venerdì 21 maggio 2010

Camminatori

Tra i maggiori operatori italiani nei servizi di pubblica utilità, Acea è un Gruppo industriale concentrato sul consolidamento e la valorizzazione delle due attività principali, energia e acqua. Nel 1992 Acea si trasforma da Azienda municipalizzata in Azienda Speciale. 
Dal 1° gennaio 1998 diventa Società per Azioni. 
Quotata in Borsa dal 1999, si occupa della gestione di servizi energetici, ambientali e idrici: produzione, vendita e distribuzione di energia, sviluppo di fonti rinnovabili, smaltimento e valorizzazione energetica dei rifiuti, illuminazione pubblica e artistica, servizio idrico integrato (acquedotto, fognatura e depurazione).
2001: il Gruppo Acea acquisisce da Enel il ramo di distribuzione di energia elettrica nell'area metropolitana di Roma. Acea Distribuzione diviene così il secondo operatore di distribuzione di energia elettrica.

Fino a poche settimane fa, per me Acea altro non era che un simboletto su una bolletta da pagare. Poi, mi è capitato di varcare la soglia della sede centrale per una collaborazione "esterna" e dinanzi a me si è aperto un mondo magico. Intenta a svolgere un lavoro noioso come pochi altri, vengo catturata dalla discussione del giorno: risolvere l’annosa questione del perché il responsabile dei camminatori non risponda al telefono. Ohibò, e chi l’avrebbe mai detto che in Acea potesse esserci una comitiva di sportivi appassionati al punto tale da creare un club di camminatori? E già mi vedo di fronte questo club di trekking nato nei meandri di un’azienda di pubblica utilità in cui, diciamocela tutta, l’attività lavorativa non sembra essere delle più pressanti. Sì, va be’, ma perché si scaldano tanto con ‘sta storia dei camminatori che non fanno il loro lavoro? Nella mia ingenuità di persona che ha sempre lavorato nel privato, scopro che dicesi camminatore colui che viene pagato per portare, buste, fogli di carta, documenti, dall’ufficio A all’ufficio B. Penso ai portalettere dei film americani, giovani e aitanti, che girano con i loro carrellini tra una scrivania e l’altra e l’immagine cozza subito con la figura della signora cicciottella che si trascina da una stanza all’altra e che viene additata come una di quelle che «No, no; non fa neppure metà del suo lavoro». E chi si sta lamentando, stizzita, mi guarda e osserva: «Ma io non ci penso proprio ad alzarmi e ad andare in segreteria a prendere questi documenti che ho richiesto! Non è mica compito mio!».
Abbasso lo sguardo e torno al mio lavoro. Devo terminarlo al più presto e uscire da lì prima che orchi e draghi si materializzino davanti alla scrivania. Ma il mio sguardo perplesso non sfugge all’attenzione della persona con cui sto collaborando.
«Per chi lavora qui da anni, il passaggio dal pubblico al privato deve ancora arrivare. Degli addetti al verde non te ne hanno ancora parlato?»
Non ho visto giardini, aiuole o nulla che possa far pensare alla necessità di diversi giardinieri.
«No, no; non parlo di giardinieri ma di addetti al verde, figura fondamentale che vaga nei corridoi per dare acqua alle tre piante che ravvivano l’ambiente… E se ne avessi bisogno, due stanze più in là c’è un cappellano, sempre pronto ad ascoltare tutti i tuoi peccati». Perdindirindina!
Dopo un po’ prendo il mio Pc e mi sposto altrove. Camminando, lo sguardo mi cade sulla targhetta “Cappellano”. C’è davvero.
Riprendo il mio lavoro ma, stavolta, a distrarmi non sono voci di corridoio o discussioni accese ma un suono, lungo, profondo… È come se qualcuno, al di là di quella porta, stesse russando. Mi guardo intorno imbarazzata. Nessuno sembra farci caso. Eppure sì: è proprio qualcuno che russa.
Ore 11.35: un signore in giacca blu e cravatta a righine grigie esce da quella stanza stropicciandosi gli occhi. Guarda un collega e: «Ahò, ‘nnamoce  a fa’ un caffè va!». E io ancora non riesco a togliermi quella stupida espressione stupita dalla faccia. Il pomeriggio i corridoi sono per lo più vuoti: sembra che non sia salutare lavorare dopo le 14.00.
Io non sono di quelle che vivono per lavorare però un minimo di ritegno!

Torno a casa. Accendo la radio. “Il ministro dell'Economia Tremonti, stretto dall'esigenza di far quadrare il bilancio, non ha esitato ad affermare che la crisi è peggiore di quello che si pensa. Intanto il clima di austerity comincia a fare le prime vittime tra i settori del pubblico impiego considerati i più privilegiati…”
Generalizzare non serve a nulla. La pubblica amministrazione non è il diavolo, così come non lo sono i dipendenti pubblici. Però sarebbe bello vivere in un Paese in cui i concorsi nella p.a. si vincessero solo per merito, un Paese in cui non si debba attendere giorni per ricevere un certificato o per avere un chiarimento da un ufficio pubblico; un Paese in cui ciascuno ha i suoi compiti e li svolge al meglio, poco importa che si parli di pubblico impiego o privato. Un Paese normale, ecco.

mercoledì 5 maggio 2010

Istinti

Un altro giorno di pioggia. Metti di uscire all’alba per non far tardi a una riunione apparentemente importante.  Metti che, scesa dall’autobus, inizi a piovere e che si alzi un vento di quelli che uccidono il tuo ombrellino usato solo due volte. Metti che arrivi in ufficio e non c’è un cane perché son rimasti tutti bloccati in qualche punto della città. Metti poi che la riunione tanto importante salti. E metti che, mentre sei lì, davanti alla macchina del caffè, ancora fradicia, qualcuno ti chieda il perché di tanto malumore…
Ogni tanto bisognerebbe ascoltare l’istinto, spegnere la sveglia e girarsi dall’altro lato. Ma chi ha inventato il senso del dovere?

E comunque non è giusto...

E comunque non è giusto perché il weekend neppure lo hai sentito bussare alla porta ed è già lunedì.
Ti ritrovi di nuovo alla tua scrivania, un monitor di fronte e gli occhi che tornano al signor valigiesogni che prepara i ravioli di Giovanni Rana. Quelli con ricotta, spinaci ed erbette. Forse li sanno cucinare tutti ma il signor valigiesogni li fa particolarmente buoni, con sughetto di pomodoro fresco e mozzarella. E poi Revolutionary road, anche se il libro è più bello del film, ma questo lo sanno tutti. Sul letto una ciotola di frutta tagliata a pezzettoni, anche se fuori piove e sembra tanto una domenica uggiosa; una di quelle in cui non si può che esser malinconici.
Ma, chissà perché, non lo siamo affatto. E niente è più dolce di una domenica così.
E comunque non è giusto che sia già lunedì.

sabato 24 aprile 2010

Barcellona

Non sono mai stata particolarmente attratta dalla Spagna. I sogni racchiusi nella mia valigia spaziano da San Pietroburgo all’Australia passando per alcuni paesi dell’America Latina, perché sarebbe un po’ triste morire senza aver visto Machu Picchu, senza aver mai fatto un salto in Messico o in Argentina. Qui però si parla lo spagnolo, va be’, magari non proprio il castigliano, però è dallo spagnolo che bisogna partire. Poi, vuoi mettere il piacere di leggere la letteratura latinoamericana in lingua originale piuttosto che doversi rifugiare sempre nelle traduzioni? Insomma, per una miriade di ragioni diverse, qualche mese fa mi sono iscritta a un corso di spagnolo, il che non giustifica tanto la mia visita a Barcellona dove in verità si parla il catalano. Però avevo pochissimi giorni a disposizione, un po’ di curiosità per quel genio di Gaudì, avevo appena letto La Piazza del Diamante (ambientato per l’appunto a Barcellona) e, per dirla tutta, non avevamo moltissimi soldi. Mescola gli ingredienti e ottieni el destino del viaggio.





Barcellona me l’ero immaginata diversa: una città moderna, caotica, tutta movida e locali notturni. Invece ho trovato un luogo in cui il passato convive con la modernità, una città festaiola in cui però è ancora possibile trovare qualche angolo di pace e splendidi vicoli stranamente dimenticati dallo sconsiderato numero di turisti che gironzola in ogni dove. È anche vero che Pasqua (così come Natale, Ferragosto e ponti vari) non è il momento migliore per partire: non potevo certo pretendere che fossimo i soli italiani in giro; però neppure pensavo di incrociare così tanti connazionali. Sembrava di camminare per le vie di Roma!
 Arriviamo a Barcellona nel bel mezzo della processione del Venerdì Santo. Poca cosa rispetto alle tradizioni delle altre città del sud della Spagna, ci spiegano. Ma a me fa comunque un certo effetto guardare le bambine vestite a lutto che precedono la statua della Madonna con il Cristo morto tra le braccia. Evento più turistico che religioso, visto il numero di flash che lampeggiano, i bandisti che smettono di suonare e quasi si mettono in posa, le signore che sfoggiano un sorriso da pubblicità Durbans “che denti!”.
 Affrontiamo subito La Rambla, ampio viale pedonale costeggiato da ristoranti e negozi, sgomitando tra i turisti accalcati di fronte agli artisti di strada, più fantasiosi rispetto a quelli di Piazza Navona. A Roma siano abituati all’uomo-statua, quello che non fa un movimento neppure se gli si fa solletico sotto la pianta del piede. Qui no. Le statue viventi non parlano ma gesticolano, lanciano messaggi con lo sguardo, sono tutti variopinti, mimano interpretando personaggi diversi. Però continuo a non capire perché i turisti restino ipnotizzati di fronte a tali performance.
 Ce la prendiamo comoda e imbocchiamo la via del mare tra bancarelle di cianfrusaglie e artigianato locale, il profumo dolciastro dello zucchero filato e delle mandorle glassate. E il nostro pomeriggio vola via in quella condizione senza tempo di chi sa di non aver bisogno dell’orologio e di potersi lasciar andare. 

Nei giorni successivi, però, inspiegabilmente mi lascio prendere dalla foga di vedere tutto, di massimizzare i tempi, di non poter perdere nulla di ciò che avevo progettato di visitare. Una sensazione strana, mai provata in precedenza. Io che generalmente finisco per caso nei luoghi da visitare, io che preferisco smarrirmi tra le vie, fermarmi a leggere negli angoli più incantevoli, curiosare nei negozi, scribacchiare un po’ ovunque, mi trasformo nella visitatrice-turista che deve divorare tutto senza gustare nulla.
 Ancora non capisco cosa diamine mi sia preso ma è andata a finire che, dal secondo giorno in poi, Barcellona l’ho vissuta a metà. Ho camminato tanto, ho visto tanto, non ho né scritto né letto nulla e ho come la sensazione di essermi lasciata sfuggire i momenti più magici, quelli che le parole non possono raccontare. Ho acchiappato tante cose ma ho perso il piacere della scoperta. Boh!

 Ciò che più m’ha encantado è stata La Sagrada Família e l’esterno (non sono entrata) di Casa Battlò. Banale, lo so. Ma la Sagrada Família non può lasciarti indifferente: troppo maestosa, troppo studiata per non farti restare senza fiato. Ma forse, più di tutto, m’ha colpito quel tipo stravagante, pazzo ma geniale di Gaudì. Non sono un’esperta né d’arte né di architettura: mi limito a guardare e cercare di capire perché le opere siano state progettate e costruite in un determinato modo. E confesso che, in questo caso, se non avessi avuto l’audioguida, non avrei capito granché.
 Quest’idea che in natura non esistano linee dritte ma solo curve, il fatto di ricreare ambienti che ricordino il paesaggio che ci circonda, essere in una chiesa e sentirsi in un bosco: troppo affascinante per non lasciarsi incuriosire dalla filosofia di Gaudì.
 Le tinte tenui della facciata di Casa Battló mi hanno trasportato altrove. Nel mondo delle favole, lì dove i folletti si rincorrono tra loro, svolazzando nei prati verdi tra mille fiorellini colorati. Poi La Pedrera (o Casa Milà, dal nome dell’uomo d’affari che ne fu il committente), con la facciata di pietra e il terrazzo sinuoso, una creatura curvilinea. Tutto troppo strano, troppo lontano dalla classicità per poter impressionare il signor valigiesogni che, anzi, impressionato lo era, ma non proprio in senso positivo, ecco.

L’unico posto in cui non tornerei è la Fundació Joan Miró, “abbagliante tempio dell’arte dedicato a una delle stelle del firmamento artistico del Novecento”, recitava la guida. Io non sono un’integralista convinta della bellezza del solo classicismo (posizione da cui non si scosta di un millimetro il signor valigiesogni), ma certe opere erano troppo surreali, e anche un po’ surrealiste, per i miei gusti.


Meravigliosi, invece, la Catedral, il Museu d’historia de la ciutat, Palau Güell, l’Esglesia de Santa Maria del Mar, il Parc del la ciutadella, il Castell de Montjuϊc. Forse ho davvero voluto vedere troppo in troppo poco tempo.
 E poi c’erano i mercati: un tripudio di frutta fresca, pesce, frutta secca, pane, carne e un’accozzaglia di turisti pronti a scattar foto, noncuranti delle maledizioni scagliate dai poveri barcellonesi che cercavano d’acquistar quello che sarebbe diventato il loro pranzo pasquale. O, forse, è questo, la marea di turisti, ad avermi snervato e ad avermi fatto perdere la curiosità verso una città che meritava d’esser scoperta con più cuore e meno testa.
Perché poi, quando ci siamo trovati tra i vicoli di El Raval, in un’allegra pulperia, circondati da barcellonesi, crogiolandoci tra polpi, cannolicchi e frutti di mare, ottimi e a poco prezzo, lontani dal frastuono dei turisti e dalle code dei locali chic dell’Eixample (quartiere borghese, il più lussuoso della città), la serata c’è sembrata più bella. Solo che era il nostro ultimo giorno e allora ho pensato che a Barcellona ci tornerei volentieri, ma in modo diverso. Che non farei la fila per mangiare tapas nei locali imperdibili (dove, tra l’altro, il servizio era pessimo e affatto gentile), che eviterei i quartieri più blasonati e le vie più menzionate dalle guide. Vorrei tornare a Barcellona per vedere qualche altro museo (perché ce ne sono proprio tanti), vorrei perdermi alla ricerca di Plaça del Diamant (dove, alla fine, non sono andata), vorrei gustare di nuovo dei piatti semplici ma deliziosi nei localini meno noti, dove i titolari sono simpatici e accoglienti e, beh!, una cosa chiccosa vorrei proprio farla: spendere un po’ di soldi per un qualche spettacolo nel Palau della Música Catalana, edificio dalla facciata spettacolare. Che bello dev’essere l’interno!

Barcellona è alle spalle, siamo di nuovo immersi nel caos di tutti i giorni e una vocina dentro di me mormora che anche qui dovrei gustarmi di più alcuni momenti e non lasciarmi intrappolare dalla vita vissuta in velocità, quella che spazza via tutto e lascia un senso di vuoto la sera, quando ti stropicci gli occhi. Solo che quella voce spesso resta inascoltata e questo mi urta un po’…    





giovedì 1 aprile 2010

Take a break!

Il nuovo lavoro, quell’incubo chiamato GRA - Grande raccordo anulare - sempre bloccato, ora perché c’è un incidente, ora perché è lunedì mattina, ora perché, che diamine!, è la rush hour, e poi hai deciso di vivere fuori dalla Capitale? E beccati le conseguenze!
E le elezioni, il signor valigiesogni che è sempre fuori, anche lui per lavoro, quel trolley parcheggiato in corridoio perché tanto domani mi serve di nuovo e a che pro metterlo a posto? Il tempo scivola via e io che ancora non riesco a riprendermi dal ritorno dell’ora letale, ehm… legale.
E poi, oggi, a Roma c’è profumo di primavera, l‘aria frizzante e il cielo terso; in ufficio non è ancora arrivato nessuno e domani si parte per Barcellona. E la mia mente è già in viaggio…

mercoledì 31 marzo 2010

Lavoro: quella cosa inutile

“È una grande soddisfazione per me il pensiero che tu potrai risparmiarti di lavorare perché il lavoro non è per gli uomini, è per i ciucciarelli. Anche una fatica, magari, può dar gusto qualche volta, purchè non sia un lavoro. Una fatica oziosa può riuscire utile e simpatica, ma il lavoro invece è una cosa inutile e mortifica la fantasia.”
Elsa Morante, L’isola di Arturo
 
L’attenzione verso ciò che leggi cambia in base al momento in cui lo leggi. Oggi sorrido alle osservazioni dell’ Amalfitano ma, un mese fa, mentre ero lì, davanti al PC, ad inviare curriculum a destra e manca, le stesse parole m’avrebbero irritato non poco e, due settimane fa, spaesata di fronte al nuovo impiego, quelle osservazioni avrebbero suscitato una reazione ancora diversa. Nelle giornate del dopo elezioni, quelle in cui hanno vinto tutti senza aver proposto nulla, come faccio a non pensare all’importanza del lavoro?

La Costituzione e il lavoro

Articolo 1) L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

Articolo 35) La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni.
Cura la formazione e l'elevazione professionale dei lavoratori.
Promuove e favorisce gli accordi e le organizzazioni internazionali intesi ad affermare e regolare i diritti del lavoro.
Articolo 36) Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.
Articolo 37) La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l'adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.

Da pochi giorni ho finalmente ricominciato a lavorare seriamente. Nuovo settore, nuova attività, un nuovo mondo da scoprire. Le giornate si sono riempite improvvisamente (per questa ragione ho trascurato un po’ il blog). Ho meno tempo per la mia famiglia, meno tempo per la lettura, meno tempo per la scrittura, meno tempo per lo sport. Eppure mi guardo allo specchio e rivedo il mio sorriso smagliante e gli occhi ridenti. Il lavoro è un diritto, dà dignità, dà energia, fa sentire realizzati, non è solo una fonte di guadagno e sostentamento. Chi ama lavorare lo sa bene.

Abbiamo votato. Mi aspetto che nei prossimi quindici giorni si parlerà di brogli, di riconteggio dei voti, si rifletterà sui risultati e probabilmente non ci saranno mea culpa. Va bene anche così. Però ciò che davvero mi auguro è che si cominci a pensare al bene di questo Paese, che si dia priorità ai problemi veri delle persone, che non si faccia la solita retorica, che si stanzino fondi per la sanità, per l’istruzione, per la ricerca. Che si faccia qualcosa di concreto prima di disamorarsi completamente della politica e un po’ anche di questo Paese.

martedì 9 marzo 2010

9 marzo

Da qualche tempo mi perdo nelle vite altrui. Sono attratta dalle analogie caratteriali di persone nate lo stesso giorno ma in epoche e luoghi differenti. Sbircio nelle loro vite, nelle loro scelte, nei segni distintivi del loro carattere.
 Il 9 marzo del 1454 nasceva a Firenze Amerigo Vespucci, uno di quei personaggi per i quali si può affermare che l’Italia è terra di navigatori e sognatori perché non solo esplorava ma, nel corso dei suoi viaggi, scriveva lettere che romanzavano le sue vicissitudini.
Altro esploratore, questa volta dello Spazio, fu Jurij Alekseevič Gagarin, anch’egli nato il 9 marzo del più vicino 1934 a Klušino, nell’allora Unione Sovietica; personaggio brillante dalle umili origini che, sfidando le difficoltà del tempo, dimostrò di poter volare sempre “più in alto”.
Esploratore nel mare dell’informatica fu Jef Raskin, nato il 9 marzo a New York City, uomo poliedrico, appassionato di musica e d’ingegneria, ideatore con Steve Jobs del Macintosh per la Apple Computer. Quando la Musica si sposa con la Scienza…
L’amore per la musica caratterizza altri nati il 9 marzo. Non sempre con esiti felici. Anche Umberto Saba, all’anagrafe Poli, nato il 9 marzo 1883, aveva un’insana passione per la musica classica e per il violino in particolare. Evidentemente era più paroliere che musico, infatti, ben presto abbandonò lo strumento per tuffarsi nelle parole. Una vita complessa ma non priva di successi.
Tanto per tornare all’attualità e menzionare qualche donna, il 9 marzo del ‘48 nasceva a Bra Emma Bonino, donna straordinaria, radicale nelle sue scelte, nota in ambito internazionale, attenta alle questioni umanitarie e battagliera sui temi dei diritti civili. E avete già capito chi voterò alle prossime regionali…
Il Web mi fa notare che il 9 marzo del 1908 nasceva anche l’Inter ma il mio disinteresse per il mondo del calcio mi spinge a tralasciare l’evento.
 
Ecco, ora a rileggere la lista di nomi illustri sfornati il 9 marzo, mi chiedo che c’entri io tra questi. Be’, il talento a volte viene riconosciuto solo dai posteri. Io sono sicura di averlo. Solo che è latente, ma tanto latente…

giovedì 4 marzo 2010

Quando la forma non è essenziale?

In questi giorni, a un ingenuo privato cittadino italiano viene da chiedersi: «Perché se io decido di partecipare a un concorso pubblico o a una gara devo rispettare i tempi di presentazione della domanda, le formalità e le procedure, pena l’esclusione dal concorso/gara, mentre se un gruppo di candidati alle elezioni non adempie tutte le procedure formali per la regolare presentazione della lista può permettersi di urlare che a prevalere debba essere la sostanza e non la forma, quando la forma non è essenziale?» Lo sanno i nostri governanti che se io presento la domanda per partecipare a un concorso pubblico, senza firmarla e apporre la data, vengo esclusa dal concorso? E non posso accusare nessuno se, a causa della mia negligenza, non ho potuto esercitare il mio diritto a prender parte a una competizione tra più soggetti, pur avendone tutti i requisiti.
Onestamente che la lista del PdL e il listino della Polverini nel Lazio, così come il listino Formigoni in Lombardia e tutte le altre liste a oggi escluse dalla competizione elettorale, vengano riammesse, m’importa poco. Che trovino pure l’ennesimo escamotage politico…
Ciò che più m’infastidisce è sentir parlare anche stavolta “dell’azione violenta e illegittima contro il PdL”, di tirar in ballo i “facinorosi” che avrebbero impedito l’accesso dei delegati del PdL all’interno del Tribunale (ma poi, dico, è un Tribunale mica casa mia. Non venite a raccontarmi che non c’erano forze dell’ordine lì intorno!). E via alla “prova di forza”in piazza contro chi vuole impedire a 14 milioni di persone di votare.
Avrei preferito che, per una volta, qualcuno avesse ammesso i propri errori, la negligenza nel rispettare le procedure e magari chiesto una soluzione politica di fronte a tanti pasticci. Sarebbe stato più onesto. A noi questo caos non sarebbe piaciuto lo stesso, ma l’avremmo digerito prima. 

lunedì 1 marzo 2010

Quante storie per un panino!

In una domenica nuvolosa in un paesello nei pressi della Capitale, il signor valigiesogni ai fornelli se la ride di gusto.

«Che hai?».
«Il PdL è stato escluso dalle elezioni a Roma perché non ha presentato in tempo utile la lista dei candidati». E giù a ridere.
«Ma va là! Dai, dimmi perché ridi!». Intanto la radio continua a chiacchierare. «Giuro! L’hanno appena detto. Faranno ricorso contro questa decisione antidemocratica!».
«Ma che cavolo vai dicendo? Se è da tre messi che hanno tappezzato la città e tutta la provincia di manifesti; ti pare che lasciavano scadere il termine senza aver presentato la lista?».

Stamani si parlava solo del pasticciaccio del Lazio. Che poi, del Lazio non è perché le liste del PdL per le altre province son state presentate regolarmente nei termini stabiliti dalla legge. Non ho ancora capito bene cosa sia successo perché, ovviamente, non possono farcelo capire. Pare che Alfredo Milioni, la persona incaricata dal PdL di depositare le firme a sostegno della Polverini, colto da un attacco di fame, sia uscito dal Tribunale per farsi un panino. E ‘sto panino deve esser stato piuttosto sostanzioso. Il signor Milioni avrebbe, forse, potuto inventarsene un’altra più credibile.

Chissà se lo immaginano loro, i nostri rappresentanti, il livello di nausea che proviamo, giorno dopo giorno, di fronte a questi spettacoli? Stando ai sorrisi compiaciuti che campeggiano attaccati in tutti gli angoli delle nostre città, direi di no. Non voglio neppure pensare alle beghe, ai giochetti di potere, agli interessi che ruotano intorno alla definizione delle liste, al nome da inserire per accontentare questo o quell’esponente, alla scelta del nome che più soddisfi gli interessi di pochi, infischiandosene del bene pubblico. Intanto noi, popolo sovrano, restiamo qui, inermi, ad ascoltare quello che vogliono raccontarci e ciò che è meglio tacere, perché in campagna elettorale è meglio zittire pure i programmi d’approfondimento giornalistico che trattano temi politici. Dovesse mai esser che un paio d’elettori si soffermi a pensare a ciò che viene detto e non viene fatto…

Che tristezza!

venerdì 12 febbraio 2010

La neve!

È un’alba silenziosa, con il cuscino insolitamente freddo e la pace tutt’intorno. Tendo l’orecchio per captare il rumore del camion della spazzatura che svuota i cassonetti bruscamente. Tutto tace. Mi alzo svogliatamente, metto su il caffè e alzo l’avvolgibile. L’immagine che ho di fronte non è ancora questa ma ci son tutti i presupposti affinché, da lì a un paio d’ore, lo diventi. 



Di sotto, nel giardinetto, ci sono grosse impronte lasciate da chi ha gironzolato un po’ su quel tappeto soffice. Dopo colazione, le impronte sono state ricoperte dai fiocchi che continuano a cadere. «La neve, la neve!! Usciamo!». Fiocchi magici: è la prima volta che i bimbetti dell’appartamento accanto non piangono, urlando come disperati, al loro risveglio.

Il signore di fronte inizia a spalare il vialetto, ma dopo un po’ poggia la pala e si pulisce gli stivali. Fatica inutile per ora. Meglio tornare al calduccio.


Tutto questo bianco mi distrae. C’è troppo silenzio, troppa poesia per dedicarsi alle attività quotidiane. Mi sembra d’esser tornata una scolaretta delle elementari con il grembiulino bianco e il fiocco blu. Allora nevicava più spesso e la mia maestra, terrorizzata all’idea di restar bloccata in quella piccola scuola, lassù in collina, si rifiutava d’andar a lavoro. Erano giornate davanti al caminetto, con i nonni, le minestre con il pane e, quando nonna era di luna buona, la polenta. Perché i paesetti in campagna sono ancora così, più suggestivi di un film in bianco e nero.