giovedì 26 febbraio 2015

Elizabeth von Arnim

Le camere da letto e due salotti di San Salvatore erano al piano superiore, e si affacciavano su un salone spazioso, delimitato a nord da un’ampia vetrata. San Salvatore era ricco di giardinetti disposti un po’ dovunque e su diversi livelli. Il giardino su cui guardava questa vetrata era ricavato nella parte più alta delle mura, ed era raggiungibile soltanto attraverso il corrispondente atrio del piano inferiore. Quando Mrs Wilkins uscì dalla sua stanza, questa finestra era spalancata, e al di là di essa, al sole, vi era un albero di Giuda in fiore. Non c’era segno di vita, non un rumore, né voci o passi. Sul pavimento di pietra vi erano mastelli pieni di calle, e su un tavolo splendeva un grosso mazzo di nasturzi. Questo grande spazio fiorito e silenzioso, delimitato da quell’ampia finestra che si apriva sul giardino, con l’albero di Giuda di una bellezza irreale nella luce del sole, sembrò a Mrs Wilkins, che si fermò mentre stava andando da Mrs Arbuthnot, troppo bello per essere vero. Davvero avrebbe trascorso un mese intero in un posto simile?
Traduzione di Luisa Balacco, Bollati Boringhieri, Collana Varianti

Ricetta veloce veloce per riflettere sul ruolo della donna all’interno di una coppia. Prendete quattro donne inglesi di inizio Novecento, accomunate dall’essere spente e insoddisfatte, mettetele a soffriggere in un delizioso castello medievale vista mare in località San Salvatore, Liguria, isolandole da coniugi, spasimanti, mariti defunti. Mescolate delicatamente per evitare che le quattro personalità, troppo diverse l’una dall'altra, si attacchino ai lati del contenitore, pur di appropriarsi di uno spazio tutto per sé. Coprite il composto e andate a fare shopping. Al ritorno scoprirete che gli sguardi cupi sono scomparsi, le quattro si sono facilmente amalgamate e la vita di coppia da cui erano fuggite si è trasformato in idillio. L’amore che vince su ogni cosa e la donna che in un modo o nell’altro trova la felicità tra le braccia di un uomo.

Se non siete ancora sazie ed avete voglia di un’altra cosetta leggera, potete sempre prendere una deliziosa fanciulla inglese d’inizio Novecento, minuta, elegante, con le fossette e gli occhi ridenti, con un’insolita voglia d’indipendenza (marito? Matrimonio?Giammai!), farle morire uno zio in modo da ereditare una bella tenuta in Pomerania. Lontanuccia da Londra, sì. Tedeschi, vero. Ma ciò che conta è aver acquistato l’indipendenza per… Per poter dissipare la fortuna ereditata ospitando gratuitamente una cerchia di donne, accuratamente selezionate, che hanno patito atroci sofferenze (tipo aver un figlio che spende e spande senza ritegno) e garantir loro una vita agiata senza dover lavorare. Peccato che le bisognose si mostreranno ingrate e che la benefattrice scoprirà che un compagno da amare appaga più dell’indipendenza e di progetti bizzarri.
A fine pasto vi sentirete leggere, perché le portate non erano impegnative, e avrete ritrovato il buonumore.
 Giunte a ventiquattro anni, quasi tutte le ragazze che avevano debuttato in società assieme ad Anna si erano ormai sposate, e a lei pareva di essere il fantasma di una generazione precedente rimasto a infestare le sale da ballo. Infastidita da quella sensazione, si era irrigidita diventando sempre più inavvicinabile; fu allora che cominciò a inventare scuse per eludere buona parte degli inviti ai ricevimenti e a ostentare austerità di abito e acconciatura. Susie era più esasperata che mai. «Non riesco proprio a capire perché sei tanto determinata a mostrarti nella luce peggiore» aveva detto con rabbia quando Anna si era rifiutata caparbiamente di cambiare pettinatura.
       «Mi sono stancata di essere frivola» aveva risposto Anna. «Hai un’idea di quanto tempo ci vuole per fare tutte quelle onde? E sai bene quanto parla Hilton. Ora per sistemarli bastano due minuti, e in più mi risparmio le sue chiacchiere». «Però così sei insignificante» aveva ribattuto Susie. «Non sembri neanche più tu. Ora l’unica cosa che la tua migliore amica potrebbe dire di te è che hai un’aria pulita».
       «Beh, non mi dispiace affatto» aveva risposto Anna, e aveva continuato imperterrita ad andare in giro con i capelli tirati ordinatamente dietro le orecchie; l’immediata conseguenza era stata la proposta di matrimonio di un ecclesiastico.
       Peter Estcourt era persino più stupito di sua moglie che Anna non avesse ancora trovato un buon partito. D’accordo, sua sorella non aveva denaro, ma era molto attraente e di buona famiglia, dunque non doveva essere poi un’impresa così difficile. Desiderava con tutto il cuore vederla al più presto felicemente sposata; le voleva bene e sapeva che lei e Susie, neppure mettendocela tutta sarebbero mai diventate grandi amiche. E poi ogni donna doveva avere una casa tutta sua, un marito e dei figli.

Traduzione di Simona Garavelli, Bollati Boringhieri, Collana Varianti


Mary Annette Beauchamp, alias Elizabeth von Arnim, figlia di un mercante inglese, nacque in Australia ma si trasferì prestissimo in Inghilterra. A venticinque anni Elizabeth sposò il conte tedesco Henning August von Arnim, conosciuto durante un viaggio in Italia. Scelta non troppo felice visto che il matrimonio fu caratterizzato da liti, tradimenti e difficoltà finanziarie appianate dai proventi dell’attività letteraria di Elizabeth. L’autrice, al pari delle protagoniste dei suoi romanzi, era minuta, spiritosa, elegante, “la donna più intelligente dell’epoca” la definì H.G. Wells che, non a caso, la scelse come amante (non l’unica, of course).
Sia in Un incantevole aprile che ne Il circolo delle ingrate si trovano molti riferimenti biografici. Ho letto che la Von Arnim fu femminista a sua insaputa: certamente fu una scrittrice ironica, si divertì nel descrivere una società superficiale, ancora legata ai titoli nobiliari e alle apparenze. Una società in cui la donna doveva essere bella, ben educata e sottomessa, al fine di accaparrarsi un buon partito, sposarlo ed essergli devota vita natural durante. Le donne della Von Arnim sono spesso spiriti ribelli e anticonformiste che alla fine trovano pace tra le braccia di un uomo. Però non la si deve leggere come una sconfitta o una rinuncia alla propria indipendenza, si percepisce una diversa consapevolezza della donna che compie una libera scelta, dettata dai propri sentimenti, senza arrendersi alle regole imperanti.   
Ho letto solo tre dei ventuno romanzi scritti dall’autrice: la sensazione è che siano tutti un po’ simili. Eppure sono un ottimo rimedio per quelle giornate che iniziano storte e sembrano non poter migliorare.


   

lunedì 16 febbraio 2015

Il libro dell’amore perduto, Lucy Foley

Mi sa che se continuo ad essere così critica, i tipi della Neri Pozza mi inviteranno educatamente a lasciare il loro book club.  Il fatto è che quando mi precipitai ad inviare la mia candidatura, avevo in mente letture straordinarie. Storie che mi avevano fatto sorridere; esagerate file alla Posta perché, presa dalla lettura, avevo dimenticato di guardare il display perdendo il turno; giorni in cui mi sarei data malata in ufficio pur di restare a casa a leggere (vabbè, questa qui forse non vale perché, se non fosse per lo spiccato senso del dovere e la necessità di soldi, mi darei malata quotidianamente). Insomma, felice di essere stata scelta dalla redazione della Neri Pozza, prefiguravo letture brillanti e situazioni tipo “Ho appena finito un libro fighissimo. Eh no, mi spiace, non lo trovi ancora in commercio perché noi del book club lo leggiamo in anteprima. Però appena esce ti consiglio di passare in libreria”.  Così, ci son rimasta parecchio male nel sentire la mia voce sbuffare un: “Ho appena finito un libro della Neri Pozza, uno di quei libri che noi del book club leggiamo in anteprima. Una noia…” 
Il libro dell’amore perduto si aggiudica il premio del romanzetto più noioso tra quelli letti nell’ultimo anno. Già il titolo non lasciava ben sperare, però mi si sono aggrappata all’originale (The Book of Lost & Found, meglio no?). Neanche la copertina mi entusiasmava, ma la scheda messa cortesemente a disposizione dalla casa editrice proclamava che per l’acquisizione dei diritti “Neri Pozza vince l’asta in Italia anche grazie a un’appassionata lettera inviata all’autrice”.  
La lettera inviata dalla direzione della casa editrice italiana all’agente incaricato recitava: IL LIBRO DELL’AMORE PERDUTO è una bellissima storia d’amore di una coppia che si ama profondamente, ma che viene separata dagli eventi e dalle aspettative rigide delle proprie famiglie.
Ci è piaciuto moltissimo che gli eventi muovono tra Londra, New York, Parigi, Venezia e la Corsica, rendendola una storia d’amore che attraversa i confini di luogo e tempo, parlando di ciò che avrebbe potuto essere.
Come dice Alice alla fine del romanzo, non è la storia d’amore felice che tutti vogliono sperimentare, ma è senza dubbio il racconto appassionante di due persone innamoratissime, sfidate dalle circostanze storiche e un codice morale molto rigido. Questo è un aspetto che noi europei comprendiamo molto bene. Lo vorremmo sottolineare, perché a volte manca nei romanzi americani, dove gli autori aspirano fin troppo spesso al lieto fine.
Ovviamente, di fronte a cotanto entusiasmo, le mie aspettative aumentano. Dopo un inizio tutto sommato brillante, intorno a pagina 60 capisco che un pezzo di lieto fine ci sarà. Comprendo, inoltre, che:
- Al momento, la fotografia tira parecchio: da ottobre a febbraio è venuta fuori in 2 romanzi su 5;
- Anche nella sfiga (essere mollati davanti ad un istituto religioso appena nati, una guerra mondiale, il campo di concentramento, un aereo che precipita e tu sei proprio là sopra) si può essere molto fortunati. Molto americano;
Si è quasi sempre bellissimi, si ha sempre uno sguardo intenso, cadono dal cielo eredità milionarie, si nasce sempre con qualche dono speciale, che sia la danza, la pittura o, magari, la fotografia. E si diventa inevitabilmente celebri. Se non è pura felicità è una condizione da non disprezzare. Il miracolo americano, pure se vivi in Europa.
Un intreccio amoroso piatto, nessuna sorpresa, frasi banali, tanti luoghi comuni. Il libro lo leggi ma ti senti come quando, per mantenere i rapporti di buon vicinato, inviti la coppia della porta accanto. Dopodiché non fai altro che sbirciare l’ora chiedendoti perché diamine tu voglia essere sempre amichevole e cordiale con tutti.

Va detto che in questi giorni sono sull’acido andante. A qualcuno il libro è piaciuto, l’avrebbe scelto anche come regalo per San Valentino. Boh, sarà che io non lo festeggio da anni…    

trad. Massimo Ortelio, Neri Pozza, I narratori delle Tavole

martedì 3 febbraio 2015

Elena Ferrante – Storia della bambina perduta

I casi letterari non mi affascinano. Ne parlano tutti, riempiono le vetrine, escono in prossimità del Natale, sono l’acquisto perfetto di chi non sa cosa mettere sotto l’albero: “Sa, la mia amica legge molto. No, non so che genere le piaccia. Ah, la Ferrante? Non so chi sia, ma se lei dice che può andar bene, prendo questo. Al massimo, se ce l’ha già, lo regalo a qualcun altro”.
Passata la grande abbuffata, mi avvicino anch’io al libro tanto venduto. E a volte finisco per elogiarlo. È quanto accaduto con L’amica geniale della misteriosa Elena Ferrante.
2013, Fiera della Piccola e media editoria di Roma, davanti allo stand della casa editrice e/o vengo presentata ad una lettrice vorace che sta saccheggiando lo stand. È uscito da pochi giorni il terzo volume della saga di Elena Greco e la lettrice mi guarda esterrefatta: “Ma come? Non hai letto ancora nessuno dei volumi dell’amica geniale? Devi comprarlo assolutamente.”
Finisce che leggo i primi tre volumi uno dietro l’altro, sedotta dalle vicende di Lila, Lenù e da tutti i volti che popolano il “rione” di Napoli. I giardinetti, le case anguste, le pareti scrostate, le panchine sgangherate, la pompa di benzina, il bar-pasticceria. Pagina dopo pagina, il rione assume nuove sembianze: Nino è sempre più fascinoso, i Solara sempre più potenti, Elena sempre più colta, Lina sempre più donna. Si passa da un traffico all’altro, dall’usura alla ricettazione, arrivano l’informatica, la droga, i nuovi partiti politici con i vecchi volti. Cambia tutto e tutto resta uguale. Il rione racchiude il degrado, il malaffare, la miseria e gli intrighi. Amori violenti, inganni, passioni, amicizie indissolubili, ipocrisia. Un condensato di vita, nel bene e nel male. Solo tinte forti, nessun colore pastello.
Alla fine del secondo volume mi passa la sbornia; il terzo già mi sembra più fiacco. Senza l’ansia della Ferrantefan in crisi d’astinenza, posso attendere che i miei bibliotecari preferiti (e non lo dico solo perché frequentano questo blog ma perché sono simpatici davvero) mi mettano da parte l’ultimo volume della serie. Con Storia della bambina perduta ripiombo nella magica scrittura della Ferrante e per tre giorni mi dimentico del lavoro, degli allenamenti, delle incombenze casalinghe. 
Guardo le copertine di questi libri popolati da donne ritratte di spalle, senza volto, e mi chiedo quanto l’anonimato in cui si è trincerata la Ferrante possa aver inciso sul successo della storia. Strategia di marketing? Forse. Soprattutto negli ultimi mesi si è certamente (s)parlato più dell’alone misterioso che circonda l’autrice che della potenza dei suoi libri (autrice? No, dietro la Ferrante si nasconde Starnone. Romanzi così posso essere scritti solo da un grande scrittore. Maschio. Ma quale Starnone! La Ferrante è la di lui consorte, che per giunta è pure consulente della e/o).
Io mi son fatta un’idea. Dietro Elena Ferrante si nasconde una donna matura, di origini campane, che non vive più in Italia. Banalmente, mi piace pensare che la Ferrante altri non sia che Elena Greco, protagonista del romanzo. Stanca del rione si è finalmente trasferita altrove e con il distacco che la distanza riesce a dare, ha romanzato la sua vita. Non può essere Starnone, come non può essere un maschietto. Uno scrittore, per quanto potente, non può sviscerare i pensieri, le ossessioni, il mondo interiore dell’universo femminile in modo così magistrale. Che smacco se scoprissi che un uomo sa descriverci così bene.
Comunque, autore misterioso o meno, la saga di L'amica geniale l’avrei letta ugualmente, non perché imprescindibile, ma perché ha il raro dono di catturarti e trascinarti altrove, fermando lo scorrere dei minuti.


 Elena Ferrante, Storia della bambina perduta
(L’amica geniale, quarto e ultimo volume)

Edizioni e/o, Collana Dal mondo.

lunedì 26 gennaio 2015

L’Italia nel pomeriggio, Paolo Di Paolo

“Palloso palloso palloso! Autore compiaciuto solo del suo stile di scrittura, per raccontare il niente. Un libro da dimenticare, subito, appena finito di leggere. Perché non lascia proprio niente.” E questo è ciò che mi merito per cominciare la giornata, visto che sono andato per l’ennesima volta a ficcare il naso fra le recensioni al mio ultimo libro su aNobii. Ben mi sta, ero stato avvertito di non perdere tempo (e buonumore) spulciando le recensioni anonime in Rete, e mi ero anche ripromesso di non farlo più. Patto tradito: è più forte di me, e sarei anche tentato di rispondere, senza aggressività, solo per attenuare quella altrui, per ricordare a chi scrive con tanta virulenza che su, in fondo si tratta di un libro, cari Agata, Pizia e tutti gli altri. Qualche volta l’ho fatto, e giustamente mi è stato risposto: se scrive, deve accettare che le sue cose non piacciano, è così, non si può piacere a tutti!1
Fosse facile. È come se, arrivato in quarta liceo, avessi dovuto rassegnarmi all’idea di non piacere a Chiara Fortini perché, appunto, “non si può piacere a tutti”. Che storia. A me invece sarebbe piaciuto piacere a Chiara Fortini: a ricreazione mi mettevo sempre in un punto del cortile in cui fosse intercettabile il suo passaggio. Lei passava, ma senza darmi segnali di interesse. Non era divertente: allo stesso modo in cui non è divertente prendersi le sberle dell’anonimo lettore che liquida il tuo come un libro che “dà l’orticaria”.


Paolo Di Paolo, L’Italia nel pomeriggio
Feltrinelli, Zoom Macro 











Caro Paolo,
sì, lo so, non ci conosciamo e non dovrei darti del tu. Tra l’altro, tu sei pure uno scrittore, sebbene dal nome ridicolo, ed io una lettrice qualsiasi, sebbene in carne ed ossa; quindi, un minimo di rispetto nei tuoi confronti dovrei mostrarlo. Ma dopo aver letto il tuo L’Italia nel pomeriggio ti vedo quasi come un amico.
E mi sento anche un po’ in colpa. Sono tra quei lettori che, in modo educato, hanno dato un giudizio critico al tuo Dove eravate tutti. Dalla cattedra di anobii predicai che “Se vi capita tra le mani un articolo di Paolo Di Paolo, leggetelo. Quando scrive su Tabucchi, ad esempio, è eccezionale. Questo libro qua, invece, lascia il tempo che trova”. Naturalmente scrissi anche altro ma fui parca di stelline. Che poi, che valore avranno quelle stelline?
Ad esser sincera, dopo aver letto qualche post in cui si che elogiava Mandami tanta vita (l’hai detto anche tu no che i lettori non si incontrano più in luoghi fisici? Rubano pause pranzo, pause caffè, pause riunioni per curiosare tra i blog, per lasciare un commento su un social, pure se sono diventati tutti un po’ asocial), ho pensato di prenderlo in prestito. Pensiero sepolto da qualche altro stimolo.
Poi la newsletter di qualche libreria online mi ha comunicato che potevo scaricare gratuitamente questo libretto che non avrei trovato su carta. Stavano solo pubblicizzando Zoom. Il lettore, per definizione, è spesso squattrinato e quindi clicca.
Qui mi è piaciuta la tua sincerità, il tuo sorriso un po’ amaro. Io non ho mai avuto la smania di scrivere lettere ai personaggi pubblici. Cioè, certe volte lo faccio, ma per finta. Questa volta l’ho fatto un po’ per finta e un po’ per davvero. Te lo volevo dire di persona che non si può piacere a tutti, non si può piacere sempre ma che bisogna fidarsi dei superpoteri. Così capisci che vale la pena insistere. Anche con quel nome lì, anche se sei nato solo nel 1983. 
Una lettrice in carne ed ossa.

Ndr: La lettrice in carne ed ossa scrisse davvero all’autore dal nome improbabile. E l’autore le rispose il giorno successivo. In modo gentile, amichevole, senza il tono superbo di alcuni scrittori. “Ma che bella persona”, pensò la lettrice in carne ed ossa. “Ma sì, un altro suo libro posso anche leggerlo”. Poi, magari, stroncherà anche quello. O forse no…

martedì 20 gennaio 2015

I primi casi di Martin Beck, Maj Sjöwall – Per Wahlöö

Ho conosciuto Martin Beck solo pochi giorni fa. Non che ci tenessi, non ero alla ricerca di un altro poliziotto, svedese per giunta. Ma non ho avuto alternative: il mio amico ci ha lasciati da soli, in un locale fumoso, e non sono così maleducata da tacere mentre si sorseggia un caffè. L’ho guardato con sospetto: schivo, di poche parole, l’aria malaticcia, il pacchetto di sigarette sempre in tasca. Poi, ha alzato lo sguardo, un paio di domande ed è stato subito chiaro che con gli interrogatori ci sa fare. Non ti schioda gli occhi di dosso fin quando non ottiene la risposta che vuole sentire. Per togliermi dall’imbarazzo, l’ho buttata sul personale.
«Quindi è lei che sta seguendo il caso di Roseanna McGraw? Ne parlano tutti i giornali, per quel poco che riesco a capire. Bel casino…Cioè, non è che me ne intenda molto, ma una bella ragazza americana viene in Europa per la prima volta, fa una crociera sui laghi svedesi e finisce violentata e morta nel lago di Vattern. La Svezia non era famosa per l’assenza di criminalità?»
Ho esagerato; il su volto è diventato ancora più magro, le pieghe agli angoli della bocca più evidenti, gli occhi grigio-azzurri si son intristiti. Metà della vita a fare il poliziotto e gli ultimi otto anni nella omicidi devono avergli ingobbito le spalle. La leggenda lo ritrae come l’esperto di Stoccolma, l’uomo richiesto da tutto il paese per la soluzione dei casi impossibili. A me ora sembra solo triste.
«Pochi indizi. Il caso lo stiamo gestendo in collaborazione con la polizia statunitense ma ormai sono passati tanti mesi… Lei che ci fa in Svezia?».
Sì, meglio cambiar argomento. «Ho approfittato delle ferie natalizie per venir a trovare qualche amico. Ma andrò via presto. Dopo il Natale l’atmosfera si è incupita. Strade piene di gente grigia e intirizzita, senza un soldo in tasca. Negozi deserti. Clima nebbioso e freddissimo».
Lo vedo addolcirsi. «Ci si abitua. Però verrei volentieri con lei. In un assolato porto del Mediterraneo: potrei trascorrere giorni a guardare le imbarcazioni ormeggiate; studiarne i particolari, vederle salpare…»
«Suppongo che la sua famiglia non ne sarebbe così felice. È sposato?»
S’incupisce nuovamente. Altro tasto dolente. «Mi sta chiedendo se c’è qualcuno che mi assilli perennemente con discussioni sull’economia domestica e sulle assurde pretese dello Stato nei confronti dei propri dipendenti? Qualcuno che mi chiami più o meno tutti i pomeriggi per sapere se mi devono aspettare per cena o possono iniziare senza di me? Se è questo che vuole sapere, sì, sono sposato». 
Taccio imbarazzata. Ha parlato con aria mite; non è stato uno sfogo, gli è sfuggito di bocca. E non avrebbe voluto. Non deve essere una di quelle persone che telefona ad un amico solo per fare quattro chiacchiere. Non sembra neanche uno che possa avere amici.
Si alza lentamente: «Scusi, devo andare. È stato un piacere conoscerla. Passi a trovarmi la prossima volta che viene a Stoccolma. Il commissariato è vicino al Parco Kristinenberg. Piacevole in estate».

Affascinante. E poi non sono mai andata in Svezia d’estate…


I primi casi di Martin Beck, Maj Sjöwall – Per Wahlöö
traduzione di Renato Zatti, Sellerio.

domenica 11 gennaio 2015

Uno strano luogo per morire, Derek B. Miller

Ormai siamo abituati allo stravolgimento dei titoli dei romanzi tanto da non stupirci se un fascinoso Norwegian by Night si trasforma in Uno strano luogo per morire
Siamo in Norvegia ma l’autore, Derek B. Miller, è nato a Boston e prima di trasferirsi ad Oslo ha vissuto buona parte della sua vita in Massachusetts. E si sente. Ha studiato Relazioni internazionali. E si sente. È ebreo e i suoi antenati emigrarono dall’Europa dell’Est agli inizi del ‘900. 
Tutto questo per dire che se vi aspettate il classico giallo scandinavo (sempre che ne esista un modello), non lo troverete qui dentro. Qui troverete un romanzo (come detto esplicitamente sulla copertina) che ruota intorno ad un curioso personaggio, Sheldon Horowitz, ebreo americano di 82 anni, trasferitosi per amore della nipote ad Oslo. Uno strano luogo per morire, appunto.


«Vieni a vivere in Norvegia con noi».
«Soffoco» disse Sheldon.
«Dico sul serio».
«Anch’io».
«La zona si chiama Frogner. È bellissima. L’edificio ha un ingresso indipendente per l’appartamento nel seminterrato. Sarai del tutto autonomo».
«Cosa ci verrei a fare? Sono americano. Ebreo. Ho ottantadue anni. Sono un vedovo in pensione. Un marine. Riparo orologi. Ci metto un’ora per fare pipì. Laggiù esiste un club di cui non sono a conoscenza che mi vuole tra i soci?».
«Non voglio che tu muoia solo».

Troverete guerre mitiche (la Corea e il Vietnam), guerre dimenticate (i Balcani), le tensioni sociali generate dai flussi migratori nella pacifiche cittadine nordeuropee. E troverete anche Sigrid, un’ispettrice capo, di bellezza normale, tosta, irrimediabilmente single. Tranquilli: la storia d’amore ci viene risparmiata.
Un po’ troppe cose, forse. Così troppe da dimenticarvi di essere in un giallo. Ritmo lento per tre quarti del libro; poi, il romanzo si trasforma in crime fiction e ci si dimentica di preparare il pranzo.
Finale geniale.   

Al Telegraph, all’Economist e al Guardian Norwegian by Night è piaciuto parecchio (Funny and moving as well as thoroughly gripping, this is crime fiction of the highest order); a me non è dispiaciuto. Però è mancato il brivido giallo. 

Derek B. MillerUno strano luogo per morire
Traduzione di Massimo Gardella, I Neri, Neri Pozza. 


giovedì 8 gennaio 2015

Monaco di Baviera


Volevamo un Capodanno innevato, la magia di una piazza imponente eppure raccolta; volevamo l’aria pungente, il cielo azzurro, persone allegre ma non invadenti. Volevamo salutare il 2014 con un buon boccale di birra ed inaugurare il 2015 con qualcosa di bello, senza sapere esattamente cosa, ci bastava girovagare nella città. Non avevamo pianificato nulla. Avevamo solo un paio di libri a testa e una guida di Monaco, che avevamo appena sfogliato. 
Abbiamo avuto le nostre birre alla celebre Hofbräuhaus, neanche troppo affollata rispetto alle aspettative. Sì, c’erano le cameriere in costume bavarese che portavano con leggerezza almeno sette boccali di birra, mentre io avevo bisogno di due braccia per sollevarne uno e sorseggiarlo.  Sì, c’erano le fanciulle in carne che passavano tra i tavoli con la cesta piena di breze; sì, c’erano wurst di vario tipo e le ballate popolari. Il tipico locale bavarese, pensavo io. Invece no. Eravamo seduti accanto ad un gruppetto di estroversi bavaresi che di birre ne avevano tracannate già abbastanza. «Di solito non è così; di solito suonano musica tradizionale, non queste robe per turisti; di solito il clima è diverso, perché non c’è tutta questa gente che cammina in fila indiana alla ricerca di un tavolo. Di solito, sui tavoli non ci sono menù in tutte le lingue. Insomma, è Capodanno e questo stasera è un posto per turisti. La prossima settimana torneremo alla normalità». Vicini loquaci, saranno state le litrate di birra. Ci raccontano la Monaco che un po’ si vergogna della Merkel, la Monaco che non avverte la crisi perché in fondo lavoriamo tutti, il mercato dell’auto va bene ed anche se siamo operai non ci sono cose a cui dobbiamo rinunciare. Sappiamo di vivere in una città ricca.


I nostri nuovi amici parlano un buon inglese. Amano Bolzano e il Sudtirolo, la pensiamo allo stesso modo, parliamo la stessa lingua, loro però hanno una cucina migliore. Ci chiedono dell’Italia, di Roma; ricordano quella volta in cui, almeno trent'anni fa, visitarono la città. Li derubarono appena arrivati e di Roma non rimase che una trafila al consolato per richiedere documenti, soldi e un aiuto per tornare in Germania. Ci suggeriscono qualche locale in cui andare nei giorni successivi, quelli senza turisti, con gestori un po’ rudi e menù solo in tedesco.
Chiacchieriamo ancora un po’, poi decidiamo uscire, camminare nelle strade innevate, guardare stupiti la maestosità del Neues Rathaus. Sembra di stare in una tela in bianco e nero. 
Il 31 dicembre a Marienplatz si parla quasi solo italiano. C’è una nutrita presenza di russi e ucraini, ogni tanto si sente qualche spagnolo. Non credevo fosse una meta così popolare tra i nostri connazionali per il Capodanno. Iniziano a volare petardi e fuochi di vario tipo; prendiamo vie secondarie e lentamente ci dirigiamo verso l’hotel. Attendere la mezzanotte in piazza non è mai stata una nostra priorità.

Chissà perché ho sempre immaginato Monaco una cittadina di modeste dimensioni, una città accogliente ma senza pretese. Imponenti edifici neoclassici, musei ricchissimi, chiese in cui il gotico si mescola con il barocco, un complesso universitario notevole hanno stravolto le mie errate convinzioni.
Gli Impressionisti della Neue Pinakothek valgono da soli la visita alla città; se poi si aggiungono Dürer, Memling, Bruegel, Rubens e gli italiani dell’Alte Pinakothek, c’è da tornare a casa molto soddisfatti. Non sono abituata a due giorni consecutivi di tanta bellezza.
Ci stacchiamo dal passato, dalle residenze imperiali di un’Europa d’altri tempi per immergerci tra i profumi e i colori del Viktualienmarkt. I turisti curiosi con macchina fotografica non son visti di buon occhio se si limitano a fotografare senza acquistare. Mi sono scusata con la signora che berciava “no photo!” ma l’ho guardata un po’ male quando ha autorizzato un’altra coppia a take a picture because you have bought many things… Mmm, vabbè.


Monaco è molte cose; ho finalmente capito la ragione che spinse la mia compagnetta d’università a prolungare l’Erasmus in questa città, a tornarci nuovamente per la tesi e a sospirare ogni volta che la si menziona.

InfoPoint
L’aeroporto Flughafen München Franz Josef Strauß è collegato benissimo con il centro della città. Costo del biglietto aeroporto - Hauptbahnhof (stazione centrale di Monaco) €10,40. 
Noi abbiamo pernottato all’Antares. A due passi dall’Alte Pinakothek, circa 15 minuti  a piedi per raggiungere il centro. Buon rapporto qualità prezzo, ottima prima colazione. Se volete evitare i connazionali all’estero, non è il posto migliore. Eccezion fatta per qualche famigliola tedesca/austriaca, a colazione si sentiva parlare solo in italiano. Unica, vera pecca della struttura il wifi a pagamento. Ma dico, nel 2015 possono ancora esistere hotel in cui ti fanno pagare il wifi 7 (dico sette) euro al giorno? Mah…


$$ Money: Alte Pinakothek 4 euro (inclusa audio-guida), Neue Pinakothek 7 euro (audio-guida inclusa), stessa costo per il Residenz Museum. Decisamente più economici rispetto ai costi a cui sono abituata (7 euro audio-guida inclusa? Quando mai?). Ho fatto un giretto al supermercato e ho trovato gli stessi prezzi italiani. Insomma, potete organizzare qualche giorno a Monaco senza spendere una fortuna.

lunedì 8 dicembre 2014

È tempo di leggere


Lui, quello che ha letto tutto, conosce tutti e vive da due giorni tra questi stand: «Fermiamoci al guardaroba così puoi lasciare lo zainetto».
Lei, che poi sarei io, quella che il tempo per leggere alla fine riesce a trovarlo, ma rispetto a lui è una dilettante: «Perché dovrei lasciarlo?»
Lui: «Perché con quel coso sei pericolosa».
Lei: «Ma se me lo son portata di proposito! Non voglio affannarmi con dieci buste tra le mani. Metto nello zaino e via».
Lui: «Uffa! Si compra a fine giornata, senza esagerare. Ché poi ricominci con la storia che hai duecento libri di leggere e vorresti prenderti un anno sabbatico per fare solo quello ma non riesci a strappare neanche due giorni consecutivi di ferie».
Lei: «Uh, quanto sei pesante! Ma perché mi ostino a venire in fiera con te ogni anno? Non voglio fissare nessun budget, non voglio aspettare che la giornata sia finita; questa è una delle poche occasioni che abbiamo per finanziare direttamente le nostre case editrici preferite e non voglio sentire ragioni! Eppoi parli proprio tu che vai in libreria due volte a settimana. Neanche te li regalassero i libri». Lui alza gli occhi al cielo, contento del siparietto che pure quest’anno ha inaugurato la loro giornata insieme a Più libri più liberi e, con l’entusiasmo di un bambino che va alle giostre, la porta in sala Corallo. «Dai, dai, che c’è la Nadia!». La Nadia è una siciliana che pur di non lavorare scrive. E presenta Dai un bacio a chi vuoi tu, di tal Giusi Marchetta
Una tipa simpatica la Giusi: classe 1982, campana, insegnante precaria che, non contenta, scrive pure. Una masochista ironica: si può insegnare italiano in una scuola media campana e scrivere racconti che parlano di disagio sociale con il sorriso? Pare di sì.
Lei, quella che gira in fiera con lo zainetto, è rimasta molto colpita da questa trentaduenne coraggiosa che racconta di personaggi deboli che non si arrendono; ma poi il libro non l’ha comprato. E se ne è pentita. Lui, l’amico che tutto ha letto (purché lo scrittore sia de cuius), la trascina a conoscere la Giulia. «E questa mò chi è?».
Giulia Zavagna, redattrice editoriale delle edizioni SUR. Giovanissima ma parla di Julio Cortázar e di Borges come se fossero andati a scuola insieme. Per schiodare l’amico dallo stand, tocca regalargli Carta carbone, tanto lo sa che, a sua volta, anche lei andrà via dalla fiera con un bel regalo.
Lei vuole fermarsi dai tipi di La nuova frontiera. È incuriosita da I genietti della domenica, di Ribeyro ma poi inizia a chiacchierare con Rodolfo Ribaldi in persona e resta incantata ad ascoltare l’uomo che è stato amministratore delegato alla Mursia per anni. Ribaldi racconta aneddoti su Ugo Mursia, su cosa era l’editoria allora e sulla follia di investire la sua liquidazione per fondare La nuova frontiera. Parla dei costi dell’editoria, dei costi sostenuti per partecipare alle fiere; non si fa scrupoli: è uno diretto. Nessuna lamentela, solo dati di fatto. Intanto, quella con lo zainetto ha già acquistato Caramelo. L’editore dice che quando iniziò a leggerlo pensò fosse una lettura da donna, “ma poi non riuscivo a smettere. Vendemmo tantissimo. Questo e Piazza del diamante fecero decollare la casa editrice”.



«Prima di andare a sentire Björn Larsson, passiamo allo stand di Iperborea?». Lui annuisce ma non la sta a sentire granché. Vaneggia su Bolano, Wallace a Amoz Oz, che no, checchè ne dicano, l’ultimo Oz non è niente di speciale. Lei, a fatica, cerca di leggere pagine qua e là di libri scandinavi. Poi pensa di chiedere il consiglio della redazione. E aggiunge al Larsson che desiderava anche un Luce d’estate, ed è subito notte, che merita l’acquisto per il solo titolo e la copertina.
Poi provano ad ascoltare Massimo Carlotto che legge stralci del suo ultimo libro, accompagnato da due musicisti straordinari. Il libro sembra una neanche troppo intelligente mossa di marketing prenatalizia, ma magari è solo una cattiveria detta a voce alta dalla ragazza con lo zainetto. La musica però li avvolge e allora restano lì: lei sfoglia i suoi nuovi libri, lui pensa a chissà cosa. Poi arrivano Bjorn Larsson e Fabio Stassi. Lo svedese sfoggia un italiano senza errori grammaticali; parla di scrittura, del rapporto con l’Italia e del suo essere scrittore di lingua svedese ma non scrittore svedese.
La ragazza con lo zainetto, visibilmente invaghita dell’uomo che viene dal Nord e un po’ frastornata dalla lunga giornata, si avvia verso l’uscita ma si ferma davanti allo stand della Giuntina. Vorrebbe acquistare i Middlestein, mentre la fanciulla della casa editrice promuove Il grande circo delle idee. Colui che tutto ha letto si intromette, farfugliando un «sono altre 400 pagine. Ma quando leggerei tutta sta roba??». E lei mestamente si allontana. Sì, lui ha ragione, però lei si è fatta convincere troppo facilmente. «Con te in fiera non ci vengo più, ecco!».

Poi lui dice: «Il prossimo anno andiamo al Salone del libro di Torino?»


mercoledì 26 novembre 2014

Manuale di danza del sonnambulo, Mira Jacob

Sorprendente.
Il tomo è arrivato in ufficio; gli ho dato uno sguardo e mi son chiesta cosa avessi fatto di male alla Neri Pozza per meritare questo. Già l’idea della famiglia indiana alla ricerca del riscatto sociale negli States non mi faceva impazzire, leggerne per più di 500 pagine era l’espiazione per un peccato che non credevo di aver commesso. In fondo, non me l’aveva prescritto il medico, giusto? Potevo ignorare il libro e saltare l’appuntamento mensile con il Neri Pozza book club.
Invece no. Ho aperto di malavoglia il Manuale di danza del sonnambulo appena pochi giorni fa. E sono stata sequestrata dalla storia.
Ho trovato un po’ di tutto: l’amore, la famiglia, l’amicizia, il disagio di essere stranieri nella terra che per antonomasia accoglie tutti e dà a ciascuno (dicono) la possibilità di diventare ciò che si vuole. Ma poi ogni emigrato porta con sé un misto di nostalgia e disorientamento. E le culture si mescolano. Il sari e le Reebok con la chiusura di velcro, gli anelli di cipolla annegati nel ketchup e quintalate di chapati (pane indiano), raita (salsa a base di yogurt) e una lunga serie di chutney (condimenti di vaio tipo). Non so se la lettura del libro abbia influito, fatto sta che ho mangiato riso basmati con la curcuma per un’intera settimana.
Dialoghi brillanti e leggeri; la sensazione che Amina, la protagonista, potresti essere tu. Sì, lei è una trentenne di origine indiana nata nel New Mexico ma, come te, finge di non sentire sua madre quando la pungola sul matrimonio, sui figli che non ci sono, sull'abbigliamento poco femminile, sulle scelte professionali. Ha le tue stesse paure: può trovarsi come te, come tutti, a dover affrontare la malattia e la morte delle persone a cui vogliamo bene. Poi, però, la vita continua: bisogna alzare la testa e andare avanti. 
Anche Amina abbassa lo sguardo quando si sente a disagio, non riesce a fare la doccia con la porta aperta nella casa dell’uomo con cui esce perché in quel gesto c’è più intimità dell’andare a letto insieme. Fare la pipì mentre si parla con lui è un impegno per il futuro. Bisogna essere pronti.
Se non fosse stato per il book club della Neri Pozza, non credo avrei mai letto il Manuale di danza del sonnambulo. La famiglia indiana che si trasferisce in America? No, non mi avrebbe incuriosito. Non sarei stata attratta dalla copertina (scusate, almeno un difetto dovevo trovarlo. Le scelte grafiche della Neri Pozza sono sempre superlative, ma questa volta…). Per non parlare del solito dilemma del lettore: perché dovrei dedicare il mio irrisorio tempo all'anonima Mira Jacob quando ho decine di classici intonsi in libreria?
Certo però che avrei perso una bella storia.


Il Manuale di danza del sonnambulo mi ha aiutato ad affrontare una pessima settimana; una di quelle in cui si è così nervosi da non riuscire a prendere sonno la sera per la morsa alla bocca dello stomaco che non molla la presa. La lettura ha avuto un effetto calmante, avvolgente; capace di cancellare tutto il resto. Mica una roba da poco. 


Manuale di danza del sonnambulo, Mira Jacob
Traduzione di Ada Arduini,
Neri Pozza (Le tavole d’oro).