mercoledì 16 dicembre 2009

Solo una monetina...

Io, questa insofferenza, questo senso di fastidio verso lo straniero, nei confronti di chi è diverso da noi, italiani, proprio non lo capisco. Questa diffidenza e questa paura di guardare negli occhi chi è arrivato nel nostro paese a seguito di chissà quali peripezie non riesco proprio a comprenderla. Non la comprendo ma…
Prendo la metro e alla fermata successiva sale un signore sulla cinquantina forse, ma forse anche meno, o più. Una di quelle facce senza tempo, che aveva le borse sotto gli occhi già alla nascita. Forse è afgano. Saluta tutti in un italiano strascicato e poi chiede di seguirlo, seguirlo attentamente. E inizia a fare un gioco di prestigio, ingoiando palline e risputando asticelle, mescolando le carte e tirando fuori colombe di stoffa. Il tutto descritto in inglese. Augura buon Natale e passa tra la gente con il suo bicchiere del McDonald’s per la raccolta di qualche spicciolo. La gente brontola.
Scendo dalla metro e aspetto per attraversare. Un automobilista prende a brutte parole una zingara che continua a stargli attaccata al finestrino nonostante sia scattato il verde e i clacson suonino dietro di lui. Ingrana la marcia con rabbia mentre la donna va all’attacco nella corsia opposta. Intanto, sull’uscio del supermercato, un bimbetto di tre/quattro anni con una vaschetta di Nutella tra le mani e il visetto tutto sporco chiede spiccioli ai clienti e lancia sguardi alla donna sulla strada. Sarà la mamma, la zia, la nonna. Qualcuno che, comunque, a fine giornata, gli strapperà dalle mani quel bicchiere del McDonald’s e forse non gli laverà neppure il viso.

Sbrigo le mie cose e un’oretta dopo riprendo la metro. Questa volta sale un violinista. Anche lui senza età, anche lui sudicio, anche lui con un italiano stentato e una musica tristemente stonata. Scendo e tra le vetrine addobbate che invitano allo shopping natalizio vengo fermata dai ragazzi senegalesi. Cercano di rifilarmi elefantini, fiabe africane e numeri di Terre di mezzo. E io lo so che sono ragazzi in gamba ma li evito a brutto modo, scagliandogli contro un «Non ho tempo», senza provare lì per lì alcun rimorso.
Prendo solo vie secondarie, porto a termine la missione della giornata e torno verso la stazione Termini. È un percorso a ostacoli tra ragazzi che distribuiscono volantini di tutti i generi, banchetti per una “firma contro la droga, sostieni la nostra comunità”, “signora, qualche monetina per favore” e un gruppo di dialogatori/fundraiser di fronte ai binari che chiedono il supporto per non so neppure quale disperata causa.
Sono tornata a casa esausta. Inferocita contro quella mamma che, in una gelida giornata di dicembre, teneva lì, davanti alle porte di un supermercato, un piccolo che ancora non sa cosa significhi “amore”. Arrabbiata verso tutte le associazioni del mondo che a Natale spuntano in tutti gli angoli della strada per ricordarti quanto tu sia fortunata e debba almeno fare una piccola donazione per meritare anche quest’anno la tua fetta di pandoro. Arrabbiata contro tutti i disgraziati della terra che in questo periodo ti guardano con occhi ancora più supplichevoli, facendoti pesare il tuo silenzio con un “buone feste e felice Natale”. Furibonda contro un mondo ingiusto, la povertà, i maltrattamenti, le guerre. Furiosa contro me stessa che parlo tanto di tolleranza, comprensione, atteggiamento diverso, solidarietà e poi non ce la faccio. Non ce la faccio a guardare il mendicante negli occhi, non ce la faccio a guardare tante mani tese, non ce la faccio a comprendere ciò che accade per la strada e finisco per fare come gli altri. Volgo lo sguardo altrove e tiro dritto. Poi, al sicuro delle mie quattro mura, mi vergogno per la mia vigliaccheria.
 

giovedì 10 dicembre 2009

Natale, tempo di libri

Esco dalla biblioteca. Cerco di organizzare mentalmente gli impegni dei prossimi giorni. Il cielo è limpido e gli occhi c’impiegano un po’ ad abituarsi a questo freddo sole invernale. Di fronte a me un tizio con una telecamera. Mi guardo intorno per capire cosa stiano girando.
«Ciao!», esclama un tipo avvicinandosi con uno spolverino-cattura-polvere simile a quelli pubblicizzati da MediaShopping. S’avvicina pure il tale con la telecamera. «Sai che è appena uscito il libro della D’Addario?».
Nella mia testa, in rapida successione, si fanno spazio i seguenti pensieri: «Di chi? Ohibò, quel coso è un microfono… D’Addario? Eppure ‘sto nome l’ho già sentito…».
Insomma, l’associazione D’Addario – libro non è proprio immediata.
Cerco di cancellare lo sguardo disorientato, stile occhio (singolo) di sogliola sulle confezioni surgelate della Coop, e blatero un «Embè?». Il tipo mi avvicina minacciosamente lo spolverino e sbircia nella bustina della Feltrinelli che ho in mano.
Sfido io che hanno fermato me: appostati davanti alla biblioteca, vedono una che esce dal suddetto luogo con l’aggravante della busta della Feltrinelli…
Lo sconosciuto continua a fissarmi con la faccia a punto interrogativo. «Non è esattamente il mio genere…», mormoro.
Poco soddisfatto dalla risposta laconica, il tipo legge uno stralcio dalla quarta del libro. Pare che l’unica in grado di poterci raccontare tutta la verità sulla vicenda delle escort e del Presidente sia la D’Addario (ma dddai??). E l’unica occasione che abbiamo noi poveri italiani per scoprire tutta la verità, niente altro che la verità, sia acquistare il libro. «Ma cosa ne pensi di tutta questa vicenda?».
«E tu che razza di domande fai alla gente?», mi verrebbe da chiedere. E sì che di robe da dire ce ne sarebbero tante, ma accade un fatto strano. È che ci si scopre impreparati, colti di sorpresa da quel microfono e da quella telecamera che ti scruta, e finisci per blaterare due cose, le prime parole banali che ti passano accanto. Che sei stanco di sentire la solita solfa, che sei nauseato da tutta questa situazione e che, alla fin fine, la D’Addario ha approfittato del suo momento di visibilità e ci sta speculando su. Il tipo mi guarda con gli occhi di chi la sa lunga. «E no, non sono un’elettrice del PdL, se era questa la domanda successiva».
Sorrisone da pubblicità di un nuovo dentifricio sbiancante: «Grazie, sei stata veramente molto disponibile».
Sì. Vado via con un inquietante interrogativo: cosa regaleresti al tuo peggior nemico per Natale? Il libro della D’Addario o quello di Vespa? Non c’è limite al peggio.

mercoledì 25 novembre 2009

L'Avvento

Premessa. La TV a casa nostra non si vede granché. Fino a pochi giorni fa, un vecchissimo televisore, di quelli che puoi tranquillamente piazzare sul frigorifero tanto è piccino e leggero, rispondeva perfettamente alle nostre esigenze. Va be’, le immagini erano un po’ sfocate ma dipendeva dall’assenza dell’antenna. Comunque, per veder la Rai non ne avevamo bisogno. Quindi Report, Che tempo che fa, qualche volta Le Storie, interessante programma condotto da Augias, e Ballarò erano garantiti. Raramente ci lasciavamo ingoiare dal divano della sala per accendere il televisore dal megaschermo, con ancora attaccato l’adesivo del Digitale terrestre, che mio marito, in uno dei suoi rari attimi di follia, ha acquistato un paio d’anni fa.
I fatti. Gli abitanti della regione Lazio da mesi non fanno che sentir parlare dell’avvento del Digitale terrestre, di quanto migliorerà la nostra vita grazie ad una scatoletta chiamata decoder e del fatto che i benefici saranno tali che, poco importa se toccherà sborsare una cinquantina d’euro per un decoder decente, e altre decine d’euro per il possibile intervento del tecnico per la sintonizzazione dei canali e ancora un altro centinaio d’euro per l’intervento dell’antennista perché potrebbero saltare alcune frequenze… Poco importa se tutto questo dovesse accadere perché i vantaggi saranno tali da farci ringraziare quotidianamente il dio delle telecomunicazioni per averci aperto questo mondo.
A maggio, i miei nonni ultraottantenni sono entrati nel panico, temendo di dover dire addio a Jerry Scotti. Poi la mia mamma gli ha fatto notare che l’Avvento avrebbe riguardato prima la capitale e, solo a novembre, la restante parte del Lazio. E poi, data l’età e il basso reddito, avrebbero potuto usufruire del bonus di 50 euro, più che sufficienti per acquistare un buon decoder. Già, peccato che per potersene avvalere bisogna spenderne almeno 80. Così quei 30 euro (il costo minimo dei decoder in circolazione) gli anziani con basso reddito devono comunque sborsarli.
Ai primi di settembre l’ansia è salita. All’inizio o alla fine della trasmissione preferita, un banner rosso segnalava che dal 16 novembre al 30 il Miracolo si sarebbe completato. Non c’era Tg che non parlasse di questo. Poi, per fortuna, il caso Marrazzo ha avuto la meglio per qualche giorno sulla faccenda del Digitale e, anche noi, abbiamo avuto un attimo di tregua (sigh!).
Sabato 14 novembre alla Coop i due terzi dei carrelli con cui ci si scontrava proteggevano la magica scatoletta. Lo spazio riservato ai decoder e ai televisori era maggiore di quello riservato all’intero reparto gastronomia. Mio marito ed io decidiamo di rinunciare al vecchio amato minitelevisore e di cominciare a usare più spesso l’altro. È troppo ingombrante per poter stare nella nostra microcucina, ci toccherà cambiare un po’ le abitudini ma pace! Noi il decoder non lo compriamo.
Conclusioni. Mentre la radio riconquistava il potere in cucina, mio marito ha iniziato a giocare con il telecomando del televisore figo in sala, selezionando la modalità digitale, sintonizzando e risintonizzando i canali. Poi ha iniziato ad innervosirsi, quindi a smadonnare. Alla fine si è rassegnato a non vedere la Rai. Già, l’unico canale che prima vedevamo addirittura senza antenna è stato ingoiato dal Digitale.
Le reti Mediaset però si vedono a meraviglia!

domenica 22 novembre 2009

Le regole

L’ultima pagina di “Internazionale” riporta alcune delle vignette più ironiche pubblicate sui principali giornali di tutto il mondo. Mi cade l’occhio sul trafiletto a fondo pagina.
Le regole. Compiere quarant’anni.

Io, approssimando per difetto, sono più vicina ai trenta, ma è meglio essere preparati. Il punto 5 afferma: “Si dice che ognuno nella vita dovrebbe fare tre cose: scrivere un libro, fare un figlio e piantare un albero”.
Mmm… forse è meglio partire dall’albero.

giovedì 5 novembre 2009

Avrei preferenza di no

[…] lo chiamai, spiegando in fretta cosa desiderassi da lui, ovvero, che esaminasse con me un breve documento. Immaginate la mia sorpresa, meglio, la mia costernazione, quando, senza muoversi dal suo privato, Bartleby con voce singolarmente mite, ma ferma, replicò: “Avrei preferenza di no.”
Rimasi per qualche istante seduto in perfetto silenzio, cercando di riavermi dallo sbigottimento che m’aveva preso. […]

Herman Melville, Bartleby lo scrivano, trad. di G. Celati

Ecco piacerebbe anche a me, giusto per un giorno, un giorno solo, seguire l’esempio dello scrivano di Melville. Fosse altro per osservare la reazione di chi si trova di fronte ad un «Avrei preferenza di no».
«Biglietto, prego». Con lo stesso volto composto e gli occhi miti di Bartleby, guarderei il controllore e: « Avrei preferenza di no», risponderei. Forse il controllore farebbe finta di niente e penserebbe ad una nuova forma di protesta contro ritardi e sporcizia dei treni. O forse mi guarderebbe turbato.
«Può terminare questa pratica, per favore?», ovvio che se è il capoufficio a formulare la domanda, la risposta è una pura formalità. Invece, a sorpresa: «Avrei preferenza di no». A stento riesco ad immaginare l’espressione impietrita dal datore di lavoro. E quanto sarebbe piacevole pronunciare tanti «Avrei preferenza di no» di fronte a quelle che sono le incombenze quotidiane, quelle piccole cose che siamo così abituati a sbrigare da non renderci neppure più conto di quanti doveri soffocano le nostre giornate.

In verità, il comico atteggiamento di Bartleby ci strappa un sorriso amaro perché dietro i suoi gesti lenti, la sua imperturbabilità, i suoi silenzi si nasconde il suo rifiuto per il mondo, per le inutili pressioni a cui si è sottoposti continuamente. Il silenzio di Bartleby rappresenta il diniego verso l’impegno, la necessità di correre, fare fare, quando invece si ha bisogno di così poco spazio e così poche cose per poter vivere. Un rifituo che può spingere a commettere gesti estremi.
O forse Melville aveva in mente tutt’altro mentre scriveva quello che tra i suoi racconti è certamente il più celebre nonché quello che, ancora oggi, ci fa tanto riflettere.

martedì 13 ottobre 2009

Rematori

“Uscendo da quel parco, la corrente della Vivonne riprende slancio. Quante volte ho visto, e desiderato di imitare quando fossi stato libero di vivere a modo mio, un rematore che, abbandonato il remo, s’era sdraiato quant’era lungo sulla schiena, abbandonando la testa sul fondo della barca, e mentre lasciava che questa galleggiasse alla deriva, mentre vedeva il cielo, e nient’altro, sfilare lentamente sopra di lui, mostrava in volto l’espressione di chi pregusta la felicità e la pace!”

M. Proust, Dalla parte di Swann, traduzione di G. Raboni

Ho sempre associato il piacere della libertà ad una lunga corsa nel verde, col cielo azzurro e l’aria pungente, o a una passeggiata in montagna, senza orologio. Eppure, in questa serata d’autunno, con la pioggia che batte ritmicamente sui vetri e la coscienza che borbotta: «Ci sarebbe da fare questo, questo e quest’altro ancora, e tu, che fai? Te ne stai lì a leggere! Irresponsabile…», penso a quanto vorrei esser quel rematore. Mi sdraierei nella barca, annegherei la coscienza, e lascerei i miei pensieri liberi di seguire la corrente. 

lunedì 5 ottobre 2009

C'è profumo d'autunno nell'aria

Il cielo è azzurrissimo. Spengo il computer, mi cambio rapidamente, scarpette da corsa ed esco. La schiena si srotola, le gambe si distendono, il corpo si sveglia dal torpore, in cui era stato costretto, ricominciando a dar segni di vita.
Il sole di mezzogiorno mi stordisce. Mentalmente torno al calendario per poter collocare questa giornata nel rettangolino giusto. Il calore sulla pelle non collima con una giorno di fine settembre. Zaaannn!! Il profumo del mosto mi sbatte contro. Qualcuno da queste parti ha già raccolto l’uva e si prepara per la vendemmia.
Allora non ci si può sbagliare: nonostante il cielo azzurro e l’aria calda, siamo inequivocabilmente in autunno. Perché per me, sin da piccina, l’arrivo dell’autunno ha sempre coinciso con la raccolta dell’uva. Ma sì!, poco importava se, per le bizze del tempo, la raccolta cominciava alla fine di agosto o, al contrario, all’inizio d’ottobre. A me bastava sentire quel profumo dolciastro, che ti inebria e ti si appiccica addosso, per sapere che l’estate era già alle spalle. Lo si capiva dallo sguardo eccitato di mio nonno che presidiava la cantina per giorni, lavando il tino, spostando damigiane, travasando liquidi da un contenitore all’altro. Io lo guardavo incuriosita, cercando di carpire l’ingrediente segreto che rendeva il suo vino migliore di quello dei nostri vicini. Le scarpe che facevano “ciaf ciaf” sul pavimento e lui che pronunciava tra sé e sé frasi incomprensibili. Il mistero della vendemmia.
Poi, le volte che m’è capitato d’andar a raccogliere l’uva nel Chianti (gli studenti universitari amano i lavori stagionali), la magia della vendemmia è scomparsa. Filari interminabili, un gran mal di schiena, l’insopportabile peso degli stivali a fine giornata. Ed ho iniziato a comprendere la ragione per cui mio padre s’è sempre tenuto alla larga dalla vigna di famiglia. Fortuna che a portare avanti le tradizioni ci pensa il fratello ma «Eh! Apprezzo l’impegno ma il vino buono non ti riesce proprio di farlo!...», non fa che ripetere il mio energico nonno ottantaseienne di fronte alle bottiglie di rosso, orgogliosamente ostentate da mio zio.
Il vino prodotto dallo zio, in fondo, non è tanto malvagio, eppure manca quel qualcosa… Forse bisognerebbe pronunciare la formuletta magica nota solo al nonno.
Ad ogni modo, qui si vendemmia. È arrivato l’autunno.  

sabato 26 settembre 2009

Biblioteche

Per un periodo della mia vita ho trascorso intere giornate in biblioteca. Ma, allora, ero una studentessa universitaria e la biblioteca non era il luogo in cui scoprire pagine un po’ ingiallite, edizioni vecchie ormai fuori catalogo e introvabili in libreria. Era solo il posto in cui studiare tra una lezione e l’altra, il luogo in cui cercare la concentrazione in quei giorni in cui proprio non t’andava. Non era neppure LA biblioteca. Era “il circolo giuridico” (appartenente alla facoltà di giurisprudenza. Di fatto, il luogo preferito per rimorchiare), “la cripta” (la biblioteca della Facoltà di Economia, ricavata all’interno della Cripta di San Francesco), la  Biblioteca comunale degli Intronati. Disseminate qua e là, in quel di Siena, c’erano poi altri spazi in cui poter leggere, studiare, chiedere in prestito libri ma, una volta affezionatisi a certe facce e ad un certo tavolo, ci si sentiva a casa, e raramente si andava alla scoperta di un’altra biblioteca.
Ad Arpino, mio paesello natio, i libri non hanno mai trovato pace. Sono state scelte sempre strutture fatiscenti: vecchi palazzi nobiliari dagli affreschi bellissimi, chiese sconsacrate, musei. Tutti luoghi splendidi ma pronti a vacillare alla prima scossa di terremoto, ad allagarsi alle prime piogge autunnali,  a dare spazio a mostre ed eventi vari, cacciando via i poveri libri.
Anche le strutture che ospitano le Biblioteche del Comune di Roma non sono tra le più sicure. A volte, restano chiuse anni per interventi di ristrutturazione che sembrano non dover più finire ma, in generale, offrono ottimi servizi e sono efficienti. In quelle del centro, però, c’è sempre tanta gente, telefonini che vibrano, fanciulle dai profumi troppo intensi, un bisbigliare che dopo un po’ diventa un ronzio fastidioso e ne esci irritato.
La biblioteca di Segni, invece, il paesello che gentilmente mi ospita, è silenziosa ed accogliente. Non ci sono cataloghi on line né sistemi di ricerca veloci. Sei costretto a girellare tra i volumi, estrarli, sfogliarli, annusarli, dimenticando così qual era il libro che stavi cercando. E quando t’imbatti in mucchietti di libri, poggiati provvisoriamente su una scala, su uno sgabello, sul davanzale della finestra, in attesa di trovare una sistemazione più consona, non puoi resistere alla tentazione di curiosare. Per rendere la tua ricerca più veloce, potresti semplicemente chieder aiuto alla bibliotecaria, una signora dolce, dallo sguardo mite, con la voce che è un sussurro e gli occhi sempre alla ricerca di qualcosa. Non è di quelle che si lamentano perché c’è bisogno di più spazi e più personale. No, lei è di quelle che consigliano i libri imperdibili e che ti chiedono se t’è piaciuto il libro che hai appena restituito; lei si ricorda ancora di te anche se t’ha visto una sola volta mesi e mesi fa. E leggere diventa ancora più bello.

venerdì 4 settembre 2009

Sulla via del ritorno

Montaione. Bah! Eppure la Toscana un po’ la conosco ma questo paesello non l’ho mai sentito nominare. Il navigatore sostiene che ci siamo quasi: ancora dieci minuti e “avrà raggiunto la sua meta”.
Siamo nel bel mezzo della campagna toscana, tra Firenze e Pisa. Il marito-orsetto ha pensato di rendere il rientro più soft con una breve sosta nell’agriturismo di un suo amico/coinquilino dei tempi dell’università. Ed io, ovviamente, non mi sono tirata indietro. Non è che abbia tutta ‘sta voglia di tornare al tran tran quotidiano. E poi, è maleducazione rifiutare una sosta in Toscana. 
Incontriamo solo auto con targa tedesca. Perfino quando imbocchiamo la viuzza in discesa che segnala “Soiano”, l’agriturismo di Tiberio, troviamo parcheggiate qua è là solo auto provenienti dalla Germania. Che ci faranno così tanti tedeschi nel mezzo del nulla toscano poi?...
Il cancello si apre e spunta Tibo. Calzone corto, torso nudo, pizzetto spavaldo ed il solito sorriso beffardo.
«Dio bono! Ce n’avete messo di tempo!». Perché un ligure aspiri la “c” e continui a ripetere “noi di Firenze” è un mistero ancora da svelare.
«Oh via, si va’ a fa’ un giro», e ci carica su un fuoristrada da campagna, come dice lui, per mostrarci i filari nuovi di zecca che aumenteranno la produzione vinicola. Tibo è fiero della sua azienda, nata appena tre anni fa, e gioca a fare il contadino navigato, dimenticando che ha appena 33 anni e che non è trascorso tanto tempo da quando inveiva contro “quel professore bastardo che proprio non mi voleva fa’ passà l’esame”. 
Il marito orsetto ci dà dentro con le domande tecniche: partono percentuali, tipi di coltura applicati, caratteristiche del terreno, dell’uva, delle olive. Dal canto mio, non vedo l’ora di scendere da quel fuoristrada infernale, sballottolata a destra e manca. Ma non mi lascio sfuggir il benché minimo lamento: non voglio fare la figura della donnina che urla di fronte alla prima sterzata brusca e alla guida spericolata di chi sta palesemente tentando di farti rizzare i capelli. 
Scesa dalle montagne russe, guardo il cielo diventare sempre più rosso, i poggi sempre più sfumati, i filari sempre più lontani. Intanto il vento mescola il profumo della lavanda a quello della terra, i suoni indecifrabili dei bimbi tedeschi si spostano dalla piscina al casale e penso che, in fondo in fondo, la scelta di Tiberio non è stata poi tanto sconsiderata.

Giorni di montagna

Mercoledì, 26 agosto

È una di quelle notti in cui il cielo è più immenso, le stelle sono più luminose, il silenzio sussurra frasi dolci che parlano di serenità, di un domani diverso. È una di quelle notti in cui trattieni il fiato per non disturbare la voce della natura che ti circonda.
Il vociare allegro della cena a quota 1500 metri, nel Rifugio Croz dell’Altissimo, si è dissolto mentre scendevamo a valle. Una fila ordinata di persone; ciascuno con la propria torcia; ciascuno attento a non scivolare su quel sentiero ghiaioso; ciascuno immerso nei propri pensieri. Il rumore dell’acqua; una ventina di persone ferme di fronte ad una cascatella. È solo acqua, sotto un cielo stellato, nel silenzio dei boschi. Eppure restiamo tutti lì, immobili, cercando di fermare quell’istante. Cerchiamo di farlo nostro per poi poterci rifugiare nuovamente lì, quando saremo travolti dal caos cittadino.

Giovedì, 27 agosto


Immersa in un paesaggio lunare, mi chiedo quando spunterà il rifugio Pedrotti. La scalata verso l’alto è meno insidiosa quando la nebbia avvolge tutto ciò che ti circonda.











Camminiamo dalle nove di stamani, gli scarponi iniziano ad essere pesanti, l’aria rarefatta e, nonostante lo sforzo fisico, inizio ad avere la pelle d’oca. Insomma, io sono un’orsetta marsicana, di quelle che bazzicano nel Parco Nazionale d’Abruzzo. Mica sono abituata io a vedere, nel bel mezzo del mese di agosto, strati di neve congelata che giacciono lì da chissà quanto tempo. Un po’ di comprensione per favore! Il marito orsetto, invece, che ha il coraggio di sudare anche quassù, mi guarda con aria compassionevole.
Un miraggio: dev’essere quella casetta là! 

















Ma le indicazioni spengono il mio entusiasmo. Un cane abbaia in qualche posto lassù. L’eco non fa capire quanto su… Il pancino inizia a brontolare e… sì, sì! Stavolta è lui!















Mentre mangiamo qualcosa, il cielo si apre e il Brenta si staglia davanti ai nostri occhi. Le cose belle non si ottengono mai facilmente; bisogna sapersele sudare. Altrochè se ne valeva la pena!


C’incamminiamo verso il Passo Ceda. Il sentiero non è ben segnalato, il cielo è incerto, la stanchezza si fa sentire. Dopo un’oretta di cammino, da buona capa spedizione di un gruppo di due persone (mio marito ed io), mi fermo di fronte alla famosa ferrata menzionata da Paolo, il già citato albergatore-guida. «È un percorso splendido. Un po’ lungo ma con poche difficoltà. C’è giusto una ferratina… Niente di chè: la fate senza problemi». Ora, gente, fino a dieci giorni fa, io neppure avevo idea di cosa fosse una ferrata e, sinceramente, il fatto di trovarmi davanti ad un non sentiero, aggrappata ad una corda di ferro vacillante, sebbene solo per pochi metri, con lo strapiombo sotto, non è che mi riempia il cuore di gioia. «È che tu non sai usare bene la corda», sentenzia il marito orsetto che ha già preso in mano la situazione, mostrandomi come procedere. Avrà indubbiamente ragione lui ma, come dire, paralizzata da un secondo di terrore, la teoria è precipitata nel vuoto e le sue rassicuranti parole si perdono nell’aria. Un po’ vacillando, un po’ imprecando, ce la faccio anch’io. E torna l’euforia di chi, un po’, si sta mettendo alla prova. (Sì!, sono proprio brava!)

Ma il percorso è davvero lungo e nonostante il paesaggio splendido, fiorellini mai visti prima e compagni di viaggio inattesi, nell’ultimo tratto che ci separa dall’albergo, sogno solo di potermi finalmente sfilare gli scarponi.
Mai cena è stata più deliziosa di quella divorata stasera. 

Venerdì, 28 agosto


L’orsetta marsicana si sente ormai completamente a suo agio tra le cime dolomitiche e non la smette di zompettare nel verde intonando «Holalà hiii, hoolalàà hii…» Poco distante, il marito orsetto la guarda scuotendo la testa e borbottando «È fatta così! Che ci posso fare?». Ma, in fondo in fondo, se la sta godendo anche lui, dimentico delle grane della quotidianità.


Nota a margine
Qualora immagini e parole vi avessero invogliato a prendere scarponi e bastoncini e partire alla volta di questi sentieri, vi consiglio di cuore l’Alpotel Venezia di Molveno (www.alpotel.it), piacevole alberghetto a conduzione familiare. Eccellente rapporto qualità – prezzo e una cucina deliziosa (lo strudel, che goduria!). Si è in albergo ma ci si sente a casa propria grazie alle attenzioni della signora Renata, gli aneddoti, i suggerimenti, il desiderio di guidarti alla scoperta della montagna del signor Paolo e l’allegria dei figli. Impossibile trovare delle pecche.