venerdì 11 novembre 2016

Alice nel Paese delle Meraviglie, Lewis Carroll


«Adesso che sei diventata zia devi iniziare a leggere un po’ di narrativa per ragazzi». Non ha tutti i torti l’amica bibliotecaria nel ricordarmi che in quanto a libri per ragazzi sono una capra. Che leggono gli adolescenti oggi?I due nipotini acquisiti (dodicenni), che non hanno una particolare predisposizione per la lettura, vanno avanti a Diari di una Schiappa.
E gli altri? L’ultima arrivata ha un mese, è di una bellezza disarmante e io ho tutto il tempo per esplorare il meraviglioso mondo dei libri illustrati.
Intanto, riparto da un classico, Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie, che, detto tra noi, da piccola non mi aveva entusiasmato granché. Forse perché non mi era sembrato così avventuroso, una bambinata rispetto ai brividi dell’isola del tesoro. Ignoravo che ci fosse un’Alice vera e pensavo che Lewis Carroll fosse un signore amabile, che nella vita faceva l’illustratore e giocava a carte nel tempo libero, sorseggiando tè. Da adulta scopro che Lewis Carroll altri non era che Charles Lutwidge Dodgson, un professore di matematica abbastanza noioso (insegnava ad Oxford), appassionato di fotografia, soprattutto quando i soggetti erano bimbe (solo femmine), quasi completamente svestite, meglio ancora se povere, in modo da poterle corrompere con dolci e giochi.


Alice Liddell
Il balbuziente Dodgson – Carroll perse la testa per Alice Liddell e un po’ anche per le sorelline, figlie di uno dei decani di Oxford. Dodgson aveva una trentina di anni, Alice dieci, e tra una foto e l’altra, la fantasiosa mente del prof.di matematica partorì le avventure di Alice. Dodgson, che evidentemente aveva un curioso rapporto con la realtà, nell’estate del 1863 chiese la mano di Alice e la mamma della piccola gliene disse quattro, mettendo fine per sempre alle uscite in barca tra il matematico scrittore e le bimbe Liddell. Ma Lewis Carroll regalò ugualmente il manoscritto originale di quello che sarebbe diventato Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie alla vera Alice. Provò a chiederne la restituzione una ventina di anni dopo, con l’intento di pubblicarlo, ma la bella Alice fu irremovibile. E fu una saggia decisione che le tornò utile quando anziana, povera e sola, mise all’asta il manoscritto che le permise di vivere una serena vecchiaia.       

Sciocchezze, direte voi, alla fin fine abbiamo tutti i nostri difettucci. Non possiamo mica far tagliar la testa al primo matto che si inventa un Bianconiglio e un Ghignagatto in un posto in cui sono tutti matti? Ma poi, a ben rifletterci, esiste un posto che non sia pieno di matti? Comunque, per evitare spiacevoli sorprese, è meglio non curiosare nella biografia degli autori. Soprattutto se geniali.

Lewis Carroll, Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie (Alice’s Adventures in Wonderland), trad. Bianca Tarozzi.

sabato 5 novembre 2016

Crepuscolo, Kent Haruf

Copia presa in prestito dalla biblioteca di Marino. 
Le giornate si accorciano, l’inverno è dietro l’angolo ma l’aria è mite e il cielo terso. Sono giorni intensi, ci si alza presto, si lavora tanto, qualche pausa caffè, pasti frettolosi scambiandosi frasi essenziali ma allegre. Si arriva al weekend in un batter d’occhio, si fa mente locale e si sorride soddisfatti. Come direbbe Raymond McPheron, tutte le cose sono state fatte come dovevan esser fatte.
È il momento giusto per tornare ad Holt, tra le strade tranquille e le fattorie isolate. È il momento giusto per condividere le giornate con persone taciturne, che cercano di fare bene e volentieri tutto ciò che viene chiesto loro di fare. È il momento giusto per accomodarsi in stanze illuminate dal sole del pomeriggio, mentre i granelli di polvere danzano nell’aria come minuscole creature; l’occasione ideale per andare a scuola con DJ e poi passare a salutare Raymond in ospedale, telefonare alla giovane Victoria Robideaux e vedere come se la stia cavando tra le lezioni universitarie e l’educazione della piccola Katie.
È sempre la stessa Holt di Canto della pianura, la stessa lentezza, la stessa luce obliqua del mattino; dialoghi essenziali, vite solitarie, gli stessi gesti che si ripetono stagione dopo stagione; niente di eclatante. Eppure non riesci a staccartene, non ti va di andar via dalla cittadina. Un po’ come quando corri in una mattinata di fine ottobre, con le foglie degli alberi tra il giallo e l’arancio, l’aria frizzante ma non fredda, il cielo blu percorso dalla scia bianca lasciata da un aereo. Ami ciò che stai vedendo anche se non è niente di eccezionale.
Da mettere in valigia quando non si va in alcun luogo; basta spostarsi dalla camera da letto al divano: Crepuscolo, una tazza di tè (che quel gentiluomo di Raymond berrà solo per non farci dispiacere) e tutto sembrerà come dovrebbe essere.  

Non ho ancora letto Benedizione. È bello sapere che potrò tornare a rifugiarmi nella fattoria di Raymond, prendere una birra al bancone dell’Holt Tavern o andare a cena in una serata di primavera al Wagon Wheel Café. Sempre che Haruf non mi riservi qualche sorpresa…

Particolare di "Nighthawks", Edward Hopper

Kent Haruf, Crepuscolo (titolo originale: Eventide), traduzione di Fabio Cremonesi, NN Editore, Milano, 2015.

lunedì 31 ottobre 2016

La pelle, Curzio Malaparte

La mia copia
Non è uno di quei libri che metti in valigia per un weekend rilassante e non è neanche la lettura più indicata per un periodo in cui sei tanto, parecchio sottopressione. Ma se l’input viene dal gruppo di lettura che l’ha scelto (e tu, per giunta, l’hai pure votato), non puoi più tirarti indietro. Il danno è fatto. 

L’enciclopedia on line Treccani alla voce Malaparte recita:
Pseudonimo del giornalista e scrittore italiano Curzio Suckert. Personalità poliedrica, indipendente e controversa, passò dall’adesione al fascismo, all'antifascismo (che gli procurò nel 1933 il confino), al filocomunismo. Scrisse acuti testi politico-letterari, tra cui Italia barbara (1925), e romanzi quali Kaputt (1944) e La pelle (1950), crude testimonianze sulle atrocità della guerra.

Sulla crudezza delle scene descritte in La pelle c’è poco da discutere: ogni volta che pensavo d’aver letto pagine spietate si apriva un capitolo ancora più duro del precedente. Forse, però, ciò che mi ha veramente colpito sono state le reazioni che la penna di Malaparte riesce a scatenare tutt'oggi. Nel gruppo di lettura della biblioteca ci sono diversi pensionati, persone che, pur non avendo vissuto direttamente gli anni della seconda guerra mondiale, ricordano bene il clima dell’immediato dopo guerra e i racconti dei propri familiari. Mi ha emozionato la voce rotta di Luigi mentre difendeva appassionatamente il romanzo, zittendo chi sosteneva che, in fondo, lo stile di Malaparte è troppo ridondante, esasperante nel ripetere sempre gli stessi concetti. E mi ha fatto sorridere Gianna, che ha interrotto la lettura perché basta con le scene di guerra, la sofferenza, le miserie umane. Io ho una certa età. Voglio cose leggere, che mi facciano star bene, che trasmettano allegria. Una richiesta legittima, in fondo.
E poi c’è stato l’inevitabile scontro tra i due modi di raccontare: quello del letterato, che deve far sfoggio dei tanti libri letti in tutta la sua vita e che un po’ si riempie la bocca dei grandi capolavori, e quello dell’umile lettore. Il saccente (oggettivamente preparato): «Se questo libro è stato definito dai più un capolavoro, una ragione c’è. È evidente». La risposta irritata dell’umile lettore: «Io non sono un letterato. Di evidente non c’è nulla. A me non me ne frega niente se un libro sia considerato un capolavoro o meno. A me un libro piace se riesce a comunicarmi qualcosa, se al termine della lettura ho imparato qualcosa. Altrimenti può esser anche considerato un capolavoro, ma per me è e resterà un libro inutile». E se parlando del libro non riesci a trattenere le lacrime, quell’autore ti avrà sicuramente regalato qualcosa. 


Curzio Malaparte fu anche giornalista ma La pelle non è un reportage di guerra bensì un romanzo surreale in cui la poesia dei paesaggi si scontra con le scene più inverosimili. Non può esser reale il mormorio degli ebrei crocifissi lungo la strada di un villaggio ucraino, né risulta credibile la sirena servita sulla tavola del generale Cork (una cosa che somiglia ad una bambina bollita, presentata su un letto di lattuga e circondata da una ghirlanda di rami di corallo); eppure il lettore è così immerso nella storia da credere a tutto. Qualche volta si ha la sensazione che Malaparte sguazzi in quelle scene orripilanti e ci si chiede quale sia il limite dell’immaginazione dello scrittore e quanto orrore voglia suscitare nel lettore. Poi, ad un tratto, è Malaparte stesso, in una delle tante situazioni inverosimili narrate, ad ammettere che ciò che conta non è raccontare la verità quanto dare l’impressione della verità (chi ha già letto il libro ricorderà la cena in cui Malaparte si burla degli altri commensali, fingendo di aver appena mangiato la mano di un uomo). E allora, di fronte a questa confessione, cambia anche l’approccio al libro: c’è la guerra, c’è la Napoli del 1943, umiliata e sconfitta, ma resta un romanzo e non andrebbe preso troppo sul serio. E poi c’è la critica verso una società vigliacca: i napoletani e gli italiani tutti, this bastard people pronti a soffrire, uccidere, compiere cose meravigliose e cose orrende, non già per salvare la propria anima, ma per salvare la propria pelle. Si crede di lottare e di soffrire per la propria anima, ma in realtà si lotta e si soffre solo per la propria pelle. Tutto il resto non conta.
Non è stata una lettura avvincente; lasciata Napoli ho avuto la sensazione che Malaparte fosse meno interessato alla storia, come se volesse chiudere la narrazione in tutta fretta. Ma forse, se avessi letto La pelle in un altro momento, l’avrei apprezzato di più e non sarei stata così critica.    

Curzio Malaparte, La pelle, Adelphi, Milano, 2010.



domenica 23 ottobre 2016

Il piacere delle cose inutili

La notizia è che babalatalpa è in vita, sebbene di lei si siano perse le tracce in libreria, in biblioteca, sui social e nella blogsfera. Ha letto poco, non ha scritto nulla, non ha acquistato libri, non sa bene cosa sia accaduto nel mondo negli ultimi due mesi (ma sa che il 4 dicembre ci sarà il referendum e deve iniziare a studiare per capire cosa voterà). Nella sua vita ci son state parecchie novità e ancora non sa come gestirle, ma ha la certezza che senza libri, film, corsa e quattro chiacchiere in rete, le giornate son tristanzuole e lei vuole ricominciar a sorridere e a far tutte quelle cose inutili che la mettono di buonumore.

Si riparte da qui. Deve solo decidere in che libro infilarsi. 




martedì 20 settembre 2016

Mi chiamo Lucy Barton, Elizabeth Strout

Copia della biblioteca di Frascati 
Oggi che la mia vita è cambiata così tanto, ci sono momenti in cui ripenso agli anni della mia prima infanzia e mi ritrovo a dire: Non era poi chissà quale tragedia. E forse non lo era. Ma ci sono anche momenti in cui, all’improvviso, mentre percorro un marciapiede assolato, o guardo la chioma di un albero piegata dal vento, o vedo il cielo di novembre calare sull’East River, mi sento invadere dalla consapevolezza di un buio talmente abissale che potrei urlare, e allora entro nel primo negozio di vestiti e mi metto a chiacchierare con una sconosciuta dei modelli di maglioni appena arrivati. Deve essere il sistema che adottiamo quasi tutti per muoverci nel mondo, sapendo e non sapendo, infestati dai ricordi che non possono assolutamente essere veri.

Lucy Barton trascorre l’infanzia in un garage di Amgash, un minuscolo paese di case mezze diroccate nell’Illinois, tra campi di granturco e soia a perdita d’occhio e laggiù, in fondo, un allevamento di maiali. Il padre di Lucy fa il trattorista, la madre fa riparazioni di sartoria, la sorella maggiore ha un pessimo carattere e il fratello si diverte a vestirsi da donna e indossare scarpe con i tacchi alti.
Al parco giochi i bambini ci dicevano «La vostra famiglia fa schifo» e scappavano via tappandosi il naso con le dita.
Così Lucy Barton assaggia sin da piccola il sapore della solitudine, che non le si toglie più di dosso. Poi la maestra inizia a passarle dei libri e lei si sente meno sola.
I libri mi davano qualcosa. È questo che penso. E mi dicevo: Scriverò libri e le persone si sentiranno meno sole.
Lucy Barton ancora non lo sa ma è una persona spietata, una che riesce ad aggrapparsi a sé stessa e a scaraventarsi nella vita, salutando tutti, garage e famiglia, che alla fine neanche le piaceva così tanto, e andarsene per la sua strada.
Sono passati anni dall’infanzia ad Amgash e Lucy Barton, con la sua nuova vita newyorchese e la stessa solitudine di sottofondo dei tempi del garage, è in ospedale; nessuno capisce cosa abbia. Sua mamma, che non incontra da un secolo, è venuta a trovarla. Non perché sia preoccupata o desideri vedere la figlia, ma perché il genero l’ha chiamata, le ha pagato il biglietto aereo e le ha detto di andare.
È un amore strano quello tra Lucy e la madre e si racchiude tutto in quello star seduta ai piedi del letto, in una camera d’ospedale, e stringerle un piede attraverso il lenzuolo mormorando «Ciao Bestiolina. […] Vedrai che guarisci, non ho fatto nessun sogno». Un altro modo di dire «Tranquilla, non ti succederà nulla. Sono qui e ti voglio bene».
Anni senza una telefonata, una lacrima, una parola affettuosa, un abbraccio. Un amore a distanza anche quando si è nello stesso luogo. Tu pensi che di una mamma così, di due genitori così, non potrai mai sentir la mancanza. Invece, quando li perdi, il mondo inizia a sembrarti diverso.
Sono le parole non dette a lasciar il segno in questo romanzo; frasi asciutte, dirette, la palpabile percezione del vuoto anche se la tua mamma è tutt’altro che silenziosa e assente.
Ciascuno di noi ha una sola storia e Lucy Barton, in poche pagine, ci racconta la sua.
 
Illinois, dal sito di Paul Aparicio
L’ho messo in valigia per la trasferta al Festivaletteratura di Mantova. Perfetto per un viaggio in treno, possibilmente in area silenzio, meglio se in autunno. Scenderete in stazione immalinconiti, ripensando alla storia di Lucy Barton e chiedendovi quale sia la vostra unica storia e in quanti modi diversi l’abbiate già raccontata.    

Elizabeth Strout, Mi chiamo Lucy Barton (My name is Lucy Barton)
Trad. Susanna Basso, Giulio Einaudi Editore, 2016.


sabato 17 settembre 2016

Festivaletteratura di Mantova

«Il Festival della Letteratura di Mantova è un appuntamento fisso perché… perché non so come descriverti quell’atmosfera. Ci vai una volta e devi tornarci l’anno successivo. Non è una fiera, è letteratura».
Questo disse Rosaria, amicizia nata sul treno Torino – Roma, in un post Salone del Libro che aveva deluso entrambe. Così parlò Rosaria, ed io non riuscii a togliermi dalla testa quegli occhi sbrilluccicanti.


Mi son decisa all’ultimo momento, ho dormito altrove (perché, va detto, se non si prenota con largo anticipo, Mantova è economicamente inavvicinabile), e sabato scorso mi sono tuffata nel vivo del Festival. Non esagero nel dire che è stata l’esperienza più stimolante degli ultimi anni. Rosaria aveva ragione: Mantova è il Festival, perché tutta la città ruota intorno agli incontri e tutti gli incontri ruotano intorno alla città. Neppure lontanamente paragonabile al clima da ipermercato dell’ultimo Salone di Torino.
Prima volta a Mantova: Piazza Erbe è tutto un fermento di volontari in maglietta azzurra come questo cielo estivo. Mi guardo intorno spaesata da tanta bellezza e tanto movimento. Il desiderio di girar in città per scoprire un pezzo d’Italia a me sconosciuto si scontra con tutti gli eventi a cui vorrei partecipare; alla fine mi avvicino alla segreteria.
Da casa ero riuscita a prenotare solo tre incontri: Il potere della letteratura con Jung – myung Lee (La guardia il poeta e l’investigatore, edizione Sellerio) e Bruno Gambarotta; Indagare l’animo umano con Maggie O’Farrell (Il tuo posto è qui, edito da Guanda) e Jelena Ilic; Apocalissi letterarie con Antoine Volodine (Angeli minori, L’orma editore e il recente Terminus radioso, 66thand2nd) e Marcello Fois.
Speravo poi di accaparrarmi un posticino per altri incontri promettenti ma il programma era davvero troppo ricco per poter far tutto. 
Il Festivaletteratura è dinamico e folle: pretendere di uscire da Palazzo Ducale e raggiungere in un lampo Palazzo San Sebastiano senza esser dotato di super poteri è impensabile. Difficilmente potrai catapultarti da un lato all’altro della città, dribblando persone (tante), biciclette, cani e volontari di Emergency. Ma il fascino di Mantova è anche uscire dalla Basilica Palatina di Santa Barbara (bellissima, tra l’altro), dove Alain de Botton (Il corso dell’amore, Guanda) ha provato a mettere in crisi il tuo matrimonio, e perdersi alla ricerca del teatro Bibiena. Che poi era dietro l’angolo. Insomma, quando finalmente raggiungi il luogo 11 del festival, la fila per ascoltare Moretti che legge Caro Michele della Ginzburg è sin troppo lunga. 
"Vorrà dire che Caro Michele me lo rileggerò da sola. Ah!, ma l’anno prossimo prenoto tutto subito, altro che file”. Frase che ho continuato a ripetere più volte nell’arco di un weekend perché, accidenti!, l’atmosfera di questo festival mi ha coinvolto tantissimo.
Ciò non toglie che abbia toppato qualche scelta. Indagare l’animo umano: bel titolo per un incontro, vero? Io questa Maggie O’Farrell non l’avevo mai sentita nominare prima, ma Mantova è soprattutto un'occasione per scoprire voci nuove. Epperò la gestione dell’intervista da parte di Jelena Ilic è stata pessima (opinione del tutto personale). La scrittrice mi è sembrata simpatica, piuttosto imbarazzata da alcune domande della conduttrice radiofonica (“Ti piace la cioccolata?” Ma che domanda è???); insomma, niente che mi abbia indotto ad acquistare subito uno dei suoi romanzi.

Altri incontri, dove mi ero fermata più per la gratuità dell’evento e il fascino del luogo che per reale interesse, si son rivelati, invece, pieni di stimoli. Tipo il geniale ciclo de Il libro dei (miei) venti anni, gestito dal bravissimo Federico Taddia (Radio 24) nel Cortile di Palazzo Castiglioni. Uno spazio in cui ci si riusciva ad isolare miracolosamente dalla confusione di Piazza Sordello per ascoltare il libro che ha caratterizzato i 20 anni dei vari ospiti (da Frances Greenslade a Juan Villoro). “Una piccola biografia di come si diventa giovani leggendo”, recitava giustamente il programma. E seduta su quel prato, ho ripensato ai miei 20 anni senza riuscire a ricordare cosa leggessi.
Tra un incontro e l’altro, ho sbirciato tra i banchetti dei libri rari e usati. Piccole chicche e occasioni convenienti per conciliare la mia smania di possesso con i tempi grami.
E poi ci sono stati gli immancabili spunti di riflessione lanciati da Fahrenheit e dal fascinoso Marino Sinibaldi. Tra i vari ospiti, ho ascoltato le parole di Marco Cassini (casa editrice SUR, membro degli amici del Salone di Torino) e Renata Gorgani (casa editrice Il Castoro e La Fabbrica del Libro Spa, società che si occuperà di organizzare la nuova fiera del libro Milano). Allora, già che ci siamo, parliamo un po’ di editoria e della discutibile operazione della moltiplicazione dei saloni. 
Ascoltando la Gorgani mi è parso di capire che:
  • Molti editori erano scontenti della gestione fieristica e del format del Salone, sempre identico da qualche anno a questa parte, poco attento alle esigenze e alle opinioni delle case editrici;
  • Milano è la città con il maggior numero di lettori in Italia, quindi candidata naturale per un salone del libro;
  • Gran parte delle case editrici sono a Milano, quindi, perché non farlo lì?
  • Poiché nel Sud del paese ci sono poche occasioni per incontrare i lettori, perché non organizzare una grande fiera a Milano e tante piccole fiere nel Meridione?
  • In fondo, Torino e Milano non sono in competizione perché si rivolgono ad un pubblico diverso. Torino abbraccia il nord-ovest e Milano il nord-est.

Di obiezioni ne avrei diverse, a partire dal fatto che a Torino, negli anni, ho incontrato mezza Roma, amici campani, toscani e siciliani. Quindi, affermare che il lettore veneto andrebbe a Milano e non a Torino, è una sciocchezza enorme. Dire che gli aspetti economici e commerciali nulla c’entrino con la decisione dell’AIE, è una sciocchezza doppia. Perché, da quanto mi risulta, nessuno ha consultato i lettori per sentire il loro parere; lettori che pagano il biglietto d’ingresso delle fiere e acquistano i libri (e non solo in fiera). Le parole ascoltate a Mantova non hanno fatto altro che rafforzare la mia decisione: comunque vada a finire, nel 2017 salterò entrambe le fiere.



Con Edna O’Brien, il mio Festivaletteratura si è chiuso nel miglior modo possibile. La voce energica, senza esitazioni di una donna nata nel 1930, cattolica, anticonformista, ancora innamorata delle parole e di quanto possano cambiar la vita delle persone. «Il linguaggio è la cosa più vicina a Dio che abbiamo. Ed è la cosa a cui più cerco di aggrappami per poter andar avanti».
Cala la sera, si accendono le luci, i volontari in maglietta azzurra camminano a gruppetti, dandosi pacche sulle spalle; è cessato il brusio in Piazza Sordello, qualcuno spulcia tra i libri rimasti sotto le volte del Palazzo del Capitano, qualcuno entra nella Tenda dei Libri per un ultimo acquisto, nessuna traccia dei volontari di Emergency.
I più camminano distrattamente pensando, forse, a quanto ci sembrerà distante tutta questa magia tra un paio di giorni. Ma continueremo ad aggrapparci alla letteratura.


giovedì 8 settembre 2016

Il tarvisiano, le Alpi Giulie Occidentali e la Ciclovia Alpe Adria

Laghi del Fusine
C’era un tempo in cui ogni viaggio era preceduto dall’acquisto del taccuino di bordo. Uno di quei quadernetti smilzi che sceglievi accuratamente prima di partire, lo infilavi nello zaino e scribacchiavi due cose non appena ti fermavi in un caffè, su una panchina, sulla vetta di un monte.
Tornavi a casa, rileggevi quei frammenti e ti sembrava che le fotografie fossero superflue. Luoghi, pensieri, persone incontrate fuoriuscivano dal taccuino senza la necessità di altre immagini. Quest’estate invece, le pause di riflessione con carta e penna sono venute meno, sostituite dal cellulare, dai minuti di cazzeggio sui social, ma soprattutto dall’incapacità di fermarsi a scrivere.
Sono partita per il tarvisiano piuttosto irrequieta, senza aspettarmi granché da questo viaggio. Non per colpa del tarvisiano s’intende, ma per colpa mia. Sicché, il rientro è stato doppiamente stupefacente: scarsi appunti eppure una ritrovata leggerezza e tanta voglia di fare. Non merito mio, sia chiaro, bensì dei sentieri, delle pedalate, dei fischi delle marmotte, del frico con la polenta e del cielo azzurro regalatoci dal tarvisiano.
 
Bivacco Marussich
Dimenticate tutte le sfumature di rosa delle albe dolomitiche e l’imponenza delle vette da mozzare il fiato; dimenticate i rifugi affollati e i sentieri in cui non ci si sente mai soli. Dimenticate le cime dai nomi blasonati e immergetevi nel verde delle Alpi Giulie e nel fascino dei sentieri silenziosi e poco battuti; resterete incantati davanti ad una distesa di fiorellini azzurri, ranuncoli e papaveri di montagna che spuntano miracolosamente dalle rocce calcaree del sentiero botanico del Bila Pec. Se sarete fortunati, troverete anche le favoleggiate distese di stelle alpine. Da ottimi camminatori quali siete, eviterete accuratamente la telecabina e qualsiasi altra forma di teletrasporto per raggiungere ogni luogo meritevole di visita, dal rifugio Gilberti al Monte Lussari.

Monte Lussari
Perché mai sedersi in cabinovia quando ci si può devotamente sciroppare la bella salita del sentiero del Pellegrino che da Camporosso in Valcanale (820 m s.l.m.) conduce al Monte Santo di Lussari (1790 m s.l.m.)?
Arrivati al santuario, vi è concessa una pausa caffè prima di procedere alla conquista della Cima del Cacciatore (2071 m s.l.m.). Non vi fate spaventare dal breve tratto attrezzato che vi permetterà di raggiungere la vetta. Se ce l’hanno fatta quei quattro abbirrazzati ottuagenari austriaci che mi precedevano, ce la possono fare tutti.
Cima del Cacciatore
Frastornati dalla folla rumorosa del Lussari (colpa del teletrasporto che non permette la selezione naturale delle persone), il giorno successivo apprezzerete ancor di più la silenziosa passeggiata che da Ugovizza vi condurrà all’Osternig (2050 m s.l.m.)
Feistritzer Alm
Cammin facendo, potrebbe addirittura sorgervi il dubbio d’aver sbagliato sentiero (“Sei sicuro che sia la direzione giusta? Va bene che il percorso è segnalato però non c’è anima viva!”), ma non vi scoraggiate e godetevi la pace del bosco, preparatoria all’incontro con le mucchette e i cavalli che circondano la locanda/rifugio Schutzhütte Oisternig, nell’alpeggio Feistritzer Alm, al confine italo-austriaco di Sella Bistrizza. 
Siamo in territorio austriaco, quindi dovrete accontentarvi di un caffè lungo e pasti spartani, ma non meno gustosi.
Malga Montasio
Per fare la conta delle vette che vi circondano, vi toccherà tornare a Sella Nevea e arrampicarvi sullo Jof di Montasio o, come abbiamo fatto noi, sulla Cima di Terrarossa (2420 m slm). Se avrete la fortuna di scegliere una giornata dal cielo blu, senza neanche una nuvoletta, oltre ai numerosi stambecchi che popolano il territorio, vedrete tutte, ma proprio tutte le cime della zona.
Panorama dalla Cima di Terrarossa
Una firma anche su questo libro di vetta e sarete pronti per la veloce discesa che vi condurrà al frico e polenta, accompagnati da una radler, nel simpatico rifugio Giacomo di Brazzà.



Di sentieri belli nella zona ce n’è a bizzeffe ma, se siete stanchi di scarponcini da trekking e bastoncini, potete indossare un bel paio di pantaloncini imbottiti e inforcare la bici. Avete la fortuna di trovarvi accanto alla fantastica Ciclovia Alpe Adria. Non dovete necessariamente percorrerla da Salisburgo a Grado, ma potrete raggiungere Villach o Kranjska Gora in relativamente poche pedalate. Già che ci siete, prendetevi una giornata per fare una pedalata da Tarvisio a Venzone
Venzone
Parcheggiata la bici, acquistate un cono gelato nell’ottima latteria in centro e girellate nel borgo interamente ricostruito dopo il terremoto del ‘76 (argomento tristemente d’attualità, lo so. Noi siamo andati a Venzone un paio di giorni prima della tragedia di Amatrice e dei comuni marchigiani. Le curiose coincidenze della vita). Se poi non avete alcuna voglia di rimettervi in bici, nessuna paura: potrete far affidamento sul collegamento ferroviario Udine – Villach (treno Micotra), depositare la due ruote nella carrozza bici e rilassarvi per la restante parte del viaggio. Comodo, no?
Se nonostante l’attività sportiva fatta finora, siete in crisi d’astinenza perché vi manca la corsa quotidiana, indossate un paio di scarpette da running e da Camporosso immergetevi nella foresta di Tarvisio seguendo il percorso che vi porterà in Val Bartolo: la voce del torrente, tutto quel verde e le baite dislocate nella valle vi porteranno sul set di un telefilm tedesco. Troppo perfetto per essere reale. Tornerete a Camporosso un po’ stanchi ma in pace con il resto del mondo.
 
Camporosso in Valcanale
Abbiamo scelto come meta estiva Camporosso in Valcanale perché cercavamo sentieri meno noti rispetto alle Alte Vie Dolomitiche; ci piaceva l’idea di vivere per qualche giorno in una zona di confine e di esplorare un territorio non troppo pubblicizzato. È stato un viaggio sorprendente, meravigliati soprattutto dal calore delle persone incontrate e da quel senso di “casa” percepito sin dalle ore successive all’arrivo.
Noi abbiamo scelto una soluzione comoda e autonoma: l’ospitalità della famiglia Alberti e dell’appartamento Mugo. Prenoti l’appartamento e acquisti due genitori adottivi che, oltre ai prodotti dell’orto e ai funghi appena raccolti, ti daranno tutte le dritte utili per scegliere i sentieri più suggestivi.
Con una vacanza così dinamica, non avrete alcun senso di colpa nel fermarvi ogni tanto al Tante Mitzi Caffè per iniziare la giornata con una frase allegra, una brioche e un caffè macchiato (vi ricordo che siete in Friuli e, non me ne vogliano i napoletani, il caffè qui è eccezionale).
Rifugio Gilberti
Tra i vari rifugi in cui ci siamo fermati, segnalo il Gilberti, a Sella Nevea, gestito dalla sorridente Irene; terrazzo panoramico incantevole, strudel delizioso.


Partiti in auto, non mi son preoccupata troppo del peso superfluo. In valigia ho infilato solo letture lievi e poco attinenti al Friuli (di cui vi narrerò prossimamente). 
Ma sono tornata con una piccola guida ai sentieri, Escursioni nel tarvisiano di Fabio Paolini, editore La Chiusa, e l’indispensabile carta topografica Tabacco 19, Alpi Giulie Occidentali - Tarvisiano. Entrambe acquistate nella libreria Montagne di Carta, al centro di Tarvisio.
Ho poi ricevuto in dono dalla signora Lidia (la proprietaria dell’appartamento) alcuni numeri della pubblicazione Wild, curata dall’associazione turistica Alpi Friulane. Ora che sono di nuovo sull’affollato trenino dei pendolari, leggiucchio un articolo sui Laghi del Fusine, mi perdo in una foto, ripenso al profumo del bosco, all’aria pungente, a quella sensazione di sentirsi così piccoli di fronte a quei monti così potenti. E a quella serenità che solo la montagna sa regalarmi.