giovedì 29 agosto 2013

Boulogne-sur-Mer

Confesso che se il signor valigiesogni  non avesse letto I tre moschettieri non avrei intuito neppure l’ubicazione di Boulogne-sur-Mer. Anzi, sul treno Parigi–Boulogne ero ancora convinta che mi stessi dirigendo in Normandia. Invece no. Stavamo andando qui:


Scendiamo dal treno accolti dalle voci dei gabbiani. È una giornata splendida, con il cielo azzurro e un vento che ci porta via. Adoro girare in una cittadina di mare ad agosto, indossando una felpa e senza dovermi far spazio tra la folla.


Ho sempre pensato che non mi piacesse il mare d’estate. 
Sbagliato: sono le spiagge rumorose e troppo calde a non piacermi. Quelle che costeggiano la Manica sono favolose anche a Ferragosto. 





La parte bassa di Boulogne fa pensare ad una cittadina d’altri tempi, sebbene sia la parte più moderna di Boulogne, essendo stata costruita solo dopo la seconda guerra mondiale; le vetrine più improbabili, ninnoli polverosi e abiti che sanno di passato affiancano profumerie e negozi trendy.


Nella zona portuale c’è un continuo viavai di gente. Anche se sono lontani gli anni in cui la pesca costituiva la principale fonte di reddito degli abitanti, sembra impossibile pensare che qualcuno qui possa svolgere un’attività diversa. I turisti (prevalentemente francesi e belgi) osservano ipnotizzati i grossi pescherecci. Il signor valigiesogni, invece, non riesce a staccar gli occhi dai granchi giganteschi che continuano a muoversi sulle bancarelle del pesce.
I ragazzini preferiscono dirigersi verso Nausicaā, un bell’acquario marino, tra  i più importanti d’Europa. Questo, per lo meno, è quanto dicono le guide; non avendo particolare simpatia per zoo e acquari, mi sono limitata ad osservare le foche, visibili anche dall'esterno, attraverso una parete a vetri dell’edificio.
Non tutti i bimbi giocano sul lungomare ventoso; qualcuno entra qui:




Quando lasci il porto e ti inerpichi verso la Ville Haute, sei davvero felice di esserti fermato a Boulogne. 



Un insieme di vecchi edifici, viuzze acciottolate, circondate da mura del XIII secolo.
Alcune costruzioni sono piuttosto trasandate: vetri rotti e porte fatiscenti. Altre sono semplicemente magnifiche. Dall’atrio del municipio si accede al piano terra della torre medievale. 







Napoleone soggiornò qui accanto nel periodo in cui organizzava il suo piano per sbarcare in Inghilterra; sfido io, con una vista del genere non bisognava essere un genio per scegliere la città in cui fermarsi!


A Boulogne ho scoperto che adoro le galettes, che a differenza delle crêpes sono fatte con farina di grano saraceno e che vanno assolutamente accompagnate con un bicchiere di sidro. Il tutto gustato in una crêperie a gestione familiare con una melodia melanconica in sottofondo che quasiquasi fa pensare al fado; ma le parole sono in francese.  


Qui le biblioteche non chiudono nel mese di agosto; anzi, s’inventano mostre originali, infilzando i libri in ogni modo…



Da buoni scarpinatori ci prendiamo una giornata per percorrere uno dei sentieri escursionistici del Parco regionale della Côte d’Opale, quella zona della costa grigio-blu che si estende tra Calais e Boulogne. C’è bassa marea, l’acqua è limpida  e le spiagge sembrano non terminare mai. Cozze a volontà (ora comprendo perché siano così economiche) e laggiù, in fondo in fondo, si vedono le coste inglesi. 


Il percorso è disseminato dai resti del Vallo Atlantico, la catena di fortificazioni e postazioni armate costruita dall'esercito nazista per prevenire l’invasione delle forze alleate dal mare, che poi furbamente sbarcarono in Normandia. 


Solo che le coste del D-day sono piuttosto note e richiamano turisti a volontà; qui, invece, tra i bunker di cemento e quelle che furono le postazioni armate tedesche si incontrano pochi camminatori (generalmente francesi) e si trova il giusto silenzio per riflettere sulle devastazioni della seconda guerra mondiale.




Prima di raggiungere il tratto più bello della costa, quello ventoso che va da Cap Blanc-Nez a Cap Gris-Nez, ci si imbatte in una serie di villaggi di mare. Non so se Simenon abbia frequentato questi paeselli ma, nel leggere i suoi romanzi, ho sempre pensato che fossero ambientati in luoghi come Ambleteuse. Casette basse dai colori più disparati, l’una attaccata all’altra, quasi senza traccia di vita. Si incontra qualche persona che silenziosamente si dirige verso il mare; poche parole scambiate a voce bassa con il pescatore che è già sulla strada del ritorno. Ci fermiamo in un piccolo cafè; mentre mangiamo lentamente il nostro pain au chocolat, i signori seduti al locale accanto si scolano una birra. Sono le 11.00 del mattino. 
Gabbiani e profumo di mare.


Molto più turistica, invece, la graziosa Wissant. Nel tardo pomeriggio, al salire della marea la spiaggia si dissolve davanti ai nostri occhi; i villeggianti si spostano indolenti verso cafè e bistrot e noi girelliamo nella cittadina. Ordinata, colorata, uno di quei posti che vedi negli spot televisivi e pensi non possano esistere nella realtà. Esistono.  
Il giorno successivo il cielo è grigio ma noi siamo già in treno diretti verso Parigi. 



Folgorazioni

Ho snobbato la Francia ed i cugini francesi per parecchio tempo. Una cortese quanto ingiustificata antipatia. Come diamine avrò fatto a farmi sfuggire una città meravigliosa come Parigi per tutti questi anni? Bah!...
E dire che la meta del viaggetto estivo è stata addirittura suggerita dall'uomo più antifrancese (anche ora che siamo tornati) di mia conoscenza: il signor valigiesogni.
Mentre cercavo disperatamente una soluzione economicamente accessibile per la Scozia, lui, l’uomo che di francese acquista solo le automobili, folgorato da Dumas e dalle spedizioni di D’Artagnan, guardando google map si fa sfuggire un: “E se andassimo a Boulogne-sur –Mer?”. Potevo lasciar cadere invano una tal proposta? Mai più avrebbe pronunciato spontaneamente il nome di una località francese.

Va detto che il viaggio non è nato nel migliore dei modi. A partire dalla prenotazione dell’hotel. Nottetempo la carta di credito del signor valigiesogni è stata bella che clonata. Capita, direte voi. Certamente, ma l’episodio non ha aiutato a distendere i già tesi rapporti tra il signor valigiesogni e l’universo francofono.
Dopodiché, abbiamo commesso la sciocchezza di acquistare un volo Ryanair. Che non è un gran problema se viaggiate verso Parigi in orari decenti. Se invece avete optato per un volo all'alba (sia per l’andata che per il ritorno), ciò che avete risparmiato per il volo finirete per spenderlo in taxi (visto che i collegamenti con l’aeroporto di Ciampino, dalla stessa città di Ciampino, sono penosi) e pernottamento a Beauvais, che non è a due passi dal centro di Parigi; segnatevelo.

Insomma, i presupposti non erano dei migliori; ciononostante, sono partita lasciando a casa tutti i miei stupidi pregiudizi e con la sensazione che sarei stata colta da una sorta di fascinazione per quella terra e quella lingua che non ho mai voluto imparare.

mercoledì 7 agosto 2013

Alla volta del Monte Marsicano

Che la signora valigiesogni non sia persona da villaggio vacanza l’avrete capito tutti. Nel corso degli anni ha sperimentato diverse soluzioni di pernottamento eppure, udite udite!, fino a pochi giorni fa le mancava l’esperienza della notte in tenda. Eh già, una di quelle cose banali che tutti gli adolescenti hanno vissuto, lei mai: mai trascorso una notte in campeggio. Sicché, spinta dalla nostalgia della montagna e dalla ricerca di refrigerio, lo scorso weekend ha deciso di vivere, almeno per una notte, l’ebbrezza di tenda e sacco a pelo tra i monti dell’Appennino abruzzese. Il signor valigiesogni, spavalda giovane marmotta, glielo proponeva da un pezzo. Ma lei nulla. Il campeggio le dava un’idea di sporcizia, confusione, schiamazzi notturni e fetore di ascelle non lavate.
«Ma guarda che andiamo in un campeggio: ci sono bagni, docce e se vogliamo strafare possiamo avere anche l’energia elettrica». Vabbè, allora proviamo. In fondo, non sono molte le persone stroncate da una notte in campeggio.
In memoria dei brillanti trascorsi del signor valigiesogni, la tenda è stata piazzata qui, in quel di Opi, tra camosci, lupi e orsetti marsicani. Ordine e silenzio hanno disorientato da subito la povera signora valigiesogni. A guardarsi intorno, il campeggio le è sembrato roba da pensionati meditabondi e da famigliola con prole a seguito ed ha iniziato a bisbigliare anche lei, temendo di poter disturbare qualcuno. La caduta di un mito.

Quando la signora valigiesogni si avvicina al Parco nazionale d'Abruzzo, in qualsiasi periodo dell’anno, finisce per girellare sempre tra i vicoli di Pescasseroli. Le dà serenità quel borgo di montagna, con i gerani in estate, le signore che chiacchierano sull'uscio delle botteghe, il profumo dei biscotti che si sparge da forni e pasticcerie, gli escursionisti che sostano davanti al bar, i passi lenti di gambe che camminano senza orologio.
Mentre la camminatrice golosa si guarda intorno alla ricerca di un buon gelataio, il signor valigiesogni medita sull'escursione del giorno successivo. «Si potrebbe arrivare sul Monte Marsicano». Sì, si potrebbe, ripete la signora valigiesogni, delusa dal suo gelato mediocre, mentre imboccano l’ingresso del campeggio. Che sarebbe dove?
«Lassù, di fronte a te». 
Ma neanche per niente! Ma vedi quanto è distante? Non c’è neanche un albero, siamo senza allenamento e fa un caldo che si muore.
«Mannòdai! Il dislivello è di un migliaio di metri ma secondo me non è più difficile di altri sentieri percorsi in passato. Poi pensa che soddisfazione: superiamo i 2000 metri. Da queste parti ci siamo sempre limitati a percorsi semplici».
Intanto il cielo si fa rosa, la cena spartana è pronta, e la birra, ormeggiata nel ruscelletto, è fresca. Spuntano le prime stelle mentre i campeggiatori sorseggiano la loro birra e sgranocchiano taralli. Il signor valigiesogni rovista nella memoria date e luoghi dei suoi precedenti campeggi; amici che non incontra da tempo, atmosfere goliardiche e serate alcooliche.
E poi arriva la notte con le voci del bosco, il vicino di tenda che se la russa, la sensazione che qualcuno stia aprendo proprio la zip della tenda dei nostri eroi. Ma è solo una sensazione amplificata dal silenzio in cui si è immersi.
Nessuna visita notturna; nessun lupetto è passato a salutare nottetempo i signori valigiesogni; giusto un paio di zanzare che non hanno abbandonato la camminatrice neppur in alta quota. Spunta il sole e quella che si credeva essere la cima del Monte Marsicano spicca nel cielo azzurro.


Poveri illusi! La meta dei camminatori è più in là, non la si vede bene dal campeggio. Ma questo l’avrebbero scoperto solo strada facendo.
La giornata è calda, il percorso non è segnato benissimo e la signora valigiesogni ritrova vecchie sensazioni. Il piacere del silenzio, l’affievolirsi dei rumori provenienti dalla strada, il piacere della salita mescolato alla paura della discesa. Per esigenze tecniche, hanno deciso di percorrere lo stesso sentiero sia a salire che a scendere e la signora valigiesogni odia le discese dei versanti senza arbusti. Si sente vacillare di fronte a quel vuoto intorno a lei; l’assale la sensazione di rotolare giù, una vertigine che le paralizza il cervello. Generalmente, dopo qualche giorno di allenamento, si abitua al vuoto e tutto diventa più semplice, ma le prime uscite le provocano sempre un po’ d’ansia.    
Ha capito che andare in montagna le serve come forma di autoanalisi; la signora valigiesogni brucia sempre l’oggi per pensare al domani. In montagna fa la stessa cosa: non si concentra sulla salita, quella la conosce, le piace, sa di poterla affrontare per ore. Non pensa al piacere della meta, non immagina cosa possa esserci lassù. No, è già presa dalla difficoltà della discesa, dalle sue insensate paure, dall’ansia del ritorno. Riflette su questo modo di comportarsi; ricorda che l’anno precedente c’era stato un momento in cui aveva imparato a concentrarsi su ogni singolo passo; a viverlo con tranquillità, chiacchierando con i compagni di cammino. E questa piccola cosa le aveva provocato una gioia immensa: aveva avuto la sensazione di aver capito come bisognava affrontare la quotidianità. Ma poi quella consapevolezza era stata spazzata via dal ritorno in ufficio e dalla ritorno alla civiltà. Quella civiltà che trasforma in urgenze e faccende improrogabili cose che, a ben rifletterci, così urgenti non sono.


Persa in questi pensieri, la camminatrice non avverte neanche la fatica nelle gambe e avverte troppo poco l’intensità del sole (ma la sera capirà di avere fatto una sciocchezza nel non ungersi benbene di crema. Oh, se lo capirà!).
Intanto, laggiù in fondo spunta il lago di Barrea.


Poco più in alto sulla destra, c’è un rimasuglio di ghiacciolo marsicano…


E la vetta improvvisamente si avvicina.


Neppure qui è stato possibile avvistare camosci. A parte noi, nessun animale in zona.

La signora valigiesogni non è brava nell'elencare sentieri e altimetrie. Lei si perde in chiacchiere, raccontando sensazioni, paure e pensieri sparsi. Al massimo può dirvi che è stato percorso il sentiero F10. Ma se volete dettagli tecnici, forniti da escursionisti seri, e percorsi alternativi, potete trovarli qui.



Poi arriva il lunedì e il ritorno all'afa romana; ma stavolta ci si può permettere di pensare al dopo. Tra pochi giorni, i signori valigiesogni prepareranno i loro zaini e prenderanno il volo. Niente montagna ma una bella pausa dall'Italia. Se ne sente il bisogno. 


mercoledì 17 luglio 2013

La cultura si mangia! Un’idea di bookcrossing…

Iniziò tutto da qui: Stefy, libraia e blogger di Odore intenso di carta ci chiedeva cosa dovrebbe avere una libreria per farcela prediligere alle tante (sempre meno, in verità) presenti sul territorio. E in parecchi risposero.  
Il post era solo un pretesto per avviare, per dirla con le sue parole, un’idea da tempo in cantiere: un bookwebcrossing, un bookcrossing tra blogger lettori.
Così, dopo poco tempo, mi son vista recapitare un pacchetto profumoso contenente il libro scritto da Pietro Greco e Bruno Arpaia “La cultura si mangia!”, editore Guanda.
Il profumo non proveniva ovviamente dall'omino delle Poste ma dalla finezza dell’amica blogger che aveva inserito all'interno del libro una letterina scritta a mano, avente un buon profumo. Una di quelle d’altri tempi che credevi scomparsa. Bello, no?

Un’idea generosa quella di Stefy, capace di coniugare lo strumento virtuale (il suo blog) con la condivisione materiale dell’oggetto libro. Ed arrivano con impeto l’odore intenso di carta, le sottolineature, i commenti a margine… Così, sembra quasi di esserci uscita insieme con questa lettrice che non hai mai incontrato di persona. 
Per quanto mi riguarda, ho un rapporto conflittuale con il bookcrossing: non sempre (anzi, quasi mai) riesco a liberarmi dei libri che mi son piaciuti. È più probabile che ne compri una copia nuova e che la regali prima di lasciar andare la copia vergata, che sa di treno, avente i segnalibri più disparati (dalla cartolina appena ricevuta allo scontrino del bar).    

La cultura si mangia!” è giunto in un periodo particolare, uno di quelli in cui vorresti poterti ritirare a vita privata in una caverna per un annetto; vabbè la caverna no; però prenderti un anno sabbatico da tutto e tutti magari sì. Piena di dubbi sull'utilità di ciò che svolgi e divisa tra ciò che predichi e la tua sottomissione al sistema, ti trovi a leggere che:
[…] l’ex ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Maurizio Sacconi, ha sostenuto che per i laureati non c’è mercato e che la colpa della disoccupazione giovanile è dei genitori che vogliono i figli dottori invece che artigiani. Sapesse, contessa... E il filosofo estetico Stefano Zecchi, in servizio permanente effettivo nel centrodestra, ha chiuso in bellezza, come del resto gli compete per questioni professionali: ha detto che in Italia i laureati sono troppi. Insomma, non c’è dubbio che la destra italiana abbia sposato la cultura della non cultura e (chissà?) magari già immagina un ritorno al tempo dell’imperatore Costantino, quando la mobilità sociale fu bloccata per legge e ai figli era concesso fare solo il lavoro dei padri. (Non lo sapeva, professor Sacconi? Potrebbe essere un’idea...)
E la sinistra o come diavolo si chiama adesso? Parole, parole, parole. Non c’è uno dei suoi esponenti che, dal governo o dall'opposizione, non abbia fatto intensi e pomposi proclami sull'importanza della cultura, dell’innovazione, dell’istruzione, della formazione, della ricerca e via di questo passo, ma poi, stringi stringi, non ce n’è stato uno (be’, non esageriamo: magari qualcuno c’è stato...) che non abbia tagliato i fondi alla cultura, all'innovazione, all'istruzione, alla formazione, alla ricerca e via di questo passo. Per esempio, nel programma di governo dell’Unione per il 2006 si diceva: «Il nostro Paese possiede un’inestimabile ricchezza culturale che in una società postindustriale può diventare la fonte primaria di una crescita sociale ed economica diffusa. La cultura è un fattore fondamentale di coesione e di integrazione sociale. Le attività culturali stimolano l’economia e le attività produttive: il loro indotto aumenta gli scambi, il reddito, l’occupazione. Un indotto che, per qualità e dimensioni, non è conseguibile con altre attività: la cultura è una fonte unica e irripetibile di sviluppo economico».
Magnifico, no? Poi l’Unione (o come diavolo si chiamava allora) vinse le elezioni e andò al governo. La prima legge finanziaria, quella per il 2007, tagliò di trecento milioni i fondi per le università. Bel colpo. Ci furono minacce di dimissioni del ministro per l’Università e la Ricerca, Fabio Mussi. Ma le minacce non servirono. Tant’è che, nella successiva legge di bilancio, furono sottratti altri trenta milioni dal capitolo università a favore... degli autotrasportatori. […]

E si va avanti di questo passo.
Si dà il caso che io lavori in un’associazione di categoria datoriale proprio di quel settore lì, e non passa giorno in cui non ci si vanti del fatto che i benefici fiscali per gli autotrasportatori vengono riconfermati dal Governo di anno in anno. Già, e chi ne fa le spese? Tanto, come fa notare il signor valigiesogni, i figli dei miei responsabili frequentano scuole private e, presumibilmente, domani frequenteranno college prestigiosi, mica la scalcagnata università di Borghettodietrol’angolo??
Poi, per carità, molti dei discorsi fatti nel libro sono troppo aleatori e forse non tutto è di così facile applicazione come potrebbe sembrare. Certo è che la classe politica, nello stanziare risorse e decidere tagli, compie scelte precise e così, ad occhio, non mi sembra che lo Stato negli ultimi venti anni abbia promosso il cambiamento della specializzazione produttiva del nostro paese. Sarò stata distratta io, ma non ho visto scelte che abbiano favorito gli investimenti privati in ricerca e sviluppo. Nelle varie Agende, tanto di moda, non ricordo di aver sentito parlare di riqualificazione dell’ambiente fisico, di estensione di zone alberate e bonifiche di aree inquinate; di miglioramento del clima sociale e culturale, della necessità di puntare su nascenti imprese, piccole e medie, ma altamente qualificate e specializzate nelle nuove tecnologie e nell'industria creativa. Pare abbiano fatto questo nella Ruhr, Germania, anni Novanta, per riqualificare una regione industriale fallita dopo la chiusura di acciaierie e miniere.
Da noi, invece, il massimo della creatività sta nel finanziare la sagra della porchetta che, con tutto il rispetto per la porchetta, non è l’attività principale verso cui andrebbero dirottati i fondi degli enti locali.
Investire  in cultura, innovazione, creatività, dà certezze di miglioramento per un Paese? Certo che no, è un rischio. In questi ultimi anni, neppure investire nella Fiat o in Alitalia dava certezze; eppure è stato fatto. Ed evito di soffermarmi sul come, il perché e i risultati raggiunti…
Fine dei dieci minuti di sangue amaro.
Per saperne di più sul libro


Per tornare all'ottima idea del bookwebcrossing, amici blogger, questo libro ha da girare! Accorrete numerosi!

lunedì 15 luglio 2013

Di una serata d'estate e del potere evocativo della musica


Vi sarà capitato di trovarvi in un posto e, senza nessun preavviso… puf! essere catapultati in luoghi e situazioni di cui avevate completamente perso la memoria. Una roba proustiana, senza l’ausilio della madeline.
A me è successo venerdì sera. Ero alla casadel jazz di Roma, mia recente scoperta, ad ascoltare un concerto strepitoso di Carmen Souza, di cui, per dirla tutta, fino a pochi giorni fa non sapevo assolutamente nulla. Fissata come sono per la cultura lusofona, quando ho letto di una musicista che mescolava suggestioni di Capo Verde con la saudade portoghese, ho dovuto acquistare il biglietto.
Serata calda, seduta nel parco della casa del jazz, ascolto questa donna dalla voce possente e l’abito sgargiante, accompagnata dal basso incredibile di Theo Pas'cal.
Colore, allegria e stupore del mio primo funerale zambiano. Avevo dimenticato i canti che accompagnano i funerali in alcune zone d’Africa. Una festa. Io ero rimasta interdetta sul ciglio della strada chiedendomi dove si dirigessero quelle persone, ballando e cantando dietro un paio di pickup che procedevano a passo d’uomo.
«É un funerale», aveva sussurrato la dottoressa “Happy”, un medico italiano che mi trascinava fuori dalla gabbia dorata di Lusaka, in cui mi trovavo in quei mesi, per farmi vedere lo Zambia vero. Un funerale. Non erano tutti così festosi. Dopo qualche tempo non ci avrei più fatto caso. E poi li avrei rimossi.

La serata è calda. Sorseggio una birra e aripuff! Mi ritrovo in un altro concerto, musica rock, stadio Olimpico, nove anni fa. Anche quella sera faceva un gran caldo. Anche quella sera avevo una birra in mano. La mia prima ed unica volta all'Olimpico ed io non ci ho più pensato per anni a quella sera lì. Pochi giorni fa ho detto addirittura di non esser mai stata all'Olimpico. E ne ero certa. Invece no, ci sono stata. Era stata anche una serata memorabile; ma poi l’ho completamente cancellata. Ed ora è riemersa, limpida, come fosse accaduto ieri, con una serie di ricordi che a stento riesco a frenare.  


Poi Carmen Souza si siede al pianoforte, mette da parte i ritmi africani, e si diletta in una bella versione di “My favorite things”. Ed io torno lì, Roma, casa del jazz, anno 2013. E mi godo la restante parte del concerto; ma quella punta di saudade per cose passate, cose sospese, fantasie sognate e irrealizzate, mi accompagna per il resto della serata.  

venerdì 21 giugno 2013

Castiglione della Pescaia

I signori valigiesogni hanno decretato che bisogna cambiare stile di vita. Sì, sanno che l’obiettivo è ambizioso; sanno pure che il sentiero è arduo e che non si può raggiungere la meta in poco tempo; ma, questa volta, si sono messi in cammino fortemente motivati.
Così, per festeggiare la decisione presa, tra mille acrobazie si sono ritagliati una giornata tutta per loro; terminate le rispettive incombenze lavorative, si sono incontrati nei pressi di Grosseto e, a mo’ di amanti, si sono diretti verso Castiglione della Pescaia. La signora valigiesogni era stata da quelle parti qualche anno fa, fresca di laurea e con la chimera di un mondo meraviglioso che si apriva davanti a sé.

Quella spiaggia era sembrata bellissima anche a lei che ha sempre evitato accuratamente le zone di mare in piena estate. Si era ripromessa di tornarvi un giorno e, finalmente, quel giorno è arrivato.
I signori valigiesogni sono approdati nella “Svizzera di Maremma” un sabato sera in cui la cittadina è tutto un fermento di bancarelle di artigianato e prelibatezze europee.
La simpatica albergatrice sorridendo dice che se non sono stati fortunatissimi con il tempo (inizio giugno con pioggia) almeno potranno godersi il Mercato Internazionale di Arte e Gusto, Sapori d'Italia e d'Europa.

L’albergatrice non sa che la signora valigiesogni stravede per i mercatini: girella distrattamente, poi torna indietro e osserva con attenzione, chiede, vuole sapere come vengono fatti quei ciondoli colorati, quelle ceramiche, da dove vengono quei foulard… E trova artigiani austriaci, tedeschi, slavi. 
Deve frenarsi: ha la smania di acquistare tutto. 
Intanto il signor valigiesogni fa la fila per prendere le pitagyros, “che non le mangio da una vita”, e magari anche un po’ di paella dagli amici spagnoli, “o forse no, salto la paella e mi butto sui cannoli siciliani. Guarda come sono invitanti! Poi un gelatino ce lo facciamo lo stesso?”.

Ed è bella questa cittadina festosa, tutta illuminata, con i profumi delle spezie che si mescolano all'odore del mare.


Forse domani piove. “Pazienza”, pensa la signora valigiesogni sorseggiando una sangria mentre guarda in silenzio la cittadina dall'alto. Dalla spiaggia arrivano le note stonate di chi si cimenta con il karaoke, risate allegre; le luci accese sulle barche e tutt'intorno il mare.  

A volte uno se lo dimentica, eppure basta così poco per essere felici.




venerdì 7 giugno 2013

Il canapè rosso

Michèle Lesbre, Il canapè rosso 
Traduzione Roberta Ferrara; Sellerio Editore Palermo, 2009.


Caro Gyl,
ho deciso di scriverti questa lettera perché credo che Anne non l’abbia più fatto. Non riceveva tue notizie da troppo tempo, un misto di nostalgia e preoccupazione si erano impossessati di lei. Improvvisamente le tornavano in mente frammenti del passato, di quella cosa strana che era stato il vostro amore, stare insieme senza legarsi troppo. Ma a distanza di tanti anni non è mai riuscita a svincolarsi da te.
Ha deciso di ripercorrere il tuo stesso tragitto fino al lago Baikal, di attraversare la Siberia con un omnibus evitando accuratamente il treno per turisti che non le avrebbe fatto scambiare neppure una parola con le altre donne che viaggiavano con i figli e con i loro miraggi, portando con sé montagne di bagagli e fagotti, racimolando pasti di fortuna e spostandosi dal samovar allo scompartimentoAnne ha ritrovato i volti, i suoni, i sapori di cui parlavi nelle tue lettere.


Caro Gyl, 
Anne non l’ammetterà mai ma è come se questo viaggio l’aveste fatto insieme. Con lei c’eri tu (e un fardello di inquietudine) e c’era Clémence, la signora del canapè rosso. No, non credo te ne abbia mai parlato. Clémence abita nello stesso stabile di Anne; è un’anziana modista che sono certa ti piacerebbe moltissimo. Lei, i suoi cappellini di un’altra epoca, il suo sorriso birichino e la sua fame di libertà, anche adesso che le gambe non le permettono di andare oltre il bar del quartiere. Si è creata un sintonia perfetta tra loro, tant'è che Anne non fa che ripensare alle ore trascorse insieme: lei che legge stralci che parlano di Marion du Faouët, Milena Jesenská, Hélène Bessette mentre Clémence viaggia in quelle vite come in un sogno, mescolando a quelle vite la propria.
Gyl, Anne ha provato più volte a scriverti questa lettera; a raccontarti di questo viaggio diverso dagli altri, di questo viaggio incompiuto in cui tutte le cose sono rimaste sfumate e inafferrabili. Non so come spiegarti, Anne cercava risposte ma tu, ancora una volta, sei riuscito a spiazzarla; lei, allora, non ce l’ha fatta proprio ad aspettarti; ha sentito l’esigenza di tornare di corsa a Parigi e di rifugiarsi dalla signora del canapè rosso per lasciare allentare quel disorientamento in cui l’hai gettata da anni.
No, non preoccuparti troppo, Gyl; in fondo non l’hai mai fatto, perché dovresti iniziare ora? Anche questo viaggio ha trovato un suo posto nella memoria di Anne, nelle giornate normali; anche questa volta è rimasto l’essenziale, i luoghi in cui i ricordi vanno e vengono, trascinandoci in una fantasticheria nomade. Il dolore si è attutito, la vita di Anne ha ripreso a scorrere.
Ciao Gyl. Non smettere di costruire aquiloni.