«Il Festival della Letteratura di Mantova è un appuntamento fisso perché… perché non so come
descriverti quell’atmosfera. Ci vai una volta e devi tornarci l’anno
successivo. Non è una fiera, è letteratura».
Questo disse Rosaria, amicizia nata sul treno Torino – Roma, in
un post Salone del Libro che aveva deluso entrambe. Così parlò Rosaria, ed io
non riuscii a togliermi dalla testa quegli occhi sbrilluccicanti.
Mi son decisa all’ultimo momento, ho dormito altrove (perché, va
detto, se non si prenota con largo anticipo, Mantova è economicamente
inavvicinabile), e sabato scorso mi sono tuffata nel vivo del Festival. Non
esagero nel dire che è stata l’esperienza più stimolante degli ultimi anni.
Rosaria aveva ragione: Mantova è il Festival, perché tutta la città ruota
intorno agli incontri e tutti gli incontri ruotano intorno alla città. Neppure
lontanamente paragonabile al clima da ipermercato dell’ultimo Salone di Torino.
Prima volta a Mantova: Piazza Erbe è tutto un fermento di
volontari in maglietta azzurra come questo cielo estivo. Mi guardo intorno
spaesata da tanta bellezza e tanto movimento. Il desiderio di girar in città
per scoprire un pezzo d’Italia a me sconosciuto si scontra con tutti gli eventi
a cui vorrei partecipare; alla fine mi avvicino alla segreteria.
Da casa ero riuscita a prenotare solo tre incontri: Il potere della letteratura con Jung – myung Lee (La guardia il poeta e
l’investigatore, edizione Sellerio) e Bruno Gambarotta; Indagare l’animo umano con Maggie O’Farrell (Il tuo posto è qui,
edito da Guanda) e Jelena Ilic; Apocalissi
letterarie con Antoine Volodine (Angeli minori, L’orma editore e il
recente Terminus radioso, 66thand2nd)
e Marcello Fois.
Speravo poi di accaparrarmi un posticino per altri incontri
promettenti ma il programma era davvero troppo ricco per poter far tutto.
Il Festivaletteratura è dinamico e folle: pretendere di uscire da Palazzo Ducale
e raggiungere in un lampo Palazzo San Sebastiano senza esser dotato di super
poteri è impensabile. Difficilmente potrai catapultarti da un lato
all’altro della città, dribblando persone (tante), biciclette, cani e volontari
di Emergency. Ma il fascino di Mantova è anche uscire dalla Basilica Palatina
di Santa Barbara (bellissima, tra l’altro), dove Alain de Botton (Il corso dell’amore, Guanda) ha provato
a mettere in crisi il tuo matrimonio, e perdersi alla ricerca del teatro
Bibiena. Che poi era dietro l’angolo. Insomma, quando finalmente raggiungi il luogo
11 del festival, la fila per ascoltare Moretti che legge Caro Michele della Ginzburg è sin troppo lunga.
"Vorrà dire che Caro Michele me lo rileggerò da sola. Ah!,
ma l’anno prossimo prenoto tutto subito, altro che file”. Frase che ho
continuato a ripetere più volte nell’arco di un weekend perché, accidenti!,
l’atmosfera di questo festival mi ha coinvolto tantissimo.
Ciò non toglie che abbia toppato qualche scelta. Indagare l’animo umano: bel titolo per
un incontro, vero? Io questa Maggie O’Farrell non l’avevo mai sentita nominare prima,
ma Mantova è soprattutto un'occasione per scoprire voci nuove. Epperò la gestione
dell’intervista da parte di Jelena Ilic è stata pessima (opinione del tutto
personale). La scrittrice mi è sembrata simpatica, piuttosto imbarazzata da
alcune domande della conduttrice radiofonica (“Ti piace la cioccolata?” Ma che
domanda è???); insomma, niente che mi abbia indotto ad acquistare subito uno
dei suoi romanzi.

Altri incontri, dove mi ero fermata più per la gratuità dell’evento
e il fascino del luogo che per reale interesse, si son rivelati, invece, pieni
di stimoli. Tipo il geniale ciclo de Il libro dei (miei) venti anni,
gestito dal bravissimo Federico Taddia (Radio 24) nel Cortile di Palazzo
Castiglioni. Uno spazio in cui ci si riusciva ad isolare miracolosamente dalla
confusione di Piazza Sordello per ascoltare il libro che ha caratterizzato i 20
anni dei vari ospiti (da Frances Greenslade a Juan Villoro). “Una piccola
biografia di come si diventa giovani leggendo”, recitava giustamente il
programma. E seduta su quel prato, ho ripensato ai miei 20 anni senza riuscire
a ricordare cosa leggessi.
Tra un incontro e l’altro, ho sbirciato tra i banchetti dei
libri rari e usati. Piccole chicche e occasioni convenienti per conciliare la
mia smania di possesso con i tempi grami.
E poi ci sono stati gli immancabili spunti di riflessione
lanciati da Fahrenheit e dal fascinoso
Marino Sinibaldi. Tra i vari ospiti, ho ascoltato le parole di Marco Cassini (casa editrice SUR,
membro degli amici del Salone di Torino) e Renata
Gorgani (casa editrice Il Castoro e La Fabbrica del Libro Spa, società che
si occuperà di organizzare la nuova fiera del libro Milano). Allora, già che ci
siamo, parliamo un po’ di editoria e della discutibile operazione della
moltiplicazione dei saloni.
Ascoltando la Gorgani mi è parso di capire che:
- Molti editori erano scontenti
della gestione fieristica e del format del Salone, sempre identico da qualche
anno a questa parte, poco attento alle esigenze e alle opinioni delle case
editrici;
- Milano è la città con il
maggior numero di lettori in Italia, quindi candidata naturale per un salone
del libro;
- Gran parte delle case
editrici sono a Milano, quindi, perché non farlo lì?
- Poiché nel Sud del paese
ci sono poche occasioni per incontrare i lettori, perché non organizzare una
grande fiera a Milano e tante piccole fiere nel Meridione?
- In fondo, Torino e Milano
non sono in competizione perché si rivolgono ad un pubblico diverso. Torino
abbraccia il nord-ovest e Milano il nord-est.
Di obiezioni ne avrei diverse, a partire dal fatto che a Torino,
negli anni, ho incontrato mezza Roma, amici campani, toscani e siciliani.
Quindi, affermare che il lettore veneto andrebbe a Milano e non a Torino, è una
sciocchezza enorme. Dire che gli aspetti economici e commerciali nulla c’entrino
con la decisione dell’AIE, è una sciocchezza doppia. Perché, da quanto mi
risulta, nessuno ha consultato i lettori per sentire il loro parere; lettori
che pagano il biglietto d’ingresso delle fiere e acquistano i libri (e non solo
in fiera). Le parole ascoltate a Mantova non hanno fatto altro che rafforzare
la mia decisione: comunque vada a finire, nel 2017 salterò entrambe le fiere.

Con Edna O’Brien, il mio Festivaletteratura si è chiuso nel miglior modo possibile. La voce
energica, senza esitazioni di una donna nata nel 1930, cattolica,
anticonformista, ancora innamorata delle parole e di quanto possano cambiar la
vita delle persone. «Il linguaggio è la cosa più vicina a Dio che abbiamo. Ed è
la cosa a cui più cerco di aggrappami per poter andar avanti».
Cala la sera, si accendono le luci, i volontari in maglietta
azzurra camminano a gruppetti, dandosi pacche sulle spalle; è cessato il brusio
in Piazza Sordello, qualcuno spulcia tra i libri rimasti sotto le volte del
Palazzo del Capitano, qualcuno entra nella Tenda dei Libri per un ultimo
acquisto, nessuna traccia dei volontari di Emergency.
I più camminano distrattamente pensando, forse, a quanto ci
sembrerà distante tutta questa magia tra un paio di giorni. Ma continueremo ad
aggrapparci alla letteratura.