mercoledì 17 luglio 2013

La cultura si mangia! Un’idea di bookcrossing…

Iniziò tutto da qui: Stefy, libraia e blogger di Odore intenso di carta ci chiedeva cosa dovrebbe avere una libreria per farcela prediligere alle tante (sempre meno, in verità) presenti sul territorio. E in parecchi risposero.  
Il post era solo un pretesto per avviare, per dirla con le sue parole, un’idea da tempo in cantiere: un bookwebcrossing, un bookcrossing tra blogger lettori.
Così, dopo poco tempo, mi son vista recapitare un pacchetto profumoso contenente il libro scritto da Pietro Greco e Bruno Arpaia “La cultura si mangia!”, editore Guanda.
Il profumo non proveniva ovviamente dall'omino delle Poste ma dalla finezza dell’amica blogger che aveva inserito all'interno del libro una letterina scritta a mano, avente un buon profumo. Una di quelle d’altri tempi che credevi scomparsa. Bello, no?

Un’idea generosa quella di Stefy, capace di coniugare lo strumento virtuale (il suo blog) con la condivisione materiale dell’oggetto libro. Ed arrivano con impeto l’odore intenso di carta, le sottolineature, i commenti a margine… Così, sembra quasi di esserci uscita insieme con questa lettrice che non hai mai incontrato di persona. 
Per quanto mi riguarda, ho un rapporto conflittuale con il bookcrossing: non sempre (anzi, quasi mai) riesco a liberarmi dei libri che mi son piaciuti. È più probabile che ne compri una copia nuova e che la regali prima di lasciar andare la copia vergata, che sa di treno, avente i segnalibri più disparati (dalla cartolina appena ricevuta allo scontrino del bar).    

La cultura si mangia!” è giunto in un periodo particolare, uno di quelli in cui vorresti poterti ritirare a vita privata in una caverna per un annetto; vabbè la caverna no; però prenderti un anno sabbatico da tutto e tutti magari sì. Piena di dubbi sull'utilità di ciò che svolgi e divisa tra ciò che predichi e la tua sottomissione al sistema, ti trovi a leggere che:
[…] l’ex ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Maurizio Sacconi, ha sostenuto che per i laureati non c’è mercato e che la colpa della disoccupazione giovanile è dei genitori che vogliono i figli dottori invece che artigiani. Sapesse, contessa... E il filosofo estetico Stefano Zecchi, in servizio permanente effettivo nel centrodestra, ha chiuso in bellezza, come del resto gli compete per questioni professionali: ha detto che in Italia i laureati sono troppi. Insomma, non c’è dubbio che la destra italiana abbia sposato la cultura della non cultura e (chissà?) magari già immagina un ritorno al tempo dell’imperatore Costantino, quando la mobilità sociale fu bloccata per legge e ai figli era concesso fare solo il lavoro dei padri. (Non lo sapeva, professor Sacconi? Potrebbe essere un’idea...)
E la sinistra o come diavolo si chiama adesso? Parole, parole, parole. Non c’è uno dei suoi esponenti che, dal governo o dall'opposizione, non abbia fatto intensi e pomposi proclami sull'importanza della cultura, dell’innovazione, dell’istruzione, della formazione, della ricerca e via di questo passo, ma poi, stringi stringi, non ce n’è stato uno (be’, non esageriamo: magari qualcuno c’è stato...) che non abbia tagliato i fondi alla cultura, all'innovazione, all'istruzione, alla formazione, alla ricerca e via di questo passo. Per esempio, nel programma di governo dell’Unione per il 2006 si diceva: «Il nostro Paese possiede un’inestimabile ricchezza culturale che in una società postindustriale può diventare la fonte primaria di una crescita sociale ed economica diffusa. La cultura è un fattore fondamentale di coesione e di integrazione sociale. Le attività culturali stimolano l’economia e le attività produttive: il loro indotto aumenta gli scambi, il reddito, l’occupazione. Un indotto che, per qualità e dimensioni, non è conseguibile con altre attività: la cultura è una fonte unica e irripetibile di sviluppo economico».
Magnifico, no? Poi l’Unione (o come diavolo si chiamava allora) vinse le elezioni e andò al governo. La prima legge finanziaria, quella per il 2007, tagliò di trecento milioni i fondi per le università. Bel colpo. Ci furono minacce di dimissioni del ministro per l’Università e la Ricerca, Fabio Mussi. Ma le minacce non servirono. Tant’è che, nella successiva legge di bilancio, furono sottratti altri trenta milioni dal capitolo università a favore... degli autotrasportatori. […]

E si va avanti di questo passo.
Si dà il caso che io lavori in un’associazione di categoria datoriale proprio di quel settore lì, e non passa giorno in cui non ci si vanti del fatto che i benefici fiscali per gli autotrasportatori vengono riconfermati dal Governo di anno in anno. Già, e chi ne fa le spese? Tanto, come fa notare il signor valigiesogni, i figli dei miei responsabili frequentano scuole private e, presumibilmente, domani frequenteranno college prestigiosi, mica la scalcagnata università di Borghettodietrol’angolo??
Poi, per carità, molti dei discorsi fatti nel libro sono troppo aleatori e forse non tutto è di così facile applicazione come potrebbe sembrare. Certo è che la classe politica, nello stanziare risorse e decidere tagli, compie scelte precise e così, ad occhio, non mi sembra che lo Stato negli ultimi venti anni abbia promosso il cambiamento della specializzazione produttiva del nostro paese. Sarò stata distratta io, ma non ho visto scelte che abbiano favorito gli investimenti privati in ricerca e sviluppo. Nelle varie Agende, tanto di moda, non ricordo di aver sentito parlare di riqualificazione dell’ambiente fisico, di estensione di zone alberate e bonifiche di aree inquinate; di miglioramento del clima sociale e culturale, della necessità di puntare su nascenti imprese, piccole e medie, ma altamente qualificate e specializzate nelle nuove tecnologie e nell'industria creativa. Pare abbiano fatto questo nella Ruhr, Germania, anni Novanta, per riqualificare una regione industriale fallita dopo la chiusura di acciaierie e miniere.
Da noi, invece, il massimo della creatività sta nel finanziare la sagra della porchetta che, con tutto il rispetto per la porchetta, non è l’attività principale verso cui andrebbero dirottati i fondi degli enti locali.
Investire  in cultura, innovazione, creatività, dà certezze di miglioramento per un Paese? Certo che no, è un rischio. In questi ultimi anni, neppure investire nella Fiat o in Alitalia dava certezze; eppure è stato fatto. Ed evito di soffermarmi sul come, il perché e i risultati raggiunti…
Fine dei dieci minuti di sangue amaro.
Per saperne di più sul libro


Per tornare all'ottima idea del bookwebcrossing, amici blogger, questo libro ha da girare! Accorrete numerosi!

lunedì 15 luglio 2013

Di una serata d'estate e del potere evocativo della musica


Vi sarà capitato di trovarvi in un posto e, senza nessun preavviso… puf! essere catapultati in luoghi e situazioni di cui avevate completamente perso la memoria. Una roba proustiana, senza l’ausilio della madeline.
A me è successo venerdì sera. Ero alla casadel jazz di Roma, mia recente scoperta, ad ascoltare un concerto strepitoso di Carmen Souza, di cui, per dirla tutta, fino a pochi giorni fa non sapevo assolutamente nulla. Fissata come sono per la cultura lusofona, quando ho letto di una musicista che mescolava suggestioni di Capo Verde con la saudade portoghese, ho dovuto acquistare il biglietto.
Serata calda, seduta nel parco della casa del jazz, ascolto questa donna dalla voce possente e l’abito sgargiante, accompagnata dal basso incredibile di Theo Pas'cal.
Colore, allegria e stupore del mio primo funerale zambiano. Avevo dimenticato i canti che accompagnano i funerali in alcune zone d’Africa. Una festa. Io ero rimasta interdetta sul ciglio della strada chiedendomi dove si dirigessero quelle persone, ballando e cantando dietro un paio di pickup che procedevano a passo d’uomo.
«É un funerale», aveva sussurrato la dottoressa “Happy”, un medico italiano che mi trascinava fuori dalla gabbia dorata di Lusaka, in cui mi trovavo in quei mesi, per farmi vedere lo Zambia vero. Un funerale. Non erano tutti così festosi. Dopo qualche tempo non ci avrei più fatto caso. E poi li avrei rimossi.

La serata è calda. Sorseggio una birra e aripuff! Mi ritrovo in un altro concerto, musica rock, stadio Olimpico, nove anni fa. Anche quella sera faceva un gran caldo. Anche quella sera avevo una birra in mano. La mia prima ed unica volta all'Olimpico ed io non ci ho più pensato per anni a quella sera lì. Pochi giorni fa ho detto addirittura di non esser mai stata all'Olimpico. E ne ero certa. Invece no, ci sono stata. Era stata anche una serata memorabile; ma poi l’ho completamente cancellata. Ed ora è riemersa, limpida, come fosse accaduto ieri, con una serie di ricordi che a stento riesco a frenare.  


Poi Carmen Souza si siede al pianoforte, mette da parte i ritmi africani, e si diletta in una bella versione di “My favorite things”. Ed io torno lì, Roma, casa del jazz, anno 2013. E mi godo la restante parte del concerto; ma quella punta di saudade per cose passate, cose sospese, fantasie sognate e irrealizzate, mi accompagna per il resto della serata.  

venerdì 21 giugno 2013

Castiglione della Pescaia

I signori valigiesogni hanno decretato che bisogna cambiare stile di vita. Sì, sanno che l’obiettivo è ambizioso; sanno pure che il sentiero è arduo e che non si può raggiungere la meta in poco tempo; ma, questa volta, si sono messi in cammino fortemente motivati.
Così, per festeggiare la decisione presa, tra mille acrobazie si sono ritagliati una giornata tutta per loro; terminate le rispettive incombenze lavorative, si sono incontrati nei pressi di Grosseto e, a mo’ di amanti, si sono diretti verso Castiglione della Pescaia. La signora valigiesogni era stata da quelle parti qualche anno fa, fresca di laurea e con la chimera di un mondo meraviglioso che si apriva davanti a sé.

Quella spiaggia era sembrata bellissima anche a lei che ha sempre evitato accuratamente le zone di mare in piena estate. Si era ripromessa di tornarvi un giorno e, finalmente, quel giorno è arrivato.
I signori valigiesogni sono approdati nella “Svizzera di Maremma” un sabato sera in cui la cittadina è tutto un fermento di bancarelle di artigianato e prelibatezze europee.
La simpatica albergatrice sorridendo dice che se non sono stati fortunatissimi con il tempo (inizio giugno con pioggia) almeno potranno godersi il Mercato Internazionale di Arte e Gusto, Sapori d'Italia e d'Europa.

L’albergatrice non sa che la signora valigiesogni stravede per i mercatini: girella distrattamente, poi torna indietro e osserva con attenzione, chiede, vuole sapere come vengono fatti quei ciondoli colorati, quelle ceramiche, da dove vengono quei foulard… E trova artigiani austriaci, tedeschi, slavi. 
Deve frenarsi: ha la smania di acquistare tutto. 
Intanto il signor valigiesogni fa la fila per prendere le pitagyros, “che non le mangio da una vita”, e magari anche un po’ di paella dagli amici spagnoli, “o forse no, salto la paella e mi butto sui cannoli siciliani. Guarda come sono invitanti! Poi un gelatino ce lo facciamo lo stesso?”.

Ed è bella questa cittadina festosa, tutta illuminata, con i profumi delle spezie che si mescolano all'odore del mare.


Forse domani piove. “Pazienza”, pensa la signora valigiesogni sorseggiando una sangria mentre guarda in silenzio la cittadina dall'alto. Dalla spiaggia arrivano le note stonate di chi si cimenta con il karaoke, risate allegre; le luci accese sulle barche e tutt'intorno il mare.  

A volte uno se lo dimentica, eppure basta così poco per essere felici.




venerdì 7 giugno 2013

Il canapè rosso

Michèle Lesbre, Il canapè rosso 
Traduzione Roberta Ferrara; Sellerio Editore Palermo, 2009.


Caro Gyl,
ho deciso di scriverti questa lettera perché credo che Anne non l’abbia più fatto. Non riceveva tue notizie da troppo tempo, un misto di nostalgia e preoccupazione si erano impossessati di lei. Improvvisamente le tornavano in mente frammenti del passato, di quella cosa strana che era stato il vostro amore, stare insieme senza legarsi troppo. Ma a distanza di tanti anni non è mai riuscita a svincolarsi da te.
Ha deciso di ripercorrere il tuo stesso tragitto fino al lago Baikal, di attraversare la Siberia con un omnibus evitando accuratamente il treno per turisti che non le avrebbe fatto scambiare neppure una parola con le altre donne che viaggiavano con i figli e con i loro miraggi, portando con sé montagne di bagagli e fagotti, racimolando pasti di fortuna e spostandosi dal samovar allo scompartimentoAnne ha ritrovato i volti, i suoni, i sapori di cui parlavi nelle tue lettere.


Caro Gyl, 
Anne non l’ammetterà mai ma è come se questo viaggio l’aveste fatto insieme. Con lei c’eri tu (e un fardello di inquietudine) e c’era Clémence, la signora del canapè rosso. No, non credo te ne abbia mai parlato. Clémence abita nello stesso stabile di Anne; è un’anziana modista che sono certa ti piacerebbe moltissimo. Lei, i suoi cappellini di un’altra epoca, il suo sorriso birichino e la sua fame di libertà, anche adesso che le gambe non le permettono di andare oltre il bar del quartiere. Si è creata un sintonia perfetta tra loro, tant'è che Anne non fa che ripensare alle ore trascorse insieme: lei che legge stralci che parlano di Marion du Faouët, Milena Jesenská, Hélène Bessette mentre Clémence viaggia in quelle vite come in un sogno, mescolando a quelle vite la propria.
Gyl, Anne ha provato più volte a scriverti questa lettera; a raccontarti di questo viaggio diverso dagli altri, di questo viaggio incompiuto in cui tutte le cose sono rimaste sfumate e inafferrabili. Non so come spiegarti, Anne cercava risposte ma tu, ancora una volta, sei riuscito a spiazzarla; lei, allora, non ce l’ha fatta proprio ad aspettarti; ha sentito l’esigenza di tornare di corsa a Parigi e di rifugiarsi dalla signora del canapè rosso per lasciare allentare quel disorientamento in cui l’hai gettata da anni.
No, non preoccuparti troppo, Gyl; in fondo non l’hai mai fatto, perché dovresti iniziare ora? Anche questo viaggio ha trovato un suo posto nella memoria di Anne, nelle giornate normali; anche questa volta è rimasto l’essenziale, i luoghi in cui i ricordi vanno e vengono, trascinandoci in una fantasticheria nomade. Il dolore si è attutito, la vita di Anne ha ripreso a scorrere.
Ciao Gyl. Non smettere di costruire aquiloni. 

lunedì 27 maggio 2013

Una vita

trad. di Marino Moretti, Mondadori.


Cara Giovanna,
diciamocelo, sei stata un po’ sfigata. La vita, a volte, va così. Però sei stata pure sprovveduta e incapace di tirar fuori un po’ di carattere. Eh, che diamine!
Passi per la cotta nei confronti di Giuliano, visconte di Lamare, lo capisco. Dopo esser stata rinchiusa nel collegio del Sacro Cuore fino a 17 anni, ci sta che nell'incontrare un figliolo attraente, con quei capelli bruni che ombreggiavano una fronte liscia e abbronzata e quegli occhi morati, teneri e profondi, e quella la barba lucida e fine, si resti abbagliata. E capisco pure che nell'Ottocento non si abbia la possibilità di dire «Va be’, babbo; il ragazzo mi piace ma preferirei conoscerlo meglio; che mica ci dobbiamo sposare domani!?». No, magari una cosa del genere al barone Le Perthuis non avrebbe fatto piacere. Ad ogni modo, già in viaggio di nozze, quella decisione di gestire i tuoi soldi, quell'essere così autoritario e un po’ violento, t’avrebbe dovuto mettere in guardia: di tuo marito non avevi capito niente. E poi, dico, ma era evidente che il bell'imbusto ti tradiva con la fida servetta Rosalia, sì gaia e civettuola; l’avevamo capito tutti! Possibile che fin a quando non li hai beccati in flagrante (e in modo del tutto casuale), non ti sia resa conto di nulla? Ancora una volta, hai perdonato.
E, successivamente, possibile che non hai capito il perché delle tante visite a casa dei ricchi vicini da parte del fedifrago? Hai finto di non vedere e hai riversato tutto il tuo morboso amore nei confronti di tuo figlio, Paolo. Non potevi aver letto “I no che fanno crescere”, lo comprendo. Ma, dargliela sempre vinta, così come avevi fatto col defunto padre, non poteva portar a nulla di buono.
A guardar la vita sconclusionata del tu’ figliolo ormai ventenne è evidente che abbia ripreso tutto dal padre. Gioco, prostitute, debiti in abbondanza. E tu nulla; continui a mandargli soldi anche dopo esser stata costretta a vendere la tua amata casa dei “Pioppi”, vicino Yport. 

Continui ad illuderti che sia un bravo ragazzo; sì le mamme non sono mai obiettive ma, dico, quel ragazzo ti sta uccidendo di crepacuore e tu continui a dargli un’opportunità? Un’educazione un po’ più rigida da piccolo gli avrebbe fatto solo bene.
Per fortuna che l’ex serva Rosalia, sebbene si sia comportata male nei tuoi confronti, da giovane, è tornata a darti una mano nel momento del bisogno. Insomma, anche lei non ha avuto una storia facile però si è rimboccata le maniche e ha affrontato la vita di petto, senza aggrapparsi continuamente a qualcun altro, come hai fatto tu.
Cara Giovanna, come ti dice la saggia Rosalia, qualunque vita non è né tutta buona né tutta cattiva, però bisogna saperla affrontare senza troppi piagnistei, imparando dai propri errori e cercando di non farsi sopraffare dalle sventure che si abbattono su di noi.
Quindi, ora che è arrivata una nipotina ad allietare le tue giornate, cerca di non viziarla come hai fatto con tuo figlio e impara a guardare le cose belle della vita.

Con affetto.
B.

martedì 2 aprile 2013

Shakespeare and Company ed altri vagheggiamenti

La sveglia suona presto. Mi alzo, borbotto per la schiena dolente, accendo la radio, preparo la borsina con il pranzo da consumare in ufficio, mi infilo sotto la doccia. Non mi trucco quasi mai; mi vesto rapidamente; yogurt, frutta, prendo la borsa per la piscina, chiudo tutto e mi catapulto in auto, sperando di non perdere il treno delle 7.18. Sembra un trasloco da quante robe mi porto dietro, invece è la quotidianità.
Parcheggio, corro verso la stazione mentre una voce monotona annuncia l’arrivo del treno. Salto su trafelata, tiro fuori il mio libro e dimentico tutto il resto.


Quando il libro è la prima edizione italiana (Rizzoli) di Shakespeare and Company, scritto dalla fu libraia/editrice Sylvia Beach (traduzione di Elena Spagnol Vaccari) si finisce per sognare un’altra vita, un altro lavoro, un’altra epoca. Quella in cui per fare i librai serviva un gruzzoletto, un’insana passione e un locale da poter affittare. 
Se magari eri un’americana innamorata di Parigi, alla fine della prima guerra mondiale, potevi aprire una libreria americana lì, in rue Dupuytren, selezionare le opere degne d’attenzione ed aspettare che André Gide e Paul Valéry arrivassero. 

Poiché di soldi da spendere in libri angloamericani non ce n’era granché, ti toccava associare alla libreria una biblioteca circolante. Già che gli scrittori stranieri esiliati in Francia erano parecchi, potevi accogliere Ernest Hemingway, Ezra Pound, Robert McAlmon, Gertrude Stein, Scott Fitzgerald. Siccome erano altri tempi (quelli in cui quando andavi ad una festa ti capitava di conoscere James Joyce), se non eri una libraia qualsiasi ma ti chiamavi Sylvia Beach, riuscivi a distinguere un capolavoro da una storia da cestinare. Così, nonostante le difficoltà e l’inesperienza, ci si poteva buttare nell'impresa di pubblicare l’Ulisse. Non appena si liberava un locale più grande, potevi trasferirti in Rue de l'Odéon, accanto alla libreria francese della tua compagna, Adrienne Monnier.

Neanche allora, però, le libraie avevano una vita facile. Potevi anche essere la migliore amica, nonché editrice, di Joyce; potevi anche essere il punto di riferimento della "meglio cultura" d’inizio Novecento. Ma sempre povera in canna restavi.
Il volume della Rizzoli con le sue foto in bianco e nero alimenta il sogno. È un peccato doverlo restituire in biblioteca.

È un brusco risveglio quello di chi, sgomitando, cerca di scendere dal treno.
Mi incammino verso l’ufficio e rimugino. Quelle librerie lì non esistono più; quelle che vi somigliavano lottano ogni giorno tra la vita e la morte, quindi è inutile fantasticare su come sarebbe la mia vita se svolgessi un altro lavoro.

Non sono scomparsa nel nulla. Ho anche letto bei libri, visto belle mostre, trascorso giornate che meritavano di essere raccontate ma sono come intorpidita. Sarà questo cielo grigio, la pioggia che non cessa di cadere, la primavera che non ha intenzione d’arrivare. Un indolenzimento che mi ha tenuta lontana dalla rete, dalla scrittura, dai blog. È tempo di destarsi.  

mercoledì 13 febbraio 2013

Stoner: storia di una vita anonima e dell’arte di saperla raccontare



Preambolo
Si può acquistare un ereader. Riceverlo; guardarlo con scetticismo pensando che con lo stesso importo avrei potuto acquistare qualche altro libro cartaceo da aggiungere ad una libreria di titoli ancora da leggere. Ma…
Ma, dopo pochi giorni dall’acquisto, mi ritrovo bloccata in casa da una brutta influenza; voglio leggere assolutamente un libro che non possiedo e non posso uscire. Potrei aspettare, certo; c’è sempre la famosa libreria piena di libri intonsi. Ma vuoi mettere l’opzione “accendere l’ereader, un paio di click e iniziare a leggere il libro desiderato dopo un minuto”? Ah, il bello della tecnologia. Fine del preambolo e dello scetticismo. 


John Edward Williams, Stoner, Fazi Editore.
Traduzione di Stefano Tummolini
 


William Stoner si iscrisse all’Università del Missouri nel 1910, all’età di diciannove anni. Otto anni dopo, al culmine della Prima guerra mondiale, gli fu conferito il dottorato in Filosofia e ottenne un incarico presso la stessa università, dove restò a insegnare fino alla sua morte, nel 1956. Non superò mai il grado di ricercatore, e pochi studenti, dopo aver frequentato i suoi corsi, serbarono di lui un ricordo nitido.

Quando morì, i colleghi donarono alla biblioteca dell’università un manoscritto medievale, in segno di ricordo. Il manoscritto si trova ancora oggi nella sezione dei “Libri rari”, con la dedica: «Donato alla Biblioteca dell’Università del Missouri in memoria di William Stoner, dipartimento di Inglese. [...]

Insomma, una storia così scialba da non far comprendere l’esigenza di acquistare un libro “in un click”. Ma, per dirla con le parole di Peter Cameron nella postfazione a questo libro: “La verità è che si possono scrivere dei pessimi romanzi su delle vite emozionanti e che la vita più silenziosa, se esaminata con affetto, compassione e grande cura, può fruttare una straordinaria messe letteraria”.
È così. Questa vita anonima, caratterizzata da quelli che superficialmente potrebbero apparir come una serie di insuccessi, non riesce a farti staccare dal libro fino alla fine. Ci sono dei momenti in cui vorresti prendere Stoner per la camicia e urlargli: “Ribellati! Ma non vedi che Edith non è la donna che fa per te? Ti sta rovinando la vita! Lasciala!”. Altri in cui vorresti essere al campus, entrare nella stanza di quel maledetto Lomax e dirgliene quattro. Ma chi diavolo credi d’essere?! Poi respiri, pensi che è “solo” un libro; una storia scialba, per giunta; forse, però, se è capace di farti scaldare tanto, così insignificante non è.

Dell’autore, tal John Edward Williams non sapevo nulla. Sicché, leggendo che nacque in Texas nel 1922 da una famiglia di contadini (come Stoner), che partecipò alla seconda guerra mondiale (no, Stoner non vi partecipò), che al suo rientro si trasferì in Colorado dove rimase tutta la vita insegnando all’Università (come Stoner), ho pensato che il libro fosse autobiografico. Apprendo, invece, dal blog di Tommaso Pincio che il romanzo si ispira alla vita di James Cunningham,  poeta, insegnante e sfortunatissimo in amore.
Sì, anche di fallimentari storie d’amore ce ne son tante. Ma bisogna saperle raccontare. E Williams lo fece egregiamente. Un gran bel libro. 

mercoledì 6 febbraio 2013

Piccole rivoluzioni


È successo. Ho ceduto anch'io. Sì, l’ho fatto: ho acquistato un ereader.
Negli ultimi anni si sono succeduti i seguenti step:
  1. Ebook ccche? Giammai! I libri hanno un odore, una storia, una personalità. L’ereader è stato inventato per quelli che cambiano pc e cellulare ogni tre mesi, non per i lettori. È per feticisti della tecnologia mica per quelli che si perdono nelle biblioteche e si sporcano le mani nei negozi di libri usati! Non fa per me.
  2. Certo però che per chi viaggia molto o per chi utilizza quotidianamente i mezzi pubblici non è male poter leggere qualsiasi cosa a peso zero. Sì, ma avere di fronte uno schermo anziché una pagina stampata non dà soddisfazione. Comunque è costoso e gli ebook non sembrano tanto economici. Non fa per me.
  3. Ah!, quindi lo schermo non è come quello dei pc? Non affatica la vista. Come? Ci sono i dizionari e posso anche evidenziare e scrivere note? Forte! Certo che leggere in lingua originale con il dizionario che non pesa, non ha prezzo.
  4. E tu che ne hai provati diversi, quale ereader mi consiglieresti?


Un paio di mesi fa, con il ritorno al pendolarismo e ai conclamati ritardi dei treni regionali, da ereader possibilista sono diventata fortemente ereader possibilista. Nonostante la mia conclamata avversione nei confronti della tecnologia, mi sono persa tra DRM e formati epub, mobi, azw… Cose di cui non vi tedio perché sono un’incapace e in rete c’è gente molto più competente di me in grado di parlarne. Mi son fatta l’idea che qualitativamente l’ereader della Sony fosse tra i migliori. Costoso, però, per una che non è ancora tanto convinta di poter utilizzare l’e-demone.
Poi, lunedì scorso, ho aperto la mia posta e letto dell’offerta di Amazon per il Kindle base a un prezzo base. Onestamente, non sono tra quelle che hanno dichiarato guerra ad Amazon. Non credo che dal punto di vista “etico”, se così si può dire, sia tanto diverso acquistare su Amazon, Mondadori Feltrinelli o Ibs. Da qualche tempo, per manie personali, ho deciso di acquistare libri (quelli veri) in piccole librerie e nei negozi di libri usati. Ma il discorso non è applicabile agli ebook.
Alla fin fine, considerando che la mia è una prova, ho pensato che buttar 59 euro fosse meno pesante rispetto a buttarne il doppio.
Inizio a pensare che l’ebook possa convivere con il prestito bibliotecario e con l’odore delle vecchie edizioni scoperte per caso in quelle librerie d’altri tempi che miracolosamente sopravvivono accanto ai megastore del libro.
Sbaglierò? Lo utilizzerò? Bisogna sperimentare per capire.