mercoledì 19 ottobre 2011

La casa di carta

Ogni anno regalo non meno di cinquanta volumi ai miei studenti, eppure non riesco a smettere di aggiungere sempre un nuovo scaffale, una nuova doppia fila di libri; i libri avanzano per la casa, silenziosi, innocenti. Non riesco a fermarli. […] Noi lettori curiosiamo nella biblioteca degli amici anche solo per distrarci. A volte per scoprire un libro che vorremmo leggere e non possediamo, altre solo per capire di cosa si nutra l’animale che abbiamo di fronte. Lasciamo un collega seduto sul divano e al nostro ritorno lo troviamo in piedi, ad annusare fra i nostri libri. […]
 
«La biblioteca che si mette insieme è una vita. Non è mai una somma di libri. Lei li allinea sugli scaffali e sembrano una somma, ma questa, se mi consente, è un’illusione. Seguiamo certi argomenti e con l’andar del tempo finiamo per definire dei mondi; per disegnare, s preferisce, il percorso di un viaggio, col vantaggio che ne conserviamo le tracce. Non è semplice. È un processo nel quale ci impegniamo a completare bibliografie, incalzati dal riferimento a un libro che non possediamo; quando ce lo siamo procurato, ci lasciamo condurre verso un altro libro».

La casa di carta, Carlos María Domínguez, Sellerio, 2011, traduzione di Maria Nicola


Ed ora come la mettiamo con gli ebooks?

mercoledì 5 ottobre 2011

Easter Parade

È il secondo libro che leggo di Richard Yates e nonostante quel sapore amaro che non t’abbandona mai nel corso della lettura, all’ultima pagina mi rallegro perché so di avere ancora abbastanza opere di Yates da scoprire.
Forse questo Easter Parade, meravigliosamente tradotto, mi è piaciuto anche più di Revolutionary Road. La vita della protagonista, Emily, ha molti elementi in comune con la vita dell’autore: l’instabilità della famiglia, il divorzio dei genitori, i continui traslochi, l’esperienza professionale nel mondo della pubblicità, la vita sentimentale travagliata.
In Easter Parade c’è la continua ricerca della felicità che a tratti diventa sinonimo di libertà. La ricerca di qualcosa a cui consacrare la propria esistenza.
Si cerca la felicità lontano da casa, dalla mediocrità cha ha caratterizzato la propria adolescenza:

    “La scuola era il centro della sua vita. Prima di andare al Bernard non aveva mai sentito adoperare il vocabolo intellettuale come sostantivo, e ne rimase molto colpita. Era un sostantivo coraggioso, un sostantivo orgoglioso, un sostantivo che evocava una consacrazione perpetua ad argomenti elevati e un freddo disprezzo per le banalità.”

Poi, magari, nella vita non si potrà svolgere un lavoro intellettualmente stimolante ma

     “[…] al college le era stato insegnato che lo scopo di un’istruzione umanistica non era educare la mente ma liberarla. Quello che si faceva per vivere non aveva importanza; ciò che contava era il tipo di persona che si era.”

 C’è chi, invece, continua a cercare la felicità nel matrimonio:

    «Siamo molto diverse io e te. Non sto dicendo che un modo di vedere le cose sia migliore dell’altro, è solo che io ho sempre pensato al matrimonio come a una cosa… be’, sacra. Non mi aspetto che gli altri la pensino come me, ma io sono fatta così. Ero vergine quando mi sono sposata e sono rimasta vergine. Cioè», aggiunse in fretta, «insomma… non me ne sono mai andata a civettare in giro».

Ma poi, dentro a quel matrimonio sacro ci sono liti violente, e l’alcol sembra essere l’unica via di fuga.

 Per qualcuno felicità è sentirsi liberi.

    “Gli piaceva, così disse, la libertà di cui poteva godere.

    «Be’, ma… cioè, la libertà di fare cosa?»

    «Non c’è bisogno di fare per forza qualcosa. Sono libero di essere».

    «Ah. Ho capito. Perlomeno, credo di aver capito». […]
E quando avrebbe imparato a smetterla di dire «ho capito» a proposito di cose che non capiva affatto?”
Ma la felicità è illusoria, come la libertà. Le scelte alla fine sono dettate anche dagli eventi, dagli incontri, dalle decisioni altrui, dall’incapacità di reagire, dalla stanchezza che ha la meglio sull’entusiasmo e su tutti i grandi progetti di una vita.  

   «Sì, sono stanca», fece lei. «E la sai una cosa buffa? Ho quasi cinquant’anni e non ho mai capito niente in tutta la mia vita».
A cinquant’anni Emily ha almeno smesso di dire «ho capito» a proposito di cose che non capisce affatto.

lunedì 3 ottobre 2011

Giallo non giallo

“A dire il vero, non mi sono mai laureto e non ho neanche mai scritto un romanzo. La colpa, in parte, ce l’ha il Don Chisciotte.
È triste, ma il Don Chisciotte è un libro che non posso soffrire. In quegli anni gloriosi in cui gli studenti facevano ancor manifestazioni e fumavano spinelli nel cortile di lettere, io ero un idealista orgoglioso e ingenuo, cosa che mi ha provocato non pochi problemi. […] 
Come dicevo, ho avuto un trauma per colpa del Don Chisciotte. Solo a sentirne parlare mi innervosisco. Non so perché, ma lo odio, lo odio profondamente; forse perché è l’unico libro di cui tutti parlano bene. I politici ne citano brani a memoria, prodigano lodi e non si fanno il minimo scrupolo a sperperare le nostre tasse in commemorazioni e omaggi, cosa che sembra per lo meno sospetta. Malgrado ciò, sono convinto che la maggior parte dei nostri parlamentari non se l’è mai letto tutto. Io per primo non sono potuto andare oltre le quaranta pagine, e dire che mi sono anche sforzato. In realtà, non aver letto il Don Chisciotte non è poi un gran problema, ma lo è se studi lettere moderne. […]
Non mi restava che un anno per finire e non mi venne in mente niente di meglio che presentare come tesina finale un’inchiesta che dimostrava che nel nostro paese (anzi, nella mia città) quasi nessuno ha letto quel testo sacro della letteratura spagnola. Persi tempo a fare un sondaggio con ben cinquecento interviste […]
Tutti quei quattrocentoottantadue risposero “no” al punto “d” dell’inchiesta dove si domandava se erano disposti a confessare pubblicamente di non aver letto il Don Chisciotte.
Logicamente, dopo quei risultati mi sentii sollevato e un po’ meno solo. Bisogna dire però che i professori dell’Università non apprezzarono molto il mio originale apporto allo studio della letteratura del Secolo d’Oro. Invece di aver perso tempo in quel modo, mi dissero, avrei dovuto leggerlo dalla prima all’ultima pagina e smetterla di addurre scuse. Giurarono che non mi sarei mai laureato, né in quella facoltà né in nessun’altra, e che se mi veniva in mente di fare il Don Chisciotte e rendere pubblico quel sondaggio del cazzo (parole testuali), qualcuno mi avrebbe cambiato i connotati (parole testuali anche queste). Siccome non capivo bene cosa significasse fare il Don Chisciotte perché non avevo letto il libro, gettai la spugna e mi misi nelle mani di Montse.”

Non sono una gran lettrice di gialli, non perché non mi piacciano, anzi. È che li temo. Sì, temo che qualora iniziassi a leggere gialli e noir, smetterei di fare tutto il resto. Un giallo ben scritto ti tiene inchiodata alle sue pagine, dimenticando riunioni, bucato da fare, impegni sportivi, ufficio da raggiungere…
Solo che se si frequenta con un certa costanza il blog di gialli-e-geografie, come si fa a non cadere nella gialla trappola?
Lo stralcio riportato è tratto da Delitto imperfetto, della scrittrice catalana Teresa Solana, e dà l’idea, a mio giudizio, dello stile irriverente e divertente che caratterizza l’opera. Un giallo non giallo, come diceva la mia amica Nela San qui. Il mistero c’è e c’è anche la suspense, ma poi c’è tanto umorismo e una manciata d’ironia, specie quando Teresa Solana si sbizzarrisce nel delineare alcune figure femminili odierne: dalle raffinate signore borghesi, impeccabili nei loro abiti firmati e corpi rifatti, alle “sinistroidi riconvertite a tutto quello che comprende l’aggettivo alternativo: le diete alternative, la medicina alternativa, l’ecologia alternativa e non so quante altre cose alternative.”

Uno spasso.     

lunedì 26 settembre 2011

Giovinezza a Vienna

Ho acquistato Giovinezza a Vienna in estate, prima di partire per l’Austria, con l’idea di leggere le vie di Vienna prima di percorrerle. Da questo libro mi aspettavo di scoprire la Vienna di fine ‘800 più che di conoscere la giovinezza dissennata di un borghese ebreo negli anni in cui, in Europa, iniziava a mettere radici l’antisemitismo. Volevo incontrare una casa editrice nuova (SE Edizioni), leggere finalmente un’autobiografia e possedere un libro dalla copertina suggestiva come questa:


Poi, però, il libro è rimasto sulla scrivania insieme agli altri che si vanno pian piano ammonticchiando, in attesa che una probabile libreria Ikea faccia il suo ingresso trionfale in casa valigiesogni.
Poiché un viaggio non termina solo perché si è scesi dal treno, qualche giorno fa ho liberato l’autobiografia di Arthur Schnitzler dalla pila di libri da leggere, spostandolo dalla scrivania alla mia borsa. Incipit accattivante:

 “Sono nato a Vienna il 15 maggio del 1862 nella Praterstraße, chiamata allora Jägerzeile, al terzo piano dell’edificio attiguo all’hotel Europa; poche ore dopo, mio padre me lo raccontò più volte, trascorsi qualche tempo sulla scrivania. Non son più se quella sosta, comunque insolita per un neonato, fosse stata decisa da mio padre o dalla levatrice; in ogni caso l’episodio gli fornì sempre lo spunto per una profezia palesemente scherzosa sulla mia carriera di scrittore- una profezia, peraltro, al cu avverarsi egli avrebbe assistito solo per un tempo assai breve, e con una gioia non priva di riserve.”

Dopo un inizio promettente, la lettura è diventata sempre più faticosa. Stile ridondante, attenzione al dettaglio, descrizione minuziosa di eventi apparentemente banali, elenchi dettagliati di amici, insegnanti, conoscenti, date e fanciulle. Tante fanciulle. Eppure, nonostante una certa difficoltà nel procedere con la lettura, non sono riuscita a distaccarmene fino alla fine, postfazione inclusa. Forse ha prevalso il desiderio di scoprire quale fosse lo stile di vita e la quotidianità di un giovane di buona educazione nell’Austria dell’Ottocento. E più ancora la smania di capire come Arthur Schnitzler sia diventato Arthur Schnitzler.
Chissà perché mi aspettavo un’educazione rigida e una vita seriosa ed assennata. Sì, certamente. Ore ed ore trascorse, fin dall’adolescenza, incontrando (e fantasticando) su donne più o meno “serie”, qualche ora al pianoforte, serate a teatro, pomeriggi spesi al caffè Central, lunghe passeggiate al Volksgarten sempre in dolce compagnia, tanto tempo dedicato alla scrittura di diari, lettere, alla stesura delle prime opere teatrali (nelle quali nessuno credeva) e poche, pochissime ore dedicate allo studio.
“Fin da piccolo avevo nutrito il sogno di diventare medico come il babbo. In tal modo mi sarebbe stato possibile girare in carrozza tutto il giorno, non solo, ma avrei potuto anche farla fermare a mio piacimento dinanzi a qualsiasi negozio di dolciumi, per acquistare leccornie deliziose […] A voler essere più seri, senza dubbio subì l’influsso dell’esempio paterno e ancor più quello dell’atmosfera che regnava in casa nostra fin dalla mia prima fanciullezza; e poiché durante il ginnasio nessuno aveva pensato che potessi seguire un corso di studi diverso, risultò del tutto normale che  nell’autunno del 1879 mi iscrivessi alla Facoltà di Medicina dell’università di Vienna. Fino ad allora non avevo dato prova di una reale attitudine e neppure di un particolare interesse per le scienze naturali. Senza dubbio, il piano di studi del ginnasio e la personalità dei nostri professori non erano stati in grado di risvegliare il mio interesse per quella disciplina, e anche l’educazione e l’istruzione che venivano impartite in casa – non soltanto nella mia – non tendevano a sviluppare le capacità percettive.  Nei confronti della natura in quanto tale, il mio atteggiamento sarebbe rimasto ancora per lungo tempo incerto, poetico-sentimentale piuttosto che ingenuo contemplativo, e la mia sete di conoscenza si sarebbe rivolta all’ideologia, alla storia ed alla psicologia più che al fenomeno, al presente ed alla forma”.

Nonostante lo scarso impegno, Arthur Schnitzler divenne poi un medico. Ma le sue memorie non mostrano mai un reale interesse verso la professione. Solo nelle ultime pagine dell’autobiografia, parlando dell’ipnosi e degli esperimenti fatti utilizzando la tecnica dell’ipnosi, si percepisce il diverso coinvolgimento del dottor Schnitzler.
L’indole ribelle, incosciente e un po’ frivola di AS contribuì ad instaurare un rapporto freddo e sempre più distante nei confronti del padre. L’autore esprime, in diversi momenti della sua vita, giudizi molto severi verso il padre, nonostante non neghi che “nato nella miseria, ciò che aveva raggiunto era unicamente frutto del suo talento, della sua volontà e della sua forza”. 
Ma, insomma, una pacifica convivenza era difficile da realizzare stando alla confessione dello stesso AS, già in età adulta.

“In un primo momento l’esercizio della libera professione restò limitato a un ambito assai ristretto e devo ammettere, in tutta sincerità, che continuai la vita da studente: ero un giovane di buona famiglia che per un paio di ore al giorno si dava da fare in ospedale, al policlinico, nel laboratorio di istologia patologica, che frequentava con assiduità il teatro, i concerti e la buona società, che trascorreva una parte eccessiva del suo tempo libero al caffè con gli amici e viveva ancora con il denaro per le piccole spese, che non gli bastava mai, naturalmente.” 

E poi, balli, lettere d’amore, amanti che si alternano, altre che riemergono, cocotte, donne di tutte le età e tutti i ceti sociali che entrano ed escono dalla vita di AS. Viaggi, inquietudini. Una giovinezza incredibile, assai distante da quella che avevo immaginato. Un’autobiografia che non scorre velocemente ma che costituisce un ottimo strumento per leggere, e rileggere, con occhi diversi le opere di Schnitzler.

sabato 27 agosto 2011

Austria – Salisburgo

Tutti i nostri arrivi (se si esclude Steyr) sono stati caratterizzati da cielo cupo e da una leggera pioggia. Salisburgo non è stata da meno. Pioggia battente per un’intera giornata; poi è spuntato un timido sole, la temperatura si è addolcita ed improvvisamente è arrivata l’estate.


Centro storico splendido, accogliente, con edifici barocchi che si alternano a costruzioni gotiche, il fiume Salzach scorre solo apparentemente lento. Intorno alla città, le due alture del Kapuzinerberg e del Mönchsberg; su quest’ultima è stata costruita un’imponente fortezza (Hohensalzburg) in pietra bianca, cinta da grossi bastioni.
Bella Salisburgo, eppure Mozart detestava la sua città natale. Troppo chiusa ed assopita rispetto alle grandi città europee. Salisburgo, al contrario, non fa che venerare il suo geniale figliolo, trasformandolo in un bel business. In fondo, come fare diversamente, vista la moltitudine di turisti che si riversa nella città? Numerosi e rumorosi; tanto da smorzarne la bellezza. Se però si percorrono le vie centrali al mattino, con i negozi chiusi e la gran parte dei turisti dormienti, ci si guarda intorno estasiati perché Salisburgo, nonostante gli edifici pomposi, riesce ad essere cordiale come un piccolo borgo di montagna.
Confesso che, in quanto città natale di Mozart, m’aspettavo di trovare tracce più tangibili della sua esistenza. Di fatto, però, non avendo mai amato la “sua città”, tutto ciò che si trova a Salisburgo è più una ricostruzione della vita dell’artista e della sua famiglia, fatta a posteriori, che un reale segno della presenza di Amadeus. Come dire, la città lo ricorda e sfrutta il suo nome ma lo spirito di Mozart aleggia altrove.
Il cercarlo ed il non trovarlo ha un che di malinconico. Io l’ho cercato nella casa natia, al terzo piano della Getreidegasse 9, un edificio giallo in quella che oggi e la via principale dello shopping. Mi sono fatta largo tra i giapponesi che scattavano foto dappertutto e i nostri connazionali che lamentavano a gran voce l’assenza di audioguide/traduzioni in italiano.
L’appartamento della famiglia Mozart è parte del museo gestito dalla Fondazione internazionale del Mozarteum e raccoglie diversi oggetti del compositore, strumenti musicali, ritratti, lettere, spartiti e il suo primo pianoforte. 
Poi, così come fece la famiglia Mozart, mi sono spostata nell’altra casa, quella in Makartplatz 8, luogo in cui Leopold Mozart morì in solitudine, visto che la moglie era già venuta a mancare e Amadeus aveva ormai lasciato Salisburgo da anni. Anche questa abitazione, in parte ricostruita, è gestita dal museo della Fondazione già citata, che amministra l’eredità artistica del compositore. Anche qui si trovano arredi dell’epoca (simili a  quelli che erano appartenuti alla famiglia), celebri ritratti, preziosi documenti, strumenti musicali. Al piano terra, poi, c’è il Museo Audiovisivo Mozartiano, una sorta di laboratorio multimediale in cui vengono custoditi e raccolti film e documentari attinenti alla vita del compositore, Dvd e Cd per ascoltare o vedere alcuni dei suoi concerti più celebri.
Ho trascorso un po’ di tempo girovagando nelle stanze dei due appartamenti, leggendo soprattutto la corrispondenza. Amadeus aveva una bella calligrafia tondeggiante, con qualche svolazzo qua e là. Si vede che, all’epoca, c’era un rapporto diverso con l’inchiostro. Ho trovato lettere di Leopold Mozart in cui questi rassicurava la figlia delle proprie condizioni di salute, quando, invece, stava per morire. Ho letto le parole affettuose che Amadeus, nel corso dei frequenti viaggi, indirizzava a sua moglie Costanze. Ho pensato al patrimonio racchiuso in ciascuna di quelle lettere; patrimonio che, in tempi moderni, si smarrisce tra veloci e-mail e insipidi SMS. Poi, però, nel leggere alcune lettere davvero molto personali, sono quasi arrossita. Non è bello, neppur a distanza d’anni, star lì a spiare la vita di qualcuno. La mia e quella di migliaia d’altri occhi costituiscono un’intrusione nella sfera più intima di un’intera famiglia. Ma Amadeus era uomo di compagnia che amava la celebrità: forse questa violazione della privacy non gli sarebbe poi tanto dispiaciuta.




Certo non potevamo saltare la visita alla Fortezza Hohensalzburg. Fatta costruire nel 1077 dall’arcivescovo Gebhard, nel corso delle lotte per le investiture tra Papa ed Imperatore, è stata poi ampliata nel corso degli anni. Imponente, non c’è un’altra espressione per poterla descrivere. Vi si potrebbe arrivare attraverso una funicolare costruita alla fine dell’Ottocento ma verrebbe meno il gusto di percorrere una strada ripidissima che rende ancora più grandioso il castello. Da qui, la vista sulla città, ovviamente, è eccezionale; e poi ci sono le superbe camere dei principi: la stanza d’oro, rivestita di legno intarsiato e dorato, con la sua grande stufa in maiolica dai disegni floreali, e la sala; entrambe le stanze presentano soffitti a cassettoni, dipinti d’azzurro e con bottoncini dorati per ricreare l’effetto cielo stellato.


Il verde che circonda Salisburgo e il desiderio di fuggire dalla pazza folla ci spingono a cercare anche percorsi alternativi. Si prende così, da una via piuttosto centrale, una stradella in salita che dovrebbe portare fino al Kapuzinerberg, il Colle dei Cappuccini. E qui commetto un’ingenuità. Salendo lungo la silenziosa e verde collina, infatti, incontriamo una chiesa e un monastero dei Cappuccini. Continuiamo a camminare lungo la Stefan Zweig Weg e incontriamo anche un mezzo busto che raffigura lo stesso Stefan Zweig, scrittore austriaco. Dell’autore ho letto solo un paio di libricini poco prima di partire; ne conosco a stento la storia e capisco che nel suo girovagare ha soggiornato a Salisburgo. Tant’è che sulla mappa della città ho visto uno “Stefan Zweig Centre Salzburg” ed ho anche pensato di visitarlo. Ma poi è finita lì.
Insomma, solo al ritorno in Italia scopro che su quella collina silenziosa i coniugi  Zweig avevano acquistato una villa in cui hanno dimorato dal ‘19 al ‘34; la villa è stata polo d'incontro di numerosi intellettuali europei, tra cui Thomas Mann, Arthur Schnitzler, James Joyce, George Wells, Arturo Toscanini… Suppongo d’esser passata quasi accanto alla villa ma me la son lasciata sfuggire. Pace.

Dalla serenità e dalla bellezza di quel luogo, però, posso affermare che Stefan Zweig era un uomo di buon gusto dal quale mi sarei fatta ospitare volentieri almeno per un weekend. 
Il viaggio si è concluso con una meta tipicamente turistica, ma ne ero troppo incuriosita: il castello di Hellbrunn.

Agli inizi del Seicento, il principe-arcivescovo salisburghese Markus Sittikus von Hohenems diede l’incarico di far costruire una residenza di campagna ai piedi del monte di Hellbrunn, luogo ricco di acque. Il principe, grande appassionato dell’arte e della cultura italiana, affidò l’incarico di costruire una “villa suburbana” all’architetto Santino Solari. In pochissimo tempo venne realizzato un capolavoro architettonico con un parco eccezionale caratterizzato da grotte misteriose, giochi meccanici, frutto dell’ingegneria idraulica, e fontanelle che spruzzano acqua ad ogni angolo del castello; Markus Sittikus fece trasformare la cava di pietra naturale di Hellbrunn in un teatro, creando in tal modo il “Teatro di pietra”, il teatro all’aperto più antico d’Europa.

A Salisburgo mi si è appiccicata addosso una gran voglia di musica. Un desiderio di accarezzare i tasti del pianoforte, di provare e riprovare un pezzo, di cerchiare un accordo sullo spartito, di cambiare diteggiatura. Passando accanto al Mozarteum, l’Accademia di musica di Salisburgo, dalle finestre aperte scappavano le note del pianoforte, scontrandosi con la voce di un soprano. È stata una tentazione troppo forte. Sono entrata ed ho passeggiato tra i corridoi annusando quell’eccitazione che credo caratterizzi i conservatori di tutto il mondo. Quella porta lì, ormai, è chiusa da tanto tempo però, forse, questa è la volta buona per prelevare il pianoforte da casa dei miei genitori e farlo tornare a stare da me.

Austria – Cosa porto a casa?

Si riprende il treno e ci si ferma a Villach; si girella per un po’ in attesa dell’intercity per Roma e lo sguardo è già più malinconico.


Arriva subito quel senso di straniamento che caratterizza i viaggi di ritorno.
Porto a casa quell’immagine del signor valigiesogni ed io, mano nella mano, nella nostra ultima serata salisburghese, che camminiamo al tramonto costeggiando il fiume Salzach. L’aria è tiepida e il panorama rilassante. Incontriamo tante persone in bicicletta: forse tornano a casa dal lavoro o magari vanno a cena fuori. Certo è che sembrano sereni nella loro quotidianità.

   
Ripenso alle nostre cene nei vari ostelli: noi due, la nostra stanzetta, le insalate acquistate al Billa e quel pane delizioso con i semi di sesamo e con tutti i cerali di cui neppure conosco il nome. 

Ripenso ai pasti nei ristorantini locali. Il pretzel caldo e i piatti tipici.
Rivedo le serate trascorse leggendo, distesi, ciascuno con il proprio romanzo, senza la stanchezza che fa chiudere gli occhi o il lavoro da terminare per il giorno successivo.
E poi sento il suono del clavicembalo e il gusto di camminare, guardare, scrivere; separarsi, perché si son scelte mete diverse, e poi rincontrarsi e raccontarsi cosa si è visto.
Un viaggio lento, senza fretta alcuna. Il viaggio del tempo ritrovato.

mercoledì 24 agosto 2011

Austria – Angoli incantati: Steyr


Bagnata dai fiumi Steyr e Enns, Steyr è una di quelle cittadine incantate in cui pensi che le persone non possano abitarci veramente. Invece ci sono e sono gentili, pronte a fermarsi per strada se ti vedono indugiare con una pianta della città tra le mani e chiederti se hai bisogno d’aiuto.

Fontane, ponti, passerelle, case colorate, viuzze acciottolate e popolate, senza però essere troppo rumorose. Sono solo allegre. Non stupisce che quest’antico borgo abbia conquistato Franz Schubert e Anton Bruckner.
Bruckner era particolarmente attratto dal famoso organo Chrismann, tardo barocco, nella parrocchia gotica, e pare deliziasse, come organista, il pubblico locale.
Qui trovò l’ispirazione per completare alcuni capolavori: la Settima, l’Ottava e la Nona Sinfonia.
“La zona è immensamente bella!”, scriveva Franz Schubert in una lettera da Steyr.
A suo ricordo, sulla sua casa nella piazza principale è esposta una targa commemorativa. Ma la casa non è visitabile, sigh!

   

    Steyr si visita in mezza giornata ma ci si fermerebbe volentieri per una settimana.

Austria - Linz


Danubio blu. Sì, certo che il Danubio lo si trovava pure a Vienna; ma lì non m’era sembrato né bello né tantomeno blu.
Linz, terza città austriaca per popolazione, a metà strada tra Vienna e Salisburgo, ci incuriosiva per essere stata la residenza di Hitler nei suoi anni giovanili, quando colui che sarebbe diventato il Führer progettava grandi cambiamenti architettonici da realizzare nella città. Linz, centro industriale, diventato inaspettatamente Capitale Europea della Cultura nel 2009. Per questa ragione, forse, l’immaginavo un po’ la Torino d’Austria.
Scesi dal treno, attraversando il parco che ci separa dal centro della città, avvertiamo subito la presenza di una popolazione eterogenea. Pochissimi turisti e tanti residenti non austriaci. Polacchi, slavi, rumeni. Una città operaia che, ovviamente, è stata vista come possibile meta per una vita migliore. 

A Vienna, oltre alle mie numerose lacune storiche (quel 30 all’esame di Storia Moderna non lo meritai affatto), è emersa con prepotenza la mia ignoranza in ambito artistico.
Estasiata di fronte alle opere di Egon Schiele e scoperto lo sconosciuto, fino a pochi giorni prima, Kokoschka e tutto il movimento della secessione viennese (lascio alla bontà della Zia Grazia di spiegarci meglio artisti e capolavori), mi sono subito diretta al Lentos Kunstmuseum di Linz.
Edificio ipermoderno: una struttura a vetri lunga 130 metri, creata dagli architetti Weber & Hofer di Zurigo, che si trova direttamente sul Danubio, tra il Ponte dei Nibelunghi e Brucknerhaus; 8000 m² circa di spazio utilizzabile. Pareti bianche, soffitti alti; l’idea che ci si trovi in una costruzione ancora da ultimare. Ma è bella e finita.
Come promesso dalla guida, ho trovato opere interessanti di Klimt, Schiele e Kokoschka, oltre ad altri lavori troppo moderni per poter suscitare il mio interesse.
Il cielo incerto e l’aria uggiosa costituiscono lo scenario perfetto per una colazione in uno di quei Caffè da romanzo di fine Ottocento.
Pareti rivestite di legno, foto in bianco e nero che ricordano un’altra epoca, teiere, tazze e libri dappertutto. Accanto alla sala da tè, il forno e i dolci caldi.


Una colazione con la Linzer torte in un così bel caffè è, da sola, un’ottima ragione per fermarsi a Linz. A meno che non sia domenica. In questo caso, ricordatevi che Linz dorme pesantemente tutta la giornata.
Pochi locali aperti, a parte i gestori della centrale caffetteria-gelateria "Da Vinci" (italianissimi) ed altri gestori di false gelaterie italiane.

La domenica, però, specie se vi imbattete in un cielo azzurro e temperatura quasi estiva, è la giornata migliore per salire sulla Pöstlingbergbahn, la vecchia e ripida ferrovia di “montagna” che si arrampica sulla collina di Pöstlingsberg. Si raggiunge quindi il punto più alto della città (m 537). 
Si resta incantati da quest’Austria verdeggiante, dai tetti spioventi e il suono del silenzio. 

 Anche da qui, però, non riesco a vedere il bel Danubio blu. Saranno state le copiose piogge, fatto è che il Paese sembra essere attraversato da un fiume melmoso e lento, più grigio che blu.    

Il soggiorno a Linz è stato piacevole ma ciò che più mi ha colpito è stato lo stridente contrasto rispetto al rigore delle vie di Vienna.

A Linz si incontra anche un’altra umanità: ubriachi sdraiati nei parchi e sulle panchine; qualche donna chiede l’elemosina accanto alle chiese e negli angoli più frequentati della città; tanta sporcizia per le strade; ragazzotti che girano con auto potenti e la musica a tutto volume; diverse persone camminano per strada parlando al vento, in perfetta solitudine. È una città dinamica eppure ci sono dappertutto forti tracce di disagio sociale.

Austria – Vienna

Vienna ci ha accolto con un cielo autunnale, una leggera pioggerellina e un clima che ha spazzato via l’afa della notte trascorsa in treno. Primo ostacolo: la lingua. 
È colpa mia, lo confesso. Non sono mai riuscita a spiegarmi come fosse possibile che il Romanticismo e le opere di musica classica più intense e struggenti siano nate in paesi dalla lingua scontrosa come il tedesco. E sì che in molti sostengono che sia una lingua bellissima, un po’ ostica e complessa forse, ma pur sempre meravigliosa. Ecco, io a quei suoni senz’anima non mi sono mai riuscita ad avvicinare e così, per la prima volta, mi sono trovata in un luogo in cui leggevo le varie targhe sugli edifici senza capirne il significato. Va be’, saranno stati un “qui morì, nacque, si combatté, trascorse l’adolescenza…”; certo è che sono stata colta da un senso di smarrimento che mi ha accompagnato fino alla fine del viaggio. Inoltre, per qualche strana ragione, mi ero convinta del fatto che austriaci e tedeschi parlassero perfettamente l’inglese (perché, poi, avrebbero dovuto? Mica è obbligatorio?). Il senso di smarrimento, quindi, è andato aumentando di fronte allo sguardo perplesso di chi non capiva perché mai gli venissero poste domande in una lingua diversa dalla propria.  
Per fugare ogni dubbio: pur avendo compreso che conoscere un paio di parole nella lingua del luogo in cui si viaggia possa tornare utile, continuo a ritenere il tedesco spigoloso ed aspro.


Vienna. Potrei elencare e descrivere i luoghi visti, i musei, le ricche gallerie; potrei postare una serie di foto ed enumerare tutto ciò che avrei voluto visitare ma ho perso. Vienna è troppo immensa da percorrere in appena quattro giorni.
Il centro storico della città, dichiarato patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, meriterebbe d’essere esplorato con calma, senza esser strattonati dalla marea di turisti (tantissimi italiani) che si affollano per entrare nelle costose boutique, dai visitatori che circondano i vari artisti di strada e che fanno la fila chiassosamente intorno ai chioschi di würstel. 
Ma questa è la Vienna prettamente turistica; se poi ci si sposta nei vicoli più periferici, in orari più insoliti, si trova anche la Vienna degli austriaci. Si incontrano beisl (l’equivalente delle nostre trattorie) dai nomi impronunciabili, gli odori sono più forti, le pareti sono rivestite di pannelli in legno, i tavoli e le sedie sono semplici. Si scrutano i clienti abituali, si indovinano le loro scelte e si cerca di imitarli, sennò si finisce per prendere la solita cotoletta (sebbene qui si chiami Wiener schnitzel) e si perdono dei gustosissimi knödel, così buoni da non riuscire a staccarsi dal piatto. 



L’imponenza dell’Hofburg, gli appartamenti di Stato, la ricostruzione delle stanze appartenute all’imperatore Francesco Giuseppe e a sua moglie, l’imperatrice Elisabetta di Baviera; i pezzi di vita raccontati da queste sale, da quelle ancora più eleganti dello Schloss Schönbrunn. Secoli di storia che oggi sembrano così irreali e distanti.
Sono rimasta ipnotizzata dalla figura di Francesco Giuseppe, dalle sue scrivanie, dal suo atteggiamento stoico nei confronti del lavoro (pare si alzasse ogni mattina alle 4.30 e sostenesse che bisognava lavorare fino allo sfinimento). Profondamente innamorato della superba Elisabetta, che per lui, sembra, non provasse la stessa passione; splendida donna, insofferente alla vita di corte e lungi dal somigliare alla Sissi romantica e sdolcinata, descritta dai numerosi film realizzati nel corso del Novecento. Un’altra figura di cui bisognerebbe leggere una buona biografia.


Vienna è la Musica.
Ritenuta da Mozart, che vi si trasferì fuggendo da Salisburgo, la città più bella e vivace del mondo, con i suoi teatri, il suo dinamismo, la sua capacità innovativa, venne scelta anche da Beethoven, vide nascere e morire Franz Peter Schubert, fu testimone degli incontri tra Haydn e Mozart, ospitò Bruckner, ispirò Johann Strauss (padre e figlio) e i più recenti (e a me poco noti) Berg, Schönberge e Webern.
Ecco, se io potessi fare un viaggio nel tempo sceglierei di andare in quella Vienna là, tra la seconda metà del Settecento e la fine dell’Ottocento. Perché per dar vita a simili Sinfonie, Opere, Quartetti, Concerti, Valzer, Marce… si doveva essere immersi in un’atmosfera straordinaria, dovevano esserci tali e tanti stimoli che la mia immaginazione non riesce a ricostruire.
Si va via da Vienna con la consapevolezza che nel corso del viaggio in Austria si incontreranno realtà diverse. Ci si porta dietro lo spirito di questa città elegante che oggi ti guarda dall’alto con fare altezzoso, che si apre a te, ostentando tutte le sue bellezze, senza però riuscire ad avvolgerti completamente.

Austria - La partenza

Ci si era già rassegnati a trascorrere un altro anno di soli libri senza alcuna valigia. Qualche spesa in più da affrontare, il lavoro sempre un po’ precario e le entrate sempre un po’ incerte. Però rimanda oggi, rimanda domani, lavora anche il weekend, lavora anche la sera, a maggio ci sentivamo già così sgualciti da non riuscir a trovare il verso giusto per rimetterci in ordine. E il signor valigiesogni, tutto spiegazzato pure lui, ha deciso che quelle spese, in fondo, non erano così urgenti e che investire in sogni avrebbe reso il resto dell’anno più sopportabile. Ed io non me la sono sentita di contraddirlo. Poi, noi non s’ha mica bisogno di hotel di lusso e viaggio in prima classe per essere felici!

Da tempo il signor valigiesogni desiderava tornare a Vienna, luogo in cui aveva trascorso qualche mese ai tempi della tesi. Io in Austria non c’ero mai stata e temevo d’andarci, appartenendo a quel gruppo di stolti che, ad un certo punto della loro vita, hanno abbandonato il Conservatorio, smesso di studiare il pianoforte e accantonato la musica classica. Pentendosene.
I potenti mezzi della rete ci hanno permesso di programmare il nostro viaggio in una domenica pomeriggio, spendendo una cifra adeguata. Poi la quotidianità ci ha travolti e ci siamo trovati a tirar fuori i nostri gigazaini, come due adolescenti, senza neppure renderci conto che era arrivato il momento di partire.
S’è viaggiato in treno, con l’intercity notturno da Roma a Vienna. I panini con frittata e sottiletta, preparati per pulire il frigo prima della partenza, il treno affollato, i ragazzi americani che dormivano nei corridoi accucciati sui sacchi a pelo; gli innamorati fiorentini nel nostro scompartimento che bisbigliavano parole dolci e ridevano piano piano. Un caldo micidiale. Nella testa solo il desiderio di evasione, la voglia di camminare, guardare, scoprire se in Austria ci fossero davvero i favolosi caffè incontrati tra le pagine di Zweig, le atmosfere fumose venute fuori dalla penna di Lernet–Holenia, gli imponenti palazzi imperiali e le sfarzose sale da ballo immaginate ascoltando Strauss.
E anche qualche esitazione perché quando si idealizza un luogo si corre sempre il rischio di restarne delusi.