martedì 22 marzo 2011

Kreativ Blogger Award

A mano a mano che passavano i giorni, prendevo a riconciliarmi con Bartleby. La sua costanza, la sua immunità da ogni sregolatezza, la sua incessante operosità (salvo quando preferiva immergersi in qualche trasognata contemplazione, all’impiedi dietro il suo paravento), la sua grande tranquillità, l’impassibilità del suo contegno in ogni circostanza, lo rendevano un acquisto prezioso. Una sua qualità primaria consisteva in questo: ch’egli era sempre là, primo al mattino, costante durante il giorno, ed ultimo alla sera. Nutrivo una straordinaria fiducia nella sua onestà.

Certo che il paragone con Bartleby lo scrivano di Herman Melville è un po’ azzardato. Ma ultimamente mi sento molto Bartleby o, quantomeno, gioco a fare la Bartleby della situazione. Precisiamo: nacqui con un eccessivo senso del dovere, parte ingombrante del patrimonio genetico ereditato dalla famiglia. Col tempo, però, mi sono migliorata parecchio. Solo che per banali esigenze, tipo condividere l’auto con il signor valigiesogni e quindi organizzare la mia giornata fuori casa anche in base alle sue necessità da stachanovista, il numero di ore che trascorro in ufficio si va dilatando a dismisura. E, allora, in alcune albe stralunate mi vedo, ancora in pigiama, barcollare tra PC e stampante, con una tazzina di caffè in mano, mentre cerco qualche rimasuglio di un biscottino nella cassettiera della scrivania. L’immaginazione che fa capolino nella realtà. Insomma, stamani ero davanti al mio PC, in ufficio, rigorosamente prima dell’orario di lavoro, con caffè (nel bicchierino di plastica) e biscottino e, per tirarmi su, girellavo tra i miei blog preferiti quando, bagliore di luce!, scopro d’essere stata insignita del premio


Premio attribuitomi dalla cara Jacqueline Spaccini, alias Artemide Diana, lei sì scrittrice e blogger, nonché traduttrice, critica d’arte, professora, mamma… insomma, una di quelle persone che ti piacerebbe essere.
Leggo che quando si riceve questo premio si deve...
 1) Trovare 10 blog meritevoli del premio
 2) Avvisare i blog premiati
 3) Raccontare 10 cose di me che non sapete

   
Procedo segnalando qualche blog in ordine sparso:

Craft-duck, il blog di una simpatica papera. Traduttrice, golosa, lettrice appassionata, craftomane.
L’odore buono del faggio, il cui detentore, padre di due ometti deliziosi e marito di un’insolita (così la immagino io, almeno) bibliotecaria, è stato già insignito dello stesso premio ma per un altro blog. E siccome io sono affezionata al blog intimo, quello familiare, lo segnalo.
Gialli e geografie, il blog di Nela San, blogger giallamente ferrata. Visitate il blog e capirete…
Il geniale blog di Giacinta. Musica, immagini e parole.
Guida alle panchine di Milano, per dare uno sguardo anche fuori dall’ufficio.
Idee sparse della pluripremiata Clode.
Corsi e ricorsi… per alimentare la voglia di correre e non solo.
Il laboratorio di critica d’arte e letteratura perchè la Spaccini merita il doppio premio.
Libri di donne perché anche se non l’ho mai detto a Cristina, la casalinga detentrice del blog, passo spesso da quelle parti.
Soffiando via la polvere perché Elena Petulia riesce a farmi sorridere anche in un giorno di pioggia.

10 cose di me che non conoscete (ma magari intuite):

 1 – 4 L’introduzione del post svela già parecchio, quindi parto direttamente dal punto
 5. Adoro pizza e gelato;
 6. Detesto fare shopping in compagnia;
 7. Amo girare tra le viuzze dei paesini, soprattutto alle prime luci della sera quando le voci che trapelano dalle case si mescolano al profumo della cena.
 8. Sono freddolosa.
 9. Odio guidare qualsiasi cosa, anche la bici.
10. Sogno ricorrente: partire.

venerdì 11 marzo 2011

Inquietudine

Sabato scorso, all’imbrunire, un paio di balordi hanno tentato di entrare nel nostro appartamento forzando la finestra della cucina. I due simpatici ometti di scuro vestiti non si son dati neppure la pena di verificare che in casa non ci fosse nessuno. Puntando sulla quantità e non sulla qualità degli appartamenti svaligiati, forti di un proficuo pomeriggio trascorso violando domicili altrui, prima di concludere la serata hanno pensato bene di fare una sosta nel nostro condominio. I signori del primo piano erano fuori casa; noi, invece, eravamo accoccolati sul lettino, ciascuno con il suo libricino tra le mani, la quiete che preclude il giorno di festa, le luci soffuse e la lavatrice che faceva la centrifuga.
Un rumore strano ha interrotto le nostre letture; il tempo di accendere la luce del corridoio e gli acrobati saltellando come in una cartone son volati giù. Ho avuto appena il tempo di vedere due di loro che correvano via lasciandomi incapace di emettere alcun suono. Ho guardato incredula il signor valigiesogni che con in mano un pezzo di legno scardinato dalla finestra continuava a ripetere: «Stavano per entrarci in casa». Solo dopo qualche minuto le mie gambe hanno iniziato a tremare ed ho pensato a cosa sarebbe potuto accadere se ci fossero piombati in camera da letto senza che ce ne accorgessimo. E ho pensato anche a tutte le notti in cui sono rimasta a casa da sola e alla tranquillità con cui, a volte, ho lasciato gli avvolgibili alzati ma le finestre aperte per far passar un po’ d’aria. «Tanto viviamo in un paesino così tranquillo…».
I carabinieri sono arrivati una quarantina di minuti dopo la nostra telefonata. Un po’ troppo, considerando che il Comando dista cento metri da casa nostra. Il povero carabiniere ne sapeva più di noi dato che aveva trascorso il pomeriggio a correre da un appartamento all’altro. «Signora, capisco lo spavento ma si può ritenere fortunata. Questi qui, oggi, hanno portato a casa un bel bottino. Televisori, stereo, gioielli, contanti, in un appartamento hanno sradicato la cassaforte dalla parete. Non erano solo due. Purtroppo noi abbiamo potuto far poco… Non è cattiva volontà ma – abbassa lo sguardo, quasi vergognandosi – loro sono professionisti, noi siamo pochi e senza mezzi. Il territorio è troppo esteso, i furti nelle villette più isolate sono frequenti, e il paese resta scoperto. Poi si verificano periodi come questi, con i furti in pieno giorno nelle zone centrali e noi non sappiamo più cosa fare. Le risorse sono quelle che sono, cercate di capirci…». Chissà perché sento l’eco delle parole del Presidente del Consiglio che da ragazzo sognava di fare il carabiniere. Si sarà reso conto delle condizioni in cui versa l’Arma?
Di tutta questa storia resta l’agitazione nell’aprire la porta di casa ogni sera e un rapido sguardo per verificare che tutto sia in ordine. Resta quell’inquietudine nel vivere la casa. Le luci accese, la radio accesa, il rumore che si sostituisce al silenzio del proprio rifugio. Resta il disagio nell’alzare l’avvolgibile per poggiare la spazzatura sul balcone e la costante sensazione che ci sia qualcuno là fuori. Resta il sonno spezzato, il dormiveglia che sostituisce il riposo. Restano i timori dei vicini, le ipotesi, il luogo comune che “tutti ‘sti stranieri che girano qui intorno”… e tu in quel luogo comune non vuoi caderci ma non puoi nascondere a te stessa che anche tu ci hai pensato.
È crollato il mio teorema: se non possiedi oggetti di valore, vivi sereno e nessuno verrà ad importunarti. Non avevo considerato il fattore “intanto vediamo quello che c’è e per farlo irrompiamo nelle vite altrui”. 
Tra qualche mese mi passerà perché non si può vivere nell’ansia perenne, però è amaro ingoiare questo miscuglio di rabbia e impotenza.

martedì 1 marzo 2011

Roma – Ostia

Ho iniziato a correre da ragazzina. Alle scuole medie, gli insegnanti di quella disciplina che allora si chiamava Educazione fisica (come l’avranno ribattezzata ora?) organizzarono una sorta di competizione tra gli istituti del comprensorio ed io venni reclutata per la corsa campestre. Mi allenai il tanto che bastava per non fare una pessima figura e ricordo che me la cavai egregiamente. Anzi, da allora mi prese la smania di andare a correre durante le vacanze estive. Solo nel periodo universitario, però, la corsa è diventata un’esigenza, il rimedio più efficace per affrontare i periodi stressanti. C’era chi prima di un esame si faceva di tranquillanti ed erbe varie (non scendo nel dettaglio) e chi, come me, indossava pantaloncini e scarpette ed iniziava a correre. Nella fase di nomadismo che ha preceduto questa vita stanziale, ho corso dappertutto: a Chimoio, in Mozambico, e sulle coste danesi, nei quartieri romani e nelle campagne ciociare. Correre per il piacere di correre.
Una domenica ventosa di otto anni fa, su un autobus romano, un ragazzino giocava con una bandierina che pubblicizzava la Roma-Ostia. «Nonno, ma quanto sono lunghi 21 chilometri?».
 «Tantissimi. Devi mangiare tanto e diventare tanto forte per poter correre così a lungo…».

“Va bene la passione, ma una mezza maratona deve essere un sacrificio immane! Bisogna essere un po’ matti per correre così tanto!”
Giuro, pensai proprio questo. Non dissi a me stessa: “Pensa che bel traguardo! Pensa quanta soddisfazione all’arrivo!”. No, pensai semplicemente che bisognava essere fuori di testa per correre Km 21,097.
Poi, non so bene cosa sia accaduto. So che le settimane in cui il lavoro non mi permetteva di andare a correre, perché uscivo troppo presto e tornavo troppo tardi, mi innervosivo come poche altre volte in vita mia. La corsa è diventata sempre più una valvola di sfogo e la palestra, che prima adoravo, si è trasformata in un ripiego per i mesi in cui era troppo complicato gestire l’attività all’aperto. Così è successo che quando l’anno scorso mi è stato proposto di iniziare a gareggiare, ho subito accettato. 
È andata a finire che domenica scorsa ho corso la mia prima mezza maratona. La mia prima Roma – Ostia.
Mentre mi avvicinavo alla griglia di partenza, continuavo a ripetermi che solo una un po’ matta poteva affrontare una mezza con l’allenamento inesistente che ha caratterizzato questi ultimi tre mesi. Ho pensato che era solo un test. Volevo solo correre fino alla fine, non importava il tempo impiegato.
Invece, ho corso sotto le due ore, con ritmo costante e ho perfino aumentato la velocità nei chilometri finali.     
 
Insomma, che devo dirvi? Una bella soddisfazione.

venerdì 11 febbraio 2011

Via del Corno

«Un anno fa anch’io ero più felice. Eppure non sapevo che esisteva Maciste, non sapevo che esistevi tu, e che esisteva via del Corno me lo diceva Bianca, ma io la pensavo una strada come le altre. Non c’ero mai passato prima di allora. Una sera volli venirci apposta, come un passante qualsiasi. Ma non mi fece nessun effetto. Bisogna viverci per capire cosa sia!».
«È una strada piuttosto trascurata» ella disse e, come per sfuggire ad una suggestione ch’ella stesa non sapeva da cosa le nascesse, aggiunse:«con tutto lo spettegolare e la miseria della sua gente!».
Allora egli disse un pensiero non suo, ma ch’egli aveva fatto suo dopo di averlo appreso. Disse: «Ma anche tu ed io siamo della stessa pasta. E ci siamo liberati da tanti loro difetti, chi ci dice che non abbiamo perduto qualcuna delle loro buone qualità? Qualunque cosa accada, anche se davvero andassimo nelle stelle, via del Corno rimarrà sempre dentro di noi. Ma non dubitare: resteremo sulla terra!».

“È una strada piuttosto trascurata”, dev’esser per questa ragione che non ho mai notato via del Corno.  Eppure a Firenze ci son stata diverse volte. Una via laboriosa e vivace, con le donne che ciarlano, i bimbi che si rincorrono, Maciste che lavora nella mascalcia, il sidecar parcheggiato fuori, il Cecchi spazzino che gira per le strade, il Nesi carbonaio, lo Staderini, ciabattino, il Ristori che dall’Albergo Cervia tutto controlla; le ragazze di via del Corno, gli Angeli Custodi, la malinconia dei cui occhi tradisce un passaggio troppo repentino dagli svaghi della fanciullezza alla maturità precocemente raggiunta.

La lanterna dell’Albergo Cervia che si spegne, la luna che illumina le biche della spazzatura e i gatti che vi banchettano.“Ha cantato il gallo del Nesi carbonaio”…

È tutto così Cronache di poveri amanti, l’affresco di una via e di tante vite. Il clima della strada, le voci, i rumori vengono ricreati pagina dopo pagina. Bisogna darsi una scrollata per uscire dalla storia e tornare nella quotidianità. Ma poi, è tanto diversa la quotidianità?

 «Cronache di poveri amanti doveva essere il mio primo libro; fu invece il sesto, riuscii a scriverlo soltanto nel ’46, tutto di filato, come inseguendo i fatti che ormai sembrava si disponessero da soli sulla pagina, dopo che per vent’anni li avevo nutriti di memoria e di fantasia». 
Si avverte questa continuità di scrittura, un romanzo corale in cui non ci sono pause. Una vicenda ti porta nell’altra, le vite che si intrecciano e i personaggi che ti raccontano le loro storie.

“Forse soltanto i muri dormono, la notte, in via del Corno. Le persone no. O soltanto quelle che non hanno pensieri. Ma chi non ha pensieri, in via del Corno? “

Nella Firenze degli anni Venti, la povertà e la fatica dei cornacchiai si mescolano alla passione per la politica, agli umori contrastanti nei confronti di quei cambiamenti che stanno stravolgendo l’Italia. Ascoltiamo la voce del compagno Ugo:

 “Tutti i ricchi e i borghesi sono passati dalla parte dei fascisti, e i preti hanno alzato la tonaca e li benedicono.” Sono forse cose nuove? Ha detto che siamo rimasti in pochi e che il popolo non ha una coscienza di classe sviluppata. Voleva dire che il popolo ha paura dei preti e dei signori? Certo, finché saranno i preti ed i signori a dargli da mangiare!
E, dall’altro lato, i pensieri dello squadrista Osvaldo nella notte dell’Apocalisse:
Aveva immaginato le azioni squadriste accompagnate da canti, da gridi in cui anche gli urli dei feriti erano a solo di gioia, le revolverate mortaretti paesani, e gli squadristi erano ragazzi scalmanati e festosi, nelle nere camicie, col teschio dalla parte del cuore: un portafortuna. Quella corsa veloce e silenziosa nella notte, per i lungarni deserti, ove le luci dei lampioni perdevano d’intensità sotto la luce lunare, gli ricordava invece il cimitero del paese. 
Un romanzo così intenso che si ha paura di poterlo sciupare raccontandolo con parole diverse da quelle di Vasco Pratolini. 
Ora è tempo di lasciare via del Corno e di dirigerci in campagna, verso Greve. 
Spuntava l’alba al di là della vallata e l’aria era fresca e dava loro un nuovo vigore. Incontrarono i calessi,le biciclette , i contadini a piedi nudi ed i pantaloni rimboccati, le contadine  a piedi  nudi con la testa fasciata dalle pezzuole colorate, i carri dei buoi; e passando davanti alle case coloniche, le galline pigolavano nell’aia, i bambini avevano in mano la fetta di pane cosparsa d’olio e sale, le vecchie filavano da secoli con la conocchia, sedute su una sedia fuori delle porte, le donne tiravano l’acqua dal pozzo e si voltavano fermando  la carrucola – e gli asini al bindolo e i buoi aggiogati che tiravano l’aratro e i bifolchi che li aizzavano con la voce, li stimolavano con un giunco. E tutti, vedendoli passare: i bifolchi di sotto il ciglio della strada, le massaie con le mezzine grondanti d’acqua nelle mani, le nonne col loro antichi strumenti come fate superstiti, i bambini togliendosi il moccio col lembo del grembiule, le donne e gli uomini diretti ai campi con gli arnesi sulla spalla e sotto l’ascella, e i ciclisti, i fattori sui biroccini, gli dicevano: «Felice giorno! Felice giorno!».  
Si può commentare una descrizione come questa?

Qui alcune informazioni interessanti su Vasco Pratolini e sulle sue opere.

martedì 1 febbraio 2011

Memorie di famiglia

Arrivare alle soglie dei trentacinque anni con ben quattro nonni in vita è una gran fortuna. Se ci rifletti, hai la consapevolezza di essere un privilegiato, ma sei così avvezzo a sapere che i tuoi nonni sono lì, da sempre, che neppure ti lasci sfiorare dall’idea che, prima o poi, anche loro lasceranno questa terra. Sono persone energiche, ne hanno viste di ogni; mio nonno paterno, a ottantasette anni, parla ancora della campagna in Africa, del referendum per “cacciare il Re”; i miei nonni materni, più cagionevoli di salute, hanno affrontato con il sorriso lunghi ricoveri ospedalieri e malori vari. «Sono così abituati ad entrare e uscire dagli ospedali che la prendono con allegria. Neanche andassero in villeggiatura», scherza mia mamma. Ad un certo punto, ti convinci del fatto che siano immortali.  
Una decina di giorni fa, è venuta a mancare la mia nonna materna. Il cuore aveva iniziato a giocarle brutti scherzi. Risoluta come sempre, ha autorizzato l’intervento per l’applicazione di più bypass (quattro), “perché così non ce la faccio più. Una volta deve essere”. Nessuno si è stupito della sua decisione, così come nessuno si è stupito dalle perfetta riuscita di un intervento tanto delicato sul corpicino gracile di una ottantenne.
Forse quel corpo, però, s’era stancato dell’andirivieni da un ospedale all’altro e il 31 dicembre, sebbene il cuore avesse ripreso a battere e il cervello a funzionare, ha deciso di fermarsi. Fegato e polmoni hanno iniziato a scioperare e si sono aperte le porte della terapia intensiva e, con esse, un inutile accanimento terapeutico che forse è servito solo a prolungare le sue sofferenze e far star male dentro i suoi figli e mio nonno.
 «Compito della Medicina è tentarle tutte, fino alla fine, per cercare di guadagnare qualche giorno in più». Non so come si faccia a pensare che quel mese in più, con un corpo inerme attaccato a così tanti macchinari, sia stato un mese di vita guadagnato.
Mio nonno, a ottantadue anni, per un mese si è seduto nell’auto dei figli, ha percorso duecento chilometri, tra l’andata e il ritorno, per poter accarezzare tutte le sere sua moglie. Indossava guanti, mascherina e camice verde e aspettava pazientemente il suo turno. Mio nonno che ha baciato dolcemente quel corpo privo di vita, che ormai non somigliava più a quello di sua moglie, avvolto in un lenzuolo, chiuso da una targhetta con un numero e l’ora del decesso.
Mio nonno che, fortunatamente, nonostante l’apparecchio acustico sente pochissimo. Così almeno gli sono state risparmiate le offerte di preventivi da parte del personale dell’ospedale che già parlava dei costi delle agenzie funebri quando mia nonna era ancora in vita. Purtroppo non gli è sfuggito il fatto che le sale di commiato di quell’ospedale non sono accessibili al pubblico (a quanto pare), ma se dai una cinquantina d’euro alla “persona giusta” il divieto viene meno. Anzi, se alzi la posta, ti riservano addirittura una cappella. Niente di strano nel vedere “la persona giusta”, un semplice dipendente pubblico, mentre parcheggiava un suv da sessantamila euro o su di lì… Il tornaconto economico non risparmia neppure la morte.

Alcuni ritenevano che mia nonna fosse una donna cattiva, dura di cuore.
Mia nonna era una donna d’altri tempi, ancorata ai suoi valori e alle sue tradizioni, non aveva timore nel professare le sue idee a voce alta e nel difenderle. Profondamente religiosa, non si era fatta intimidire dal parroco della sua chiesa, accusandolo di voler ricavare profitti economici lì dove non c’era nulla su cui lucrare. Avevano finito con il discutere, ma lei non aveva fatto un passo indietro. Sapeva ciò che diceva.
Non aveva battuto ciglio ma so che la notizia del mio matrimonio civile l’aveva addolorata. A modo suo, però, aveva compreso le nostre ragioni e non aveva esitato nel regalarmi una delle coperte del suo corredo. «È colorata, come piacciono a te. L’ho messa sul letto solo il giorno del matrimonio di tua mamma. Sei la prima nipote femmina, la prima a sposarsi, e voglio che la conservi tu, come ricordo di tua nonna».
 Il suo ultimo Natale l’ha trascorso in ospedale, nell’attesa dell’intervento. Da lì ha commissionato l’acquisto del regalo di Natale per i figli e ha chiesto che qualcuno le portasse parte della sua povera pensione, «perché anche se sono qui, è Natale, e i nipoti che vengono a trovarmi si aspettano di ricevere un regalo. Piccolo ma è un pensiero per tutti. In parti uguali».
Cara nonna, se avessimo potuto t’avremmo risparmiato quel mese di inutili sofferenze. Non eri cattiva, avrai solo commesso qualche errore, come noi tutti del resto; eri una donna grintosa dal corpo esile, restia nel manifestare i propri sentimenti ma non per questo priva di cuore. Se chiudo gli occhi, ti vedo col tuo grembiule stretto in vita, affaccendata tra i fornelli e il lavello, e il tuo solito: «Ma non prendi nulla? Dai, almeno un caffè!»
Ciao nonna. 

sabato 22 gennaio 2011

Libri vietati

L’editoriale del numero 881 di Internazionale, in edicola da ieri:
 
“Un giorno qualunque come sabato scorso, 15 gennaio 2011, uno dei più importanti quotidiani italiani conteneva nelle prime 27 pagine, quelle che comprendono la politica, gli esteri, la cronaca e la società, otto notizie in tutto. Una di politica (Ruby), una di economia (Fiat), una di esteri (la Tunisia), tre di cronaca (beatificazione di Wojtyla, malasanità a Palermo, immigrazione a Milano), due di società (guerra ai fannulloni, sacchetti di plastica). Punto. Otto notizie: il giorno prima, in Italia e nel mondo non era successo nient’altro di così importante da meritare di essere raccontato ai lettori. È solo un esempio, perché lo stesso discorso vale per tanti mezzi d’informazione, anche all’estero. La riduzione del numero di notizie, e con loro la riduzione del numero di foto, di immagini, di voci, è un processo legato alla spettacolarizzazione dell’attualità quotidiana ma anche ai tagli nei giornali, nelle agenzie, nelle televisioni. I giornalisti rimasti inseguono tutti le stesse notizie, parlano solo delle stesse persone, raccontano sempre gli stessi paesi. Non che non siano importanti, ma sono diventati gli unici. Il resto del mondo è scomparso dal radar.”
Giovanni De Mauro
 
Chissà perché, ma mi vien da pensare ad un’altra questione accaduta dalle nostre parti in questi giorni, quella del “boicottaggio civile” nei confronti dei libri degli autori che nel 2004 avevano firmato un appello per Cesare Battisti.

L’assessore alla Cultura (sì, ho detto cultura) della provincia di Venezia simpaticamente propone di togliere dalle biblioteche pubbliche un pezzo della letteratura italiana (e non solo) contemporanea (dai Wu Ming a Massimo Carlotto passando per Tabucchi e Pennac). Neanche tre giorni dopo, l'assessore regionale all'Istruzione (sì, ho detto istruzione) riattizza la polemica, invitando «tutte le scuole del Veneto a non adottare, far leggere o conservare nelle biblioteche i testi diseducativi degli autori che hanno firmato l'appello a favore di Cesare Battisti».
 
Loredana Lipperini sta seguendo quotidianamente la vicenda sul suo blog.
Dal canto mio, ho preso l’elenco parziale dei testi diseducativi e ho inserito nuovi titoli nella mia prossima lista della spesa.

Buona lettura a tutti!

giovedì 20 gennaio 2011

Campagna senza tempo - Città moderna

 Mio papà avrebbe tanto desiderato una figlia (femmina), architetto. La femmina arrivò subito, peccato avesse seri problemi nel destreggiarsi con una matita in mano.
Alle scuole medie me la cavavo, senza brillare, nel disegno tecnico ma le ore di disegno artistico mi gettavano nel panico. Ancora oggi, ho difficoltà nel disegnare la casetta con l’alberello.  Non ho dubbi: i miei disegni potrebbero costituire materiale interessante per uno psicologo. Nello sconforto senza prospettive/a delle lezioni di quella che sarebbe dovuta essere “Educazione artistica”, giunsero gli impressionisti. E io pensai che non tutto, in fondo, fosse perduto.
La folgorazione arrivò con Impressione, sole nascente di  Claude Monet; poi fu la volta de I papaveri, tutta la serie delle Ninfee e via dicendo. La scala cromatica, i giochi di luce, le sfumature della natura, i borghi che mutavano al mutare dei raggi del sole. Quella era Arte! Basta con Madonne, Angeli e rappresentazioni dell’Antico Testamento. E fu tutto un acquistare di tele e colori ad olio, tempere e pennelli. Mani impiastricciate e riproduzioni di cipressi, covoni e stagni. Chiaramente, il genio artistico fu una scintilla che si spense rapidamente così come s’era accesa. In compenso, però, le ore di Educazione Artistica seguite al liceo dalle (ahimè, poche) lezioni di Storia dell’Arte divennero così piacevoli da chiedermi come avessi fatto a non appassionarmi a tutto ciò prima.
 
Oggi, c’è la consapevolezza di un’abissale ignoranza in ambito artistico ma anche una certa smania nel visitare mostre più o meno pubblicizzate. Dagli inizi di ottobre a Roma e dintorni  c’è tutto un fermento per l’esposizione “Vincent van Gogh. Campagna senza tempo – Città moderna” presso il Complesso del Vittoriano. Così, domenica  scorsa, il signor valigiesogni ed io ci siam fatti la nostra oretta di coda per ammirare quelli che vengono pubblicizzati come gli "oltre settanta capolavori tra dipinti, acquerelli e opere su carta del maestro olandese, e circa quaranta opere dei grandi artisti che gli furono di ispirazione tra i quali Millet, Pisarro, Cézanne, Gauguin e Seurat".
Qualche informazione qui

Non ho le competenze per poter discettare sul genio di van Gogh e su quanto alcuni acquerelli siano in grado di teletrasportarti nel sud della Francia, tra contadini e paesaggi rurali ottocenteschi. Della vita tormentata di van Gogh avevo una vago ricordo: diciamo che rammentavo solo la vicenda del taglio dell’orecchio. La mostra ha il pregio di far emerge i lati contraddittori della personalità dell’artista: il suo amore per la campagna, come ambiente fisso e immutabile, e il suo legame con la città, centro della vita moderna e del suo rapido movimento; il desiderio di una vita ancorata ai valori veri, sebbene ruvidi, della civiltà rurale che si scontra con l’attrazione per la vivacità culturale di Parigi.    
Forse, se fosse stato realizzato e proiettato un video per raccontare la biografia dell’artista, anziché utilizzare tanti pannelli pieni di parole e disposti in modo un po’ confusionario, si sarebbe creata meno ressa nei ridotti spazi espositivi. 
La mostra è stata prorogata fino al 20 febbraio: ne deduco che ci sia stata una buona affluenza di pubblico. Ottimo. Resta il fatto che reputo eccessivo pagare un biglietto d’ingresso di 12 euro. Qualche riduzione c’è (e noi ne abbiamo usufruito) ma ho pensato alla classica famiglia di quattro persone con adolescenti al seguito. Insomma, spendere una cinquantina d’euro per il solo ingresso, senza considerare neppure l’eventuale supporto dell’audio guida, non mi sembra una politica volta ad incoraggiare la diffusione e la conoscenza dell’arte tra i più.    
Sì, l’anno è iniziato in modo polemico ma, che volete?, con tutto ciò che tocca digerire quotidianamente, è bene non perdere l’abitudine di esprimere il proprio punto di vista. 

mercoledì 5 gennaio 2011

Memorie danesi

“Inga Andersson si chiuse la porta alle spalle e si fermò davanti alla casa pluricentenaria in cui viveva, a due passi dal porto peschereccio di Gilleleje, sulla costa settentrionale dell’isola di Sjælland”.
Primo sussulto: isola di Sjælland. Fino a qualche anno fa, la mia mostruosa ignoranza in geografia mi avrebbe portato a dire: «Boh! Il segreto di Inga è ambientato da qualche parte nel Nord Europa». Oggi, invece, associo subito quel nome a casette colorate, un vento sferzante, i negozietti di ceramica, una lingua incomprensibile, altrimenti detta danese, e ad anomali intercalari costituiti da preoccupanti suoni strozzati. All’inizio pensavo che il mio interlocutore (danese, che con me parlava in inglese) avesse problemi d’asma o che amasse trattenere il fiato di tanto in tanto (magari faceva il sub nel tempo libero). Poi ho capito che quell’esercizio di respirazione altro non era che un modo tutto danese per annuire e mostrare la propria attenzione nei confronti di chi stava spiegando qualcosa.
Troppa confusione, lo so. Faccio un passo indietro.
Nella mia vita precedente, stanca del caos romano, di un lavoro come tanti e di aspirazioni lasciate in un cantuccio, un giorno mi lasciai sedurre da una (a posteriori) poco raccomandabile ONG, mollai tutto e partii per la Danimarca. Così, nel bel mezzo del mese di agosto, lasciai l’afa e il traffico romano e mi ritrovai in una fresca località dell’isola di Sjælland, in the middle of nowhere: Lindersvold. Luogo ameno, caratterizzato dalla pace più assoluta,



 dalla “scuola” che mi ospitava,  










da poche e solitarie fattorie e da piacevoli corse lunghe le spiagge bagnate dall’Østersøe, popolate nella bella stagione (per quanto si possa considerare “bella” l’estate danese) da qualche campeggiatore taciturno. 

In quel periodo, dedita alla raccolta fondi a favore della ONG, vagai per i vari paeselli della Danimarca. Per qualche strana ragione, mi innamorai di Helsingør e della vivacità di Roskilde.    
Pensai che, in fondo, vivere in una città come Copenaghen potesse avere i suoi vantaggi: i caffè del Nyhavn, il vecchio porto di Copenaghen, i negozi dello Strøget, la via dello shopping, le biciclette ovunque, una splendida biblioteca e tante giornate lente. 

 “Cosa bevete? Offro io.”
Nessuno dei due le chiese cosa era successo. Non si usava dalle loro parti. Non ci si immischiava nella vita privata della gente. Si aspettava che ne parlasse da sola, se ne aveva voglia. Non c’era tutta questa fretta.”

Secondo sussulto. C’è chi sostiene che i popoli del Nord siano gelidi e distaccati. Forse. A me quest’assenza di domande inutili dava un piacevole senso di libertà.
 “Il negozio era in una delle vie commerciali più care di Copenaghen, il più lontano possibile dalle librerie – caffè negli scantinati, tipiche degli anni Sessanta. Faceva parte della strategia di Scientology  offrire una facciata più luminosa e distinta possibile. “Cortesia” era la parola d’ordine per i membri della setta che perlustravano le strade in cerca di clienti. La “cortesia”, la “speranza per il futuro” e una “vita nuova e più pura” erano le esche con cui gli interessati venivano attirati nei loro locali spaziosi, luminosi e insonorizzati.”

Il terzo sussulto si trasforma in un sobbalzo.
La prima volta che misi piede nella via principale di Copenaghen, lo Strøget, mi si avvicinò un tizio, probabilmente statunitense, dal volto angelico. «Hi! Have you ever had a stress test?». Credetti di non aver capito la domanda; me la feci ripetere e poi spiegare.
Anch’io ero, allora, una disturbatrice del passeggiatore solitario. Raccogliere fondi per strada implica importunare chiunque e muovere a compassione i signori ben vestiti, con la ventiquattrore e l’aria d’aver bisogno di espiare qualche peccatuccio nel modo più rapido e indolore possibile: aprire il portafogli e donare qualche banconota a chi, forse, saprà trasformarla in una buona azione. O forse no; ma intanto ci si sente sollevati. Perciò, da disturbatrice della quiete altrui, ero piuttosto aperta a conoscere i miei simili. Di solito incontravo i ragazzi dell’Unicef, quelli di Emergency, di Greenpeace e altri gruppetti di ecologisti meno noti. Scientology mai.
Così, incuriosita, seguii l’adepto e mi ritrovai in un edificio tappezzato di poster con la promessa di una felicità futura, foto e statue di tale Ron Hubbard, fondatore di Scientology, libri di dianetica in diverse lingue e grandi sorrisi dappertutto. Esattamente come descritto nel libro di Larsson. Riuscii ad andarmene con una certa difficoltà.
Dopo qualche tempo scoprii che anche la ONG presso cui ero volontaria veniva considerata in Danimarca come una sorta di setta (e, forse, non avevano tutti i torti). Così, divenne semplice liquidare i tizi dall’espressione beata di Scientology con un: “Mi spiace ma appartengo già ad un’altra setta!”, e tirar dritto con un sorriso. 

Dopo la mia parentesi danese, non ho più pensato a quei luoghi né a quelle avventure. Poi, tutt’a un tratto, Björn Larsson, con questo romanzo ambientato tra la Danimarca e la Svezia, mi ha fatto tornar indietro di qualche anno.
Il segreto di Inga, pur non essendo un romanzo appassionante, è una lettura piacevole, a metà strada tra l’avventura, il thriller e il romanzo psicologico.
Il segreto, il perché dei segreti, la necessità di svelare segreti dominano tutto il libro. Poi c’è Inga Andersson, una riservata ricercatrice dell’Università di Lund, esperta in materia di criminalità delle organizzazioni segrete e intenta ad elaborare una teoria dell’uomo che spieghi il perché di scelte e comportamenti.  Chiaramente, anche la nostra Inga nasconde il suo segreto.

Alla fine però, più che la storia in sè, ad avermi catturato sono state le atmosfere del libro, le descrizioni dei luoghi, i dialoghi dei marinai, le voci che mi hanno ricondotto in Danimarca.

giovedì 30 dicembre 2010

I sogni son desideri

Premessa: anziché scrivere questo post sarei potuta andare dall’analista. Ma ancora non ne ho uno, quindi mi sono limitata a riflettere e poi a vuotar il sacco. Insomma, se oggi sei un po’ triste, malinconico e giù di corda, magari fa’ un salto in qualche altro blog amico. Non mi offenderò… Giorni di fine anno: oroscopo per il 2011, elezione di uomini e donne dell’anno, classifiche, bilanci, statistiche… Non vorrei fare nulla di tutto ciò ma, inevitabilmente, in questo giovedì tutto per me, con il cielo azzurro e l’aria pungente, lontana dalle incombenze quotidiane, sollevata dai crucci che ci ricordano la precarietà dell’esistenza, finisco per ripercorrere il 2010, ormai pronto a lasciarci.  
È stato un anno pieno di cambiamenti, decisioni da prendere, cose da fare. Eppure è stato un anno opaco. Ho meditato a lungo stamani su cosa abbia reso meno memorabile questo 2010 rispetto agli anni precedenti; sul perché abbia scritto meno del solito, sull’assenza d’entusiasmo, sul perché sia cambiato il mio modo di affrontare le cose, sul perché di tante mie disaffezioni. Cos’è mancato in un anno apparentemente tanto affaccendato? Ho pensato al blog, al mio nickname e poi ho capito. Chissà perché non me ne sono accorta prima…
Anche in passato ho lamentato il ridotto numero di viaggi e l’esiguo numero di libri letti rispetto alle intenzioni. Ma ci son sempre stati i sogni. Tanti, troppi a sentire chi mi rimproverava d’esser sempre altrove. Il 2010 è stato un anno senza sogni, un anno con i piedi ben piantati in terra, in cui tutte le decisioni sono state prese solo con la testa, perché era meglio così. Concreta come mai ero stata prima. Niente spazio all’immaginazione, alle fantasticherie, ai desideri, alle aspettative. Non mi son presa i miei spazi per pensare e cercare di capire, investita dalla necessità di non perder tempo, di agire, di mettere al primo posto le priorità. Ma come riconoscerle le priorità se ci si lascia travolgere da quelli che vengono comunemente definiti improrogabili doveri?    
 «E perché ammorbarci con un post deprimente proprio nei giorni di festa?», vi chiederete giustamente voi. Perché per prendere sentieri nuovi bisogna lasciar andare la zavorra che ci si porta dietro; perché già l’anno scorso parlai della voglia di vivere con leggerezza, la leggerezza di un pianista che esegue agilmente un pezzo senza alcuna pressione suoi tasti, la leggerezza di Calvino, volta a togliere peso alle figure umane, alle città, alla struttura del racconto. Ecco, quella leggerezza lì nel vivere non c’è stata, ma ho avuto la conferma di quanto sia necessaria.
Un augurio sincero a tutti gli amici che passano da queste parti: che il nuovo anno vi faccia rispolverare vecchi sogni e sfornarne di nuovi. Vi auguro di avere (e saper trovare) più tempo da dedicare a voi stessi, ai vostri pensieri, a ciò che vi appassiona, alle persone che amate. Vi auguro di non dover mai rinunciare ai vostri sogni, grandi o piccoli che siano e, soprattutto, auguro, a chi ha smesso, di ricominciare a sognare, perché una vita senza sogni è una vita insapore.

Buon 2011! 

martedì 21 dicembre 2010

Dublinesque

Ci sono libri che non riescono a prenderti per mano. Non perché siano banali o scontati. Tutt’altro. Ne hai letto recensioni lusinghiere. L’incipit ti ha colpito subito; non puoi non sottolineare un periodo qui e uno là. Eppure non sei preso dalla smania di tuffarti tra le pagine, rubare tempo al lavoro, al sonno, ai doveri quotidiani per tornare alla tua storia. 
La lettura di Dublinesque è stata lenta, tortuosa, faticosa. Però non riuscivo a mettere da parte il libro e rimandarne la lettura a tempi migliori. Strano. Peraltro io sono una di quelle che non hanno alcuno scrupolo nell’interrompere un libro, riporlo e aspettare che sia lui a chiamare di nuovo. Ma questa volta nulla. Avanzavo a stento ma non riuscivo a volgere l’attenzione altrove. Una sorta di tigna tra me e un libro neppure tanto corposo.
“Appartiene alla stirpe ormai sempre più rara degli editori colti, letterari. E assiste tutti i giorni commosso allo spettacolo di come il ramo nobile delsuo lavoro – editori che ancora leggono e che sono sempre stati attratti dalla letteratura – in questo inizio di secolo vada estinguendosi silenziosamente. Due anni fa ha avuto problemi, ma ha saputo chiudere in tempo la casa editrice che, pur avendo raggiunto un notevole prestigio, procedeva tuttavia con sorprendente ostinazione verso il fallimento. In più di trent’anni di parabola indipendente c’è stato di tutto, successi ma anche pesanti sconfitte. La deriva della tappa finale la attribuisce alla sua resistenza a pubblicare libri di storie gotiche alla moda e altre inezie, e in questo modo trascura parte della verità: che non ha mai brillato per il suo talento nella gestione economica e che, inoltre, probabilmente è stato danneggiato dal suo fanatismo smisurato per la letteratura”.
Ora, è chiaro che un'opera che inizia così non la si può abbandonare a metà strada. Specie se il lettore, tra una vicissitudine e l’altra, ha incrociato il mondo dell’editoria e avrebbe tanto desiderato prolungarne la frequentazione. Manuel Riba, protagonista del romanzo (o, forse, co-protagonista, perché i protagonisti veri sono la Letteratura e l’Editoria), è l’editore che ciascun lettore sogna di poter incontrare prima o poi nella vita. 
Uno che "ha sempre ammirato gli scrittori che ogni giorno intraprendono un viaggio verso l’ignoto e tuttavia rimangono tutto il tempo seduti in una stanza. Le porte delle loro camere sono chiuse, non si muovono mai, ciononostante il confino offre loro l’assoluta libertà di essere chiunque vogliano essere, di andare ovunque li portino i loro pensieri. A volte collega questa immagine dei solitari nei loro luoghi di scrittura con quella che è stata l’ossessione di tutta la sua vita: la necessità di catturare un genio, un giovane che fosse molto superiore agli altri e che nella sua stanza viaggiasse meglio di chiunque altro. Gli sarebbe piaciuto scoprirlo e pubblicarlo, ma non l’ha trovato ed è del tutto improbabile che lo trovi ora”.
Un editore che ha trascorso la vita ossessionato dal suo catalogo; uno che si considera tanto lettore quanto editore, uno che “ha rinunciato alla gioventù per cercar l’opera onesta di un catalogo imperfetto; ed ora che tutto è finito gli rimane una sensazione da chi me l’ha fatto fare. Un rimorso aspro durante le notti. Ma nessuno può privarlo dell’aver avuto un desiderio e di aver cercato di realizzarlo”. 
Una velata accusa verso un’editoria che ha sempre meno il coraggio di rischiare. Si pubblica ciò che presumibilmente venderà. Poco conta la qualità dell’opera perché i lettori, si sa, sono un po’ ottusi. È come con la televisione: i lettori, come i telespettatori, hanno bisogno di distrarsi mica di capire, approfondire, pensare.
In Dublinesque c’è lo spettro dell’editoria digitale che fagocita il libro; c’è Google che risucchia il lettore; c’è il bestseller che offusca la Letteratura. In Dublinesque si aggirano le più disparate presenze: fantasmi di scrittori, protagonisti di celebri romanzi, autori sognati e mai incontrati, amori finiti…
E poi c’è una malinconia di sottofondo e un senso di incomprensione, di sfuggevolezza, che ti accompagnano fino alla fine. 
Succede quindi che, nonostante una certa difficoltà di lettura, Enrique Vila-Matas ti costringe a terminare il suo Dublinesque, a farti tornare sui capoversi sottolineati, a farti cercare le opere citate e a farti aggiungere almeno un paio di titoli a lui riconducibili nella tua wish list per le prossime letture. 
Niente male per un libro che non è riuscito a prenderti per mano.