mercoledì 25 novembre 2009

L'Avvento

Premessa. La TV a casa nostra non si vede granché. Fino a pochi giorni fa, un vecchissimo televisore, di quelli che puoi tranquillamente piazzare sul frigorifero tanto è piccino e leggero, rispondeva perfettamente alle nostre esigenze. Va be’, le immagini erano un po’ sfocate ma dipendeva dall’assenza dell’antenna. Comunque, per veder la Rai non ne avevamo bisogno. Quindi Report, Che tempo che fa, qualche volta Le Storie, interessante programma condotto da Augias, e Ballarò erano garantiti. Raramente ci lasciavamo ingoiare dal divano della sala per accendere il televisore dal megaschermo, con ancora attaccato l’adesivo del Digitale terrestre, che mio marito, in uno dei suoi rari attimi di follia, ha acquistato un paio d’anni fa.
I fatti. Gli abitanti della regione Lazio da mesi non fanno che sentir parlare dell’avvento del Digitale terrestre, di quanto migliorerà la nostra vita grazie ad una scatoletta chiamata decoder e del fatto che i benefici saranno tali che, poco importa se toccherà sborsare una cinquantina d’euro per un decoder decente, e altre decine d’euro per il possibile intervento del tecnico per la sintonizzazione dei canali e ancora un altro centinaio d’euro per l’intervento dell’antennista perché potrebbero saltare alcune frequenze… Poco importa se tutto questo dovesse accadere perché i vantaggi saranno tali da farci ringraziare quotidianamente il dio delle telecomunicazioni per averci aperto questo mondo.
A maggio, i miei nonni ultraottantenni sono entrati nel panico, temendo di dover dire addio a Jerry Scotti. Poi la mia mamma gli ha fatto notare che l’Avvento avrebbe riguardato prima la capitale e, solo a novembre, la restante parte del Lazio. E poi, data l’età e il basso reddito, avrebbero potuto usufruire del bonus di 50 euro, più che sufficienti per acquistare un buon decoder. Già, peccato che per potersene avvalere bisogna spenderne almeno 80. Così quei 30 euro (il costo minimo dei decoder in circolazione) gli anziani con basso reddito devono comunque sborsarli.
Ai primi di settembre l’ansia è salita. All’inizio o alla fine della trasmissione preferita, un banner rosso segnalava che dal 16 novembre al 30 il Miracolo si sarebbe completato. Non c’era Tg che non parlasse di questo. Poi, per fortuna, il caso Marrazzo ha avuto la meglio per qualche giorno sulla faccenda del Digitale e, anche noi, abbiamo avuto un attimo di tregua (sigh!).
Sabato 14 novembre alla Coop i due terzi dei carrelli con cui ci si scontrava proteggevano la magica scatoletta. Lo spazio riservato ai decoder e ai televisori era maggiore di quello riservato all’intero reparto gastronomia. Mio marito ed io decidiamo di rinunciare al vecchio amato minitelevisore e di cominciare a usare più spesso l’altro. È troppo ingombrante per poter stare nella nostra microcucina, ci toccherà cambiare un po’ le abitudini ma pace! Noi il decoder non lo compriamo.
Conclusioni. Mentre la radio riconquistava il potere in cucina, mio marito ha iniziato a giocare con il telecomando del televisore figo in sala, selezionando la modalità digitale, sintonizzando e risintonizzando i canali. Poi ha iniziato ad innervosirsi, quindi a smadonnare. Alla fine si è rassegnato a non vedere la Rai. Già, l’unico canale che prima vedevamo addirittura senza antenna è stato ingoiato dal Digitale.
Le reti Mediaset però si vedono a meraviglia!

domenica 22 novembre 2009

Le regole

L’ultima pagina di “Internazionale” riporta alcune delle vignette più ironiche pubblicate sui principali giornali di tutto il mondo. Mi cade l’occhio sul trafiletto a fondo pagina.
Le regole. Compiere quarant’anni.

Io, approssimando per difetto, sono più vicina ai trenta, ma è meglio essere preparati. Il punto 5 afferma: “Si dice che ognuno nella vita dovrebbe fare tre cose: scrivere un libro, fare un figlio e piantare un albero”.
Mmm… forse è meglio partire dall’albero.

giovedì 5 novembre 2009

Avrei preferenza di no

[…] lo chiamai, spiegando in fretta cosa desiderassi da lui, ovvero, che esaminasse con me un breve documento. Immaginate la mia sorpresa, meglio, la mia costernazione, quando, senza muoversi dal suo privato, Bartleby con voce singolarmente mite, ma ferma, replicò: “Avrei preferenza di no.”
Rimasi per qualche istante seduto in perfetto silenzio, cercando di riavermi dallo sbigottimento che m’aveva preso. […]

Herman Melville, Bartleby lo scrivano, trad. di G. Celati

Ecco piacerebbe anche a me, giusto per un giorno, un giorno solo, seguire l’esempio dello scrivano di Melville. Fosse altro per osservare la reazione di chi si trova di fronte ad un «Avrei preferenza di no».
«Biglietto, prego». Con lo stesso volto composto e gli occhi miti di Bartleby, guarderei il controllore e: « Avrei preferenza di no», risponderei. Forse il controllore farebbe finta di niente e penserebbe ad una nuova forma di protesta contro ritardi e sporcizia dei treni. O forse mi guarderebbe turbato.
«Può terminare questa pratica, per favore?», ovvio che se è il capoufficio a formulare la domanda, la risposta è una pura formalità. Invece, a sorpresa: «Avrei preferenza di no». A stento riesco ad immaginare l’espressione impietrita dal datore di lavoro. E quanto sarebbe piacevole pronunciare tanti «Avrei preferenza di no» di fronte a quelle che sono le incombenze quotidiane, quelle piccole cose che siamo così abituati a sbrigare da non renderci neppure più conto di quanti doveri soffocano le nostre giornate.

In verità, il comico atteggiamento di Bartleby ci strappa un sorriso amaro perché dietro i suoi gesti lenti, la sua imperturbabilità, i suoi silenzi si nasconde il suo rifiuto per il mondo, per le inutili pressioni a cui si è sottoposti continuamente. Il silenzio di Bartleby rappresenta il diniego verso l’impegno, la necessità di correre, fare fare, quando invece si ha bisogno di così poco spazio e così poche cose per poter vivere. Un rifituo che può spingere a commettere gesti estremi.
O forse Melville aveva in mente tutt’altro mentre scriveva quello che tra i suoi racconti è certamente il più celebre nonché quello che, ancora oggi, ci fa tanto riflettere.

martedì 13 ottobre 2009

Rematori

“Uscendo da quel parco, la corrente della Vivonne riprende slancio. Quante volte ho visto, e desiderato di imitare quando fossi stato libero di vivere a modo mio, un rematore che, abbandonato il remo, s’era sdraiato quant’era lungo sulla schiena, abbandonando la testa sul fondo della barca, e mentre lasciava che questa galleggiasse alla deriva, mentre vedeva il cielo, e nient’altro, sfilare lentamente sopra di lui, mostrava in volto l’espressione di chi pregusta la felicità e la pace!”

M. Proust, Dalla parte di Swann, traduzione di G. Raboni

Ho sempre associato il piacere della libertà ad una lunga corsa nel verde, col cielo azzurro e l’aria pungente, o a una passeggiata in montagna, senza orologio. Eppure, in questa serata d’autunno, con la pioggia che batte ritmicamente sui vetri e la coscienza che borbotta: «Ci sarebbe da fare questo, questo e quest’altro ancora, e tu, che fai? Te ne stai lì a leggere! Irresponsabile…», penso a quanto vorrei esser quel rematore. Mi sdraierei nella barca, annegherei la coscienza, e lascerei i miei pensieri liberi di seguire la corrente. 

lunedì 5 ottobre 2009

C'è profumo d'autunno nell'aria

Il cielo è azzurrissimo. Spengo il computer, mi cambio rapidamente, scarpette da corsa ed esco. La schiena si srotola, le gambe si distendono, il corpo si sveglia dal torpore, in cui era stato costretto, ricominciando a dar segni di vita.
Il sole di mezzogiorno mi stordisce. Mentalmente torno al calendario per poter collocare questa giornata nel rettangolino giusto. Il calore sulla pelle non collima con una giorno di fine settembre. Zaaannn!! Il profumo del mosto mi sbatte contro. Qualcuno da queste parti ha già raccolto l’uva e si prepara per la vendemmia.
Allora non ci si può sbagliare: nonostante il cielo azzurro e l’aria calda, siamo inequivocabilmente in autunno. Perché per me, sin da piccina, l’arrivo dell’autunno ha sempre coinciso con la raccolta dell’uva. Ma sì!, poco importava se, per le bizze del tempo, la raccolta cominciava alla fine di agosto o, al contrario, all’inizio d’ottobre. A me bastava sentire quel profumo dolciastro, che ti inebria e ti si appiccica addosso, per sapere che l’estate era già alle spalle. Lo si capiva dallo sguardo eccitato di mio nonno che presidiava la cantina per giorni, lavando il tino, spostando damigiane, travasando liquidi da un contenitore all’altro. Io lo guardavo incuriosita, cercando di carpire l’ingrediente segreto che rendeva il suo vino migliore di quello dei nostri vicini. Le scarpe che facevano “ciaf ciaf” sul pavimento e lui che pronunciava tra sé e sé frasi incomprensibili. Il mistero della vendemmia.
Poi, le volte che m’è capitato d’andar a raccogliere l’uva nel Chianti (gli studenti universitari amano i lavori stagionali), la magia della vendemmia è scomparsa. Filari interminabili, un gran mal di schiena, l’insopportabile peso degli stivali a fine giornata. Ed ho iniziato a comprendere la ragione per cui mio padre s’è sempre tenuto alla larga dalla vigna di famiglia. Fortuna che a portare avanti le tradizioni ci pensa il fratello ma «Eh! Apprezzo l’impegno ma il vino buono non ti riesce proprio di farlo!...», non fa che ripetere il mio energico nonno ottantaseienne di fronte alle bottiglie di rosso, orgogliosamente ostentate da mio zio.
Il vino prodotto dallo zio, in fondo, non è tanto malvagio, eppure manca quel qualcosa… Forse bisognerebbe pronunciare la formuletta magica nota solo al nonno.
Ad ogni modo, qui si vendemmia. È arrivato l’autunno.  

sabato 26 settembre 2009

Biblioteche

Per un periodo della mia vita ho trascorso intere giornate in biblioteca. Ma, allora, ero una studentessa universitaria e la biblioteca non era il luogo in cui scoprire pagine un po’ ingiallite, edizioni vecchie ormai fuori catalogo e introvabili in libreria. Era solo il posto in cui studiare tra una lezione e l’altra, il luogo in cui cercare la concentrazione in quei giorni in cui proprio non t’andava. Non era neppure LA biblioteca. Era “il circolo giuridico” (appartenente alla facoltà di giurisprudenza. Di fatto, il luogo preferito per rimorchiare), “la cripta” (la biblioteca della Facoltà di Economia, ricavata all’interno della Cripta di San Francesco), la  Biblioteca comunale degli Intronati. Disseminate qua e là, in quel di Siena, c’erano poi altri spazi in cui poter leggere, studiare, chiedere in prestito libri ma, una volta affezionatisi a certe facce e ad un certo tavolo, ci si sentiva a casa, e raramente si andava alla scoperta di un’altra biblioteca.
Ad Arpino, mio paesello natio, i libri non hanno mai trovato pace. Sono state scelte sempre strutture fatiscenti: vecchi palazzi nobiliari dagli affreschi bellissimi, chiese sconsacrate, musei. Tutti luoghi splendidi ma pronti a vacillare alla prima scossa di terremoto, ad allagarsi alle prime piogge autunnali,  a dare spazio a mostre ed eventi vari, cacciando via i poveri libri.
Anche le strutture che ospitano le Biblioteche del Comune di Roma non sono tra le più sicure. A volte, restano chiuse anni per interventi di ristrutturazione che sembrano non dover più finire ma, in generale, offrono ottimi servizi e sono efficienti. In quelle del centro, però, c’è sempre tanta gente, telefonini che vibrano, fanciulle dai profumi troppo intensi, un bisbigliare che dopo un po’ diventa un ronzio fastidioso e ne esci irritato.
La biblioteca di Segni, invece, il paesello che gentilmente mi ospita, è silenziosa ed accogliente. Non ci sono cataloghi on line né sistemi di ricerca veloci. Sei costretto a girellare tra i volumi, estrarli, sfogliarli, annusarli, dimenticando così qual era il libro che stavi cercando. E quando t’imbatti in mucchietti di libri, poggiati provvisoriamente su una scala, su uno sgabello, sul davanzale della finestra, in attesa di trovare una sistemazione più consona, non puoi resistere alla tentazione di curiosare. Per rendere la tua ricerca più veloce, potresti semplicemente chieder aiuto alla bibliotecaria, una signora dolce, dallo sguardo mite, con la voce che è un sussurro e gli occhi sempre alla ricerca di qualcosa. Non è di quelle che si lamentano perché c’è bisogno di più spazi e più personale. No, lei è di quelle che consigliano i libri imperdibili e che ti chiedono se t’è piaciuto il libro che hai appena restituito; lei si ricorda ancora di te anche se t’ha visto una sola volta mesi e mesi fa. E leggere diventa ancora più bello.

venerdì 4 settembre 2009

Sulla via del ritorno

Montaione. Bah! Eppure la Toscana un po’ la conosco ma questo paesello non l’ho mai sentito nominare. Il navigatore sostiene che ci siamo quasi: ancora dieci minuti e “avrà raggiunto la sua meta”.
Siamo nel bel mezzo della campagna toscana, tra Firenze e Pisa. Il marito-orsetto ha pensato di rendere il rientro più soft con una breve sosta nell’agriturismo di un suo amico/coinquilino dei tempi dell’università. Ed io, ovviamente, non mi sono tirata indietro. Non è che abbia tutta ‘sta voglia di tornare al tran tran quotidiano. E poi, è maleducazione rifiutare una sosta in Toscana. 
Incontriamo solo auto con targa tedesca. Perfino quando imbocchiamo la viuzza in discesa che segnala “Soiano”, l’agriturismo di Tiberio, troviamo parcheggiate qua è là solo auto provenienti dalla Germania. Che ci faranno così tanti tedeschi nel mezzo del nulla toscano poi?...
Il cancello si apre e spunta Tibo. Calzone corto, torso nudo, pizzetto spavaldo ed il solito sorriso beffardo.
«Dio bono! Ce n’avete messo di tempo!». Perché un ligure aspiri la “c” e continui a ripetere “noi di Firenze” è un mistero ancora da svelare.
«Oh via, si va’ a fa’ un giro», e ci carica su un fuoristrada da campagna, come dice lui, per mostrarci i filari nuovi di zecca che aumenteranno la produzione vinicola. Tibo è fiero della sua azienda, nata appena tre anni fa, e gioca a fare il contadino navigato, dimenticando che ha appena 33 anni e che non è trascorso tanto tempo da quando inveiva contro “quel professore bastardo che proprio non mi voleva fa’ passà l’esame”. 
Il marito orsetto ci dà dentro con le domande tecniche: partono percentuali, tipi di coltura applicati, caratteristiche del terreno, dell’uva, delle olive. Dal canto mio, non vedo l’ora di scendere da quel fuoristrada infernale, sballottolata a destra e manca. Ma non mi lascio sfuggir il benché minimo lamento: non voglio fare la figura della donnina che urla di fronte alla prima sterzata brusca e alla guida spericolata di chi sta palesemente tentando di farti rizzare i capelli. 
Scesa dalle montagne russe, guardo il cielo diventare sempre più rosso, i poggi sempre più sfumati, i filari sempre più lontani. Intanto il vento mescola il profumo della lavanda a quello della terra, i suoni indecifrabili dei bimbi tedeschi si spostano dalla piscina al casale e penso che, in fondo in fondo, la scelta di Tiberio non è stata poi tanto sconsiderata.

Giorni di montagna

Mercoledì, 26 agosto

È una di quelle notti in cui il cielo è più immenso, le stelle sono più luminose, il silenzio sussurra frasi dolci che parlano di serenità, di un domani diverso. È una di quelle notti in cui trattieni il fiato per non disturbare la voce della natura che ti circonda.
Il vociare allegro della cena a quota 1500 metri, nel Rifugio Croz dell’Altissimo, si è dissolto mentre scendevamo a valle. Una fila ordinata di persone; ciascuno con la propria torcia; ciascuno attento a non scivolare su quel sentiero ghiaioso; ciascuno immerso nei propri pensieri. Il rumore dell’acqua; una ventina di persone ferme di fronte ad una cascatella. È solo acqua, sotto un cielo stellato, nel silenzio dei boschi. Eppure restiamo tutti lì, immobili, cercando di fermare quell’istante. Cerchiamo di farlo nostro per poi poterci rifugiare nuovamente lì, quando saremo travolti dal caos cittadino.

Giovedì, 27 agosto


Immersa in un paesaggio lunare, mi chiedo quando spunterà il rifugio Pedrotti. La scalata verso l’alto è meno insidiosa quando la nebbia avvolge tutto ciò che ti circonda.











Camminiamo dalle nove di stamani, gli scarponi iniziano ad essere pesanti, l’aria rarefatta e, nonostante lo sforzo fisico, inizio ad avere la pelle d’oca. Insomma, io sono un’orsetta marsicana, di quelle che bazzicano nel Parco Nazionale d’Abruzzo. Mica sono abituata io a vedere, nel bel mezzo del mese di agosto, strati di neve congelata che giacciono lì da chissà quanto tempo. Un po’ di comprensione per favore! Il marito orsetto, invece, che ha il coraggio di sudare anche quassù, mi guarda con aria compassionevole.
Un miraggio: dev’essere quella casetta là! 

















Ma le indicazioni spengono il mio entusiasmo. Un cane abbaia in qualche posto lassù. L’eco non fa capire quanto su… Il pancino inizia a brontolare e… sì, sì! Stavolta è lui!















Mentre mangiamo qualcosa, il cielo si apre e il Brenta si staglia davanti ai nostri occhi. Le cose belle non si ottengono mai facilmente; bisogna sapersele sudare. Altrochè se ne valeva la pena!


C’incamminiamo verso il Passo Ceda. Il sentiero non è ben segnalato, il cielo è incerto, la stanchezza si fa sentire. Dopo un’oretta di cammino, da buona capa spedizione di un gruppo di due persone (mio marito ed io), mi fermo di fronte alla famosa ferrata menzionata da Paolo, il già citato albergatore-guida. «È un percorso splendido. Un po’ lungo ma con poche difficoltà. C’è giusto una ferratina… Niente di chè: la fate senza problemi». Ora, gente, fino a dieci giorni fa, io neppure avevo idea di cosa fosse una ferrata e, sinceramente, il fatto di trovarmi davanti ad un non sentiero, aggrappata ad una corda di ferro vacillante, sebbene solo per pochi metri, con lo strapiombo sotto, non è che mi riempia il cuore di gioia. «È che tu non sai usare bene la corda», sentenzia il marito orsetto che ha già preso in mano la situazione, mostrandomi come procedere. Avrà indubbiamente ragione lui ma, come dire, paralizzata da un secondo di terrore, la teoria è precipitata nel vuoto e le sue rassicuranti parole si perdono nell’aria. Un po’ vacillando, un po’ imprecando, ce la faccio anch’io. E torna l’euforia di chi, un po’, si sta mettendo alla prova. (Sì!, sono proprio brava!)

Ma il percorso è davvero lungo e nonostante il paesaggio splendido, fiorellini mai visti prima e compagni di viaggio inattesi, nell’ultimo tratto che ci separa dall’albergo, sogno solo di potermi finalmente sfilare gli scarponi.
Mai cena è stata più deliziosa di quella divorata stasera. 

Venerdì, 28 agosto


L’orsetta marsicana si sente ormai completamente a suo agio tra le cime dolomitiche e non la smette di zompettare nel verde intonando «Holalà hiii, hoolalàà hii…» Poco distante, il marito orsetto la guarda scuotendo la testa e borbottando «È fatta così! Che ci posso fare?». Ma, in fondo in fondo, se la sta godendo anche lui, dimentico delle grane della quotidianità.


Nota a margine
Qualora immagini e parole vi avessero invogliato a prendere scarponi e bastoncini e partire alla volta di questi sentieri, vi consiglio di cuore l’Alpotel Venezia di Molveno (www.alpotel.it), piacevole alberghetto a conduzione familiare. Eccellente rapporto qualità – prezzo e una cucina deliziosa (lo strudel, che goduria!). Si è in albergo ma ci si sente a casa propria grazie alle attenzioni della signora Renata, gli aneddoti, i suggerimenti, il desiderio di guidarti alla scoperta della montagna del signor Paolo e l’allegria dei figli. Impossibile trovare delle pecche.



venerdì 28 agosto 2009

Dagli Appennini alle Dolomiti

Il signor Paolo, prima d’esser il gestore dell’albergo nel quale alloggiamo, è un appassionato di montagna. Uno di quelli che, indipendentemente dalle cerimonie ufficiali dell’Unesco, ci tiene proprio a far conoscere le bellezze della sua regione. Così, l’escursione iniziale alla scoperta delle Dolomiti parte da Madonna di Campiglio.
«Sì, insomma ragazzi, ci s’allontana un po’, ma vale la pena cominciare con il giro dei cinque laghi».
E come dargli torto? Sarà che una settimana d’escursioni da queste parti la sognavo da anni, ma non faccio che guardarmi intorno estasiata. Sento qualcuno che si lamenta per l’aria pungente (che poi, per esser a 2000 metri, tanto pungente non lo è affatto!), qualcun altro che borbotta perchè “un’alzataccia così, in vacanza, è da sconsiderati”. Sarà… Io, finalmente, ho la sensazione d’essermi alzata presto per una buona causa.
Avevo dimenticato la paura del vuoto e quel senso di vertigine che si prova una volta saliti in funivia. Troppo tempo senza avvicinarmi ad un impianto di risalita.
La nostra guida non fa che spiegare le differenze tra il versante del Brenta e quello dell’Adamello, ma io non riesco proprio a seguirlo. Guardo in lontananza, sperando che quei nuvoloni minacciosi, verso i quali sembra condurci il nostro sentiero, scompaiano presto. Intanto, raggiungiamo agevolmente il lago Ritorto, nostra prima meta.



«E va be’, che sarà mai? Uno dei tanti laghi dolomitici!», penserete voi. In fondo è solo un lago. A 2056 metri, neanche tanto in alto, eppure…
Eppure, io mica la so spiegare quella sensazione un po’ magica regalata dall’acqua gelata di un laghetto incastrato tra i monti. Quella voglia di perdersi tra i sentieri, lontano da tutti e d’imbattersi in un nuovo laghetto, forse ancora più nascosto di questo. Quella sensazione che si prova nel vedere la nebbia che sale, sale in modo incredibilmente veloce, fino ad inghiottire tutte le persone che, fino a poco fa, erano solo a qualche metro da te. Di Paolo, l’albergatore-guida, non resta altro che un puntino verde. Ma dopo un paio di tornanti, si esce dalla foschia e si resta abbagliati dal sole. Ed io non lo so se chi vive questo spettacolo quotidianamente ci si sia un po’ abituato o continui a trovarlo straordinario, esattamente come me.

Nei pressi del lago Gelato, a 2393 metri, mi cade l’occhio su un mozzicone di sigaretta, lasciato lì da poco. E mi chiedo come si possa rovinare così ciò che la natura ha saputo donarci; come si possa pensare d’accendere una sigaretta quassù, dove l’aria è così pura.
Non c’è limite alla nostra inciviltà.






giovedì 27 agosto 2009

Molveno

Uff! Ma non si arriva mai!
Ancora pochi chilometri e dovremmo vederlo spuntare.
«Eccolo lì!»
Eh già, eccola qui la “preziosa perla in più prezioso scrigno”, per usar le parole del Fogazzaro.


In realtà, siamo giunti a Molveno più per caso che per una scelta precisa. Volevamo andar per sentieri in Trentino, desiderosi di ammirare bellezze diverse dalle cime appenniniche. Mi son persa tra decine d’indirizzi web che suggerivano quel paese anziché l’altro, quell’albergo piuttosto che un altro. Così, alla fine, confusi tra tanti pacchetti, ci siamo affidati alla sorte, fiduciosi nel fatto che il binomio lago più gruppo montuoso del Brenta non potesse tradirci. E infatti…

Nonostante l’alzataccia alle 4.00 del mattino e le quasi otto ore d’auto, con tanto di code a tratti da traffico del rientro (per gli altri), non abbiam perso tempo in sonnellini pomeridiani. Il cielo era troppo azzurro e l’acqua del lago troppo verdeblù per limitarci a guardarla da lontano.

Ci sediamo un po’ sulla spiaggetta erbosa. Ci lasciamo accarezzare dal venticello fresco; alcuni ragazzini fanno il bagno; qualcuno legge; altri sono lì, distesi al sole, con punta voglia di muovere un dito. Laggiù, le acque del lago diventano verde scuro, ma forse è solo il riflesso dei faggi e degli abeti a rendere il colore dell’acqua diverso.
C’alziamo con l’intenzione di sgranchirci un po’ le gambe e dopo un paio d’ore realizziamo d’aver quasi concluso il giro del lago. Incontriamo scogli e calette; veniamo superati da qualche ciclista e dagli appassionati della corsa. Passo dopo passo anche la stanchezza del viaggio svanisce e diventa tutto un programmar escursioni e passeggiate della mente.