martedì 20 gennaio 2015

I primi casi di Martin Beck, Maj Sjöwall – Per Wahlöö

Ho conosciuto Martin Beck solo pochi giorni fa. Non che ci tenessi, non ero alla ricerca di un altro poliziotto, svedese per giunta. Ma non ho avuto alternative: il mio amico ci ha lasciati da soli, in un locale fumoso, e non sono così maleducata da tacere mentre si sorseggia un caffè. L’ho guardato con sospetto: schivo, di poche parole, l’aria malaticcia, il pacchetto di sigarette sempre in tasca. Poi, ha alzato lo sguardo, un paio di domande ed è stato subito chiaro che con gli interrogatori ci sa fare. Non ti schioda gli occhi di dosso fin quando non ottiene la risposta che vuole sentire. Per togliermi dall’imbarazzo, l’ho buttata sul personale.
«Quindi è lei che sta seguendo il caso di Roseanna McGraw? Ne parlano tutti i giornali, per quel poco che riesco a capire. Bel casino…Cioè, non è che me ne intenda molto, ma una bella ragazza americana viene in Europa per la prima volta, fa una crociera sui laghi svedesi e finisce violentata e morta nel lago di Vattern. La Svezia non era famosa per l’assenza di criminalità?»
Ho esagerato; il su volto è diventato ancora più magro, le pieghe agli angoli della bocca più evidenti, gli occhi grigio-azzurri si son intristiti. Metà della vita a fare il poliziotto e gli ultimi otto anni nella omicidi devono avergli ingobbito le spalle. La leggenda lo ritrae come l’esperto di Stoccolma, l’uomo richiesto da tutto il paese per la soluzione dei casi impossibili. A me ora sembra solo triste.
«Pochi indizi. Il caso lo stiamo gestendo in collaborazione con la polizia statunitense ma ormai sono passati tanti mesi… Lei che ci fa in Svezia?».
Sì, meglio cambiar argomento. «Ho approfittato delle ferie natalizie per venir a trovare qualche amico. Ma andrò via presto. Dopo il Natale l’atmosfera si è incupita. Strade piene di gente grigia e intirizzita, senza un soldo in tasca. Negozi deserti. Clima nebbioso e freddissimo».
Lo vedo addolcirsi. «Ci si abitua. Però verrei volentieri con lei. In un assolato porto del Mediterraneo: potrei trascorrere giorni a guardare le imbarcazioni ormeggiate; studiarne i particolari, vederle salpare…»
«Suppongo che la sua famiglia non ne sarebbe così felice. È sposato?»
S’incupisce nuovamente. Altro tasto dolente. «Mi sta chiedendo se c’è qualcuno che mi assilli perennemente con discussioni sull’economia domestica e sulle assurde pretese dello Stato nei confronti dei propri dipendenti? Qualcuno che mi chiami più o meno tutti i pomeriggi per sapere se mi devono aspettare per cena o possono iniziare senza di me? Se è questo che vuole sapere, sì, sono sposato». 
Taccio imbarazzata. Ha parlato con aria mite; non è stato uno sfogo, gli è sfuggito di bocca. E non avrebbe voluto. Non deve essere una di quelle persone che telefona ad un amico solo per fare quattro chiacchiere. Non sembra neanche uno che possa avere amici.
Si alza lentamente: «Scusi, devo andare. È stato un piacere conoscerla. Passi a trovarmi la prossima volta che viene a Stoccolma. Il commissariato è vicino al Parco Kristinenberg. Piacevole in estate».

Affascinante. E poi non sono mai andata in Svezia d’estate…


I primi casi di Martin Beck, Maj Sjöwall – Per Wahlöö
traduzione di Renato Zatti, Sellerio.

domenica 11 gennaio 2015

Uno strano luogo per morire, Derek B. Miller

Ormai siamo abituati allo stravolgimento dei titoli dei romanzi tanto da non stupirci se un fascinoso Norwegian by Night si trasforma in Uno strano luogo per morire
Siamo in Norvegia ma l’autore, Derek B. Miller, è nato a Boston e prima di trasferirsi ad Oslo ha vissuto buona parte della sua vita in Massachusetts. E si sente. Ha studiato Relazioni internazionali. E si sente. È ebreo e i suoi antenati emigrarono dall’Europa dell’Est agli inizi del ‘900. 
Tutto questo per dire che se vi aspettate il classico giallo scandinavo (sempre che ne esista un modello), non lo troverete qui dentro. Qui troverete un romanzo (come detto esplicitamente sulla copertina) che ruota intorno ad un curioso personaggio, Sheldon Horowitz, ebreo americano di 82 anni, trasferitosi per amore della nipote ad Oslo. Uno strano luogo per morire, appunto.


«Vieni a vivere in Norvegia con noi».
«Soffoco» disse Sheldon.
«Dico sul serio».
«Anch’io».
«La zona si chiama Frogner. È bellissima. L’edificio ha un ingresso indipendente per l’appartamento nel seminterrato. Sarai del tutto autonomo».
«Cosa ci verrei a fare? Sono americano. Ebreo. Ho ottantadue anni. Sono un vedovo in pensione. Un marine. Riparo orologi. Ci metto un’ora per fare pipì. Laggiù esiste un club di cui non sono a conoscenza che mi vuole tra i soci?».
«Non voglio che tu muoia solo».

Troverete guerre mitiche (la Corea e il Vietnam), guerre dimenticate (i Balcani), le tensioni sociali generate dai flussi migratori nella pacifiche cittadine nordeuropee. E troverete anche Sigrid, un’ispettrice capo, di bellezza normale, tosta, irrimediabilmente single. Tranquilli: la storia d’amore ci viene risparmiata.
Un po’ troppe cose, forse. Così troppe da dimenticarvi di essere in un giallo. Ritmo lento per tre quarti del libro; poi, il romanzo si trasforma in crime fiction e ci si dimentica di preparare il pranzo.
Finale geniale.   

Al Telegraph, all’Economist e al Guardian Norwegian by Night è piaciuto parecchio (Funny and moving as well as thoroughly gripping, this is crime fiction of the highest order); a me non è dispiaciuto. Però è mancato il brivido giallo. 

Derek B. MillerUno strano luogo per morire
Traduzione di Massimo Gardella, I Neri, Neri Pozza. 


giovedì 8 gennaio 2015

Monaco di Baviera


Volevamo un Capodanno innevato, la magia di una piazza imponente eppure raccolta; volevamo l’aria pungente, il cielo azzurro, persone allegre ma non invadenti. Volevamo salutare il 2014 con un buon boccale di birra ed inaugurare il 2015 con qualcosa di bello, senza sapere esattamente cosa, ci bastava girovagare nella città. Non avevamo pianificato nulla. Avevamo solo un paio di libri a testa e una guida di Monaco, che avevamo appena sfogliato. 
Abbiamo avuto le nostre birre alla celebre Hofbräuhaus, neanche troppo affollata rispetto alle aspettative. Sì, c’erano le cameriere in costume bavarese che portavano con leggerezza almeno sette boccali di birra, mentre io avevo bisogno di due braccia per sollevarne uno e sorseggiarlo.  Sì, c’erano le fanciulle in carne che passavano tra i tavoli con la cesta piena di breze; sì, c’erano wurst di vario tipo e le ballate popolari. Il tipico locale bavarese, pensavo io. Invece no. Eravamo seduti accanto ad un gruppetto di estroversi bavaresi che di birre ne avevano tracannate già abbastanza. «Di solito non è così; di solito suonano musica tradizionale, non queste robe per turisti; di solito il clima è diverso, perché non c’è tutta questa gente che cammina in fila indiana alla ricerca di un tavolo. Di solito, sui tavoli non ci sono menù in tutte le lingue. Insomma, è Capodanno e questo stasera è un posto per turisti. La prossima settimana torneremo alla normalità». Vicini loquaci, saranno state le litrate di birra. Ci raccontano la Monaco che un po’ si vergogna della Merkel, la Monaco che non avverte la crisi perché in fondo lavoriamo tutti, il mercato dell’auto va bene ed anche se siamo operai non ci sono cose a cui dobbiamo rinunciare. Sappiamo di vivere in una città ricca.


I nostri nuovi amici parlano un buon inglese. Amano Bolzano e il Sudtirolo, la pensiamo allo stesso modo, parliamo la stessa lingua, loro però hanno una cucina migliore. Ci chiedono dell’Italia, di Roma; ricordano quella volta in cui, almeno trent'anni fa, visitarono la città. Li derubarono appena arrivati e di Roma non rimase che una trafila al consolato per richiedere documenti, soldi e un aiuto per tornare in Germania. Ci suggeriscono qualche locale in cui andare nei giorni successivi, quelli senza turisti, con gestori un po’ rudi e menù solo in tedesco.
Chiacchieriamo ancora un po’, poi decidiamo uscire, camminare nelle strade innevate, guardare stupiti la maestosità del Neues Rathaus. Sembra di stare in una tela in bianco e nero. 
Il 31 dicembre a Marienplatz si parla quasi solo italiano. C’è una nutrita presenza di russi e ucraini, ogni tanto si sente qualche spagnolo. Non credevo fosse una meta così popolare tra i nostri connazionali per il Capodanno. Iniziano a volare petardi e fuochi di vario tipo; prendiamo vie secondarie e lentamente ci dirigiamo verso l’hotel. Attendere la mezzanotte in piazza non è mai stata una nostra priorità.

Chissà perché ho sempre immaginato Monaco una cittadina di modeste dimensioni, una città accogliente ma senza pretese. Imponenti edifici neoclassici, musei ricchissimi, chiese in cui il gotico si mescola con il barocco, un complesso universitario notevole hanno stravolto le mie errate convinzioni.
Gli Impressionisti della Neue Pinakothek valgono da soli la visita alla città; se poi si aggiungono Dürer, Memling, Bruegel, Rubens e gli italiani dell’Alte Pinakothek, c’è da tornare a casa molto soddisfatti. Non sono abituata a due giorni consecutivi di tanta bellezza.
Ci stacchiamo dal passato, dalle residenze imperiali di un’Europa d’altri tempi per immergerci tra i profumi e i colori del Viktualienmarkt. I turisti curiosi con macchina fotografica non son visti di buon occhio se si limitano a fotografare senza acquistare. Mi sono scusata con la signora che berciava “no photo!” ma l’ho guardata un po’ male quando ha autorizzato un’altra coppia a take a picture because you have bought many things… Mmm, vabbè.


Monaco è molte cose; ho finalmente capito la ragione che spinse la mia compagnetta d’università a prolungare l’Erasmus in questa città, a tornarci nuovamente per la tesi e a sospirare ogni volta che la si menziona.

InfoPoint
L’aeroporto Flughafen München Franz Josef Strauß è collegato benissimo con il centro della città. Costo del biglietto aeroporto - Hauptbahnhof (stazione centrale di Monaco) €10,40. 
Noi abbiamo pernottato all’Antares. A due passi dall’Alte Pinakothek, circa 15 minuti  a piedi per raggiungere il centro. Buon rapporto qualità prezzo, ottima prima colazione. Se volete evitare i connazionali all’estero, non è il posto migliore. Eccezion fatta per qualche famigliola tedesca/austriaca, a colazione si sentiva parlare solo in italiano. Unica, vera pecca della struttura il wifi a pagamento. Ma dico, nel 2015 possono ancora esistere hotel in cui ti fanno pagare il wifi 7 (dico sette) euro al giorno? Mah…


$$ Money: Alte Pinakothek 4 euro (inclusa audio-guida), Neue Pinakothek 7 euro (audio-guida inclusa), stessa costo per il Residenz Museum. Decisamente più economici rispetto ai costi a cui sono abituata (7 euro audio-guida inclusa? Quando mai?). Ho fatto un giretto al supermercato e ho trovato gli stessi prezzi italiani. Insomma, potete organizzare qualche giorno a Monaco senza spendere una fortuna.

lunedì 8 dicembre 2014

È tempo di leggere


Lui, quello che ha letto tutto, conosce tutti e vive da due giorni tra questi stand: «Fermiamoci al guardaroba così puoi lasciare lo zainetto».
Lei, che poi sarei io, quella che il tempo per leggere alla fine riesce a trovarlo, ma rispetto a lui è una dilettante: «Perché dovrei lasciarlo?»
Lui: «Perché con quel coso sei pericolosa».
Lei: «Ma se me lo son portata di proposito! Non voglio affannarmi con dieci buste tra le mani. Metto nello zaino e via».
Lui: «Uffa! Si compra a fine giornata, senza esagerare. Ché poi ricominci con la storia che hai duecento libri di leggere e vorresti prenderti un anno sabbatico per fare solo quello ma non riesci a strappare neanche due giorni consecutivi di ferie».
Lei: «Uh, quanto sei pesante! Ma perché mi ostino a venire in fiera con te ogni anno? Non voglio fissare nessun budget, non voglio aspettare che la giornata sia finita; questa è una delle poche occasioni che abbiamo per finanziare direttamente le nostre case editrici preferite e non voglio sentire ragioni! Eppoi parli proprio tu che vai in libreria due volte a settimana. Neanche te li regalassero i libri». Lui alza gli occhi al cielo, contento del siparietto che pure quest’anno ha inaugurato la loro giornata insieme a Più libri più liberi e, con l’entusiasmo di un bambino che va alle giostre, la porta in sala Corallo. «Dai, dai, che c’è la Nadia!». La Nadia è una siciliana che pur di non lavorare scrive. E presenta Dai un bacio a chi vuoi tu, di tal Giusi Marchetta
Una tipa simpatica la Giusi: classe 1982, campana, insegnante precaria che, non contenta, scrive pure. Una masochista ironica: si può insegnare italiano in una scuola media campana e scrivere racconti che parlano di disagio sociale con il sorriso? Pare di sì.
Lei, quella che gira in fiera con lo zainetto, è rimasta molto colpita da questa trentaduenne coraggiosa che racconta di personaggi deboli che non si arrendono; ma poi il libro non l’ha comprato. E se ne è pentita. Lui, l’amico che tutto ha letto (purché lo scrittore sia de cuius), la trascina a conoscere la Giulia. «E questa mò chi è?».
Giulia Zavagna, redattrice editoriale delle edizioni SUR. Giovanissima ma parla di Julio Cortázar e di Borges come se fossero andati a scuola insieme. Per schiodare l’amico dallo stand, tocca regalargli Carta carbone, tanto lo sa che, a sua volta, anche lei andrà via dalla fiera con un bel regalo.
Lei vuole fermarsi dai tipi di La nuova frontiera. È incuriosita da I genietti della domenica, di Ribeyro ma poi inizia a chiacchierare con Rodolfo Ribaldi in persona e resta incantata ad ascoltare l’uomo che è stato amministratore delegato alla Mursia per anni. Ribaldi racconta aneddoti su Ugo Mursia, su cosa era l’editoria allora e sulla follia di investire la sua liquidazione per fondare La nuova frontiera. Parla dei costi dell’editoria, dei costi sostenuti per partecipare alle fiere; non si fa scrupoli: è uno diretto. Nessuna lamentela, solo dati di fatto. Intanto, quella con lo zainetto ha già acquistato Caramelo. L’editore dice che quando iniziò a leggerlo pensò fosse una lettura da donna, “ma poi non riuscivo a smettere. Vendemmo tantissimo. Questo e Piazza del diamante fecero decollare la casa editrice”.



«Prima di andare a sentire Björn Larsson, passiamo allo stand di Iperborea?». Lui annuisce ma non la sta a sentire granché. Vaneggia su Bolano, Wallace a Amoz Oz, che no, checchè ne dicano, l’ultimo Oz non è niente di speciale. Lei, a fatica, cerca di leggere pagine qua e là di libri scandinavi. Poi pensa di chiedere il consiglio della redazione. E aggiunge al Larsson che desiderava anche un Luce d’estate, ed è subito notte, che merita l’acquisto per il solo titolo e la copertina.
Poi provano ad ascoltare Massimo Carlotto che legge stralci del suo ultimo libro, accompagnato da due musicisti straordinari. Il libro sembra una neanche troppo intelligente mossa di marketing prenatalizia, ma magari è solo una cattiveria detta a voce alta dalla ragazza con lo zainetto. La musica però li avvolge e allora restano lì: lei sfoglia i suoi nuovi libri, lui pensa a chissà cosa. Poi arrivano Bjorn Larsson e Fabio Stassi. Lo svedese sfoggia un italiano senza errori grammaticali; parla di scrittura, del rapporto con l’Italia e del suo essere scrittore di lingua svedese ma non scrittore svedese.
La ragazza con lo zainetto, visibilmente invaghita dell’uomo che viene dal Nord e un po’ frastornata dalla lunga giornata, si avvia verso l’uscita ma si ferma davanti allo stand della Giuntina. Vorrebbe acquistare i Middlestein, mentre la fanciulla della casa editrice promuove Il grande circo delle idee. Colui che tutto ha letto si intromette, farfugliando un «sono altre 400 pagine. Ma quando leggerei tutta sta roba??». E lei mestamente si allontana. Sì, lui ha ragione, però lei si è fatta convincere troppo facilmente. «Con te in fiera non ci vengo più, ecco!».

Poi lui dice: «Il prossimo anno andiamo al Salone del libro di Torino?»


mercoledì 26 novembre 2014

Manuale di danza del sonnambulo, Mira Jacob

Sorprendente.
Il tomo è arrivato in ufficio; gli ho dato uno sguardo e mi son chiesta cosa avessi fatto di male alla Neri Pozza per meritare questo. Già l’idea della famiglia indiana alla ricerca del riscatto sociale negli States non mi faceva impazzire, leggerne per più di 500 pagine era l’espiazione per un peccato che non credevo di aver commesso. In fondo, non me l’aveva prescritto il medico, giusto? Potevo ignorare il libro e saltare l’appuntamento mensile con il Neri Pozza book club.
Invece no. Ho aperto di malavoglia il Manuale di danza del sonnambulo appena pochi giorni fa. E sono stata sequestrata dalla storia.
Ho trovato un po’ di tutto: l’amore, la famiglia, l’amicizia, il disagio di essere stranieri nella terra che per antonomasia accoglie tutti e dà a ciascuno (dicono) la possibilità di diventare ciò che si vuole. Ma poi ogni emigrato porta con sé un misto di nostalgia e disorientamento. E le culture si mescolano. Il sari e le Reebok con la chiusura di velcro, gli anelli di cipolla annegati nel ketchup e quintalate di chapati (pane indiano), raita (salsa a base di yogurt) e una lunga serie di chutney (condimenti di vaio tipo). Non so se la lettura del libro abbia influito, fatto sta che ho mangiato riso basmati con la curcuma per un’intera settimana.
Dialoghi brillanti e leggeri; la sensazione che Amina, la protagonista, potresti essere tu. Sì, lei è una trentenne di origine indiana nata nel New Mexico ma, come te, finge di non sentire sua madre quando la pungola sul matrimonio, sui figli che non ci sono, sull'abbigliamento poco femminile, sulle scelte professionali. Ha le tue stesse paure: può trovarsi come te, come tutti, a dover affrontare la malattia e la morte delle persone a cui vogliamo bene. Poi, però, la vita continua: bisogna alzare la testa e andare avanti. 
Anche Amina abbassa lo sguardo quando si sente a disagio, non riesce a fare la doccia con la porta aperta nella casa dell’uomo con cui esce perché in quel gesto c’è più intimità dell’andare a letto insieme. Fare la pipì mentre si parla con lui è un impegno per il futuro. Bisogna essere pronti.
Se non fosse stato per il book club della Neri Pozza, non credo avrei mai letto il Manuale di danza del sonnambulo. La famiglia indiana che si trasferisce in America? No, non mi avrebbe incuriosito. Non sarei stata attratta dalla copertina (scusate, almeno un difetto dovevo trovarlo. Le scelte grafiche della Neri Pozza sono sempre superlative, ma questa volta…). Per non parlare del solito dilemma del lettore: perché dovrei dedicare il mio irrisorio tempo all'anonima Mira Jacob quando ho decine di classici intonsi in libreria?
Certo però che avrei perso una bella storia.


Il Manuale di danza del sonnambulo mi ha aiutato ad affrontare una pessima settimana; una di quelle in cui si è così nervosi da non riuscire a prendere sonno la sera per la morsa alla bocca dello stomaco che non molla la presa. La lettura ha avuto un effetto calmante, avvolgente; capace di cancellare tutto il resto. Mica una roba da poco. 


Manuale di danza del sonnambulo, Mira Jacob
Traduzione di Ada Arduini,
Neri Pozza (Le tavole d’oro).

martedì 18 novembre 2014

Lieto fine, Edward St. Aubyn

In effetti lo si può definire un lieto fine. Peccato che il titolo originale fosse “At last” che non è esattamente un happy ending. Gli imperscrutabili misteri delle scelte editoriali. Ovviamente, se non hai letto I Melrose, risparmiati di entrare nella psiche di Patrick Melrose: non comprenderai mai perché ce l’abbia a morte con sua madre e perché questo funerale sia quasi una liberazione. Cioè, penserai che hai a che fare con:
- un over quaranta dall’infanzia traumatica che sta cerando di fare pace con sé stesso e decidere che direzione prendere (vero);
- la di lui ex moglie, ancora affezionata amica e sicuramente più madre che amante (vero);
- un gruppo di schizzoidi che partecipano al funerale di Eleanor Melrose ma potrebbe essere anche una festa di compleanno (vero). Sono tutti troppo presi dalle loro vite, dalle proprie ambizioni, dalle opportunità mancate, dal flusso dei propri pensieri per pensare al de cuius;
- il cadavere di una donna vecchissima che ha vissuto molteplici vite (aristocratica ricchissima e infelice, moglie depressa e infelice, madre anaffettiva e infelice, divorziata in missione umanitaria alla ricerca della felicità, fricchettona che si è liberata dei suoi averi per sovvenzionare una comunità new-age, morendo in solitudine e in pace. Felice?).


Ok, riformulo. Potresti anche leggere “At last” senza aver letto i precedenti quattro romanzi e potresti comunque pensare di aver capito tutto. Ma avrai perso una storia poderosa e non capirai quanto possa essere lieto quel finale.  


Edward St. Aubyn, Lieto fine
traduzione dall’inglese di Luca Briasco
Neri Pozza (Bloom) 


venerdì 14 novembre 2014

I Melrose, Edward St. Aubyn

Guardi la copertina e pensi a quei balli favolosi in quelle ville fantasmagoriche in cui si arriva con limousine e autista personale (pronto a raccattarti ubriaca persa), abito lungo, sguardo ammiccante. “Il cocktail dai Pratt? Una noia mortale! Mi hanno invitato anche a St. Moritz... [occhi al cielo]...onestamente non credo di poterli sopportare per un intero weekend!!” Risatina interrotta dall’arrivo di un ragazzo bruno in smoking con un flûte di champagne nella mano destra mentre poggia la sinistra sulla spalla nuda di un’altra deliziosa biondina dagli occhi maliziosi. “Patrick caro, che piacere rivederti!”.

Soppesi il libro, zittisci le voci che si stanno impossessando di te, e valuti se sia opportuno trascorrere almeno un paio di settimane con Patrick Melrose solo perché la tua parte irrazionale si è invaghita di una copertina e sta già favoleggiando; la parte razionale ricorda all’irrazionale che nella libreria ci sono almeno una ventina di classici, altrettanto voluminosi, in attesa di essere aperti. Le due scendono a compromesso: non acquisti il libro ma lo prendi in prestito in biblioteca, tanto per spiluccarlo un po’.
Ahimè, la copertina t’ha tratto in inganno: a fare da aperitivo ci sono feste, cene, cocktail, weekend sfarzosi, risatine ipocrite, baci e bacetti. Ma le portate principali sono i soprusi, gli aghi che si ingegnano per trovare una vena, un buon mix di ero e cocaina. Ogni tanto ci si chiude in cliniche costose e se ne esce disintossicati. Si smette di parlare con il televisore, ma la notte c’è tutto quel silenzio… Gli occhi sbarrati. I sonniferi inutili. Però c’è sempre l’alcool. E magari il cocktail di alcool e antidepressivi.
Il tomone della Neri Pozza racchiude quattro romanzi della saga dei Melrose. Il primo pugno lo prendi dritto in faccia, senza preavviso, a pagina 81, nel vedere il corpo di Patrick, cinque anni, schiacciato contro il letto, mentre la sua mente è appollaiata sul bastone della tenda nella camera del padre.
I calci all’altezza dello sterno ti arrivano nel secondo volume. Sei già più preparato ma la spasmodica ricerca di una vena per spararsi una bella dose ti fa comunque piegare in due. Tutto raccontato nei minimi dettagli. In modo così minuzioso che chi scrive non può che esserne miracolosamente sopravvissuto.

Edward St Aubyn fotografato da Brigitte Lacombe


A quel punto è chiaro che il librozzo lo leggerai fino alla fine perché sei una persona sensibile, con l’animo da crocerossina e un po’ Patrick Melrose vorresti aiutarlo. Entrare a casa sua, preparargli un caffè, dirgli che sì, poveretto, è stato il frutto di un abuso, persona non gradita sin da subito. Certo, nonostante tanto lusso, non ha avuto un’infanzia dorata: con quel padre che gli è toccato il minimo che potesse capitargli era diventare un tossico! Ma ora basta, siamo diventati adulti, il passato è passato e non si può vivere sostituendo una dipendenza all’altra. Eppure Patrick riesce ad annientare la tua buona volontà. È un tal disfattista da non porre limiti alla capacità di farsi del male. E tu resti lì, a lettura conclusa, chiedendoti che fine farà il povero Patrick. Così prendi in prestito anche “Lieto fine”, romanzo conclusivo della saga. Stavolta senza lasciarti ingannare dal titolo. 



I Melrose, Edward St Aubyn
Traduzione dall’inglese di Luca Briasco, Neri Pozza (Bloom)

lunedì 10 novembre 2014

La storia di un matrimonio, Andrew Sean Greer

“Due persone velate che camminano tenendosi per mano: forse il matrimonio è questo”.
Spero tanto non sia così, spero di conoscere mio marito più di quanto Pearlie conoscesse il suo Holland.
“L’oggetto del nostro amore esiste solo per frammenti, una decina se la storia è appena cominciata, un migliaio se lo abbiamo sposato, e con questi frammenti il nostro cuore fabbrica una persona intera”.
È solo finzione; nella vita reale una donna sa chi ha accanto. Sì? 
Se un bel giorno scoprissi che l’uomo che ho sposato amava un altro (sì, ho detto un altro), certamente non mi comporterei come Pearlie. Dici? Ne sei sicura?

La storia di un matrimonio è raccontata da Pearlie, ed è raccontata così bene che, per un bel pezzo della lettura, ho continuato a pensare all'autore come ad una donna. Ho trascorso qualche giorno nella San Francisco degli anni Cinquanta: la seconda guerra mondiale alle spalle ma ancora nella testa delle persone e la guerra di Corea lì, davanti agli occhi.  Sono gli anni del maccartismo e in tutto il romanzo si ha sentore di tende che si muovono e occhi che scrutano il vicino da cucine in penombra. 
Non è solo la storia di un matrimonio, sono i mille volti dell’amore, il desiderio di libertà, il sogno di un mondo senza pregiudizi. Ogni capitolo aggiunge un nuovo tassello alla storia ed ogni nuovo particolare mi ha colto di sorpresa. Ho letto che non si può mettere tanta carne al fuoco (guerre, diritti civili, caso Rosenberg) senza poi approfondirne i temi. A mio avviso, quei riferimenti servivano solo per contestualizzare meglio la storia e per entrare nei pensieri di Pearlie, vedere la caccia alle streghe e percepire la paura collettiva attraverso i suoi occhi.
Per tre quarti del libro ho rimpianto di averlo preso in prestito: non ho potuto annotare, sottolineare, mettere le mie freccette. Toccherà comprarne una copia per me.

Una delle tante citazioni che avrei voluto sottolineare:
Voi che cosa volete dalla vita? Sapete dirlo? Io allora non lo sapevo, neanche quando Buzz Drumer è venuto a chiedermelo. Ma qualcosa dentro di noi deve saperlo, e credo sia quello che ho visto quel giorno sulla faccia di Holland. Sembrava alla rovescia, con tutti i desideri e i sogni segreti della giovinezza in bella mostra sulla pelle, come un guanto rivoltato. Per un istante ho visto quello che voleva.

L’ho letto perché… questa signora qui dà spesso suggerimenti di lettura interessanti.




traduzione di Giuseppina Oneto, Adelphi.

giovedì 16 ottobre 2014

Noi, David Nicholls

Non ho letto Un giorno, il best-seller di David Nicholls. Quindi non mi aspettavo niente: non cercavo “la storia molto David Nicholls”, né la conferma di quanto sia bravo questo novello Hornby.
Noi” rientra tra i compiti per casa assegnati dalla Neri Pozza BookClub e, avendo appena terminato una cosuccia abbastanza classicheggiante, tipo Mai devi domandarmi, non mi è dispiaciuto immergermi in un libro pop. 
“Sembra Hornby”, ho pensato dopo le prime pagine. Linguaggio informale, lo scrittore che parla in prima persona e cerca la complicità del lettore (“vorrei potervi dire”… “mi piacerebbe potervi dire…”); dall'innamoramento iniziale al divorzio: la trasformazione di un amore narrata con umorismo. Abbastanza Hornby, ma non brillante quanto il miglior Hornby.
La storia è raccontata dal punto di vista di lui, Douglas: biochimico, precisino, spazzolino elettrico tutta la vita; uno di quelli che dopo la laurea hanno già predisposto il cronoprogramma dei giorni a venire, fino alla pensione. Lei, Connie, è l’artista: estro, sregolatezza e creatività. Meravigliosamente bella, un archivio di fidanzati irresistibilmente violenti, fino allo stupefacente colpo di testa per un mostro, Douglas appunto (“Mi ero sempre domandata che aspetto avessero i fenomeni che non leggono. E mi sono messa con una di loro. Mostro!”).
L’altro è Albie, il figlio diciassettenne, quello che sembra uno sgherro di Caravaggio: 
“È fico, dicono, la gente è attratta da lui, e anche da questo punto di vista è figlio di sua madre. Secondo il suo tutor al college non è nato per studiare, ma possiede una notevole intelligenza emotiva”.

La narrazione scorre piacevolmente: fa sorridere, fa pensare ai piccoli compromessi a cui bisogna sottostare “per amore”; fa riflettere sull’evolvere (involvere??) delle relazioni, buttando lì considerazioni scontate sulla vita di coppia, considerazioni che poi tanto banali non sono:
“Naturalmente, in quasi un quarto di secolo, abbiamo esaurito ogni possibile domanda sul nostro passato remoto e ci rimangono solo cose tipo «Com’è andata in ufficio?» o «Quando torni?» o «Hai buttato la spazzatura?». Le nostre biografie sono così intrecciate che in pratica siamo presenti entrambi in ogni pagina. Conosciamo le risposte, perché eravamo lì, e la curiosità va scemando, sostituita, semmai, dalla nostalgia”.     
Al povero Douglas succede di tutto. Forse troppo. All’arrivo delle meduse avrei voluto dire a Nicholls di smetterla con il tragicomico (Cos’è? Il festival della sfiga?).  
Noi, come tanta narrativa contemporanea, non è una lettura imprescindibile; non è la storia che vi resterà nella testa una volta chiuso il libro; però vi intratterrà piacevolmente per qualche ora (400 pagine, diciamo più di qualche ora). È anche la fine di un amore, ma non lascia l’amaro in bocca.  

Noi - David Nicholls, traduzione di Massimo Ortelio, Neri Pozza, collana Bloom.




martedì 7 ottobre 2014

Dell’immortalità del romanzo

[…] i romanzi  veri hanno il prodigio di restituirci l’amore alla vita e la sensazione concreta di quello che dalla vita vogliamo. I romanzi veri hanno il potere di spazzare via da noi la viltà, il torpore e la sottomissione alle idee collettive, ai contagi e agli incubi che respiriamo nell’aria. I romanzi veri hanno il potere di portarci di colpo nel cuore del vero.
[…]
Nel futuro non ci saranno più romanzi di sorta, ma dovranno passare secoli, per la lentezza con cui si estingue la specie. Per qualche tempo, i romanzi non saranno che grida rotte e singhiozzi, poi calerà il silenzio. La gente sarà gonfia di romanzi non scritti e storie sotterranee e segrete circoleranno nelle profondità della terra. Per appagare la propria sete segreta, la gente inventerà dei surrogati di romanzi, avendo gli uomini una fantasia geniale nel trovare dei surrogati alle cose di cui soffrono la privazione. Poi un giorno il romanzo, come la fenice, rinascerà dalla sue stesse ceneri. Perché esso è fra le cose del mondo che sono insieme inutili e necessarie, totalmente inutili perché prive d’ogni visibile ragione d’essere  e d’ogni scopo, eppure necessarie alla vita come il pane e l’acqua, ed è fra quelle cose del mondo che sono spesso minacciate di morte e sono tuttavia immortali.


Cent’anni di solitudine in Mai devi domandarmi - Natalia Ginzburg, Einaudi