mercoledì 20 gennaio 2016

Non abitiamo più qui, Andre Dubus

«Se ancora non hai deciso cosa regalarmi per il compleanno, potresti prendere Non abitiamo più qui di Andre Dubus». Forse proprio per la sua sfacciataggine, Fabio è tra gli amici a cui sono più affezionata. Gli regalo il suo Dubus e, a distanza di pochi giorni, incuriosita, ne regalo una copia anche a me.
Vengo da un libro brutto assai, e dopo una decina di pagine, Andre Dubus mi fa tornare l’amore per la lettura.
Dentro Non abitiamo più qui ci sono Hank, Jack, Edith e Terry: due coppie, quattro amici, quattro adulteri, quattro giovani della provincia americana diventati genitori troppo presto. Ci sono figli, studentesse provocanti e smaliziate, sogni svaniti, letteratura, fede in Dio, passione. Tutto condensato in tre racconti, perfettamente incastrati tra loro.
È sconcertante ritrovare in un racconto le turbe mentali di mia zia, casalinga perfetta. Più vado avanti nella lettura e più forte è il suono della sua voce. A sconcertarmi ulteriormente è il fatto che sia un uomo a parlarne. Un uomo che descrive il tedio, il senso di soffocamento e oppressione che può atterrire quella che un tempo è stata una ragazza brillante, dagli occhi azzurri e lo sguardo felice. Una ragazza che è stata travolta dal ruolo di moglie, di mamma, dai letti da rifare, i piatti da lavare, dalla polvere in ogni angolo e dall’ossessione della lavatrice e dell’asciugatrice (suvvia!, alzi la mano chi tra voi femminucce non viva con l’incubo costante del bucato e dei panni da piegare e stirare).

Da qualche anno sono diventato allergico alle parole marito e moglie. Quando leggo o sento la parola marito, io mi immagino un uomo di una serenità sinistra sulla sua station wagon, che porta in giro la famiglia rumorosa una domenica pomeriggio. Termineranno la giornata con un gelato, sedili della macchina appiccicosi, stanchezza e arrabbiature.
Quando qualcuno dice la parola moglie vedo il viso sicuro, possessivo e divertito di una donna in cucina; fra tendine luminose, muri, l’odore di olio riscaldato e lei che porge a suo marito un bacio non appena questi torna a casa sobrio, con la pancetta, diretto verso qualche nebuloso obiettivo che è cominciato come amore, si è trasformato in benessere economico durante il matrimonio, e ora si sta convertendo in una dignitosa sopravvivenza.

martedì 19 gennaio 2016

Coimbra, camminando sotto la pioggia

Zaino in spalla, prendiamo un intercity (con tanto di wifi perfettamente funzionante) che da Lisbona - Santa Apolonia ci porta nella favoleggiata Coimbra
Ho favoleggiato su Coimbra per quasi vent’anni. Molti dei miei compagni universitari scelsero la cittadina portoghese come meta per l’Erasmus (mentre io optai per il Galles). Partivano per un semestre e tornavano dopo un anno, raccontando di un luogo meraviglioso, giornate lunghe e indimenticabili, un centro universitario pazzesco. Noi studiavamo a Siena (che non è né brutta, né dispersiva); eravamo tutti studenti fuori sede (quindi già abbastanza autonomi ed indipendenti): Coimbra qualcosa di particolare doveva pur averlo per lasciare quella malinconia negli occhi dei miei compagni che non sarebbero più voluti tornare in terra toscana.


Approdiamo in una stazione ferroviaria di metà Novecento. Cielo grigio tendente al nero. Il nostro appartamentino è a due passi dalla stazione principale (Coimbra A). Via angusta e deserta. Il coniuge, con la faccia a punto interrogativo, mi fa: “Ma cosa c’è di bello da vedere a Coimbra?”. Un miraggio. La ricerca tardiva di un sogno da acchiappare? Non so rispondere.
Il loft essenziale ma molto carino (e altrettanto economico) ci mette di buonumore. Usciamo fiduciosi, pronti ad affrontare la pioggia. Ci dirigiamo nella parte alta di Coimbra, cuore della città e sede dell’Università. 


Visitiamo la storica Biblioteca Joanina, i cui soffitti in legno e oro provocano una leggera sensazione di soffocamento. L’architettura barocca, i libri posti ad altezze impossibili da raggiungere, la luce soffusa e l’umidità costante (per preservare gli antichi volumi) mettono a tacere il visitatore. Bisbigliamo, temendo di svegliare i leggendari pipistrelli che, sembra, popolino gli scaffali. Tali bestiole, cacciando tarli e insetti mangiatori di carta, pare contribuiscano alla salvaguardia dei volumi. 
Scaccio il pensiero dei pipistrelli e curioso tra le opere di Pessoa. Ma, a ben pensarci, mica mi ci vedo a girare tra i corridoi dell’università col rischio di inciampare nella lunga capa negra (il mantello nero a ruota indossato dagli studenti a Coimbra), chiedendo ai turisti di supportare le attività universitarie, acquistando una foto, scattata nel meraviglioso chiostro gotico della Sé Velha, o una piccola guida della cittadina portoghese.


Sotto la pioggia incessante, la Baixa, la zona pedonale in cui si concentrano localini e negozi, è una via deserta e un po’ triste. Gli azulejos perdono la loro brillantezza e si ammantano di malinconia; avvicinandoci al fiume Mondego e al Ponte di Santa Clara ritrovo quelle sensazioni che emergono dalla letteratura portoghese. Una specie di solitudine che ti stringe lo stomaco ma che ti ammalia, al punto da non farti staccare dalle pagine che stai leggendo. Lusitanitudine.

Mi aspettavo una cittadina allegra, solare, con sciami di ragazzi per le strade. Mi aspettavo di trovare un’altra me, a vent’anni. Invece ho trovato il fascino misterioso di pagine lette, storie dimenticate di cui mi è rimasto addosso solo l’odore di chiuso, una voglia di cioccolato caldo mentre fuori piove.


Tra le chiese più belle, sicuramente il Mosteiro de Santa Cruz, con le pareti decorate da azulejos e un pulpito straordinario. Una donnina, raccolta in preghiera, è infastidita dalla mia scarsa propensione allo scatto. E al monito di “Menina! Tira uma foto!”, immortalo le bellezze che mi circondano.
La cattedrale nuova mi impressiona solo per le due signore all’ingresso che, tra un gossip e l’altro, chiedono un’offerta volontaria di due euro per poter visitare la chiesa. Berciano senza ritegno, incuranti delle affissioni in ogni angolo che ammoniscono il visitatore al silenzio.
Nelle due serate piovose trascorse a Coimbra abbiamo starnutito tanto, soddisfatto il desiderio di lettura e brindato a suon di aspirina.
Qualora ve lo stiate chiedendo, nello zaino avevo infilato insieme all’ebookreader questi due volumetti, di cui vi narrerò prossimamente.


Più che in altri posti, sono andata via da Coimbra con la certezza che ogni città andrebbe vista in diversi momenti dell’anno. Anche i luoghi familiari mostrano un volto diverso illuminati dal sole; probabilmente, in una giornata di primavera, avrei visto un’altra Coimbra. E ci tornerò, perché tra le curiosità insoddisfatte c’è pure il non aver ascoltato il fado poetico di Coimbra, quello cantato da un uomo (e non dalla voce femminile, che caratterizza il fado di Lisbona). Dovrei tornarci a maggio, per i festeggiamenti della Queima das fitas, quando gli studenti celebrano la fine dell’anno accademico. In quei giorni, dubito che si respiri l’aria malinconica e silenziosa percepita agli inizi di gennaio. Chissà, prima o poi…  


La viaggiatrice segnala:
-     Noi s’è dormito qui. Abbiamo speso poco e goduto di un appartamento carinissimo e funzionale.
-      Per una gustosa pausa pranzo, Maria Portuguesa (R. Joaquim Antonio de Aguiar 134). Una dozzina di euro a persona (vino incluso). Proprietaria molto simpatica, locale piccolissimo ma particolare.


     

mercoledì 13 gennaio 2016

Ritorno in Portogallo - Lisbona

Sintra

Questo blog è strettamente connesso al Portogallo. Correva la primavera del 2008: avevo duecento cose nella testa e una gran voglia di buttarmi a capofitto in tutti i progetti rimandati di anno in anno. Era un sabato pomeriggio ed io ero a casa dei miei. Andai a correre per mettere ordine tra i pensieri. Tornai determinata. Accesi il pc, andai sulla piattaforma di splinder (de cuius) e scelsi il nome del mio blog. Poi cercai i prezzi dei voli Roma – Lisbona e acquistai un biglietto per il Portogallo. Ai tempi viaggiavo sempre da sola, dormivo negli ostelli, giravo con lo zaino (ma librinellozaino non suonava troppo bene per il neonato blog), il budget era un po’ più limitato di quello attuale, parlavo un buon inglese e un portoghese decente. Tutta la magia di quel viaggio la trovate qui e qui.
Lisbona mi è rimasta nel cuore. 
L’ottimo coniuge, stufo di sentirmi sospirare ogni volta che si menziona il Portogallo, avanza una proposta geniale: “E se nel periodo natalizio andassimo a Lisbona? Io non ci sono mai stato…”
Panico. Nel tuo intimo, vorresti condividere con la persona che ami tutto ciò che tu hai amato. Ma hai generato aspettative così elevate da rischiare il commento: “tutto qui?”.
Il viaggio inizia in modo fantozziano. 30 dicembre, Fiumicino aeroporto, ore 19.00: annunciati 45 minuti di ritardo. Non siamo i soli a sbuffare. I viaggiatori in attesa socializzano, qualcuno strimpella il piano, nasce un duo strepitoso, voce e pianoforte che neanche fossimo in un talent show. Delirio dei viaggiatori in attesa per l’embargo. Applausi. Decine di telefonini filmano la scena, ci si dimentica dei ritardi.
Fiumicino: canta che ti passa...
Finalmente si sale; allacciamo le cinture, tutti pronti per il decollo ma il pilota annuncia un’avaria del motore. Niente di preoccupante, bisogna pazientare ancora un po’. In una situazione normale, l’annuncio avrebbe generato agitazione, ma siamo così stanchi da non preoccuparci minimamente della parola “avaria”. Dopo il peggior volo di sempre, con appena 2 ore e 40 minuti di ritardo, atterriamo a Lisbona che è quasi mezzanotte.
Otto anni fa non c’era ancora la linea della metro che collegava l’aeroporto con il centro della città e l’aeroporto stesso non era dei più moderni. Mi guardo intorno spaesata. Punto assistenza aperto, assistenti alle biglietterie automatiche che parlano un ottimo inglese, metro funzionante fino all’una della notte. Otto anni sono tanti, forse questo paese ha guadagnato molto in infrastrutture ma ha perso il fascino di un tempo. Forse resterò delusa. E con questo pensiero vado a dormire.


Clima primaverile, i turisti sorseggiano vino sulle rive del Tago, il coniuge sorride rilassato, i runners salutano l’ultimo giorno del 2015 in calzoncini e maglietta. Gli autobus sono più nuovi, la metro arriva all’aeroporto, in molti parlano un buon inglese, ci sono nuovi locali trendy, ma Lisbona è rimasta la stessa. 
Una cittadina senza fretta, i caffè pieni di gente, quella sensazione di antico camminando tra le strade, l’odore di vecchio che si mescola al profumo del pesce sin dal mattino. Una pastelaria dietro l’altra, angoli fatiscenti, quasi abbandonati, accanto ad edifici dagli azulejos sgargianti. E poi quella luce indescrivibile, che fa mutare di momento in momento gli angoli che stai osservando. Sono innamorata di Lisbona e, come tutti gli innamorati, non riesco a dare una spiegazione razionale a tanta fascinazione.
I quartieri, anche quelli più affollati dai turisti, conservano un’atmosfera d’altri tempi. 
A Brasileria, uno dei più antichi caffè dello Chiado, è una meta irrinunciabile. Perché le sale interne sono eleganti, i chiassosi tavoli all'aperto allegri e, sebbene di Pessoa sia rimasta solo una statua in bronzo, si finisce col fantasticare sui tempi in cui il poeta si fermava lì per scrivere e conversare, bevendo una bica.
Livraria Bertrand

Inevitabile una sosta in libreria per l’ultimo acquisto dell’anno. Sono entrata nella celebre Livraria Bertrand in rua Garrett (quartiere dello Chiado), la più antica al mondo. 
Fondata nel 1732 dai fratelli francesi Bertrand, è stata punto d’incontro di artisti e intellettuali. Venne ricostruita nello stabile in cui si trova attualmente, dopo il grande terremoto di Lisbona del 1755, e da allora si è moltiplicata, dando vita ad altre 54 librerie sparse nel paese. 




Interni in legno, ampio spazio ai volumi in inglese; ho curiosato tra i libri stranieri messi in evidenza…


Cosa leggono i Lisboetas a Natale
E ho acquistato qualcosa…

Rimpiango di non esser passata anche nella libreria Fabula urbis, che tratta solo pubblicazioni su Lisbona e di cui avevo letto qualche tempo fa. Sarà ancora in vita? Mi toccherà tornare presto per verificare.


Molti lisboetas hanno brindato al 2016 in Praça do Comércio, osservando i fuochi d’artificio sul Tejo e ballicchiando sulle note della musica suonata in piazza. Noi ci siamo arrampicati nelle viuzze del Bairro Alto, fermandoci in locali improvvisati. Molto improvvisati. Del tipo, ho una cantina, la apro, mi procuro un po’ di birra, un po’ di vino, friggo due patatine, offro paninetti con chouriço ed è fatta. Un viavai di gente che mangia e beve per strada.
Poi, approfittando di un clima tanto propizio, ci siamo fermati in un localino meno improvvisato e abbiamo cenato all’aperto, dando il benvenuto al nuovo anno con un ottimo vinho verde.
A conferma dell’indolenza dei portoghesi, a Capodanno è tutto chiuso tranne gli uffici turistici, aperti per comunicare che non è possibile visitar alcun monumento. 
Colazione di Capodanno

Pur non potendo entrare nell’incredibile Mosteiro dos Jerónimos, siamo andati ugualmente a Belem, tanto per disattendere il primo buon proposito dell’anno nuovo: mangiare meno dolci. Nel paradiso dei golosi, ci siamo limitati (si fa per dire) a qualche pastéis de Belem e ai bolos Rei
Per quanto mi riguarda, la cucina portoghese sarebbe già una ragione più che valida per trasferirmi subito in Portogallo. Baccalà in tutte le salse, polpo, sardine, formaggio e i dolci. Ah!, i travesseiros della pastelaria Piriquita di Sintra! Perché non ne ho comprato qualche etto da portar via?…  



Sintra, appunto. Non andate via da Lisbona senza aver trascorso una giornata dentro una fiaba. Noi abbiamo preso un trenino dalla stazione ferroviaria del Rossio (centro storico di Lisbona); appena 45 minuti di viaggio, pagando € 4,30 (andata e ritorno). Evitate le navette all’esterno della stazione di Sintra e usate le gambe. Se non potete far a meno del resto del mondo, attivate il wifi (il comune di Sintra vi fornisce la connessione gratuitamente) e guardatevi intorno. 
Per raggiungere il Castelo dos Mouros e il Palácio da Pena percorrete lo splendido sentiero che attraversa il Parque das Merendas e Vila Sassetti. Alberi in fiore a gennaio, giardini meravigliosi, fontane, pergolati che immagino coperti da rose in primavera. Un luogo favoloso. Dedicate un po’ di tempo anche al parco in cui è immerso il Palácio da Pena: viaggiare è anche fermarsi a riflettere, assaporare angoli belli, non una corsa a chi visita più monumenti.
E prima di lasciare il centro storico di Sintra, fermatevi ad assaggiare un goccio di ginjinha, un liquore all’amarena bevuto in bicchierini al cioccolato, versione artigianale e più gustosa del mon chéri. Una delizia che avevo snobbato nel mio viaggio precedente, pensando fosse un puro business per attirar turisti e non un liquore tipico portoghese.
Lisbona è una cittadina di cui non ci si stanca facilmente ma avevamo deciso di fermarci un paio di giorni a Coimbra prima di tornar in Italia, quindi…



A Lisbona abbiamo trovato ristorantini e caffè con un ottimo rapporto qualità – prezzo. Abbiamo mangiato prevalentemente baccalà e polipi, senza disdegnare i dolci della casa. Non abbiamo mai speso più di € 25,00 a testa, incluso il vino. Noi ci siamo trovati molto bene qui:
-      Claras em Castelo, Rua Bartolomeu De Gusmao, a due passi dal Castelo de São Jorge. Locale piccino piccino, proprietario gentilissimo (ottimo inglese, francese e italiano), baccalà delizioso; dolci eccellenti.
-      Cervejaria Trindade, locale molto particolare e molto pubblicizzato, sicché eravamo un po’ scettici. Ma a Capodanno pioveva, molti locali a gestione familiare erano chiusi, e il coniuge voleva allontanarmi dal vinho verde (non sono una fanatica della birra quindi non corro rischi in una cervejaria). Il locale mi è piaciuto molto, abbiamo mangiato molto bene spendendo scarsi € 25 a testa. Curiosamente, la cosa che ci è piaciuta meno, è stata proprio la birra artigianale.
-      Maria Catita, Rua dos Bacalhoeiros. Locale aperto nel 2013. Staff giovane e allegro.



N.B. Nei ristoranti portoghesi è consuetudine servire qualche stuzzichino appena vi sedete (pane, burro, olive, formaggio). Non sono un omaggio della casa. Quindi, se non volete trovarvi addebitato sul conto un importo esagerato per aver sbocconcellato una fetta di pane (stuzzichini non propriamente economici), rimandateli indietro.



  

lunedì 28 dicembre 2015

Il tuo volto sarà l’ultimo, João Ricardo Pedro

Internazionale è l’unica rivista che seguo con assiduità. Mi precipito a scaricare l’edizione digitale il giovedì, leggo l’editoriale e passo subito alla recensione di film e libri come se suggerimenti e stelline fossero insindacabili. La verità assoluta. In genere prendo nota di un paio di titoli e poi leggo l’oroscopo (no ragazzi, non è il solito oroscopo. Quello di Rob Brezsny è umorismo puro). Tra le segnalazioni delle uscite in libreria, ultimamente ho trovato diverse stelline accanto alla casa editrice Nutrimenti. Romana, piccola, relativamente giovane (nata nel 2001), con una collana dedicata al mare, alla vela e alla nautica. 
Della casa editrice ricordavo solo la stravagante copertina del libro di Percival Everett, Deserto americano (collana Greenwich), romanzo che non ho letto, ma di cui si era parlato molto. Poi, nei giorni di Più Libri Più Liberi, ho ascoltato la conversazione tra Loredana Lipperini e Andrea Palombi (uno degli editori della Nutrimenti. L’altro è la di lui consorte, Ada Carpi). Parlavano della necessità di uscire dalle redazioni e incontrare i lettori. Come? Ad esempio, aprendo una libreria nel cuore di Procida.
Ricapitoliamo: nel Paese in cui il lettore forte è colui che legge a malapena un libro l’anno, alla follia di aprire una casa editrice si aggiunge il gesto estremo di affiancarvi una libreria in un’isola microscopica. Troppo folli per non passare allo stand e sbirciare tra i titoli.
La scelta è caduta su Il tuo volto sarà l’ultimo, romanzo del portoghese João Ricardo Pedro, di cui avevo giustappunto letto una recensione su internazionale (Adrien Battini, La Cause Littèraire).

Primi capitoli disorientanti. È il 25 aprile 1974, giornata memorabile per il Portogallo che dice addio alla dittatura di Salazar e torna alla democrazia. Giornata memorabile, anche se nel piccolo villaggio dal nome di mammifero, incastrato ai piedi delle montagne di Gardunha, rivolto verso sud senza sapere di essere rivolto verso sud, le parole patria, democrazia, dittatura sono vuote e lontane. Ininfluenti rispetto alle vicissitudini del villaggio. Tutti sono concentrati sulla scomparsa di Celestino, l’uomo dall’occhio di vetro, arrivato in paese quarant’anni prima chissà da dove. Finisce il capitolo e tu ti aspetti di trovare altre tracce di Celestino, di quel 25 aprile, del dottor Augusto Mendez; invece no. Vieni catapultato nella guerra coloniale portoghese, nei pressi della frontiera con il Congo.

Pieter Bruegel il Vecchio - Lotta tra Carnevale e Quaresima

Poi ti abitui a questo andirivieni nel Novecento, entri ed esci da quel posto dalle parti di Fundão, luogo da cui anche i serpenti scappano, e che tanto piace al dottor Augusto Mendes, nonno di Duarte. 
Viaggi tra il Portogallo e l’Angola con il caporale Antonio Mendes, padre di Duarte, uomo taciturno, dai piedi gelati e la sigaretta sempre accesa. E ascolti il nostro Duarte, colui che sarebbe potuto diventare il più grande beethoveniano del suo tempo. Ma che ha smesso di suonare. Inspiegabilmente.   
Straordinarie le pagine in cui Duarte le canta di santa ragione ai Grandi della Musica: Wolfganguccio, il furbo che giocava con le note; Ludwig, che ha impregnato la musica delle sue miserie (e non tirar fuori la storia di tuo padre! Guarda, mio padre si sveglia tutte le notti urlando, convinto che i negri lo stanno attaccando in mezzo alla foresta […]); Robert, che voleva esser un musicista ma le dita non reggevano… Solo tu Johann. Solo tu non mi hai mai deluso. Mai nulla di cui lamentarmi, amico mio.  
Un romanzo difficile da raccontare, raffinato, musicale, impregnato di tutta la malinconia che si incontra nelle strade di Lisbona e da cui non ci si riesce a staccare. Malinconico e magico.
Cura editoriale minuziosa. Peccato siano sfuggiti un paio di refusi. Ma li perdoniamo.



João Ricardo Pedro, Il tuo volto sarà l’ultimo

Traduzione di Giorgio De Marchis. Nutrimenti


lunedì 21 dicembre 2015

Le vedove del giovedì, Claudia Piñeiro.

La signora Nela San è una blogger giallamente ferrata, la mia pusher preferita quando ho bisogno di svuotare la mente e farmi trascinare via da una storia avvincente ma non troppo scontata. Nela San, viaggiatrice un po’ per passione un po’ per dovere, non parte mai senza un giallo ambientato nel luogo di destino e senza l’indirizzo di un’insolita libreria da visitare per poi raccontarcene sul suo gialli-e-geografie.
In questo weekend prenatalizio, sfiancata dal tormentone della corsa ai regali, seguito dal Che prepariamo per il pranzo di Natale?, mi sono catapultata in Argentina, ad Altos de la Cascada, un “quartiere chiuso” della periferia di Buenos Aires. 

Altos de la Cascada è il quartiere in cui viviamo. Tutti noi. Il nostro è un “quartiere chiuso”, con una rete metallica lungo tutto il perimetro, nascosta dietro ad arbusti di svariate specie. Altos de la Cascada Country Club, o “club campestre”. Ma la maggior parte di noi abbrevia il nome e lo chiama La Cascada. Con campo da golf, tennis, piscina, due club house. E servizio di sicurezza privata. Quindici sorveglianti nei turni diurni e ventidue in quelli notturni. Oltre duecento ettari protetti cui possono accedere soltanto persone autorizzate da qualcuno di noi.
Tutto intorno, seguendo il perimetro, ogni cinquanta metri ci sono telecamere che ruotano a centoottanta gradi.
Le case sono separate da siepe viva. Vale a dire, arbusti. Non arbusti qualsiasi. Non vanno più di moda la ligustrina né le campanule color violetto di altri tempi, tipiche delle ferrovie. Non ci sono siepi diritte, tagliate con eccesso di cura per simulare pareti verdi. Né tantomeno arbusti tondeggianti. Le siepi vengono potate in modo disuguale, come spuntate, così da apparire naturali, anche se il taglio è studiato meticolosamente.
Le vie hanno nomi di uccelli. Rondine, Batibù, Merlo. Non seguono il tipico tracciato lineare. Non ci sono marciapiedi. La gente si muove in auto, moto, quad, bicicletta, golf cart, scooter o con i roller. E chi si sposta a piedi, cammina in mezzo alla strada. In genere, chi va in giro senza la sacca della palestra, è una domestica o un giardiniere. “Parchista” lo chiamiamo ad Altos de la Cascada, non giardiniere, e questo perché non ci sono terreni al di sotto dei millecinquecento metri quadrati, e con queste dimensioni un giardino diventa automaticamente un parco.
[…]Le ville sono tutte diverse, nessuna pretende di essere la copia palese di un’altra. Ma lo è. Impossibile non assomigliarsi quando si deve obbedire a norme estetiche simili. O perché lo dice il codice edilizio, o perché così vuole la moda. A tutti noi piacerebbe che la nostra casa fosse la più bella. O la più grande. O la meglio costruita.
[...] Gli odori del quartiere cambiano con le stagioni. In settembre tutto profuma di gelsomino stellato. E non è una frase poetica, ma puramente descrittiva. Tutti i giardini a La Cascada hanno almeno un gelsomino stellato così che fiorisca in primavera. Trecento ville, con trecento giardini e trecento gelsomini stellati, circoscritte in un terreno di duecento ettari, con rete metallica perimetrale e servizio di sicurezza privata, non sono un dato poetico. Perciò in primavera l’aria è greve, dolciastra. Nauseante per chi non è abituato. […]
D’estate La Cascada odora di erba tagliata e innaffiata, e del cloro delle piscine. L’estate è la stagione dei rumori. Tuffi, strilli di bambini che giocano, cicale, uccelli che si lamentano per il caldo, musica dalle finestre aperte, qualche solitario che suona la batteria. Finestre senza inferriate, a La Cascada non ci sono inferriate. Non c’è bisogno di inferriate.
Noi che veniamo a vivere ad Altos de la Cascada diciamo di farlo perché siamo in cerca del “verde”, della vita sana, dello sport, della sicurezza. Con questa scusa – la raccontiamo anche a noi stessi – alla fine non confessiamo mai perché siamo venuti qui. E con il passare del tempo non ce ne ricordiamo più. L’ingresso a La Cascada origina una sorta di magico oblio del passato. Il nostro passato si limita alla settimana scorsa, al mese scorso, all’anno scorso “quando abbiamo giocato l’intercountry e abbiamo vinto”. Piano piano si cancellano gli amici di sempre, i luoghi che un tempo sembravano indispensabili, qualche parente, i ricordi, gli errori.

Insomma, in un posto così sicuro, cosa ci fanno tre cadaveri in piscina?
La Cascada è un concentrato di ipocrisia e invidia. Un luogo in cui è obbligatorio mantenere un certo tenore di vita, mandare i figli ad una scuola privata, prendere lezioni di tennis, giocare a golf, fare una seduta settimanale di massaggi, gettare una maglietta costosissima per un minuscolo forellino; un luogo in cui sono obbligatori il cinema, la musica, i vini, regalare per il compleanno della moglie un viaggio–shopping a Miami, con crociera inclusa. Tanto lusso e altrettanta isteria: crisi di nervi, crisi matrimoniali, crisi asiatica e, su tutte, la crisi economica del secondo millennio.
Le vedove del giovedì non è un romanzo da brivido; chi cerca il classico giallo resterà deluso. Ma è un ottimo libro per arieggiare il cervello. Magari, se volete risparmiare questi 15,00 euro, prendetelo in prestito in biblioteca. Oppure fate come me: consigliatelo ad un amico e poi fatevelo prestare. Diabolica, no?

Traduzione di Michela Finassi Parolo, Feltrinelli (2015).


mercoledì 16 dicembre 2015

Gli anni, Annie Ernaux

L’astuccio di plastica, le scarpe con le suole di gomma, l’orologio d’oro. Avevamo il tempo di desiderare le cose. Possederle non deludeva mai. Le si offrivano agli sguardi e all'ammirazione altrui. Custodivano un mistero e una magia che non si esauriva né nella contemplazione né nell’uso. Dopo averle finalmente ottenute, girandole e rigirandole tra le mani, continuavamo ad aspettarci da loro chissà cosa.

Ti ho ascoltato attentamente, Annie, mentre ci parlavi dal palco della sala Diamante di Più Libri Più Liberi. La tua calma, la tua eleganza, il tuo soppesare le parole. Hai detto che ami tanto le parole, l’ho sentito bene. Ma che non provi alcun piacere nello scrivere; che non capisci proprio come facciano alcuni scrittori ad esclamare con enfasi Io amo scrivere!
Hai detto che la scrittura è una fatica enorme, un processo lungo, elaborato. Ma dimmi, Annie, come si può esecrare la scrittura e tirar fuori tanta poesia da una foto? Scompagini le tue fotografie, riorganizzi i pensieri, e racconti una storia che è tua, della Francia, delle donne, di tutti noi.
Leggo della tua infanzia, dell’immensità della Francia vista dalla tua cittadina, quel luogo da cui Parigi sembrava lontana, meravigliosa, un viaggio. Parli di te, ma stai parlando anche di me, sebbene sia nata solo negli anni 70, a un centinaio di chilometri da Roma. Parli della mia prima gita scolastica, della Capitale, immensa, distante, pericolosa agli occhi di chi non si era mai spostato dal suo paesello di campagna.
Parli di me, anche se ho l’età dei tuoi figli e non dovrei rivolgermi a te con questo sconsiderato tu. Ma non riesco a farne a meno, tanta è la confidenza che sei riuscita ad instaurare con due romanzi.

venerdì 11 dicembre 2015

Più Libri Più Liberi 2015: ho visto cose, incontrato gente, acquistato libri. Forse troppi. #BlogNotes15

Tra un tweet e l’altro, una presentazione, quattro chiacchiere con un editore, quattro con un ufficio stampa, anche quest’edizione di Più Libri Più Liberi è volata via.


Quattro chiacchiere con laNuovafrontiera

Che abbia un debole per i tipi di laNuovafrontiera è risaputo. Perciò non vi stupirete del fatto che sia stata la prima casa editrice da me indicata per il progetto #BlogNotes15. Perché? Perché oggi per l’editoria italiana occuparsi della letteratura di area lusofona e dell’America Latina è trendy. Ma una decina di anni fa, quella dell’America Latina non era una frontiera così esplorata dalle case editrici nostrane.
Il mio primo incontro con lNf avvenne proprio ad un Più Libri Più Liberi. Rimasi incantata davanti alla copertina de I pesci dell’amarezza di Fernando Aramburu, e da allora non ho mai saltato una visita alla loro postazione, fosse altro per sfogliare le ultime novità.
Mi avvicino allo stand di domenica mattina, quando Roma e la fiera sonnecchiano ancora. Maia Terrinoni, invece, ufficio stampa, è sveglissima. Sistema le copie esposte, controlla le vendite del giorno precedente, sposta scatoloni. Sa già che passerò a trovarla e ha lo sguardo diffidente da “tutto ciò che dirò sarà utilizzato contro di me”. Ma dopo qualche minuto siamo già lì che chiacchieriamo di libri come due comuni lettrici.
Mi presenta le ultime uscite infliggendomi una bella pugnalata: Valeria Luiselli, giovane autrice nata a Città del Messico, non sarà in fiera. Problemi burocratici con il visto. No! Ero così contenta all’idea di ascoltare la presentazione dell’appena ripubblicato Volti nella folla. Pazienza.
Ho cercato di strappare a Maia il nome più amato tra i tanti pubblicati. Impossibile. Gli uffici stampa sono come gli editori: vogliono troppo bene alle loro creature per poterne scegliere solo un paio. Ho colto, però, un fugace scintillio nei suoi occhi mentre parla di Juan Josè Saer e di Mario Benedetti. E li ho portati a casa. 
Tra gli autori intervenuti in Fiera, ho ascoltato la presentazione del libro di Wolfgang Bauer, Al di là del mare. Un tedesco che ha cancellato tutti i luoghi comuni sui tedeschi: simpatico, empatico, in grado di parlare di un tema grande e doloroso come la guerra in Siria e dei viaggi della speranza, dalle coste africane all’Europa, in modo coinvolgente ma lucido. 
“I giornalisti, nella ricerca della frase ad effetto, dimenticano di raccontare i fatti. Noi europei dobbiamo mettere da parte le soluzioni teoriche e affrontare concretamente il problema dei flussi migratori”. Perfetto esempio del periodismo narrativo che caratterizza la collana Cronache di frontiera, giornalismo d’inchiesta che si legge come un romanzo. E che piace, come dimostra il successo di Mafia Capitale, tra i più venduti dalla casa editrice dallo scorso anno.

Quattro chiacchiere con Voland
Fondata dalla slavista Daniela di Sora, Voland è tra le case editrici che ho osservato costantemente negli anni con un misto di fascino e sacro terrore. Il mondo slavo mi è sempre apparso troppo distante, spaventandomi come tutte le cose che non si conoscono. Inoltre, mi ronzavano ancora nella testa le note polemiche sulla crisi della Voland e sui collaboratori non pagati. Sicché, mi sono avvicinata timidamente allo stand, temendo di fare passi falsi. Timori infondati. Gli occhi chiari della signora Di Sora sono così trasparenti e diretti da far svanire ogni dubbio. Se errori sono stati commessi, l’editore non si nasconde dietro inutili giustificazioni. “Ho dovuto licenziare delle persone, ho dovuto vendere le mie proprietà per saldare alcuni debiti. Ma sono qui. Guardi i miei collaboratori: mi sono circondata di giovani perché ho bisogno di intercettare nuove voci, altre narrazioni”. Viola Marino, giovane ufficio stampa, non è dello stesso parere. Approfitta di un momento di distrazione dell’editore per bisbigliare: “Lei è grandiosa!, dice di aver bisogno del nostro punto di vista ma il suo fiuto è imbattibile. Più avanti dei giovani”.

Parliamo della nuova collana Finestre, quella delle guide alle città ribelli, per intenderci. Parliamo dei libri che hanno fatto la storia della casa editrice, nonché dell’opera prima della bizzarra Ilaria Gaspari, che spudoratamente, nel bel mezzo di un intervento colto, cita Sapore di mare di Vanzina. Ed io penso Ma guarda te che tipi vengono fuori dalla Normale! E acquisto il libro.

Insomma, per farla breve, alla fine del mio tour con gli editori, la Voland è quella che più mi ha sorpreso. Perché ero partita senza grosse aspettative? Forse. O forse perché ho avuto la sensazione di incontrare una vera signora dell’editoria, una persona garbata, elegante, se non fosse fuori luogo direi multitasking: parlava con me e contemporaneamente ascoltava la traduttrice dal tedesco che si proponeva per la lettura di manoscritti, salutava Elena Stancanelli, rispondeva al telefono, ripeteva ad una visitatrice poco preparata la corretta pronuncia della Nothomb, la “b” si deve sentire perché è belga e non francese.
Una donna generosa come poche: ho pagato una cifra irrisoria per i libri portati via. Non fatevi strane idee: i commenti che seguiranno la lettura dei libri Voland non verranno minimamente influenzati dalla piacevole conversazione con la signora Di Sora, né dalla sua generosità. È un editore serio: non apprezzerebbe opinioni acritiche. 

Quattro chiacchiere con Exòrma
Questa piccola casa editrice è stata la vera rivelazione della Fiera. Ne avevo sentito parlare dopo il successo di La strage dei congiuntivi (che non ho letto) ma non mi aspettavo di trovarmi di fronte ad eleganti gioiellini, curati nei minimi dettagli. L’editore, Orfeo Pagnani, una laurea in filosofia e più di 15 anni d’esperienza con un’agenzia di progettazione grafico-editoriale, è un uomo pacato, che potrebbe restare una mattinata con te a parlare di progetti editoriali, storie da scoprire, connubio tra arte e scrittura, viaggi che non si risolvono nel mero spostamento fisico quanto nella scoperta dell’altro: altre culture, altri modi di pensare, altri stili di vita. In sintesi, Exòrma.

Quando non parla della sua casa editrice, Orfeo Pagnani parla di Odei, l’Osservatorio degli editori indipendenti, dell’importanza di fare rete (con gli altri editori, con i librai, con i lettori) perché da soli non si va da nessuna parte, ribadisce l’esigenza di moltiplicare i luoghi di lettura, di uscire dalle redazioni e incontrare i lettori per sentire opinioni, commenti, critiche. Lo ascolto, metto in agenda il Book Pride di Milano (1-3 aprile 2016) e mi lascio incantare dalla collana Scritti Traversi, di cui vi narrerò prossimamente.




Cosa porto a casa?
Entusiasmo e un turbinio di pensieri, come mi accade tutte le volte in cui ho a che fare con il mondo dei libri. Penso. Attività non banale. Esco dalla routine quotidiana, da un lavoro alienante che mi costringe a seguire ogni giorno lo stesso binario.
Porto a casa la percezione che il mondo della piccola editoria non sia poi così frammentato come vogliono farci credere. I piccoli fanno gruppo, vanno a prendere un caffè insieme, partecipano alle presentazioni altrui, vanno allo stand dell’editore amico per confrontarsi. La sferzante risposta di Daniela di Sora (Voland): “Frammentazione? Balle! Se vogliamo fare i fighi chiamiamola bibliodiversità. Dobbiamo garantire una molteplicità di punti di vista e lottare contro l’appiattimento”.
Porta a casa la consapevolezza di un solido legame tra editore indipendente e libraio. Quello vero. La libraia Rachele Cinerari (libreria Roma di Pontedera), passa allo stand dei tipi di Exòrma per prendere un caffè con Silvia Bellucci (ufficio stampa Exòrma). “Rachele, che libro mi consigli?”.
“Questi ragazzi non sbagliano un colpo, però… Viaggiatori nel freddo. Ma devo ancora leggere Neve, cane, piede”. La differenza tra un libraio e un commesso: il libraio legge.
Dallo stand di Exòrma
Porto a casa la conferma del fatto che il passaparola dei lettori funzioni ancora. I social, i blog, i cari vecchi gruppi di lettura in biblioteca, in casa editrice, in libreria… riescono ancora a spingere il libro. I piccoli editori conversano volentieri con il lettore, sono felici di incontralo, vogliono conoscere meglio i suoi gusti, ascoltano le critiche, amano così tanto il proprio lavoro da sembrare ancora freschi anche al quinto giorno di fiera.
Porto a casa chiacchierate reali con blogger amici; blogger di cui, in fondo, non so quasi nulla, perché sia in rete sia davanti a un caffè, si finisce per parlare sempre e solo di libri. E poco conta il luogo in cui abiti, la tua età, il lavoro che svolgi per pagare l’affitto. Ti racconti attraverso la tua libreria: la tua immagine più vera.  
Poi, neanche a dirlo, porto a casa una sporta di libri che non avevo intenzione di acquistare; ma la curiosità per la casa editrice, la curiosità per l’autore, la presentazione, l’incontro occasionale, il regalo di compleanno, Natale… C’è sempre un buon motivo per acquistare un libro, bypassando la distribuzione e ringraziando, a modo tuo, l’editore per passione.

Hanno viaggiato con me sui sentieri di #BlogNotes15:
il tè tostato, promotrice del progetto, donna che è tutto un tweet, ne sa una più del diavolo e che ringrazio pubblicamente per avermi catapultato nel favoloso mondo del cinguettio;
Scratchbook, blogger che seguivo da tempo senza aver mai avuto il piacere di incontrare;
LibrAngolo Acuto, blogger affatto seria, irriverente, fissata con Photoshop. Abbastanza ironica da potermi permettere di prenderla in giro;
Nuvole d’Inchiostro, scoperta grazie a #BlogNotes15;
Holden & Company: il must della letteratura americana.

Ora scusatemi: mi ritiro a leggere.