martedì 26 luglio 2011

Bibliodiversità?

E così, alla fine, è stata approvata la legge Levi sul prezzo del libro. 
Riepiloghiamo: la legge limita al 15% lo sconto che le librerie, comprese quelle on line, possono fare ai propri clienti e vieta alle librerie di fare delle promozioni sui loro stock, tranne situazioni particolari (libri pubblicati da più di venti mesi e che non siano stati movimentati da sei mesi, o una cosa del genere).
Le promozioni possono essere proposte solo dagli editori, che sono tenuti a offrirle con le stesse condizioni a tutte le librerie, incluse le più piccine. Le promozioni fatte dagli editori, inoltre, non sono permesse durante il mese di dicembre, non possono essere ripetute nell’arco dell’anno solare e non possono superare lo sconto del 25%.
Dai vari articoli dei quotidiani ho poi appreso che una legge sul libro in Italia era fondamentale per ridurre lo squilibrio fra grandi gruppi editoriali – quelli in grado di fare promozioni – e l’editoria indipendente. Che così facendo verrà garantita la massima pluralità di produzione (case editrici) e capillarità di diffusione (librerie indipendenti, edicole, grande distribuzione). Insomma, quasi tutti parlano di maggiore circolazione delle idee e della garanzia della bibliodiversità. 
Bene.
Dopodiché leggo che alcuni piccoli editori non sono affatto a favore di questa legge, anzi…
E mi fermo a riflettere sull’intera faccenda:

    1. Poiché il libro non è, nel medio termine, un bene deperibile, “da consumare preferibilmente entro il…”, non vedo la necessità di svendere il prodotto prima che vada a male. Se il prezzo di copertina fosse equo, la promozione periodica sarebbe inutile.

    2. Poiché il libro, così come definito dal legislatore, è un bene fondamentale per la cultura, non dovrebbe passar di moda, quindi non dovrebbe essere soggetto a saldi come gli shorts che, magari, il prossimo anno saranno out.

   3. Riprendendo il punto 1, se il prezzo di copertina del libro fosse un importo adeguato, aspetteremmo tutti il 35% di sconto che ci regala Amazon?

    4. Osservazione banale: poiché nel mercato del libro, in termini economici, la distribuzione incide non poco, perché non “garantire” un prezzo più basso a chi acquista direttamente dall’editore? «Perché così verrebbero danneggiati i distributori e le librerie», mi risponderete voi. Può darsi. Però potrebbe essere una boccata d’ossigeno per il piccolo editore che pubblica opere di qualità.

    5. Osservazione ancora più banale: ma siamo sicuri che una legge del genere sia davvero utile? E se la libreria on line o i grandi gruppi editoriali moltiplicassero i già numerosi buoni per gli acquisti successivi o dessero la possibilità di scegliere un libro in regalo, che so io, per ogni acquisto superiore ad un importo x? In fondo sarebbe un regalo, mica una promozione!    
Non so, è che certi interventi normativi non mi convincono. 
Confessione finale: io compro anche su Amazon. Ecco, l’ho detto. Ora qualcuno smetterà di rivolgermi la parola per questo, ma io non mi sento minimamente in colpa.
Acquisto su Amazon così come acquisto direttamente dalla casa editrice o dalla libreria. Acquisto molti libri in più di quelli che riesco a leggere e forse questa legge aiuterà a moderare la mia smania di possesso. Leggo che Marco Polillo, editore, scrittore e Presidente dell’Associazione Italiana Editori, mostra grande soddisfazione per una legge che aiuterà le librerie indipendenti a non naufragare e ridarà il giusto posto al libraio.
Il libraio. La verità è che il libraio per passione, quello che ti consiglia cosa leggere, quello che non segue le leggi dettate dal mercato, quello che è lì, in quel mondo costruito a sua immagine e somiglianza, io non l’ho mai incontrato.
Per ragioni logistico-territoriali non ho mai avuto una libreria di riferimento. Da piccola, nel mio paesello c’erano solo cartolibrerie o edicole che vendevano anche libri, ma bisognava ordinarli; e la situazione è rimasta invariata. Nel mio girovagare successivo, tra un trasloco e l’altro, sono passata dalla cartolibreria alla Feltrinelli: non so se sia casuale o se le Feltrinelli siano davvero così numerose, certo è che avendole vicino casa o vicino al lavoro, finivo sempre per acquistare lì. «Pigrizia nel non cercare altre librerie», direte voi. Può darsi.
Ora che sono tornata a vivere in un altro paesello, vedo di nuovo cartolibrerie; accanto all’ufficio romano, invece, c’è un centro commerciale con una piccola libreria di recente apertura. Cercavo Lessico famigliare della Ginzburg e non riuscivo a trovarlo. Chiesi informazioni alla giovane libraia (?) che candidamente mi rispose: «Ha provato tra i dizionari?». 
 
In questo rincorrersi di pensieri sono giunta alla conclusione che, forse, se per fatalità mi fossi imbattuta in un piccolo libraio magico, non avrei prestato grande attenzione a tutta questa diatriba e la legge Levi non avrebbe intaccato le mie abitudini. Forse.
Ma il libro, poi, ne trarrà beneficio? E i lettori?

lunedì 11 luglio 2011

Amo la notte con passione

Fabio è il libraio di fiducia che ciascun lettore desidererebbe avere. Invece lavora in un call center.
Lo squillo del telefono in cuffia: «Assistenza x, buongiorno. In cosa possa esserle utile?», e accanto le pagine culturali dei quotidiani e un racconto di Checov. L’ho conosciuto così, una decina di anni fa, incuriosita da questo tipo che ne combinava di ogni e ci rideva su; lui, con la sua aria scanzonata, lo zainetto in spalla e ogni giorno un libro diverso. Uno di quei personaggi indescrivibili, ben custoditi in un anonimo call center. Un pomeriggio di fine maggio, ho mollato le cuffie e accettato un altro lavoro. Mai rimpianto quell’impiego alienante che ti lasciava senza voce e con pochi soldi in tasca, ma non ho più trovato un ambiente di lavoro con personalità vivaci e dai mille interessi come quelle incontrate in un ufficio così insignificante. 
Naturalmente, l’amicizia è rimasta e si è consolidata nel tempo.
Fabio è l’uomo più privo di senso pratico che abbia mai conosciuto, del tutto incapace di sistemare un mobile o riparare un elettrodomestico; una di quelle persone a cui mai affideresti un’incombenza perché a) lo manderesti in crisi; b) probabilmente farebbe un danno. 
Gli occhi trasognati e i pensieri che vagano chissà dove. Entra ed esce dai romanzi, si perde tra i versi di una poesia, vola sulle note di un valzer. Fabio rappresenta il volto più bello di Roma: quello dei quartieri che hanno ancora un’anima, dai vicoli stretti e i sanpietrini scivolosi, la Roma delle librerie dell’usato in cui si paga solo in contanti; la Roma delle pizzerie “storiche”, con le tovaglie di carta e una cena allegra spendendo pochi soldi.
Fabio è una di quelle persone a cui sei costretto a voler bene. Lui che è disordinato in tutto, custodisce e cataloga i suoi libri con gran precisione. Non gli sfugge quasi nulla: se un libro non l’ha letto è quasi certo che lo abbia sfogliato o gli sia passato tra le mani. Anche i suoi doni sono sempre un po’ speciali.
Qualche giorno fa, ad esempio, una copia di Amo la notte con passione ha traslocato dalla sua libreria alla mia.
Sei micro racconti di Guy de Maupassant racchiusi in un elegante libricino sfornato dai tipi della Mattioli 1885. Bello il formato, la cura editoriale, la piantina in bianco e nero che delinea i boulevard di Parigi.
Un libro che potrebbe essere letto in una pausa tè pomeridiana, ma alcuni racconti sono così intensi da chiedere che si torni su una parola, si sottolinei una frase, si rilegga la pagina.

“Nessuno ci veniva mai, nessuno là dentro aveva mai parlato. Era morta, muta, senza eco di voce umana. Sembra che i muri conservino qualcosa delle persone che ci vivono dentro, qualcosa del loro portamento, delle loro sembianze, delle loro parole. Le case abitate dalle famiglie felici sono più allegre rispetto alle abitazioni dei miserabili. La sua camera  era priva di ricordi, come la sua vita. E si spaventò al pensiero di rientrare in quella stanza da solo, di sdraiarsi nel suo letto, di rifare tutti i movimenti e le faccende di ogni sera. E come per allontanarsi ulteriormente da quel sinistro alloggio, dall’attimo in cui avrebbe dovuto tornarci, si alzò, e ritrovandosi improvvisamente sul viale principale del parco, entrò in un boschetto per sedersi sull’erba…”
   
Non sono storie che lasciano il sorriso, non raccontano la Parigi sfavillante ma entrano nelle solitudini di ciascuno di noi: dal notaio alla signora di provincia, dal contabile all’amico poeta.
 Le pareti di casa amplificano queste solitudini fino a renderle insopportabili. Solo il respiro di Parigi, nella notte, sembra portar un po’ di sollievo.

“Ma quando cala il sole, una gioia confusa mi penetra in tutto il corpo. Mi sveglio, mi animo. Man mano che l’ombra si addensa, mi sento un’altra persona, più giovane, più forte, più vitale, più felice. La guardo infittirsi la grande e dolce ombra discesa dal cielo: sommerge la città come un’onda impalpabile e impenetrabile, nasconde, cancella, distrugge i colori, le forme, circonda le case, le persone e i monumenti con il suo impercettibile tocco. In quei momenti vorrei strillare di piacere come le civette, correre sui tetti come i gatti; e un invincibile desiderio di amare si accende impetuoso nelle mie vene.”    
Ma è una sensazione passeggera, e con le luci dell’alba si svegliano i timori e torna il mal di vivere.

“Ti ho trascinato stasera in questa passeggiata per non tornare a casa, perché adesso soffro terribilmente nella solitudine del mio alloggio. A cosa servirà? Io ti parlo, tu m ascolti, e siamo soli entrambi, fianco a fianco, ma soli.”

martedì 5 luglio 2011

Cartas de Salka

A sfogliare i quotidiani degli ultimi mesi, a guardare i volti degli automobilisti – pendolari, fermi in autostrada in prossimità del casello, si ha la sensazione che non ci sia tanto buonumore in quest’inizio di luglio. E la sensazione non cambia quando si va a fare la spesa o a prendere il caffè. Non so cosa sia questa sorta di stanchezza che offusca gli sguardi e spegne i sorrisi. Sì, l’aria che si respira nel nostro Paese non è delle migliori, eppure… eppure… Eppure l’apatia in cui siamo immersi e i crucci della quotidianità rischiano di farci guardare solo nel nostro orticello, limitando un po’ gli orizzonti.

È per questa ragione che ogni tanto vado sul blog di Micol che, con delicatezza e anche un po’ di incertezza, dal suo osservatorio speciale, posiziona la lente di ingrandimento su qualche faccenda di cui pochi altri parlano.

Oggi, poi, Micol mi ha dato la possibilità di leggere una storia bellissima. La trovate qui.  

venerdì 1 luglio 2011

Vita sentimentale di un camionista

Da qualche mese, ormai, collaboro con un’Associazione che opera nel settore dell’autotrasporto.
«Mbè?!» direte voi. Mbè, per chi non mi conoscesse, sono una fanciulla minuta che detesta guidare e che continua a definire “camioncino” qualsiasi tipo di veicolo diverso da un’autovettura; per me è un “camioncino” anche un autoarticolato.
Quando ho accettato questo lavoro, l’ho fatto più per risolvere questioni di tipo pratico, quelle che affliggono “l’Italia peggiore”, per dirla con le parole del Ministro Brunetta, che per il fascino dell’ignoto. Ho anche pensato che, sebbene non avessi alcuna esperienza, non sarebbe stato così complesso studiare due decreti e un paio di norme del codice della strada in modo da poter fornire il giusto supporto tecnico-giuridico ai miei associati. Ingenua!
Mi sono trovata immersa in un marasma di decreti e note esplicative che più che esplicare complicano; circolari congiunte, comunicazioni dell’Agenzia delle Dogane, delle Entrate, regolamenti europei… Costi che aumentano giorno dopo giorno, sanzioni a tutto spiano, imprenditori inferociti che non sapendo a chi rivolgersi (giustamente, nelle sedi preposte mai che ti rispondesse qualcuno), telefonano a te. Con la consapevolezza che tu potrai far ben poco per aiutarli, ma almeno li ascolterai. Telefono amico.
   
Fatte le dovute premesse, va da sé che, un bel giorno, ho acquistato Vita sentimentale di un camionista.
Primo romanzo che leggo dell’autrice spagnola Alicia Giménez-Bartlett, la creatrice dei polizieschi di grande successo (a quanto pare) aventi come protagonista Petra Delicado; non posso, quindi, azzardare commenti e confronti tra la Giménez-Bartlett noir e la scrittrice di altri generi.
Ho trovato uno stile asciutto, frasi brevi e pochi fronzoli. La complessa personalità del protagonista, Rafael, camionista dongiovanni e dall’ego smisurato, emerge chilometro dopo chilometro.   
Si pensano tante cose quando si è inchiodati per ore a un sedile, il volante fra le mani e i piedi sui pedali. Si pensa tanto quanto i guardiani dei fari o i pastori con le greggi nei pascoli. […] Era buio pesto, l'umidità divorava i contorni delle cose, i fari proiettavano un alone opaco. Anche se le condizioni erano pessime, si proponeva di arrivare in tempo. Ce l'aveva fatta altre volte, non aveva mai mancato una consegna urgente. Nei paesi che attraversava la gente dormiva ancora, non si sarebbero svegliati prima di un paio d'ore. Allora sarebbero corsi nelle officine o nelle fabbriche, per rimanerci a lavorare fino a sera. Poi, sarebbero tornati a casa, avrebbero guardato la televisione, si sarebbero di nuovo messi a letto con le loro mogli. La gente non si muove mai, rimane sempre nello stesso posto, appiccicata a quel che vede dalle finestre di casa, tante volte il muro del vicino, un palo della luce. Lui non ce la faceva. Gli era sembrata una cosa normale, all'inizio, un lavoro fisso e alzarsi presto tutte le mattine. Ma non c'era riuscito. Si accese una sigaretta. Forse come camionista lavorava di più, doveva reggere più ore senza riposo, ma ogni giorno vedeva una città diversa, stava sveglio di notte. Poteva godersi il piacere di correre sul camion mentre gli altri dormivano nei loro buchi, piantati lì come alberi in fila senza protestare. Il brutto erano i pensieri, lunghe ore per pensare, aveva tutto il tempo che voleva per pensare. Certe volte le immagini del passato gli si ficcavano nella testa, battute e ribattute come chiodi. Allora doveva dominarle, allontanarle.
Rafel è un uomo che nella strada ha trovato la sua libertà; sì, ha una moglie e due figlie e si “rompe il culo per le strade” solo per loro – o così dice – ma poi ci sono le tante prostitute e la varie fidanzate sulle quali poter contare.
Un romanzo che non sfata il mito del camionista: grosso, rude, maschilista e un po’ violento, che beve  e fuma come un dannato. Un romanzo in cui gli autotrasportatori non hanno regole, nessuno li controlla, non subiscono pressioni. Solo nelle pagine finali si fa cenno ad una protesta con relativo fermo di tre giorni.
Chissà se qualche camionista avrà letto il romanzo. Chissà cosa avrà pensato. «Le solite invenzioni delle donne che non hanno nient’altro da fare».

Un’idea del libro qui.

venerdì 17 giugno 2011

La tía Julia y el escribidor

Sono una lettrice disordinata, saltello da un autore all’altro, dal Canada all’Italia, dall’Ottocento al 2011, dall’editore sconosciuto ai soliti noti. Ho provato a disciplinare le mie scelte, poi mi sono arresa barricandomi dietro l’idea che il piacere di leggere deve essere regolato da un solo principio: leggo ciò che mi incuriosisce nel momento in cui mi incuriosisce.
In fondo, ho sempre ceduto al richiamo dei libri: è un po’ come se fossero loro a scegliermi, e non il contrario.
A La Zia Julia e lo scribacchino sono arrivata non tanto per la celebrità del Nobel per la Letteratura 2010 a Mario Vargas Llosa quanto per alcune gustose recensioni scritte da amici anobiiani e per la mia voglia di Perù.

Mai stata in territorio andino ma il viaggio in Perù è uno dei miei sogni da anni. E il Perù, o meglio, i quartieri di Lima spuntano fuori da questo romanzo. 
L’Università di San Marcos, Miraflores, il Callao, l’impanata, il riso e le uova fritte, e poi i bicchierini di pisco, i caffeucci del centro, i romanzi radiofonici. Ecco, i romanzi radiofonici.

«Perché ti piacciono tanto i romanzi radiofonici?» domandai un giorno alla nonnina. «Cos’hanno che non hanno i libri, per esempio?»
«È una cosa più viva sentir parlare i personaggi. È più reale», mi spiegò dopo aver riflettuto. […] Tentai un’indagine simile in altre case di parenti e i risultati furono vaghi. I romanzi radiofonici piacevano perché erano divertenti, tristi o scioccanti. Perché facevano sognare, vivere cose impossibili nella vita reale, perché mostravano alcune verità. Quando domandai loro perché li amavano più dei libri, protestarono: che sciocchezze, non erano paragoni da farsi, i libri erano la cultura, i romanzi radiofonici semplici bambinerie per passare il tempo.

La Zia Julia non è solo una dichiarazione d’affetto per il mondo della radio. È anche un romanzo un po’ autobiografico. Forse. Poi, è una travagliata e scandalosa storia d’amore tra un sognatore diciottenne peruviano e una trentaduenne boliviana divorziata; è la storia di una scribacchino che si perde tra le sue invenzioni letterarie; è una raccolta di storie in cui la realtà si mescola con la finzione.
E il Perù, alla fine, non ne esce tanto bene. O forse sì.
“Il Perù mi è sempre sembrato un paese di gente triste”.
Infatti,
“pensavo di continuare a vivere in Europa per un periodo indefinito”
però
“il problema era che tutto quanto scrivevo si riferiva al Perù. […] Ma non riuscivo neppure ad immaginare di vivere a Lima. […] Per questo, il baratto concordato con Caretas a base di articoli in cambio di due biglietti aerei l’anno, fu provvidenziale per me. Quel mese che trascorrevamo in Perù, ogni anno, generalmente in inverno (luglio o agosto), mi permetteva di tuffarmi nell’ambiente, nei paesaggi, negli esseri sui quali avevo tentato di scrivere negli undici mesi precedenti. Mi era enormemente utile, un’iniezione di energia; udire di nuovo parlar peruviano, ascoltare intorno a me quelle perifrasi, quei vocaboli, quelle intonazioni che mi rinstallavano in un ambiente cui mi sentivo visceralmente vicino, ma da cui, comunque, mi ero allontanato, e dal quale ogni anno perdevo innovazioni, risonanze, codici.” L’eterno rapporto di odio e amore che ci porta ad allontanarci dalla nostra terra ma a non separarcene mai. La necessità di un compromesso per poter trovare il proprio spazio nel mondo senza dover estirpare del tutto le proprie radici.

venerdì 3 giugno 2011

Never mind

Riemergo dall’ennesimo periodo in cui il lavoro ha avuto la meglio su tutto il resto.
Non capisco come possa cascarci tutte le volte; non capisco come possano le incombenze lavorative inghiottire la corsa, i libri, la scrittura… Non capisco come il lavoro possa confondersi con la vita. Accade puntualmente, e i buoni propositi volano via.

Un giorno di festa. Il sole illumina la stanza da letto; accoccolata al signor valigiesogni rimugino su questi pensieri. Poi, in tempo di tagli, aziende che chiudono, mobilità e cassa integrazione, chissà perché penso al rapporto annuale dell’Istat.
«In base ai criteri dell’Istat noi siamo poveri». Lascio la frase a mezz’aria, senza punti interrogativi, sospensivi, né un punto e basta.
«Se guardano l’entità dei nostri consumi, forse sì», fa il signor valigiesogni, evidentemente perso in pensieri tutt’altro che sognanti.
Pausa.
Signora valigiesogni: «Io però non mi sento povera».
Signor valigiesogni: «Neanch’io. Riesco sempre a pagare le tasse».

venerdì 22 aprile 2011

Lessico famigliare

Ho scoperto Natalía Ginzburg grazie a due amiche blogger. Non che prima ignorassi la sua esistenza. Tutt’altro. Lessico famigliare m’ha guardato ripetutamente in diverse librerie nel corso degli anni. Eppure non mi incuriosiva. Prendevo il volume, scorrevo la quarta di copertina e lo rimettevo a posto.
Poi mi sono imbattuta in un paio di post che parlavano della Ginzburg e in uno scambio di opinioni tra Duck e Gabrilu. Ho dovuto acquistare qualcosa dell’autrice immediatamente. Così, sono partita dall’opera più celebre (non è un buon criterio di scelta, lo so; ma stavolta non me ne sono pentita). 
“Non avevo molta voglia di parlare di me. Questa, difatti, non è la mia storia ma piuttosto, pur con vuoti e lacune, la storia della mia famiglia. Nel corso della mia infanzia e adolescenza, mi proponevo sempre di scrivere un libro che raccontasse delle persone che vivevano, allora, intorno a me. Questo è in parte quel libro: ma solo in parte, perché la memoria è labile, e perché i libri tratti dalla realtà non sono spesso che esili barlumi e schegge di quanto abbiamo visto e udito”. 

Basta leggere l’Avvertenza per farsi un’idea del libro nel quale ci si sta per tuffare. Un libro di memorie che, a tratti, sembrano essere irreali. Già la storia di una scrittrice che, originariamente, si chiama Natalía Levi non può che incuriosire. Se poi la scrittrice racconta dell’amicizia con la famiglia Olivetti, delle frequentazioni con Vittorio Foa, di quando Turati si nascose in casa loro e di Cesare Pavese che era solito arrivare mangiando le prime ciliegie, non ti resta altro che pensare “Che tempi! Quanta vitalità in quell’Italia lì”.
Non aveva voglia di parlare di sé Natalia Ginzburg. Ed anche questo sorprende nell’Italia di oggi. Stupisce il modo in cui la Ginzburg racconta, con poche parole, tutti i fatti che la riguardano direttamente. 
“Ci sposammo, Leone ed io; e andammo a vivere nella casa di via Pallamaglio”.
Punto.

“Arrivata a Roma, tirai il fiato e credetti che sarebbe cominciato per noi un tempo felice. Non avevo molti elementi per crederlo ma lo credetti. Avevamo un alloggio nei dintorni di piazza Bologna. Leone dirigeva un giornale clandestino ed era sempre fuori casa. Lo arrestarono, venti giorni dopo il nostro arrivo; e non lo rividi mai più”.
Punto. Nessun sentimentalismo, nessun giro di parole, nessun ciarlare intorno a stati d’animo e sensazioni. Ti sembra quasi stia parlando di qualcun altro, non del suo matrimonio, della sua vita complicata, del suo dolore. E in quelle poche parole è racchiuso tutto ciò che, forse, a tentare di descriverlo, sarebbe andato smarrito.

martedì 29 marzo 2011

Il supplizio di Marsia… e non solo

“La nascita dei Musei Capitolini viene fatta risalire al 1471, quando il papa Sisto IV donò al popolo romano un gruppo di statue bronzee di grande valore simbolico.
Le collezioni hanno uno stretto legame con la città di Roma, da cui proviene la maggior parte delle opere.
Il papa Sisto IV donando solennemente al Popolo Romano nel 1471 alcune antiche statue in bronzo già conservate al Laterano (la Lupa, lo Spinario, il Camillo e la testa colossale di Costantino, con il globo e la mano) costituì il primo nucleo dei Musei Capitolini. La restituzione alla città delle vestigia della sua passata grandezza acquistava un più alto valore simbolico per la loro collocazione sul Campidoglio, centro della vita religiosa della Roma antica e sede delle magistrature civili cittadine a partire dal medioevo, dopo un lungo periodo di abbandono.”
Con un po’ di vergogna, confesso che sono tante le città italiane che non conosco, tanti i luoghi, neppure troppo lontani da me, che non ho mai visitato; tante le chiese, che custodiscono opere celebri, in cui non ho mai messo piede; tanti i musei che fanno parte del nostro patrimonio nazionale e che io ignoro. Nell’infinita lista, spiccavano pure i Musei Capitolini; diciamocelo, mancanza grave per una persona che ha vissuto a Roma e che attualmente gravita intorno alla Capitale. Sì, c’ero stata una volta, in una qualche giornata speciale con ingresso gratuito, ma di quel giorno lontano ricordavo solo un gran caldo e una gran confusione. Così, domenica scorsa, su esplicita richiesta del signor valigiesogni, s’è pensato di colmare la lacuna. 
Le opere celebri sono tali e tante da richiedere più di una visita, perché dopo una mattinata tra divinità, eroi, dipinti e busti celebri ci si sente un po’ ubriachi e si procede barcollando.
Mi ha stupito il numero di stranieri che vagava con noi, almeno il 90% dei visitatori, buona parte dei quali francesi. E allora, tanto per ribadire la fase critica che mi trovo a vivere, un paio di osservazioni tra il velenoso e l’acido andante.
In un periodo in cui tanto si dibatte sui tagli alla cultura con conseguenti polemiche, resto allibita di fronte all’ignoranza dei sedicenti assistenti di sala. Non ho fatto altro che sentir urlare: «No foto! No foto!» e spiegare, ovviamente in italiano, a stranieri attoniti e confusi, le ragioni per cui non era possibile scattare fotografie (divieto dovuto alla presenza, in alcune aree del museo, della mostra “Ritratti. Le tante facce del potere”. Ma non sono certa che i visitatori l’abbiano capito). 

Tra un’opera e l’altra, arriviamo nelle Sale degli Horti di Mecenate e ci ritroviamo di fronte alla sofferenza del volto della statua di Marsia. Tutte le opere sono corredate da una breve didascalia in italiano e in inglese. Così, per quanto concerne la statua di Marsia, si può leggere una cosa del tipo “il satiro osò sfidare Apollo, dio della musica, in una gara con il flauto. Quest’ultimo vinse la competizione e Marsia venne scuoiato vivo”.

Un gruppo di adolescenti francesi, colpiti dalla statua, cerca, invano, di interpretare la didascalia.
Uno di loro si rivolge al giovane assistente di sala, lo porta vicino alla targhetta con la spiegazione e, in italiano, chiede «Cos’è questa parola?» E sillaba, indicandola, «Scuo-i-a-re». Per tutta risposta, il tipo con tanto di cartellino identificativo alla giacca e sguardo assente fa: «Ah, non lo so!».

Ora, i due centesimi (al litro) d’aumento dell’accisa sulla benzina li voglio pure pagare (a malincuore ma, giacché non si può fare altrimenti…), però voglio pure sapere come e a chi vanno distribuiti questi fondi. Perché se poi mi trovo a leggere avvisi pubblici (attualmente aperti) per l’assunzione da parte di Zetema Progetto Cultura S.r.l., società a totale partecipazione pubblica del comune di Roma (che gestisce tra le altre cose Musei, mostre, cultura ed eventi del Comune), di 17 unità part-time a tempo indeterminato di cui:

    a) 14 assistenti in sala da impiegarsi in ambito museale;

    b) 1 addetto alla biglietteria e prima accoglienza da impiegarsi in ambito museale; 

    c) 2 addetti alla libreria da impiegarsi in librerie museali
ci sta che mi indigni profondamente, anzi, inizi a straparlare dal nervosismo.  

Perché non ci credo, non posso credere, che tra i tanti candidati non ci siano persone che, non dico conoscano un po’ di storia dell’arte, per carità… Non pretendo che conoscano un paio di lingue straniere, ci mancherebbe altro. Ma che conoscano l’italiano, non mi sembra una grande pretesa!
E non ci credo che tra le tante persone che hanno partecipato ai concorsi precedenti (concorsi che hanno portato all’assunzione del personale in cui mi sono imbattuta) non ci fossero persone con una preparazione più adeguata.
Il signor valigiesogni dice che sono antica. «E basta con quest’idea della competenza, del corretto impiego delle risorse, della convinzione che anche a livello governativo si debbano impiegare persone competenti per dicasteri specifici. Insomma, che Galan stia all’Agricoltura o ai Beni Culturali fa lo stesso!».
 
È che (lo so, l'ho già scritto più volte) io non ce la faccio proprio a rassegnarmi.

martedì 22 marzo 2011

Kreativ Blogger Award

A mano a mano che passavano i giorni, prendevo a riconciliarmi con Bartleby. La sua costanza, la sua immunità da ogni sregolatezza, la sua incessante operosità (salvo quando preferiva immergersi in qualche trasognata contemplazione, all’impiedi dietro il suo paravento), la sua grande tranquillità, l’impassibilità del suo contegno in ogni circostanza, lo rendevano un acquisto prezioso. Una sua qualità primaria consisteva in questo: ch’egli era sempre là, primo al mattino, costante durante il giorno, ed ultimo alla sera. Nutrivo una straordinaria fiducia nella sua onestà.

Certo che il paragone con Bartleby lo scrivano di Herman Melville è un po’ azzardato. Ma ultimamente mi sento molto Bartleby o, quantomeno, gioco a fare la Bartleby della situazione. Precisiamo: nacqui con un eccessivo senso del dovere, parte ingombrante del patrimonio genetico ereditato dalla famiglia. Col tempo, però, mi sono migliorata parecchio. Solo che per banali esigenze, tipo condividere l’auto con il signor valigiesogni e quindi organizzare la mia giornata fuori casa anche in base alle sue necessità da stachanovista, il numero di ore che trascorro in ufficio si va dilatando a dismisura. E, allora, in alcune albe stralunate mi vedo, ancora in pigiama, barcollare tra PC e stampante, con una tazzina di caffè in mano, mentre cerco qualche rimasuglio di un biscottino nella cassettiera della scrivania. L’immaginazione che fa capolino nella realtà. Insomma, stamani ero davanti al mio PC, in ufficio, rigorosamente prima dell’orario di lavoro, con caffè (nel bicchierino di plastica) e biscottino e, per tirarmi su, girellavo tra i miei blog preferiti quando, bagliore di luce!, scopro d’essere stata insignita del premio


Premio attribuitomi dalla cara Jacqueline Spaccini, alias Artemide Diana, lei sì scrittrice e blogger, nonché traduttrice, critica d’arte, professora, mamma… insomma, una di quelle persone che ti piacerebbe essere.
Leggo che quando si riceve questo premio si deve...
 1) Trovare 10 blog meritevoli del premio
 2) Avvisare i blog premiati
 3) Raccontare 10 cose di me che non sapete

   
Procedo segnalando qualche blog in ordine sparso:

Craft-duck, il blog di una simpatica papera. Traduttrice, golosa, lettrice appassionata, craftomane.
L’odore buono del faggio, il cui detentore, padre di due ometti deliziosi e marito di un’insolita (così la immagino io, almeno) bibliotecaria, è stato già insignito dello stesso premio ma per un altro blog. E siccome io sono affezionata al blog intimo, quello familiare, lo segnalo.
Gialli e geografie, il blog di Nela San, blogger giallamente ferrata. Visitate il blog e capirete…
Il geniale blog di Giacinta. Musica, immagini e parole.
Guida alle panchine di Milano, per dare uno sguardo anche fuori dall’ufficio.
Idee sparse della pluripremiata Clode.
Corsi e ricorsi… per alimentare la voglia di correre e non solo.
Il laboratorio di critica d’arte e letteratura perchè la Spaccini merita il doppio premio.
Libri di donne perché anche se non l’ho mai detto a Cristina, la casalinga detentrice del blog, passo spesso da quelle parti.
Soffiando via la polvere perché Elena Petulia riesce a farmi sorridere anche in un giorno di pioggia.

10 cose di me che non conoscete (ma magari intuite):

 1 – 4 L’introduzione del post svela già parecchio, quindi parto direttamente dal punto
 5. Adoro pizza e gelato;
 6. Detesto fare shopping in compagnia;
 7. Amo girare tra le viuzze dei paesini, soprattutto alle prime luci della sera quando le voci che trapelano dalle case si mescolano al profumo della cena.
 8. Sono freddolosa.
 9. Odio guidare qualsiasi cosa, anche la bici.
10. Sogno ricorrente: partire.

venerdì 11 marzo 2011

Inquietudine

Sabato scorso, all’imbrunire, un paio di balordi hanno tentato di entrare nel nostro appartamento forzando la finestra della cucina. I due simpatici ometti di scuro vestiti non si son dati neppure la pena di verificare che in casa non ci fosse nessuno. Puntando sulla quantità e non sulla qualità degli appartamenti svaligiati, forti di un proficuo pomeriggio trascorso violando domicili altrui, prima di concludere la serata hanno pensato bene di fare una sosta nel nostro condominio. I signori del primo piano erano fuori casa; noi, invece, eravamo accoccolati sul lettino, ciascuno con il suo libricino tra le mani, la quiete che preclude il giorno di festa, le luci soffuse e la lavatrice che faceva la centrifuga.
Un rumore strano ha interrotto le nostre letture; il tempo di accendere la luce del corridoio e gli acrobati saltellando come in una cartone son volati giù. Ho avuto appena il tempo di vedere due di loro che correvano via lasciandomi incapace di emettere alcun suono. Ho guardato incredula il signor valigiesogni che con in mano un pezzo di legno scardinato dalla finestra continuava a ripetere: «Stavano per entrarci in casa». Solo dopo qualche minuto le mie gambe hanno iniziato a tremare ed ho pensato a cosa sarebbe potuto accadere se ci fossero piombati in camera da letto senza che ce ne accorgessimo. E ho pensato anche a tutte le notti in cui sono rimasta a casa da sola e alla tranquillità con cui, a volte, ho lasciato gli avvolgibili alzati ma le finestre aperte per far passar un po’ d’aria. «Tanto viviamo in un paesino così tranquillo…».
I carabinieri sono arrivati una quarantina di minuti dopo la nostra telefonata. Un po’ troppo, considerando che il Comando dista cento metri da casa nostra. Il povero carabiniere ne sapeva più di noi dato che aveva trascorso il pomeriggio a correre da un appartamento all’altro. «Signora, capisco lo spavento ma si può ritenere fortunata. Questi qui, oggi, hanno portato a casa un bel bottino. Televisori, stereo, gioielli, contanti, in un appartamento hanno sradicato la cassaforte dalla parete. Non erano solo due. Purtroppo noi abbiamo potuto far poco… Non è cattiva volontà ma – abbassa lo sguardo, quasi vergognandosi – loro sono professionisti, noi siamo pochi e senza mezzi. Il territorio è troppo esteso, i furti nelle villette più isolate sono frequenti, e il paese resta scoperto. Poi si verificano periodi come questi, con i furti in pieno giorno nelle zone centrali e noi non sappiamo più cosa fare. Le risorse sono quelle che sono, cercate di capirci…». Chissà perché sento l’eco delle parole del Presidente del Consiglio che da ragazzo sognava di fare il carabiniere. Si sarà reso conto delle condizioni in cui versa l’Arma?
Di tutta questa storia resta l’agitazione nell’aprire la porta di casa ogni sera e un rapido sguardo per verificare che tutto sia in ordine. Resta quell’inquietudine nel vivere la casa. Le luci accese, la radio accesa, il rumore che si sostituisce al silenzio del proprio rifugio. Resta il disagio nell’alzare l’avvolgibile per poggiare la spazzatura sul balcone e la costante sensazione che ci sia qualcuno là fuori. Resta il sonno spezzato, il dormiveglia che sostituisce il riposo. Restano i timori dei vicini, le ipotesi, il luogo comune che “tutti ‘sti stranieri che girano qui intorno”… e tu in quel luogo comune non vuoi caderci ma non puoi nascondere a te stessa che anche tu ci hai pensato.
È crollato il mio teorema: se non possiedi oggetti di valore, vivi sereno e nessuno verrà ad importunarti. Non avevo considerato il fattore “intanto vediamo quello che c’è e per farlo irrompiamo nelle vite altrui”. 
Tra qualche mese mi passerà perché non si può vivere nell’ansia perenne, però è amaro ingoiare questo miscuglio di rabbia e impotenza.