di investimento. Si facevano consigliare dal cartolibraio (no, nessuna libreria nei paraggi) o mi facevano scegliere il mio regalo di carta, senza porre veti. Non ho mai pensato che stessi sperperando del denaro. Sarà per questo che ancora continuo a spendere soldi in libri anche quando dovrei frenarmi. 
A ripensarci oggi, so di non esser stata una lettrice vorace né da piccola né da adolescente. Comunque, il fatto stesso di leggere per puro piacere, incurante che nessuno dei miei compagni leggesse, mi sembra un piccolo miracolo.
Leggere non era più un’alternativa alla noia, ma alla vita stessa, perché per quanto possa essere spaventoso ammetterlo, i libri erano meglio di tutta la vita, non solo di quella parte che veniva messa in pausa ogni tanto. […] Un desiderio legittimo di fuggire, isolarci e proteggerci. Di cercare un’alternativa migliore alla vita.
Dice proprio così Giusi Marchetta. E in modo del tutto impopolare per un lettore, nonché insegnante, aggiunge che in fondo è la stessa motivazione che spinge un adolescente oggi a consumarsi gli occhi davanti alla playstation.

Lettori si cresce non è un vero saggio; è una lettera scritta con tono informale dalla prof. Marchetta al giovane Polito, un ipotetico studente sveglio ma svogliato, come ce ne sono tanti. 
Qui dentro non c’è la ricetta in grado di trasformare in lettori un popolo che non legge. Gli ultimi dati Istat affermano che nel 2014 solo il 41,4% della popolazione italiana ha letto almeno un libro (dico uno) nel corso dell’anno. Le riflessioni della Marchetta non dovrebbero riguardare solo gli insegnanti ma noi tutti. Ci sono le sue sconfitte in classe, ma anche le sue vittorie; ci sono le sconfitte della scuola stessa, le biblioteche assenti, gli insegnanti non sempre motivati, gli alunni distratti da una vita veloce e i genitori abbastanza frustrati dalla quotidianità per preoccuparsi di quanto i loro figli amino la letteratura o in cosa cerchino la bellezza. Non tutte le famiglie sono uguali. C’è anche una non troppo leggera critica nei confronti di quei genitori sempre pronti a soddisfare i desideri e le attese di figli viziati; di quei genitori che sono più propensi a lamentarsi di quanto sia spesso il libro anziché spronare alla lettura. Un atteggiamento che mi ricorda un gruppetto di mamme di mia conoscenza (“Poverino!, ha troppi compiti da fare. Non può concedersi un attimo di relax. Devo parlarne con la maestra”).

Leggo e lo farei in continuazione: persone, paesaggi, possibilità sono stati trascurati nella corsa e non mi è importato e non mi importa. È una fame che conosco, questa: mi accompagna da sempre; quando non c’è, vuol dire che qualcosa non va e mi costringe al digiuno. Avrei potuto fare altro, se non cercarmi un lavoro che mi permettesse di leggere i libri e addirittura di raccontarli a chi non li aveva mai letti?
Perciò perdona la supponenza con cui mi propongo da tramite tra te e quest’arte bellissima, ma una parte di me è convinta che questa potrebbe essere la strada per accompagnarti al libro: non considerandola qualcosa che si limiti all’ora di italiano così come non si ama a giorni alterni.     
Forse leggere non servirà a niente ma oggi non riuscirei a rinunciare al piacere di esplorare nuovi mondi, vivere altre vite, provare rabbia, amore, orrore, noia, entusiasmo. Leggere non servirà a niente ma Giusi Marchetta ha ragione: l’abitudine alla lettura fa diventare il libro un aspetto irrinunciabile della nostra vita.

giovedì 2 luglio 2015

Cade la terra, Carmen Pellegrino e l’abbandonologia

I miei genitori abitano in campagna, una meravigliosa zona collinare immersa nel verde. Meravigliosa quando ero piccina e meravigliosa oggi che ho ricominciato ad apprezzare il piacere del silenzio. Asfissiante e detestata in adolescenza, quando vivere a qualche chilometro dalla “civiltà” mi tagliava fuori dagli incontri in piazzetta, dai racconti durante la ricreazione e dall'indipendenza che i miei compagni di classe sembravano possedere.
Da piccola, invece, quei posti erano magici. Vagavo tra i sentieri abitati da pecore e farfalle alla ricerca di folletti e gnomi. Giuro, credevo che i boschi fossero popolati da creature straordinarie. E un po’ ci credo ancora.
Mi rifugiavo nelle case abbandonate, affascinata dall’idea che in quei ruderi coperti dall’edera potessero nascondersi personaggi dai cappelli a punta e vestiti sgargianti. Guardavo i resti di quelle case e fantasticavo sulla vita di chi le aveva abitate. Chissà dove erano andate a finire quelle persone…
È stata la mia infanzia a farmi appuntare il nome di Carmen Pellegrino appena l’ottimo Giuseppe Fantasia l’ha menzionato. “Se vi capita, leggete Cade la terra, un romanzo singolare, scritto da un’abbandonologa”. Non che avessi mai sentito parlare prima dell’abbandonologia, ma l’immagine di quei ruderi coperti dall’edera m’è tornata davanti agli occhi. Gli scherzi della memoria.
Cercate sulla Treccani la parola abbandonologo. Leggerete:
Neologismo. Chi perlustra il territorio alla ricerca di borghi abbandonati, edifici pubblici e privati in rovina, strutture e attività dismesse (luna park, orti, giardini, stazioni, ecc.), di cui documentare l'esistenza e studiare la storia. Si chiama Carmen Pellegrino, fa l’abbandonologa. Giovane, molto bella, vive a Napoli. Leggo i suoi post su facebook, sono drammatici oppure evocativi. Racconta di luoghi mai visti, galleggiano nella sua stranissima percezione del mondo. […] Però nel suo balcone brillano al sole semi di viole o di margherite. Intanto cerca quel che resta, l’abbandonologa, i lutti nelle cose. Lei dice: “Provo una specie di premura per i ruderi. Come per le cose che hanno perduto la destinazione d’uso, e ora stanno e non attendono nulla, se non la parola che sgorghi dal fondo di chi le guarda. Non ci sono spettri, spiriti delle infestazioni”. (Veronica Tomassini, Fatto Quotidiano.it, 1° giugno 2014, Blog) • Carmen Pellegrino, professione abbandonologa (Huffington Post.it, 23 giugno 2014) • Per definirla correttamente c'è voluto addirittura un neologismo. Perizia di un accademico? No, trovata di un bambino (un po' linguacciuto). La racconta spesso. Sembra una fiaba, ma – assicura – è tutto vero: «Ero in libreria, sfogliavo un libro sulle rovine. “Che leggi?” mi chiese. Gli risposi, lui rimase zitto un momento. Poi, piuttosto compiaciuto: “Allora sei un'abbandonologa?”» (Andrea Cirolla, Corriere della sera, 20 luglio 2014, La Lettura, p. 11).    
 
Alento è un buco di mondo nel Cilento, una grancassa posata su un piano erboso destinata a dissolversi nella terra, circondato dai dossi dei Monti Alburni, un po’ distante dalla frazione di Terzo di Mezzo (Salerno). Alento è terra di contadini solitari, bifolchi che vivono nell’oscurità delle loro catapecchie; è terra di qualche signore superbo e di qualche ambizioso commerciante. 
Alento non esiste, è frutto della fantasia di Carmen Pellegrino, ma forse il paese non è troppo diverso da ciò che fu Roscigno Vecchia, con il suo olmo, la piazza e le strade un tempo popolate di bambini.

Fonte: Wikipedia
Estella scappa dal chiostro di Napoli, dove si era ritirata per farsi suora. Torna nella sua Alento, convinta di poter vivere nella casa materna ma trova solo polvere. È magra ma non è brutta né vecchia: gli occhi fissi come quelli di una civetta erano azzurri, un vero spreco di colore turchino, accentuati dai capelli che le sbattevano biondi sulle spalle.
Neppure Estella è mai esistita. O forse sì: ha abitato e abita la mente di Carmen Pellegrino come gli altri personaggi che popolano Cade la terra.
Incontriamo Libera Forti, nata Libera e finita ad intristire con uno zoticone con i peli che gli uscivano dal naso e dalle orecchie; Giacinto il guardio, il quale non aveva mai voluto farsi chiamare guardia perché guardio tornava meglio alla sua figura di uomo; Consiglio Parisi, il cui nome era uscito dal giornale che il giorno della sua nascita riportava la notizia del Consiglio di Stato per le terre liberate
Un libro che è pura poesia, per le immagini che evoca, per i suoni di parole abbandonate: la faccia di patifacula (gatta morta in dialetto cilentano), gli occhi agri, la legge lasca con i forti e accanita con i deboli, un barbaglio di memoria, il cipresso fumido che geme, i bifolchi insuperabili nell’impetrare miracoli…

Cade la terra è tra i 5 finalisti della 53ª edizione del Campiello. Confesso di non aver letto le altre opere selezionate, ma il romanzo dell’abbandonologa merita.


martedì 30 giugno 2015

Amori non molto corrisposti, Barbara Pym

Gli uomini si sono accorti di me, in un certo senso, pensò Dulcie, ricordando Maurice e Aylwin e Neville Forbes, ma non era successo nulla. Per “accorgersi” la signorina Lord intendeva qualcosa di diverso, evidentemente.
“Lei legge troppo, è questo il suo problema,” disse la signorina Lord vedendo Dulcie sistemarsi a tavola con un libro. “A loro non piace”.
“No, credo di no,” rispose Dulcie, ma ora in tono distratto perché il mondo del libro cominciava a sembrarle quello vero. 


Ignoravo Barbara Pym e i suoi romanzi fino ad una puntata di Fahrenheit di qualche mese fa. Se ne parlava con leggerezza, perché è così che ci si sente dopo averla letta. Poi non ci ho più pensato fino al Salone di Torino quando, guardando la lista degli espositori, mi sono ricordata delle eleganti edizioni dei tipi di Astoria e sono andata a trovare queste donne geniali.

Esiste una categoria di autori, che gli inglesi magistralmente definiscono “neglected”, il cui destino è stato quello di essere dimenticati: pubblicati e subito scomparsi o addirittura mai apparsi nel nostro paese. I motivi possono essere vari, però si nota che è un destino toccato in sorte più alle donne che agli uomini. E ha toccato in particolare quella letteratura capace di guardare al mondo con una certa ironia e leggerezza.  Da molti anni la letteratura, infatti, sembra dover raccontare la realtà soprattutto nei suoi aspetti più cupi, più drammatici, con toni intensi e tristi. Ma chi l’ha detto che la letteratura deve solo restituirci il mondo nei suoi aspetti più tragici? E se fosse vero che la leggerezza e l’ironia riescono a darci ugualmente ragione del mondo in cui viviamo?
Ecco, astoria nasce da qui.

Motivazione più che sufficiente per decidere di acquistare un romanzo edito da Astoria. Eppoi ho un debole per le scrittrici inglesi fissate per libri, bevande calde e mariti che nella vita reale mai avrebbero scelto di sposare. E Barbara Pym ne è l’emblema.

Quando capì che il fidanzato non intendeva affatto sposarla, Dulcie Mainwaring patì una quieta infelicità per diversi mesi prima di riuscire a scuotersi. Il convegno, quando arrivò l’annuncio, sembrò proprio il genere di cosa raccomandata alle donne nella sua posizione: un’opportunità per incontrare gente nuova e per divertirsi osservando la vita degli altri, anche se solo per un fine settimana e in circostanze alquanto inusuali.

Dulcie nella vita fa la correttrice di bozze e redige indici, attività che non reputa affatto noiosa, anche se ha una laurea in letteratura inglese e una mente vivace. Ma non è un uomo: non può ambire a scrivere opere sue o a lavorare nella ricerca. Eppure “l’investigazione” è il suo forte. 

“Mi piace scoprire cose sulla vita della gente. Immagino che sia una sorta di compensazione per lo squallore della vita quotidiana”.

Barbara Pym fu osannata fino agli anni Sessanta e poi dimenticata perché, a detta dell’editore, i suoi romanzi non erano più alla moda e la legge del mercato era crudele anche nel secolo scorso. Rilanciata dal Times Literary Supplement nel 1977 come una delle autrici più sottovalutate, la Pym poco prima di morire ebbe il piacere di veder ristampati i suoi precedenti libri e ridiventare alla moda.
Qualcuno la considera la Jane Austen del Novecento. A me, la sua ironia e i brillanti dialoghi tra Dulcie e la signorina Lord hanno fatto pensare ad Elizabeth von Armin, un’altra donna che sapeva come prendere in giro la società del suo tempo a colpi d’inchiostro.

Barbara Pym, Amori non molto corrisposti
Traduzione di Bruna Mora, Astoria

Amori non molto corrisposti era già stato pubblicato in Italia da La Tartaruga con il titolo “Per guarire un cuore infranto”.   



Che peccato non ci si possa preparare una tazza di Ovomaltina, fu il suo ultimo pensiero cosciente. I problemi della vita sono spesso alleviati da bevande calde al latte.


martedì 23 giugno 2015

Il bambino segreto, Camilla Läckberg

Sembra che di fronte a certi titoli faccia la faccetta snob. Allora, per punirmi, l’amico runner mi presta Il bambino segreto di Camilla Läckberg, una che non ha troppi problemi con il numero di copie vendute né con il blocco dello scrittore, vista la quantità di libri che sforna. Da quanto leggo, tutti i gialli della Läckberg hanno come protagonisti l’ispettore Patrick Hedstrom e la scrittrice Erica Falck, e sono ambientati a Fjällbacka, luogo meraviglioso sulla costa svedese, in cui l’autrice ha la fortuna di vivere. 


A qualche anno dalla morte di sua madre, Erica Falck scopre ben custoditi in soffitta alcuni diari, scritti dalla mamma durante la seconda guerra mondiale, e una curiosa medaglia avvolta in un camicino da neonato macchiato di sangue. Contemporaneamente, nel bel paesetto svedese, viene ucciso un anziano stimato da tutti, studioso di storia ed esperto del nazismo. Il giallo si intreccia con una lunga serie di vicende familiari: congedi presi da papà che si destreggiano con pappine e pannolini, adolescenti in crisi all’interno di famiglie allargate, donne incinte a iosa, coppie omosessuali in dolce attesa, abbastanza dumle e polkagrisar da far prender peso anche al lettore smilzo. Non mi dispiace il mix tra quotidianità e indagini ma eliminare qualche crisi coniugale e qualche limonata (non la bevanda ma l’atto del limonare) avrebbe reso il libro meno dispersivo.

Il bambino segreto si fa leggere, nonostante ci si spazzoli via la polvere da gonne e pantaloni una decina di volte e ci si lisci l’abito con altrettanta frequenza. Intorno a pagina 400, anche una giallista poco esperta come la sottoscritta scova l’assassino. Nessun finale a sorpresa.


Troppo acida? No, via, un’altra possibilità a Camilla non si nega mica! Pare che Il segreto degli angeli, presentato all’ultimo Salone del libro di Torino (ho perso l’incontro, pazienza!), sia più avvincente dei precedenti. Anche se Il segreto degli angeli subito dopo il bambino segreto... Magari optare per un titolo senza segreti, no???  

Titolo originale: Tyskungen, Camilla Läckberg
Traduttore: Laura Cangemi
Editore: Marsilio, 2013 


martedì 16 giugno 2015

Storia della pioggia, Niall Williams

Forse perché venivo da Jane Austen, forse perché ero già stanca di mio, fatto sta che al secondo Swain e al terzo Macqualcosa seguito dall’incontro con Il salmone in Irlanda mi scappa un Oh Cielo Mr. Williams! Ma dove vuoi Andar a Parare?
Torno indietro e ricomincio. Annaspo di nuovo ma non demordo. Intorno a pagina 88 inizia l’innamoramento. Mr. Williams sei un Genio!

Lettrice pendolante
Sto cercando un paio di motivazioni per convincervi a leggerlo. Potrei dire che Storia della pioggia è un’ode ai libri, alla grande Letteratura e al potere salvifico delle storie. Che è un romanzo magico, pericoloso per le vostre tasche e per la vostra già strabordante libreria. 
È un libro pieno di vita anche se parla di morte. 
È un libro potente perché non è facile far sorridere quando si racconta una storia triste. Tu sei lì che sghignazzi e quasiquasi ti senti in colpa perché intuisci come andrà a finire, lo sai che rischi la lacrimuccia finale perché ti sei troppo affezionata alla Voce narrante, Ruth Swain, quella bruttina; leggendo non dovresti sentirti leggera perché questa famiglia è troppo geniale per meritare cotanta sfiga, eppure non riesci a smettere di sorridere.
Volendo potrei anche dire che è la fantasiosa saga di una stirpe assillata dal raggiungimento del Livello Impossibile. Ma la Perfezione non è di questo mondo: la si cerca nei Salmi, nel salto con l’asta, nella Pesca, nella terra inadatta alla coltivazione delle patate, nella Poesia. Ma il Livello Impossibile resta tale. Anche quando s’incontra una donna straordinaria e si dà vita ad una figlia affetta dalla Sindrome della Saputella, quella con i voti buoni e con gli occhiali, e al Gemello dai capelli d’oro e il sorriso accattivante, un sorriso che ti conquista e ti spinge a volergli bene anche se non sai il perché. Perfino allora, mentre stai sfiorando la Felicità, percepisci che qualcosa ti farà retrocedere.
Potrei dire tante cose di questo romanzo ma non gli renderei giustizia. Sembrerebbe una fantasiosa storia melanconica che fa da cornice ad un libro che parla di libri. Invece è un romanzo geniale, scritto con una lingua poetica che ti trascina in un mondo immaginario, estraniandoti dalla quotidianità. E lo so, ho usato troppe volte la parola genio in questo post, ma mi sembrava di non poterne fare a meno.

Storia della pioggia è uno di quei romanzi che ti fanno esser orgogliosa di far parte del Neri Pozza book club. E quest’anno non mi è capitato spesso…  

Niall Williams, Storia della pioggia (traduzione di Massimo Ortelio)

Neri Pozza, collana Bloom.

lunedì 8 giugno 2015

Jane Austen e i libri in testa

Tutta colpa di quella stramba combriccola coi libri in testa. Era da un po’ che volevo partecipare ad una serata organizzata da loro ma andare ad ascoltare 4/5 tizi che parlano di un classico che tu non hai letto non è divertente. Così pensavo. Poi è arrivato l’appuntamento con Jane Austen. Jane è stata la mia eroina per anni, superata solo da Jo March e nella combriccola di cui sopra c’è un super esperto della Austen.


Potevo saltare l’appuntamento su Emma?! No, of course. Già, ma di cosa parla Emma? La mia vecchia edizione della Garzanti (traduzione di Mario Praz) è sufficientemente spiegazzata da suggerire che il libro sia stato letto. Ricordo perfino il momento in cui l’acquistai. Primo anno del liceo, cartolibreria del paesotto natio; ero indecisa tra Il Circolo Picwick (che poi, orrore!, non ho più letto) e questo romanzo della Austen. Mi persuase l’espressione della cartolibraia. Ricordo solo che mi piacque. 
Sicché, qualche giorno prima dell’incontro, ho iniziato a sfogliare il romanzo fiduciosa, convinta che la storia mi sarebbe tornata alla mente in un attimo. Invece niente, buio totale. Avevo dimenticato trama e stile. Perché, allora, ho sempre sostenuto di amare la Austen se la sua tanto decantata leggerezza e ironia con il passare del tempo si erano dissolte nel nulla? Anche di Jane Eyre, Orgoglio e pregiudizio, Mansfield Park oggi saprei dire qualcosa? Che mi sia fatta confondere dai numerosi club austiniani che impazzano nel web?
La rilettura inizialmente è stata lenta e a tratti noiosa. Nell’ultimo mese avevo letto solo scrittori contemporanei; divorzi, tradimenti, figli sbattuti a destra e manca…un mondo che corre veloce. Tornare alle carrozze, alle signorine con veli e merletti, alle canoniche e alle risorse che una fanciulla deve possedere mi ha stranito. Come potevo aver amato una che ciarlava tutto il tempo di visite da una tenuta all’altra, balli, passeggiate… S’è mai visto nella vita reale un gentiluomo che osserva compiaciuto l’incarnato di una donna? La sua pelle vellutata, gli occhi nocciola, la curva della sua gola! Occhi nocciola! Suvvia, per mio marito la distinzione tra viola e rosa è ancora un mistero imperscrutabile! L’avete mai sentito voi un uomo che indica una roba di un certo colore e nel descriverlo becca il colore giusto?
Pagina dopo pagina mi sono immersa nella letteratura inglese del primo Ottocento e ho ricominciato a sorridere. Ho riso molto dei dialoghi strampalati di Miss Bates, delle fobie di Mr. Woodhouse, più ipocondriaco di un Verdone nostrano, avrei preso a schiaffi un paio di volte la bella ed arrogante Emma, lei e la sua mania di combinare i matrimoni più improbabili. Avrei strangolato l’insopportabile Mrs. Elton, una vita dedita al pettegolezzo, e mi sono innamorata a metà libro del fascinoso Mr. Knitghtley, uomo concreto e attento osservatore, lontano dai salotti e dalle futili chiacchiere. Dialoghi salottieri esilaranti, non troppo diversi da lunghi sproloqui che si leggono su facebook. E poi, siamo tanto sicuri che le vacue chiacchiere delle serate danzanti e delle tavole imbandite fossero così diverse dai moderni rituali dell’apericena e dagli sguardi invidiosetti che si lanciano in discoteca?  
Mi sono presentata all’appuntamento con Jane scoprendomi molto più ignorante di quanto immaginassi. Ho avuto la conferma del fatto che i libri vanno riletti perché la memoria vacilla, perché noi cambiamo e cambia il nostro modo di approcciare il testo. Quello che una ventina d’anni fa era un romanzo per fanciulle romantiche oggi è un’arguta critica alla società del tempo.
Di Emma e di Jane Austen vi saprà dire tutto Giuseppe Ierolli. Per ora non v’è traccia del calendario della prossima stagione dei Libri in testa, ma date uno sguardo al sito e partecipate a qualche incontro. Potreste scoprire che parlare di libri, anche di quelli di cui avete dimenticato tutto, può essere divertente.

P.S. Grazie ai miei attenti lettori che mi hanno ricordato che l'autrice di Jane Eyre è Charlotte Bronte (da non confondere con la più brava Emily) e non la Austen. L'avevo detto io che necessitavo di un bel ripasso!


domenica 17 maggio 2015

Torino – Non solo Salone del Libro

È anche lo stato d’animo a farci piacere un luogo. Torino, ad esempio, mi è sembrata più bella del solito. Correre all’alba con gli scoiattoli nel parco del Valentino; macinare chilometri sul lungo Po mentre il cielo iniziava ad aprirsi e il traffico della città in lontananza ad intensificarsi. Un’insolita scarica di energia per me che non ho mai amato l’umidità dei fiumi. 
Mi è sembrata piacevole perfino la traballante stanzetta del vecchio palazzo in cui ho albergato. Un ritorno ai miei primi viaggi. Sistemazioni spartane ed economiche; l’importante era la meta non le stelle dell’hotel. È stato bello vagabondare di sera tra le vie del centro, incurante della Torino bene che si muoveva su tacchi 12 e abitini eleganti. Un gelato, le tante parole ascoltate, le parole perse, i libri acquistati, quelli a cui ho saputo dire di no, quelli che avrei voluto e i “Ma poi quando li leggerò tutti ‘sti libri?”


Avevo bisogno di tempo per me e il Salone del libro è stato un buon pretesto. Ora c’è il solito mix di malinconia e stanchezza. Sono state ore intense e necessarie. Continuerò a rimuginare su quanto ascoltato e mi riprometterò di trovare nuovi pretesti di evasione. Poi verrò fagocitata dalla quotidianità e i buoni propositi andranno a farsi benedire. 

giovedì 14 maggio 2015

Non siamo più noi stessi, Matthew Thomas.

È venuta a mancare mia nonna. Aveva compiuto 88 anni a febbraio; da qualche tempo diceva di essere stanca, non era più la leonessa di un tempo. Mi sarei dovuta preparare alla perdita. Ma non si è mai pronti a lasciar andare le persone a cui si è voluto bene, anche quando sembra siano loro a chiederlo.
Ho trascorso un paio di giorni in ospedale al suo fianco. Ogni tanto sembrava appisolarsi ed io tiravo fuori il tomone della Neri Pozza. Ad un tratto ha aperto gli occhi e l’ha guardato sospettosa. «Fammi vedere se è scritto grosso». Gliel’ho avvicinato e lei ha fatto cenno di no. Un carattere troppo piccolo per i suoi occhi, che fino a pochi anni fa vedevano perfettamente.
«Di cosa parla?»
«Di una coppia irlandese che negli anni Trenta emigra negli Stati Uniti, stabilendosi in un quartiere operaio di New York. La figlia, Eileen, una tipa determinata, non troppo simpatica, studia, lavora, si impegna per poter avere una vita di successo. Diventa infermiera, sposa Ed, un brillante insegnante, attento studioso del cervello. Ma Ed a soli 51 anni si ammala di Alzheimer e la loro vita cambia completamente…»
Forse non è la storia migliore da raccontare ad una persona in fin di vita.
«Qual è l’Alzheimer?»
«La malattia di zia Anna.» Sua cognata.
S’incupisce. «Che brutta malattia! Ti ricordi quant’era bella e gentile? Ora è ridiventata una bambina. Mio fratello non può lasciarla un attimo da sola perché ha paura dei disastri che potrebbe combinare. Non si ricorda più come si cucina; ti chiede una cosa e dopo due minuti se ne è già dimenticata. Chiacchiera con tutti. Non la si può mandare neppure al supermercato da sola. E mio fratello si vergogna tanto… Povero Romeo, di tante malattie proprio questa gli doveva capitare…»
Una malattia incomprensibile per mia nonna che, fino a due giorni prima di lasciare questo mondo, ricordava episodi da me rimossi. La vergogna, la difficoltà nel parlarne. La necessità di condividere il peso con altri, l’esigenza di essere aiutati che si scontra con il timore che l’altro possa sentirsi abbandonato. 
Eviti di dire che ti sei rivolto ad una badante, chissà cosa penseranno gli altri. E poi c’è il disagio degli altri: noi che non sappiamo mai come rivolgerci ad una settantenne che tira fuori dalla borsa qualche cioccolatino, offrendoli a tutti i degenti della camerata. E si offende di fronte al rifiuto altrui.
A mia nonna non ho potuto raccontare il finale di Non siamo più noi stessi. Una storia concreta, senza toni melodrammatici. Sicuramente troppo lunga. Qualche taglio avrebbe giovato alla fluidità del romanzo.  

Il Guardian saluta Mattew Thomas come il nuovo Franzen. Io non ho trovato alcuna analogia con Le correzioni (che mi piacque tantissimo). Onestamente, se non fosse stato per il book club della Neri Pozza, non penso avrei acquistato il libro. E sicuramente non l’avrei letto in questo periodo. 
Un tomone che mi ha lasciato addosso sensazioni contrastanti: non mi è dispiaciuto ma non mi ha neppure appassionato. L’ho letto velocemente ma senza mai avvertire l’urgenza di tornare alla lettura. Voci autorevoli hanno opinioni diverse dalla mia ma, personalmente, per questo Thomas non prevedo il successo di Franzen.

Matthew Thomas, Non siamo più noi stessi, Traduzione Chiara Brovelli
Neri Pozza editore, I narratori delle tavole


lunedì 11 maggio 2015

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Una questione privata, Beppe Fenoglio
Quando leggi un capolavoro finisce che non ne parli mai in un blog come questo. Che puoi dire tu di Beppe Fenoglio per spingere quanti non abbiano ancora letto Una questione privata ad acquistarlo immediatamente? 
Che può dire di originale su Elsa Morante una Babalatalpa qualsiasi? Spulciando tra i libri usati di una nota libreria, riflettevo sull’arte della scrittura e su cosa renda un capolavoro tale.
«Posso aiutarla?».
«No, grazie, davo un’occhiata. Anzi, sì. Avete per caso qualcosa della Morante? Vorrei acquistare Menzogna e sortilegio».

Occhi al cielo, espressione da “Eccone un’altra a cui si deve spiegare tutto”. «Ma la Morante non si trova tra i classici! Non è qui che deve cercarla. Qui ci sono solo opere di autori morti». Pausa. «Beh, sì, anche la Morante è morta, ma da poco».
Comincio a divertirmi.
«Quindi un classico è tale se dopo un paio di secoli dalla morte dell’autore qualcuno lo acquista ancora?».

Lei, soddisfatta, si avvicina al pc: «Sì, più o meno. Comunque tra l’usato non abbiamo niente della Morante. Se ci fosse stato, l’avrebbe trovato lì, nello scaffale dei contemporanei».
Mi avvicino allo scaffale incriminato e vedo diverse copie di Federico Moccia, molto Volo, Mazzantini, D’Avenia... Ora, senza voler offendere Moccia, chi diamine potrebbe mai pensare di mettere “Scusa ma ti chiamo amore” accanto a “La Storia” solo perché gli autori sono nati entrambi nel XX° secolo??

In fondo, non faccio mica la libraia io…