giovedì 27 agosto 2015

Dolomiti, Alta Via n.1. Il trek del riscatto



Diciamocelo, lo scorso anno quel misero trek residenziale che prometteva grandi passeggiate in Valle Aurina si era rivelato così deludente da richiedere una poderosa rivincita. Niente alberghetti, niente bagno privato, niente alternativa “oggi pioviggina, non si esce”. Quest’anno opzione hard (senza esagerare che sempre ferie sono): rifugi, guida seria, percorso principe delle Dolomiti, rigorosamente con zaino in spalla. In tutti i sensi, visto che siamo partiti con il signor ZainoinSpalla in persona, alias il Bicio. E riscatto è stato.

Lago di Braies
Il cervello si è spento nel momento in cui ci siamo lasciati alle spalle l’affollato lago di Braies, punto di partenza dell’Alta Via n.1
Giornata assolata, sguardo sospettoso di chi scruta le movenze dell’allegra e sconosciuta compagnia con cui condividerà letti a castello e scalerà vette. Le probabilità di incontrare un guastafeste sono sempre elevate ed è bene allontanarsi da chi getteresti accidentalmente di sotto (è risaputo: gli incidenti in montagna sono frequenti). 


Lo zaino sembra pesantissimo (e un po’ lo è), forse avrei potuto evitare la giacca a vento, forse avrei dovuto portare qualcosa in più da sgranocchiare, forse non ce la farò: gli altri mi sembrano tutti esperti di montagna ed io che sono abituata alle colline, con le mie due escursioni all’anno, che ne posso sapere di come si affrontano le Dolomiti? Poi tutti i forse ruzzolano via, annientati dalle battute del Bicio, dalla fatica della salita, dalle mucchette al pascolo, dal cielo azzurro e dalle rocce calcaree.


A ripensarci ora, a due passi dal famigerato grande raccordo romano, sembra trascorsa un’eternità.



Istantanee sparse di giornate luminose.
Le trincee della Grande Guerra e la salita all’affollato Lagazuoi. Noi che saliamo stanchi e sudati mentre gli altri si muovono agilmente e in abiti civili. Ah, hanno preso la funivia… Comoda la vita.


Terrazza straordinaria, la bellezza racchiusa nelle striature rosa delle Tofane. Non vedrai niente di più magico. Invece no, basta svegliarsi all’alba e restare in attesa: un puntino rosso che diventa una palla incandescente, fa male agli occhi quel sole che spunta dietro le Tofane; le nubi che si diradano, le vette che iniziano a distinguersi. La voce di Bicio: “Guardate laggiù!, inizia a vedersi il Civetta”. Le mani ghiacciate e il silenzio. La bellezza che sfugge alle più sofisticate macchine fotografiche.

Lagazuoi: trincee e postazioni della Grande Guerra

Un paio di giorni dopo cambia tutto. Il verde delle Dolomiti bellunesi. Tu che ci cammini dentro e giùgiù, in fondo, un piccola baita. L’impressione di essere cascata nell’immagine irreale di un desktop.


Istantanee di giornate plumbee.
La salita che ci separa dal Tissi e la trepidazione di vederlo vicinovicino questo famoso Civetta. Poi il cielo si fa più scuro e i primi tuoni smorzano l’entusiasmo. 
Il solito Bicio: “Gambe in spalle ragazzi! Strappetto finale prima che arrivi l’acqua”. Il violento scroscio di pioggia si fa sentire quando noi siamo già al riparo. Una radler (birra e limonata) per brindare ad un’altra scarpinata conclusa con successo. Impossibile veder il tramonto ma, a pioggia cessata, il Civetta è lì, imponente. La vetta è nascosta dalle nubi. Giù, a mille metri di dislivello rispetto al rifugio, spunta tra la nebbia il lago Alleghe. Un buco blu tra il bianco della nebbia e il grigio del cielo.


Istantanee di me che cammino.
Occhi che non si staccano dai propri passi.
Piede destro, poggia bene il bastoncino, piede sinistro su quel sasso più stabile. Attenzione al sentiero che si fa scivoloso dopo la pioggia. Un pizzico di invidia per chi scende volteggiando in modo spavaldo, neanche sciasse.
Io che in discesa sudo, temendo di poggiare il piede nel punto sbagliato. Chi me l’ha fatto fare! Poi alzo lo sguardo e sorrido. Immenso.
Io che mi tolgo gli scarponi e immergo i piedi gonfi nelle acque gelide di un laghetto dolomitico. Goduria.


Istantanee di noi, gruppo randagio, appena conosciuti e chissà se e quando ci incontreremo di nuovo.
Noi senza trucco, sudati, capelli in disordine. Sorridenti. Noi che nella vita reale chissà se ci riconosceremmo. Noi che chiudiamo ogni cena con una grappa dal gusto diverso; noi in fila davanti alla doccia con un asciugamano striminzito in microfibra, di quelli che si asciugano subito ma non asciugano niente. Noi che osserviamo la doccia su un bagno alla turca (rifugio Biella); noi che ridiamo per ogni sciocchezza.


Le notti insonni ascoltando il concerto dei russatori. Loro che ti salutano sorridenti al mattino, tu con gli occhi pesti che vorresti ucciderli.
L’ingegnere geniale che si asciuga le mani per attrito; lui che conosce tutte le vette dolomitiche e racconta camminate epiche. Tu che sgrani gli occhi e invidi gli uomini del Nord.
Il siculo che ha un’amica in ogni città a nord di Firenze. “Ma una relazione meno complicata, no?”
“E io che ci posso fare se le montagne sono tutte al Nord?”
Noi che ci scambiamo marmellate a colazione e frutta secca lungo i sentieri.
Storie di vita che si intrecciano e la solita domanda: perché queste persone fantastiche non sono quasi mai i tuoi vicini di casa?



Istantanee di noi che torniamo alla civiltà
Noi che ancora zaino in spalla, corredati di bastoncini e scarponi, camminiamo per Belluno. C’è ancora l’allegria di chi ha imparato a conoscersi e non vuole pensare ad un treno che lo riporterà alla vita di tutti i giorni.
I Bellunesi sorridenti. Ma chi ha detto che l’ospitalità è del Meridione? Acquistiamo del formaggio. “Dove siete stati? Avete avuto fortuna con il tempo?”
Ci guardo da fuori: siamo belli, forse un po’ stanchi ma sembriamo un gruppo di ragazzini. Nessuno potrebbe scorgere i crucci del professionista, le preoccupazioni del padre di famiglia, le frustrazioni di chi lotta con un lavoro che non lo soddisfa più. Bisognerebbe tornare alla quotidianità con quello stesso sguardo.
I saluti frettolosi alla stazione. Gli abbracci forti forti per nascondere gli occhi che si velano e la voce che si incrina. Poi ognuno riprende la sua strada.


Note a margine: le foto sono dell'ottimo coniuge e dello straordinario ingegnere montanaro, colui che sulle Dolomiti ne sa una più di Wikipedia.



venerdì 7 agosto 2015

Turista per caso, Anne Tyler

Macon è un uomo di buon senso. Elimina tutto ciò che potrebbe provocargli una scossa, un turbamento; è uno che termina coscienziosamente la sua insalata di scampi e mangia tutta la verdura, per la vitamina C. È un uomo d’ordine. Tende a mangiare gli stessi cibi, indossare gli stessi abiti. Il cassiere che lo serviva la prima volta che andava in una certa banca era quello a cui si sarebbe sempre rivolto in seguito, anche se si dimostrava poco efficiente, anche se la coda di quello accanto era più corta.
Sarah, la moglie che vuole il divorzio (forse), ha 42 anni. In fondo non è troppo diversa da lui, ma vive una fase di ribellione. “Non mi rimane abbastanza tempo perché io possa sprecarlo restando rintanata nel mio guscio. Perciò sono passata all’azione. Vivo in questo appartamento che tu non potresti soffrire, tutto per aria. Mi sono fatta una catasta di nuovi amici […] Sto prendendo lezioni da uno scultore. Ho sempre desiderato fare l’artista, solo che l’insegnamento mi sembrava un’attività più sensata.”
No, non ce la fa a restare con quell’uomo.   
“Non sei saldo: sei ossificato. Sei incasellato. Sei come chiuso in una capsula. Oh Macon, non è un caso se scrivi quegli stupidi libri per dire alla gente come si fa a viaggiare senza il minimo scombussolamento. Quella poltrona viaggiante non è solo il tuo marchio: sei tu.”
Perché Macon scrive guide per viaggiatori che odiano viaggiare, quelli che si spostano continuamente per lavoro ma preferirebbero non doversi mai spostare dalla poltrona di casa. Sensazione che conosce benissimo, visto che lui stesso fa di tutto per non interagire con il mondo esterno. Viaggia per scrivere le sue guide eppure non sa nulla dei paesi in cui va.
Poi c’è Muriel, di una giovinezza scombussolante Una che parla senza tregua di tutto: ombretti, capelli, pellicine delle unghie…. Una che presta molta attenzione all’aspetto esteriore delle cose, eppure a volte sa alzare il mento e penetrare la mente di Macon come una lama.
Povero Macon!


Dopo le prime pagine mi son ricordata di aver già visto il film. Un libro troppo cinematografico per lasciarsi sfuggire l’occasione. 
Come avrebbe detto il buon Macon, consiglio entrambi, libro e film. Ottimo rimedio per quei periodi in cui si è un po’ giù di corda, la vita scorre monotona e ci si sente impantanati. La vita resterà la stessa ma si può almeno sognare di stravolgerla.   


Anne Tyler
Turista per casotrad. Mario Biondi
TEA edizioni. 

giovedì 30 luglio 2015

Amatrice e Monti della Laga

Nel giorno in cui veniva divulgata la notizia dell’ingresso a pieni voti di Amatrice nel club dei borghi più belli d’Italia, la Talpa, ignara del riconoscimento, si aggirava tra le viuzze di quel luogo, decantandone la bellezza. “Ma pensa quanti bei posti ancora inesplorati potremmo visitare a due passi da casa…”, diceva sognante con il naso all'insù. Il coniuge, uomo con i piedi per terra, rispondeva: “A due passi non direi. Abbiamo fatto qualche chilometro per arrivare fin qui…”
Lago di Campotosto dall'alto
Quel weekend la Talpa avrebbe voluto partecipare ad una gara podistica, ma un leggero risentimento muscolare l’aveva fatta desistere. Però, rimandare la gita nel Parco del Gran Sasso e Monti della Laga (che il correttore di word si ostina a ribattezzare “della Lega”…) in un’estate afosa le sembrava un peccato. Ha capito di aver fatto la scelta giusta quando venerdì sera ha visto precipitare la temperatura dai 37°C romani ai 17°C del reatino al confine con l’Abruzzo. Praticamente inverno. L’emozione di andare a cena, indossando un maglioncino di cotone.
Arrivando in auto, la Talpa era rimasta colpita dal numero di frazioni in cui è suddiviso il borgo. Ben quarantanove. Aveva casualmente scelto una dimora temporanea nella frazione di Retrosi. Un borgo nel borgo. Abitato più da visitatori che da residenti, immerso nella pace; verde intorno, verde ai lati. Qualche scellerato che osava disturbare la quiete guardando la televisione. Una fontanella al centro del borgo, tanti appartamenti ristrutturati senza snaturare la struttura originaria degli edifici, pronti per ospitare il viandante. Un modo intelligente di ridare vita ad un luogo abbandonato.
Nessun rischio di soffrire la fame: nel centro di Amatrice, eccezion fatta per un piccolo supermercato di una nota catena nazionale, si trovano bar, trattorie, alimentari, macellerie, fiorai, tutto a conduzione familiare. Nessuna fretta, persone che chiacchierano in piazzetta, profumo di cibo e caffè. L’affabilità verso lo straniero non è di queste parti. Pochi sorrisi, atteggiamenti scostanti, niente che ti spinga a tornare proprio in quel locale. Modi bruschi e sbrigativi. Sarà una questione caratteriale.

Il risentimento muscolare della Talpa non era così grave da lasciar a casa gli scarponi.
Con tanto entusiasmo si parte alla volta del Monte Gorzano (m 2.458), la cima più alta dei Monti della Laga e vetta più alta del Lazio. Il trekkarolo normale è solito lasciare l’auto al parcheggio del Sacro Cuore (m 1.384) e poi indossare gli scarponi. Il trekkarolo anomalo, invece, parcheggia nella frazione di Preta e cammina un po’ di più (tanto per giustificare l’amatriciana della sera).

Cielo azzurro, temperatura ideale, si lascia la bella faggeta e ci si inizia ad inerpicare, seguiti da un gruppo di mucchette abituate all’alta quota. In prossimità dello stazzo del Gorzano troviamo anche un nutrito gruppo di cavalli; il tempo di una pausa, qualche foto e si riparte. Un cielo così azzurro che sembra impossibile possa iniziar a tuonare. “Dici che quei nuvoloni lì dietro siano pericolosi?”. Neanche il tempo di finire la frase e arrivano le prime gocce. Neanche il tempo di indossare il kway e le gocce si trasformano in temporale. Dalla vetta ci separa almeno mezz’ora di cammino ma decidiamo di girare. Il sentiero si fa scivoloso e si rischia di cadere… “Ti sei fatto male?”
“Non è niente”, il coniuge mi liquida con un gesto noncurante.


Scendendo di quota, ci si lascia indietro i nuvoloni neri. Sguardo basso: la delusione per non aver raggiunto la vetta. Per consolarci, prendiamo la via delle cascate.

La sera, il “non è niente” del coniuge è diventato così.


E il giorno dopo così.



Per evidenti ragioni, il weekend è terminato un po’ prima del previsto.


La Talpa ha dormito qui e le è piaciuto molto. Certo si potrebbe fare di più. Tipo togliere un paio di ragnatele nel bagno. Che poi torneranno dopo un giorno, però dare un’occhiata prima che arrivino gli ospiti…
Poi se è stato progettato un balcone/terrazzo incantevole con delle grandi fioriere, sarebbe opportuno metterci dei fiori o delle piante e togliere quelle robe secche che sicuramente giacciono lì da un po’. Insomma, una maggiore cura in un luogo del genere, aiuterebbe. Anche per giustificare il prezzo pagato.
Qui abbiamo mangiato la famosa amatriciana. Luogo ampiamente pubblicizzato, amatriciana ottima, ma un po’ cara. A parte il primo, tutto il resto lasciava a desiderare. Non ci tornerei.

Qui invece abbiamo mangiato un antipasto straordinario (sostitutivo di un’abbondante cena) e, secondo il coniuge, della buona carne. Ottimo rapporto qualità/prezzo; certo se ti facessero usare il bancomat come indicato dalla vetrofania… Comunque ci tornerei volentieri.

lunedì 27 luglio 2015

Lezioni di respiro, Anne Tyler

Forse non ho iniziato dal romanzo migliore, sebbene Anne Tyler abbia vinto il Pulitzer nel 1989 proprio con Lezioni di respiro. Ci sono tutti gli ingredienti che, da quanto leggo, caratterizzano le opere dell’autrice: la quotidianità e le debolezze di uomini e donne comuni, Baltimora, un filo di ironia, le ansie e le manie di una famiglia come tante, anche se ogni famiglia è disgraziata a modo suo
Epperò è mancato il coinvolgimento che mi aspettavo di trovare in un romanzo della Tyler. Probabilmente è sempre un problema di aspettative elevate.
La storia ruota intorno alla famiglia Moran. Maggie è la versione giovane e americana di mia suocera, la cui vita si è modellata sulle esigenze dei figli; sempre un po’ a dieta ma sempre pronta a trasgredire, perché “che vuoi che mi faccia un cucchiaino di gelato?”; una di quelle donne che da una frase ascoltata per caso riescono a girare un intero film. E pretendono di convincerti che “è andata proprio così, non posso che avere ragione”.
Suo marito, Ira Moran, è la versione americana e, se possibile, ancora più taciturna di mio padre. "C’erano dei periodi in cui Ira non arrivava a dire una dozzina di parole in tutto il giorno, e anche quando parlava non si riusciva mai a capire quello che provava. Era un uomo chiuso, isolato: era il suo difetto più grave".
Quando dicono che gli opposti si attraggono…
Una relazione che, come tutte le storie, è fatta di alti e bassi.
“Quando si era sposata aveva pensato che lui l’avrebbe sempre guardata come in quella prima notte, quando era comparsa in piedi di fronte a lui nel suo negligé del suo corredo da sposa […] L’aveva guardata dritto negli occhi e sembrava che non respirasse nemmeno. Aveva pensato che sarebbe continuato così per sempre”
Entrambi hanno sogni e progetti che sembrano non essere impossibili. Certo, bisognerà pur scendere a qualche compromesso, ma non si dovrà rinunciare a tutto. Invece, con l’avanzare degli anni, Ira Moran si scopre molto sensibile allo spreco. “Aveva rinunciato all’unico sogno serio che avesse mai avuto. Non si può esser più spreconi di così”.
Poi ci sono i figli che crescono e i matrimoni che naufragono.
La Tyler racconta cose così; si chiamano Moran e vivono a Baltimora ma potrebbero anche chiamarsi Bianchi e vivere in un paesetto italico. Sarebbe più o meno la stessa cosa.
Forse in questo romanzo l’ha tirata un po’ troppo per lunghe; non lo molli ma si arranca.
Intanto, mi sono procurata Turista per caso, tra i romanzi più famosi della Tyler, e sin dalle prime pagine si capisce il perché di tanto successo. Tutto un altro ritmo. Dovrei aver visto il film ma ne ho un vago ricordo.
Ne riparleremo.

Lezioni di respiro, Anne Tyler
Ugo Guanda Editore, traduzione Luigi Schenoni.


venerdì 17 luglio 2015

Triomf, Marlene van Niekerk

Sudafrica, 1994. Alla vigilia delle prime elezioni democratiche che Mandela vincerà, la tensione monta tra le strade di Triomf, quartiere di bianchi poveri della periferia di Johannesburg dove si aggirano razzisti del National Party, testimoni di Geova e sfaccendati di ogni genere.
A Triomf conducono la loro misera e, insieme, esilarante esistenza i Benade: padre perennemente attaccato al televisore, madre in perenne vestaglia, e figlio in perenne ricerca di una donna.
Attraverso le loro comiche vicende, Marlene van Niekerk dipinge un memorabile affresco del Sudafrica e degli effetti dell’apartheid sugli afrikaner, la popolazione di boeri bianchi che colonizzò il paese al seguito della Compagnia Olandese delle Indie Orientali.
Romanzo annoverato tra i capolavori della letteratura sudafricana contemporanea, Triomf ha fatto di Marlene van Niekerk una delle grandi scrittrici contemporanee, degna di essere accostata a scrittori del calibro di Nadine Gordimer e J.M. Coetzee.

Triomf, Marlene van Niekerk, Traduzione di Laura Prandino
Neri Pozza, Le tavole d’oro.

Leggi una scheda del genere, soppesi le poco più di 600 pagine e pensi che la Neri Pozza ti abbia lanciato una sfida. “Avete voluto partecipare al bookclub? Bene, sedicenti lettori, vediamo in quanti arriveranno fino alla fine…” 
Troppo caldo questo luglio romano per andare in Sudafrica, troppo caldo per assistere senza batter ciglio alle violenze perpetrate tra le mura della famiglia Benade, troppa afa per sopportare la sporcizia, i cani ululanti, gli insulti, l’alcool bevuto come fosse acqua, tutti i tipi di discriminazione: gli uomini verso le donne, i bianchi verso i neri, la classe media verso i poveri, gli eterosessuali verso gli omosessuali. Troppa rabbia, troppa rassegnazione, troppo terrore. 
Ho letto le prime 100 pagine senza capire che rapporto ci fosse tra i Benade: sono una moglie, un marito, uno zio e un figlio? Sono una sorella, due fratelli e un figlio? Figlio di chi? Una cosa è certa: tutti abusano di Mol, unica donna del nucleo familiare. La sua logora vestaglietta, i suoi 70 anni, le sue gambe flosce e la capsula dentale che si muove in continuazione non scoraggia nessuno. Tutti i maschi Benade pretendono di soddisfare le proprie esigenze e hanno bisogno di sentirla urlare fino allo sfinimento, fin quando non le si rompe qualcosa dentro. Non è violenza, non è stupro, è la quotidianità. È questa consapevolezza a paralizzarti e a rendere ancora più terribile ciò che stai leggendo. Tutti provengono da un’infanzia difficile: molestie, abitudine all'alcol, bruciature, occhi gonfi dalle botte ricevute. Contrariamente a quanto afferma il risvolto di copertina, non ho trovato traccia di comicità nelle vicende dei Benade; solo miseria, solo il senso di ingiustizia per essere una famiglia bianca povera in Sudafrica; una famiglia che dalla piccola proprietà terriera è passata al lavoro operaio nelle nascenti ferrovie e nell’industria tessile, per poi diventare il niente che vive in quella che fu la nera Sophiatown ma che aspira al Trionfo bianco. Così come Triomf non trionferà mai, non si prospetta nessun lieto fine per i Benade.
Difficile entrare nel ritmo della scrittura, difficile accettare la psicologia dei personaggi. Eppure dopo un po’ ci si quasi abitua a tanta violenza e si comincia a capire la bravura dell’autrice, la sua ironia nel raccontare cose atroci; i rari momenti di dolcezza spiccano come stelle alpine su pascoli sassosi.
Triomf è un libro cinematografico divenuto film nel 2009. Film che non penso sia stato distribuito in Italia, ma che comunque non guarderò mai, perché mi sono state sufficienti le scene viste sulla carta stampata. 

Un libro complicato che forse venderà poco, ma devo riconoscere l’audacia della Neri Pozza nel decidere di pubblicarlo in Italia. Resta una di quelle opere che non so giudicare. Per la prima volta in vita mia, io che non sono mai stata in grado di leggere più libri contemporaneamente, ho avuto la necessità di spezzare la lettura con qualcosa di più leggero. Non potevo abbandonare Triomf ma avevo bisogno di prendere aria. Mi fa male anche scriverne. Onestamente avrei difficoltà nel consigliarne la lettura.  



L'autrice di Triomf, Marlene van Niekerk, nel 2015 è stata tra i finalisti del Man Booker International prize (poi vinto dall’autore ungherese László Krasznahorkai). 







mercoledì 8 luglio 2015

Lettori si cresce, Giusi Marchetta

«Sto leggendo il libro della tua Giusi Marchetta», invio. Un antiquato sms, niente whatsapp. Lui, che Giusi Marchetta me l’ha fatta conoscere trascinandomi alla presentazione di una sua raccolta di racconti (Dai un bacio a chi vuoi tu, Terre di Mezzo editore), ironizza: «Perché? Hai deciso che da grande farai l’insegnante?»
Se prima che essere scrittrice fai la prof. e se nei tuoi interventi pubblici parli molto di ragazzi, corri il rischio che il tuo libro, Lettori si cresce, venga considerato una sorta di manuale per addetti ai lavori. Se non sei insegnante non lo sfogli a prescindere. Errore.
L’ho preso dopo una costruttiva pausa pranzo in cui un saccente trentenne, laurea scientifica, ha confessato di non leggere libri perché “se inizio un libro e mi prende, rischio di leggere tutta la notte. E non posso andar a lavoro con gli occhi pesti solo perché sono rimasto a leggere”. Pochi minuti prima, aveva dichiarato di esser stanco per aver fatto come al solito tardi sbevazzando con i suoi amici. È socialmente giustificabile l’occhio pesto per la consueta uscita serale, lo è meno il vizio di leggere. Vedendo che ho sempre un libro con me, si è sentito in dovere di dire che leggere è una vocazione, un’attività lodevole che rende le persone migliori.
No, non mi sento unta dal Signore solo perché leggo qualche libro l’anno, né penso di essere migliore di un non lettore. Semmai peggiore. Sono, ad esempio, una casalinga distratta: finisco di leggere il capitolo e poi, solo molto poi, vado a rassettare la cucina; perché perder tempo nel preparare un piatto elaborato, quando ho un romanzo da terminare? Sono una pendolare asociale: apro il mio libro già sui binari, salgo sul treno e continuo la lettura, evitando qualsiasi forma di contatto umano (salvo rare eccezioni. Ma quelle sono persone a cui voglio veramente bene). In ufficio approfitto di ogni ritaglio di tempo per tirar fuori il mio libro e immergermi altrove.
Perché? Quando ho iniziato?
Ahimè, non ho avuto insegnanti illuminate come Giusi Marchetta, ma neppure ricordo di aver mai sentito il “dovere” di leggere. Non sono neanche figlia di lettori ma, fortunatamente, i miei mi hanno sempre fatto percepire che i soldi spesi per acquistare un libro fossero una forma di investimento. Si facevano consigliare dal cartolibraio (no, nessuna libreria nei paraggi) o mi facevano scegliere il mio regalo di carta, senza porre veti. Non ho mai pensato che stessi sperperando del denaro. Sarà per questo che ancora continuo a spendere soldi in libri anche quando dovrei frenarmi. 
A ripensarci oggi, so di non esser stata una lettrice vorace né da piccola né da adolescente. Comunque, il fatto stesso di leggere per puro piacere, incurante che nessuno dei miei compagni leggesse, mi sembra un piccolo miracolo.
Leggere non era più un’alternativa alla noia, ma alla vita stessa, perché per quanto possa essere spaventoso ammetterlo, i libri erano meglio di tutta la vita, non solo di quella parte che veniva messa in pausa ogni tanto. […] Un desiderio legittimo di fuggire, isolarci e proteggerci. Di cercare un’alternativa migliore alla vita.
Dice proprio così Giusi Marchetta. E in modo del tutto impopolare per un lettore, nonché insegnante, aggiunge che in fondo è la stessa motivazione che spinge un adolescente oggi a consumarsi gli occhi davanti alla playstation.

Lettori si cresce non è un vero saggio; è una lettera scritta con tono informale dalla prof. Marchetta al giovane Polito, un ipotetico studente sveglio ma svogliato, come ce ne sono tanti. 
Qui dentro non c’è la ricetta in grado di trasformare in lettori un popolo che non legge. Gli ultimi dati Istat affermano che nel 2014 solo il 41,4% della popolazione italiana ha letto almeno un libro (dico uno) nel corso dell’anno. Le riflessioni della Marchetta non dovrebbero riguardare solo gli insegnanti ma noi tutti. Ci sono le sue sconfitte in classe, ma anche le sue vittorie; ci sono le sconfitte della scuola stessa, le biblioteche assenti, gli insegnanti non sempre motivati, gli alunni distratti da una vita veloce e i genitori abbastanza frustrati dalla quotidianità per preoccuparsi di quanto i loro figli amino la letteratura o in cosa cerchino la bellezza. Non tutte le famiglie sono uguali. C’è anche una non troppo leggera critica nei confronti di quei genitori sempre pronti a soddisfare i desideri e le attese di figli viziati; di quei genitori che sono più propensi a lamentarsi di quanto sia spesso il libro anziché spronare alla lettura. Un atteggiamento che mi ricorda un gruppetto di mamme di mia conoscenza (“Poverino!, ha troppi compiti da fare. Non può concedersi un attimo di relax. Devo parlarne con la maestra”).

Leggo e lo farei in continuazione: persone, paesaggi, possibilità sono stati trascurati nella corsa e non mi è importato e non mi importa. È una fame che conosco, questa: mi accompagna da sempre; quando non c’è, vuol dire che qualcosa non va e mi costringe al digiuno. Avrei potuto fare altro, se non cercarmi un lavoro che mi permettesse di leggere i libri e addirittura di raccontarli a chi non li aveva mai letti?
Perciò perdona la supponenza con cui mi propongo da tramite tra te e quest’arte bellissima, ma una parte di me è convinta che questa potrebbe essere la strada per accompagnarti al libro: non considerandola qualcosa che si limiti all’ora di italiano così come non si ama a giorni alterni.     
Forse leggere non servirà a niente ma oggi non riuscirei a rinunciare al piacere di esplorare nuovi mondi, vivere altre vite, provare rabbia, amore, orrore, noia, entusiasmo. Leggere non servirà a niente ma Giusi Marchetta ha ragione: l’abitudine alla lettura fa diventare il libro un aspetto irrinunciabile della nostra vita.

giovedì 2 luglio 2015

Cade la terra, Carmen Pellegrino e l’abbandonologia

I miei genitori abitano in campagna, una meravigliosa zona collinare immersa nel verde. Meravigliosa quando ero piccina e meravigliosa oggi che ho ricominciato ad apprezzare il piacere del silenzio. Asfissiante e detestata in adolescenza, quando vivere a qualche chilometro dalla “civiltà” mi tagliava fuori dagli incontri in piazzetta, dai racconti durante la ricreazione e dall'indipendenza che i miei compagni di classe sembravano possedere.
Da piccola, invece, quei posti erano magici. Vagavo tra i sentieri abitati da pecore e farfalle alla ricerca di folletti e gnomi. Giuro, credevo che i boschi fossero popolati da creature straordinarie. E un po’ ci credo ancora.
Mi rifugiavo nelle case abbandonate, affascinata dall’idea che in quei ruderi coperti dall’edera potessero nascondersi personaggi dai cappelli a punta e vestiti sgargianti. Guardavo i resti di quelle case e fantasticavo sulla vita di chi le aveva abitate. Chissà dove erano andate a finire quelle persone…
È stata la mia infanzia a farmi appuntare il nome di Carmen Pellegrino appena l’ottimo Giuseppe Fantasia l’ha menzionato. “Se vi capita, leggete Cade la terra, un romanzo singolare, scritto da un’abbandonologa”. Non che avessi mai sentito parlare prima dell’abbandonologia, ma l’immagine di quei ruderi coperti dall’edera m’è tornata davanti agli occhi. Gli scherzi della memoria.
Cercate sulla Treccani la parola abbandonologo. Leggerete:
Neologismo. Chi perlustra il territorio alla ricerca di borghi abbandonati, edifici pubblici e privati in rovina, strutture e attività dismesse (luna park, orti, giardini, stazioni, ecc.), di cui documentare l'esistenza e studiare la storia. Si chiama Carmen Pellegrino, fa l’abbandonologa. Giovane, molto bella, vive a Napoli. Leggo i suoi post su facebook, sono drammatici oppure evocativi. Racconta di luoghi mai visti, galleggiano nella sua stranissima percezione del mondo. […] Però nel suo balcone brillano al sole semi di viole o di margherite. Intanto cerca quel che resta, l’abbandonologa, i lutti nelle cose. Lei dice: “Provo una specie di premura per i ruderi. Come per le cose che hanno perduto la destinazione d’uso, e ora stanno e non attendono nulla, se non la parola che sgorghi dal fondo di chi le guarda. Non ci sono spettri, spiriti delle infestazioni”. (Veronica Tomassini, Fatto Quotidiano.it, 1° giugno 2014, Blog) • Carmen Pellegrino, professione abbandonologa (Huffington Post.it, 23 giugno 2014) • Per definirla correttamente c'è voluto addirittura un neologismo. Perizia di un accademico? No, trovata di un bambino (un po' linguacciuto). La racconta spesso. Sembra una fiaba, ma – assicura – è tutto vero: «Ero in libreria, sfogliavo un libro sulle rovine. “Che leggi?” mi chiese. Gli risposi, lui rimase zitto un momento. Poi, piuttosto compiaciuto: “Allora sei un'abbandonologa?”» (Andrea Cirolla, Corriere della sera, 20 luglio 2014, La Lettura, p. 11).    
 
Alento è un buco di mondo nel Cilento, una grancassa posata su un piano erboso destinata a dissolversi nella terra, circondato dai dossi dei Monti Alburni, un po’ distante dalla frazione di Terzo di Mezzo (Salerno). Alento è terra di contadini solitari, bifolchi che vivono nell’oscurità delle loro catapecchie; è terra di qualche signore superbo e di qualche ambizioso commerciante. 
Alento non esiste, è frutto della fantasia di Carmen Pellegrino, ma forse il paese non è troppo diverso da ciò che fu Roscigno Vecchia, con il suo olmo, la piazza e le strade un tempo popolate di bambini.

Fonte: Wikipedia
Estella scappa dal chiostro di Napoli, dove si era ritirata per farsi suora. Torna nella sua Alento, convinta di poter vivere nella casa materna ma trova solo polvere. È magra ma non è brutta né vecchia: gli occhi fissi come quelli di una civetta erano azzurri, un vero spreco di colore turchino, accentuati dai capelli che le sbattevano biondi sulle spalle.
Neppure Estella è mai esistita. O forse sì: ha abitato e abita la mente di Carmen Pellegrino come gli altri personaggi che popolano Cade la terra.
Incontriamo Libera Forti, nata Libera e finita ad intristire con uno zoticone con i peli che gli uscivano dal naso e dalle orecchie; Giacinto il guardio, il quale non aveva mai voluto farsi chiamare guardia perché guardio tornava meglio alla sua figura di uomo; Consiglio Parisi, il cui nome era uscito dal giornale che il giorno della sua nascita riportava la notizia del Consiglio di Stato per le terre liberate
Un libro che è pura poesia, per le immagini che evoca, per i suoni di parole abbandonate: la faccia di patifacula (gatta morta in dialetto cilentano), gli occhi agri, la legge lasca con i forti e accanita con i deboli, un barbaglio di memoria, il cipresso fumido che geme, i bifolchi insuperabili nell’impetrare miracoli…

Cade la terra è tra i 5 finalisti della 53ª edizione del Campiello. Confesso di non aver letto le altre opere selezionate, ma il romanzo dell’abbandonologa merita.