mercoledì 24 agosto 2011

Austria - Linz


Danubio blu. Sì, certo che il Danubio lo si trovava pure a Vienna; ma lì non m’era sembrato né bello né tantomeno blu.
Linz, terza città austriaca per popolazione, a metà strada tra Vienna e Salisburgo, ci incuriosiva per essere stata la residenza di Hitler nei suoi anni giovanili, quando colui che sarebbe diventato il Führer progettava grandi cambiamenti architettonici da realizzare nella città. Linz, centro industriale, diventato inaspettatamente Capitale Europea della Cultura nel 2009. Per questa ragione, forse, l’immaginavo un po’ la Torino d’Austria.
Scesi dal treno, attraversando il parco che ci separa dal centro della città, avvertiamo subito la presenza di una popolazione eterogenea. Pochissimi turisti e tanti residenti non austriaci. Polacchi, slavi, rumeni. Una città operaia che, ovviamente, è stata vista come possibile meta per una vita migliore. 

A Vienna, oltre alle mie numerose lacune storiche (quel 30 all’esame di Storia Moderna non lo meritai affatto), è emersa con prepotenza la mia ignoranza in ambito artistico.
Estasiata di fronte alle opere di Egon Schiele e scoperto lo sconosciuto, fino a pochi giorni prima, Kokoschka e tutto il movimento della secessione viennese (lascio alla bontà della Zia Grazia di spiegarci meglio artisti e capolavori), mi sono subito diretta al Lentos Kunstmuseum di Linz.
Edificio ipermoderno: una struttura a vetri lunga 130 metri, creata dagli architetti Weber & Hofer di Zurigo, che si trova direttamente sul Danubio, tra il Ponte dei Nibelunghi e Brucknerhaus; 8000 m² circa di spazio utilizzabile. Pareti bianche, soffitti alti; l’idea che ci si trovi in una costruzione ancora da ultimare. Ma è bella e finita.
Come promesso dalla guida, ho trovato opere interessanti di Klimt, Schiele e Kokoschka, oltre ad altri lavori troppo moderni per poter suscitare il mio interesse.
Il cielo incerto e l’aria uggiosa costituiscono lo scenario perfetto per una colazione in uno di quei Caffè da romanzo di fine Ottocento.
Pareti rivestite di legno, foto in bianco e nero che ricordano un’altra epoca, teiere, tazze e libri dappertutto. Accanto alla sala da tè, il forno e i dolci caldi.


Una colazione con la Linzer torte in un così bel caffè è, da sola, un’ottima ragione per fermarsi a Linz. A meno che non sia domenica. In questo caso, ricordatevi che Linz dorme pesantemente tutta la giornata.
Pochi locali aperti, a parte i gestori della centrale caffetteria-gelateria "Da Vinci" (italianissimi) ed altri gestori di false gelaterie italiane.

La domenica, però, specie se vi imbattete in un cielo azzurro e temperatura quasi estiva, è la giornata migliore per salire sulla Pöstlingbergbahn, la vecchia e ripida ferrovia di “montagna” che si arrampica sulla collina di Pöstlingsberg. Si raggiunge quindi il punto più alto della città (m 537). 
Si resta incantati da quest’Austria verdeggiante, dai tetti spioventi e il suono del silenzio. 

 Anche da qui, però, non riesco a vedere il bel Danubio blu. Saranno state le copiose piogge, fatto è che il Paese sembra essere attraversato da un fiume melmoso e lento, più grigio che blu.    

Il soggiorno a Linz è stato piacevole ma ciò che più mi ha colpito è stato lo stridente contrasto rispetto al rigore delle vie di Vienna.

A Linz si incontra anche un’altra umanità: ubriachi sdraiati nei parchi e sulle panchine; qualche donna chiede l’elemosina accanto alle chiese e negli angoli più frequentati della città; tanta sporcizia per le strade; ragazzotti che girano con auto potenti e la musica a tutto volume; diverse persone camminano per strada parlando al vento, in perfetta solitudine. È una città dinamica eppure ci sono dappertutto forti tracce di disagio sociale.

Austria – Vienna

Vienna ci ha accolto con un cielo autunnale, una leggera pioggerellina e un clima che ha spazzato via l’afa della notte trascorsa in treno. Primo ostacolo: la lingua. 
È colpa mia, lo confesso. Non sono mai riuscita a spiegarmi come fosse possibile che il Romanticismo e le opere di musica classica più intense e struggenti siano nate in paesi dalla lingua scontrosa come il tedesco. E sì che in molti sostengono che sia una lingua bellissima, un po’ ostica e complessa forse, ma pur sempre meravigliosa. Ecco, io a quei suoni senz’anima non mi sono mai riuscita ad avvicinare e così, per la prima volta, mi sono trovata in un luogo in cui leggevo le varie targhe sugli edifici senza capirne il significato. Va be’, saranno stati un “qui morì, nacque, si combatté, trascorse l’adolescenza…”; certo è che sono stata colta da un senso di smarrimento che mi ha accompagnato fino alla fine del viaggio. Inoltre, per qualche strana ragione, mi ero convinta del fatto che austriaci e tedeschi parlassero perfettamente l’inglese (perché, poi, avrebbero dovuto? Mica è obbligatorio?). Il senso di smarrimento, quindi, è andato aumentando di fronte allo sguardo perplesso di chi non capiva perché mai gli venissero poste domande in una lingua diversa dalla propria.  
Per fugare ogni dubbio: pur avendo compreso che conoscere un paio di parole nella lingua del luogo in cui si viaggia possa tornare utile, continuo a ritenere il tedesco spigoloso ed aspro.


Vienna. Potrei elencare e descrivere i luoghi visti, i musei, le ricche gallerie; potrei postare una serie di foto ed enumerare tutto ciò che avrei voluto visitare ma ho perso. Vienna è troppo immensa da percorrere in appena quattro giorni.
Il centro storico della città, dichiarato patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, meriterebbe d’essere esplorato con calma, senza esser strattonati dalla marea di turisti (tantissimi italiani) che si affollano per entrare nelle costose boutique, dai visitatori che circondano i vari artisti di strada e che fanno la fila chiassosamente intorno ai chioschi di würstel. 
Ma questa è la Vienna prettamente turistica; se poi ci si sposta nei vicoli più periferici, in orari più insoliti, si trova anche la Vienna degli austriaci. Si incontrano beisl (l’equivalente delle nostre trattorie) dai nomi impronunciabili, gli odori sono più forti, le pareti sono rivestite di pannelli in legno, i tavoli e le sedie sono semplici. Si scrutano i clienti abituali, si indovinano le loro scelte e si cerca di imitarli, sennò si finisce per prendere la solita cotoletta (sebbene qui si chiami Wiener schnitzel) e si perdono dei gustosissimi knödel, così buoni da non riuscire a staccarsi dal piatto. 



L’imponenza dell’Hofburg, gli appartamenti di Stato, la ricostruzione delle stanze appartenute all’imperatore Francesco Giuseppe e a sua moglie, l’imperatrice Elisabetta di Baviera; i pezzi di vita raccontati da queste sale, da quelle ancora più eleganti dello Schloss Schönbrunn. Secoli di storia che oggi sembrano così irreali e distanti.
Sono rimasta ipnotizzata dalla figura di Francesco Giuseppe, dalle sue scrivanie, dal suo atteggiamento stoico nei confronti del lavoro (pare si alzasse ogni mattina alle 4.30 e sostenesse che bisognava lavorare fino allo sfinimento). Profondamente innamorato della superba Elisabetta, che per lui, sembra, non provasse la stessa passione; splendida donna, insofferente alla vita di corte e lungi dal somigliare alla Sissi romantica e sdolcinata, descritta dai numerosi film realizzati nel corso del Novecento. Un’altra figura di cui bisognerebbe leggere una buona biografia.


Vienna è la Musica.
Ritenuta da Mozart, che vi si trasferì fuggendo da Salisburgo, la città più bella e vivace del mondo, con i suoi teatri, il suo dinamismo, la sua capacità innovativa, venne scelta anche da Beethoven, vide nascere e morire Franz Peter Schubert, fu testimone degli incontri tra Haydn e Mozart, ospitò Bruckner, ispirò Johann Strauss (padre e figlio) e i più recenti (e a me poco noti) Berg, Schönberge e Webern.
Ecco, se io potessi fare un viaggio nel tempo sceglierei di andare in quella Vienna là, tra la seconda metà del Settecento e la fine dell’Ottocento. Perché per dar vita a simili Sinfonie, Opere, Quartetti, Concerti, Valzer, Marce… si doveva essere immersi in un’atmosfera straordinaria, dovevano esserci tali e tanti stimoli che la mia immaginazione non riesce a ricostruire.
Si va via da Vienna con la consapevolezza che nel corso del viaggio in Austria si incontreranno realtà diverse. Ci si porta dietro lo spirito di questa città elegante che oggi ti guarda dall’alto con fare altezzoso, che si apre a te, ostentando tutte le sue bellezze, senza però riuscire ad avvolgerti completamente.

Austria - La partenza

Ci si era già rassegnati a trascorrere un altro anno di soli libri senza alcuna valigia. Qualche spesa in più da affrontare, il lavoro sempre un po’ precario e le entrate sempre un po’ incerte. Però rimanda oggi, rimanda domani, lavora anche il weekend, lavora anche la sera, a maggio ci sentivamo già così sgualciti da non riuscir a trovare il verso giusto per rimetterci in ordine. E il signor valigiesogni, tutto spiegazzato pure lui, ha deciso che quelle spese, in fondo, non erano così urgenti e che investire in sogni avrebbe reso il resto dell’anno più sopportabile. Ed io non me la sono sentita di contraddirlo. Poi, noi non s’ha mica bisogno di hotel di lusso e viaggio in prima classe per essere felici!

Da tempo il signor valigiesogni desiderava tornare a Vienna, luogo in cui aveva trascorso qualche mese ai tempi della tesi. Io in Austria non c’ero mai stata e temevo d’andarci, appartenendo a quel gruppo di stolti che, ad un certo punto della loro vita, hanno abbandonato il Conservatorio, smesso di studiare il pianoforte e accantonato la musica classica. Pentendosene.
I potenti mezzi della rete ci hanno permesso di programmare il nostro viaggio in una domenica pomeriggio, spendendo una cifra adeguata. Poi la quotidianità ci ha travolti e ci siamo trovati a tirar fuori i nostri gigazaini, come due adolescenti, senza neppure renderci conto che era arrivato il momento di partire.
S’è viaggiato in treno, con l’intercity notturno da Roma a Vienna. I panini con frittata e sottiletta, preparati per pulire il frigo prima della partenza, il treno affollato, i ragazzi americani che dormivano nei corridoi accucciati sui sacchi a pelo; gli innamorati fiorentini nel nostro scompartimento che bisbigliavano parole dolci e ridevano piano piano. Un caldo micidiale. Nella testa solo il desiderio di evasione, la voglia di camminare, guardare, scoprire se in Austria ci fossero davvero i favolosi caffè incontrati tra le pagine di Zweig, le atmosfere fumose venute fuori dalla penna di Lernet–Holenia, gli imponenti palazzi imperiali e le sfarzose sale da ballo immaginate ascoltando Strauss.
E anche qualche esitazione perché quando si idealizza un luogo si corre sempre il rischio di restarne delusi.

martedì 26 luglio 2011

Bibliodiversità?

E così, alla fine, è stata approvata la legge Levi sul prezzo del libro. 
Riepiloghiamo: la legge limita al 15% lo sconto che le librerie, comprese quelle on line, possono fare ai propri clienti e vieta alle librerie di fare delle promozioni sui loro stock, tranne situazioni particolari (libri pubblicati da più di venti mesi e che non siano stati movimentati da sei mesi, o una cosa del genere).
Le promozioni possono essere proposte solo dagli editori, che sono tenuti a offrirle con le stesse condizioni a tutte le librerie, incluse le più piccine. Le promozioni fatte dagli editori, inoltre, non sono permesse durante il mese di dicembre, non possono essere ripetute nell’arco dell’anno solare e non possono superare lo sconto del 25%.
Dai vari articoli dei quotidiani ho poi appreso che una legge sul libro in Italia era fondamentale per ridurre lo squilibrio fra grandi gruppi editoriali – quelli in grado di fare promozioni – e l’editoria indipendente. Che così facendo verrà garantita la massima pluralità di produzione (case editrici) e capillarità di diffusione (librerie indipendenti, edicole, grande distribuzione). Insomma, quasi tutti parlano di maggiore circolazione delle idee e della garanzia della bibliodiversità. 
Bene.
Dopodiché leggo che alcuni piccoli editori non sono affatto a favore di questa legge, anzi…
E mi fermo a riflettere sull’intera faccenda:

    1. Poiché il libro non è, nel medio termine, un bene deperibile, “da consumare preferibilmente entro il…”, non vedo la necessità di svendere il prodotto prima che vada a male. Se il prezzo di copertina fosse equo, la promozione periodica sarebbe inutile.

    2. Poiché il libro, così come definito dal legislatore, è un bene fondamentale per la cultura, non dovrebbe passar di moda, quindi non dovrebbe essere soggetto a saldi come gli shorts che, magari, il prossimo anno saranno out.

   3. Riprendendo il punto 1, se il prezzo di copertina del libro fosse un importo adeguato, aspetteremmo tutti il 35% di sconto che ci regala Amazon?

    4. Osservazione banale: poiché nel mercato del libro, in termini economici, la distribuzione incide non poco, perché non “garantire” un prezzo più basso a chi acquista direttamente dall’editore? «Perché così verrebbero danneggiati i distributori e le librerie», mi risponderete voi. Può darsi. Però potrebbe essere una boccata d’ossigeno per il piccolo editore che pubblica opere di qualità.

    5. Osservazione ancora più banale: ma siamo sicuri che una legge del genere sia davvero utile? E se la libreria on line o i grandi gruppi editoriali moltiplicassero i già numerosi buoni per gli acquisti successivi o dessero la possibilità di scegliere un libro in regalo, che so io, per ogni acquisto superiore ad un importo x? In fondo sarebbe un regalo, mica una promozione!    
Non so, è che certi interventi normativi non mi convincono. 
Confessione finale: io compro anche su Amazon. Ecco, l’ho detto. Ora qualcuno smetterà di rivolgermi la parola per questo, ma io non mi sento minimamente in colpa.
Acquisto su Amazon così come acquisto direttamente dalla casa editrice o dalla libreria. Acquisto molti libri in più di quelli che riesco a leggere e forse questa legge aiuterà a moderare la mia smania di possesso. Leggo che Marco Polillo, editore, scrittore e Presidente dell’Associazione Italiana Editori, mostra grande soddisfazione per una legge che aiuterà le librerie indipendenti a non naufragare e ridarà il giusto posto al libraio.
Il libraio. La verità è che il libraio per passione, quello che ti consiglia cosa leggere, quello che non segue le leggi dettate dal mercato, quello che è lì, in quel mondo costruito a sua immagine e somiglianza, io non l’ho mai incontrato.
Per ragioni logistico-territoriali non ho mai avuto una libreria di riferimento. Da piccola, nel mio paesello c’erano solo cartolibrerie o edicole che vendevano anche libri, ma bisognava ordinarli; e la situazione è rimasta invariata. Nel mio girovagare successivo, tra un trasloco e l’altro, sono passata dalla cartolibreria alla Feltrinelli: non so se sia casuale o se le Feltrinelli siano davvero così numerose, certo è che avendole vicino casa o vicino al lavoro, finivo sempre per acquistare lì. «Pigrizia nel non cercare altre librerie», direte voi. Può darsi.
Ora che sono tornata a vivere in un altro paesello, vedo di nuovo cartolibrerie; accanto all’ufficio romano, invece, c’è un centro commerciale con una piccola libreria di recente apertura. Cercavo Lessico famigliare della Ginzburg e non riuscivo a trovarlo. Chiesi informazioni alla giovane libraia (?) che candidamente mi rispose: «Ha provato tra i dizionari?». 
 
In questo rincorrersi di pensieri sono giunta alla conclusione che, forse, se per fatalità mi fossi imbattuta in un piccolo libraio magico, non avrei prestato grande attenzione a tutta questa diatriba e la legge Levi non avrebbe intaccato le mie abitudini. Forse.
Ma il libro, poi, ne trarrà beneficio? E i lettori?

lunedì 11 luglio 2011

Amo la notte con passione

Fabio è il libraio di fiducia che ciascun lettore desidererebbe avere. Invece lavora in un call center.
Lo squillo del telefono in cuffia: «Assistenza x, buongiorno. In cosa possa esserle utile?», e accanto le pagine culturali dei quotidiani e un racconto di Checov. L’ho conosciuto così, una decina di anni fa, incuriosita da questo tipo che ne combinava di ogni e ci rideva su; lui, con la sua aria scanzonata, lo zainetto in spalla e ogni giorno un libro diverso. Uno di quei personaggi indescrivibili, ben custoditi in un anonimo call center. Un pomeriggio di fine maggio, ho mollato le cuffie e accettato un altro lavoro. Mai rimpianto quell’impiego alienante che ti lasciava senza voce e con pochi soldi in tasca, ma non ho più trovato un ambiente di lavoro con personalità vivaci e dai mille interessi come quelle incontrate in un ufficio così insignificante. 
Naturalmente, l’amicizia è rimasta e si è consolidata nel tempo.
Fabio è l’uomo più privo di senso pratico che abbia mai conosciuto, del tutto incapace di sistemare un mobile o riparare un elettrodomestico; una di quelle persone a cui mai affideresti un’incombenza perché a) lo manderesti in crisi; b) probabilmente farebbe un danno. 
Gli occhi trasognati e i pensieri che vagano chissà dove. Entra ed esce dai romanzi, si perde tra i versi di una poesia, vola sulle note di un valzer. Fabio rappresenta il volto più bello di Roma: quello dei quartieri che hanno ancora un’anima, dai vicoli stretti e i sanpietrini scivolosi, la Roma delle librerie dell’usato in cui si paga solo in contanti; la Roma delle pizzerie “storiche”, con le tovaglie di carta e una cena allegra spendendo pochi soldi.
Fabio è una di quelle persone a cui sei costretto a voler bene. Lui che è disordinato in tutto, custodisce e cataloga i suoi libri con gran precisione. Non gli sfugge quasi nulla: se un libro non l’ha letto è quasi certo che lo abbia sfogliato o gli sia passato tra le mani. Anche i suoi doni sono sempre un po’ speciali.
Qualche giorno fa, ad esempio, una copia di Amo la notte con passione ha traslocato dalla sua libreria alla mia.
Sei micro racconti di Guy de Maupassant racchiusi in un elegante libricino sfornato dai tipi della Mattioli 1885. Bello il formato, la cura editoriale, la piantina in bianco e nero che delinea i boulevard di Parigi.
Un libro che potrebbe essere letto in una pausa tè pomeridiana, ma alcuni racconti sono così intensi da chiedere che si torni su una parola, si sottolinei una frase, si rilegga la pagina.

“Nessuno ci veniva mai, nessuno là dentro aveva mai parlato. Era morta, muta, senza eco di voce umana. Sembra che i muri conservino qualcosa delle persone che ci vivono dentro, qualcosa del loro portamento, delle loro sembianze, delle loro parole. Le case abitate dalle famiglie felici sono più allegre rispetto alle abitazioni dei miserabili. La sua camera  era priva di ricordi, come la sua vita. E si spaventò al pensiero di rientrare in quella stanza da solo, di sdraiarsi nel suo letto, di rifare tutti i movimenti e le faccende di ogni sera. E come per allontanarsi ulteriormente da quel sinistro alloggio, dall’attimo in cui avrebbe dovuto tornarci, si alzò, e ritrovandosi improvvisamente sul viale principale del parco, entrò in un boschetto per sedersi sull’erba…”
   
Non sono storie che lasciano il sorriso, non raccontano la Parigi sfavillante ma entrano nelle solitudini di ciascuno di noi: dal notaio alla signora di provincia, dal contabile all’amico poeta.
 Le pareti di casa amplificano queste solitudini fino a renderle insopportabili. Solo il respiro di Parigi, nella notte, sembra portar un po’ di sollievo.

“Ma quando cala il sole, una gioia confusa mi penetra in tutto il corpo. Mi sveglio, mi animo. Man mano che l’ombra si addensa, mi sento un’altra persona, più giovane, più forte, più vitale, più felice. La guardo infittirsi la grande e dolce ombra discesa dal cielo: sommerge la città come un’onda impalpabile e impenetrabile, nasconde, cancella, distrugge i colori, le forme, circonda le case, le persone e i monumenti con il suo impercettibile tocco. In quei momenti vorrei strillare di piacere come le civette, correre sui tetti come i gatti; e un invincibile desiderio di amare si accende impetuoso nelle mie vene.”    
Ma è una sensazione passeggera, e con le luci dell’alba si svegliano i timori e torna il mal di vivere.

“Ti ho trascinato stasera in questa passeggiata per non tornare a casa, perché adesso soffro terribilmente nella solitudine del mio alloggio. A cosa servirà? Io ti parlo, tu m ascolti, e siamo soli entrambi, fianco a fianco, ma soli.”

martedì 5 luglio 2011

Cartas de Salka

A sfogliare i quotidiani degli ultimi mesi, a guardare i volti degli automobilisti – pendolari, fermi in autostrada in prossimità del casello, si ha la sensazione che non ci sia tanto buonumore in quest’inizio di luglio. E la sensazione non cambia quando si va a fare la spesa o a prendere il caffè. Non so cosa sia questa sorta di stanchezza che offusca gli sguardi e spegne i sorrisi. Sì, l’aria che si respira nel nostro Paese non è delle migliori, eppure… eppure… Eppure l’apatia in cui siamo immersi e i crucci della quotidianità rischiano di farci guardare solo nel nostro orticello, limitando un po’ gli orizzonti.

È per questa ragione che ogni tanto vado sul blog di Micol che, con delicatezza e anche un po’ di incertezza, dal suo osservatorio speciale, posiziona la lente di ingrandimento su qualche faccenda di cui pochi altri parlano.

Oggi, poi, Micol mi ha dato la possibilità di leggere una storia bellissima. La trovate qui.  

venerdì 1 luglio 2011

Vita sentimentale di un camionista

Da qualche mese, ormai, collaboro con un’Associazione che opera nel settore dell’autotrasporto.
«Mbè?!» direte voi. Mbè, per chi non mi conoscesse, sono una fanciulla minuta che detesta guidare e che continua a definire “camioncino” qualsiasi tipo di veicolo diverso da un’autovettura; per me è un “camioncino” anche un autoarticolato.
Quando ho accettato questo lavoro, l’ho fatto più per risolvere questioni di tipo pratico, quelle che affliggono “l’Italia peggiore”, per dirla con le parole del Ministro Brunetta, che per il fascino dell’ignoto. Ho anche pensato che, sebbene non avessi alcuna esperienza, non sarebbe stato così complesso studiare due decreti e un paio di norme del codice della strada in modo da poter fornire il giusto supporto tecnico-giuridico ai miei associati. Ingenua!
Mi sono trovata immersa in un marasma di decreti e note esplicative che più che esplicare complicano; circolari congiunte, comunicazioni dell’Agenzia delle Dogane, delle Entrate, regolamenti europei… Costi che aumentano giorno dopo giorno, sanzioni a tutto spiano, imprenditori inferociti che non sapendo a chi rivolgersi (giustamente, nelle sedi preposte mai che ti rispondesse qualcuno), telefonano a te. Con la consapevolezza che tu potrai far ben poco per aiutarli, ma almeno li ascolterai. Telefono amico.
   
Fatte le dovute premesse, va da sé che, un bel giorno, ho acquistato Vita sentimentale di un camionista.
Primo romanzo che leggo dell’autrice spagnola Alicia Giménez-Bartlett, la creatrice dei polizieschi di grande successo (a quanto pare) aventi come protagonista Petra Delicado; non posso, quindi, azzardare commenti e confronti tra la Giménez-Bartlett noir e la scrittrice di altri generi.
Ho trovato uno stile asciutto, frasi brevi e pochi fronzoli. La complessa personalità del protagonista, Rafael, camionista dongiovanni e dall’ego smisurato, emerge chilometro dopo chilometro.   
Si pensano tante cose quando si è inchiodati per ore a un sedile, il volante fra le mani e i piedi sui pedali. Si pensa tanto quanto i guardiani dei fari o i pastori con le greggi nei pascoli. […] Era buio pesto, l'umidità divorava i contorni delle cose, i fari proiettavano un alone opaco. Anche se le condizioni erano pessime, si proponeva di arrivare in tempo. Ce l'aveva fatta altre volte, non aveva mai mancato una consegna urgente. Nei paesi che attraversava la gente dormiva ancora, non si sarebbero svegliati prima di un paio d'ore. Allora sarebbero corsi nelle officine o nelle fabbriche, per rimanerci a lavorare fino a sera. Poi, sarebbero tornati a casa, avrebbero guardato la televisione, si sarebbero di nuovo messi a letto con le loro mogli. La gente non si muove mai, rimane sempre nello stesso posto, appiccicata a quel che vede dalle finestre di casa, tante volte il muro del vicino, un palo della luce. Lui non ce la faceva. Gli era sembrata una cosa normale, all'inizio, un lavoro fisso e alzarsi presto tutte le mattine. Ma non c'era riuscito. Si accese una sigaretta. Forse come camionista lavorava di più, doveva reggere più ore senza riposo, ma ogni giorno vedeva una città diversa, stava sveglio di notte. Poteva godersi il piacere di correre sul camion mentre gli altri dormivano nei loro buchi, piantati lì come alberi in fila senza protestare. Il brutto erano i pensieri, lunghe ore per pensare, aveva tutto il tempo che voleva per pensare. Certe volte le immagini del passato gli si ficcavano nella testa, battute e ribattute come chiodi. Allora doveva dominarle, allontanarle.
Rafel è un uomo che nella strada ha trovato la sua libertà; sì, ha una moglie e due figlie e si “rompe il culo per le strade” solo per loro – o così dice – ma poi ci sono le tante prostitute e la varie fidanzate sulle quali poter contare.
Un romanzo che non sfata il mito del camionista: grosso, rude, maschilista e un po’ violento, che beve  e fuma come un dannato. Un romanzo in cui gli autotrasportatori non hanno regole, nessuno li controlla, non subiscono pressioni. Solo nelle pagine finali si fa cenno ad una protesta con relativo fermo di tre giorni.
Chissà se qualche camionista avrà letto il romanzo. Chissà cosa avrà pensato. «Le solite invenzioni delle donne che non hanno nient’altro da fare».

Un’idea del libro qui.

venerdì 17 giugno 2011

La tía Julia y el escribidor

Sono una lettrice disordinata, saltello da un autore all’altro, dal Canada all’Italia, dall’Ottocento al 2011, dall’editore sconosciuto ai soliti noti. Ho provato a disciplinare le mie scelte, poi mi sono arresa barricandomi dietro l’idea che il piacere di leggere deve essere regolato da un solo principio: leggo ciò che mi incuriosisce nel momento in cui mi incuriosisce.
In fondo, ho sempre ceduto al richiamo dei libri: è un po’ come se fossero loro a scegliermi, e non il contrario.
A La Zia Julia e lo scribacchino sono arrivata non tanto per la celebrità del Nobel per la Letteratura 2010 a Mario Vargas Llosa quanto per alcune gustose recensioni scritte da amici anobiiani e per la mia voglia di Perù.

Mai stata in territorio andino ma il viaggio in Perù è uno dei miei sogni da anni. E il Perù, o meglio, i quartieri di Lima spuntano fuori da questo romanzo. 
L’Università di San Marcos, Miraflores, il Callao, l’impanata, il riso e le uova fritte, e poi i bicchierini di pisco, i caffeucci del centro, i romanzi radiofonici. Ecco, i romanzi radiofonici.

«Perché ti piacciono tanto i romanzi radiofonici?» domandai un giorno alla nonnina. «Cos’hanno che non hanno i libri, per esempio?»
«È una cosa più viva sentir parlare i personaggi. È più reale», mi spiegò dopo aver riflettuto. […] Tentai un’indagine simile in altre case di parenti e i risultati furono vaghi. I romanzi radiofonici piacevano perché erano divertenti, tristi o scioccanti. Perché facevano sognare, vivere cose impossibili nella vita reale, perché mostravano alcune verità. Quando domandai loro perché li amavano più dei libri, protestarono: che sciocchezze, non erano paragoni da farsi, i libri erano la cultura, i romanzi radiofonici semplici bambinerie per passare il tempo.

La Zia Julia non è solo una dichiarazione d’affetto per il mondo della radio. È anche un romanzo un po’ autobiografico. Forse. Poi, è una travagliata e scandalosa storia d’amore tra un sognatore diciottenne peruviano e una trentaduenne boliviana divorziata; è la storia di una scribacchino che si perde tra le sue invenzioni letterarie; è una raccolta di storie in cui la realtà si mescola con la finzione.
E il Perù, alla fine, non ne esce tanto bene. O forse sì.
“Il Perù mi è sempre sembrato un paese di gente triste”.
Infatti,
“pensavo di continuare a vivere in Europa per un periodo indefinito”
però
“il problema era che tutto quanto scrivevo si riferiva al Perù. […] Ma non riuscivo neppure ad immaginare di vivere a Lima. […] Per questo, il baratto concordato con Caretas a base di articoli in cambio di due biglietti aerei l’anno, fu provvidenziale per me. Quel mese che trascorrevamo in Perù, ogni anno, generalmente in inverno (luglio o agosto), mi permetteva di tuffarmi nell’ambiente, nei paesaggi, negli esseri sui quali avevo tentato di scrivere negli undici mesi precedenti. Mi era enormemente utile, un’iniezione di energia; udire di nuovo parlar peruviano, ascoltare intorno a me quelle perifrasi, quei vocaboli, quelle intonazioni che mi rinstallavano in un ambiente cui mi sentivo visceralmente vicino, ma da cui, comunque, mi ero allontanato, e dal quale ogni anno perdevo innovazioni, risonanze, codici.” L’eterno rapporto di odio e amore che ci porta ad allontanarci dalla nostra terra ma a non separarcene mai. La necessità di un compromesso per poter trovare il proprio spazio nel mondo senza dover estirpare del tutto le proprie radici.

venerdì 3 giugno 2011

Never mind

Riemergo dall’ennesimo periodo in cui il lavoro ha avuto la meglio su tutto il resto.
Non capisco come possa cascarci tutte le volte; non capisco come possano le incombenze lavorative inghiottire la corsa, i libri, la scrittura… Non capisco come il lavoro possa confondersi con la vita. Accade puntualmente, e i buoni propositi volano via.

Un giorno di festa. Il sole illumina la stanza da letto; accoccolata al signor valigiesogni rimugino su questi pensieri. Poi, in tempo di tagli, aziende che chiudono, mobilità e cassa integrazione, chissà perché penso al rapporto annuale dell’Istat.
«In base ai criteri dell’Istat noi siamo poveri». Lascio la frase a mezz’aria, senza punti interrogativi, sospensivi, né un punto e basta.
«Se guardano l’entità dei nostri consumi, forse sì», fa il signor valigiesogni, evidentemente perso in pensieri tutt’altro che sognanti.
Pausa.
Signora valigiesogni: «Io però non mi sento povera».
Signor valigiesogni: «Neanch’io. Riesco sempre a pagare le tasse».

venerdì 22 aprile 2011

Lessico famigliare

Ho scoperto Natalía Ginzburg grazie a due amiche blogger. Non che prima ignorassi la sua esistenza. Tutt’altro. Lessico famigliare m’ha guardato ripetutamente in diverse librerie nel corso degli anni. Eppure non mi incuriosiva. Prendevo il volume, scorrevo la quarta di copertina e lo rimettevo a posto.
Poi mi sono imbattuta in un paio di post che parlavano della Ginzburg e in uno scambio di opinioni tra Duck e Gabrilu. Ho dovuto acquistare qualcosa dell’autrice immediatamente. Così, sono partita dall’opera più celebre (non è un buon criterio di scelta, lo so; ma stavolta non me ne sono pentita). 
“Non avevo molta voglia di parlare di me. Questa, difatti, non è la mia storia ma piuttosto, pur con vuoti e lacune, la storia della mia famiglia. Nel corso della mia infanzia e adolescenza, mi proponevo sempre di scrivere un libro che raccontasse delle persone che vivevano, allora, intorno a me. Questo è in parte quel libro: ma solo in parte, perché la memoria è labile, e perché i libri tratti dalla realtà non sono spesso che esili barlumi e schegge di quanto abbiamo visto e udito”. 

Basta leggere l’Avvertenza per farsi un’idea del libro nel quale ci si sta per tuffare. Un libro di memorie che, a tratti, sembrano essere irreali. Già la storia di una scrittrice che, originariamente, si chiama Natalía Levi non può che incuriosire. Se poi la scrittrice racconta dell’amicizia con la famiglia Olivetti, delle frequentazioni con Vittorio Foa, di quando Turati si nascose in casa loro e di Cesare Pavese che era solito arrivare mangiando le prime ciliegie, non ti resta altro che pensare “Che tempi! Quanta vitalità in quell’Italia lì”.
Non aveva voglia di parlare di sé Natalia Ginzburg. Ed anche questo sorprende nell’Italia di oggi. Stupisce il modo in cui la Ginzburg racconta, con poche parole, tutti i fatti che la riguardano direttamente. 
“Ci sposammo, Leone ed io; e andammo a vivere nella casa di via Pallamaglio”.
Punto.

“Arrivata a Roma, tirai il fiato e credetti che sarebbe cominciato per noi un tempo felice. Non avevo molti elementi per crederlo ma lo credetti. Avevamo un alloggio nei dintorni di piazza Bologna. Leone dirigeva un giornale clandestino ed era sempre fuori casa. Lo arrestarono, venti giorni dopo il nostro arrivo; e non lo rividi mai più”.
Punto. Nessun sentimentalismo, nessun giro di parole, nessun ciarlare intorno a stati d’animo e sensazioni. Ti sembra quasi stia parlando di qualcun altro, non del suo matrimonio, della sua vita complicata, del suo dolore. E in quelle poche parole è racchiuso tutto ciò che, forse, a tentare di descriverlo, sarebbe andato smarrito.