giovedì 31 agosto 2017

Del dirsi addio, Marcello Fois

Se quest’estate non fossi stata in Alto Adige e se non avessi ascoltato Marcello Fois a Merano non avrei letto Del dirsi addio. Bolzano mi ha tradita: avevo fantasticato a lungo su questo amore impossibile (inizierò a studiare il tedesco, affronterò inverni lunghi e bui; tutto pur di trasferirmi a Bolzano), invece lei si è presentata distaccata e confusionaria. Certo, a pensarci ora, da Roma, Bolzano è tutto fuorché caotica; però non è la cittadina che avevo idealizzato.
Così, quando ho sentito Marcello Fois dire di aver ambientato il suo ultimo romanzo a Bolzanoperché volevo un posto che fosse già di per sé un personaggio”, ho pensato che forse tra me e Bolzano c’era stato un disguido. Era colpa mia: non ero stata in grado di comprendere la magia che aveva spinto Fois a recarsi più volte lì, a studiarne le vie, le persone, e a fargli dire che “se c’è un posto in cui mi trasferirei volentieri, quel luogo non può che essere Bolzano”. L’ho ascoltato prendere in giro bonariamente i bolzanini, apprezzare il loro atteggiamento compassato, elogiare il paesaggio, canzonare la perfezione di una città in cui non accade assolutamente nulla (“la vita dei giornalisti locali deve essere un inferno. Il TG regionale è di una noia pazzesca”).
Bolzano poteva apparire come un pezzo di mondo sorprendente: quella che chiamavano città non era nient’altro che una porzione di campagna addomesticata fino alla resa, e quella che chiamavano campagna una porzione di città virtuale. C’era tutto ma non sembrava esserci niente. […] Tutte le volte che decideva di affrontare a piedi qualunque percorso dovesse fare, si convinceva di trovarsi nel bel mezzo di un set cinematografico. E smetteva di sorprendersi per l’assenza di avvenimenti intorno a quella sorta di immenso outlet che ne costituiva le pendici.  
Questo è uno dei tanti volti della Bolzano di Sergio Striggio, commissario bolognese, dalla vita piuttosto complicata, nonostante la tranquillità di Bolzano. Striggio è un trentaquattrenne gay, ha già detto addio a sua madre, ha un pessimo rapporto con il padre, ex poliziotto, che non riesce a dimenticare le assurdità di quell’unico figlio che da piccolo era stato folgorato dall’incompletezza di Leon Battista Alberti e a tredici anni aveva iniziato a scrivere un romanzo, una sorta di diario dell’artista. Poi Sergio aveva smesso di fare assurdità ed era passato dal filosofeggiare intorno alla facciata di Santa Maria Novella al concorso in Polizia.
Insomma, mentre a Merano Fois parlava del suo finto noir, era evidente che l’espediente del ragazzino scomparso nel nulla, lungo la strada che da San Romedio va verso Bolzano, celasse la complessità dei rapporti familiari, ciò che abbiamo omesso di dire nel corso degli anni, la paura di svelare chi siamo. E il contrasto tra le imperfezioni dei personaggi e l’apparente perfezione di una Bolzano notturna, con il cielo carico di neve, così diversa dalla città afosa e turistica che avevo appena conosciuto io, mi ha istigato alla lettura.
Ho letto le critiche di qualche lettore disorientato dalle citazioni e dai continui flashback che distolgono dal noir, entrando di continuo nella vita dei personaggi.  A me la struttura del romanzo non è dispiaciuta, ma mi è sembrato ci fosse troppa roba. Omosessualità, bambini problematici, relazioni di coppia controverse, presunti abusi su adolescenti, la morte, imparare come ci si dice addio. Ci sono anche il noir e Bolzano, ma entrambi sono personaggi minori, comparse.
La scrittura di Marcello Fois è elegante, ricercata; l’autore è così attento alla lingua da far dire a Gea, la madre del bimbo scomparso, che il linguaggio è importante, le parole sono importanti. Da lettore ci si sofferma su quelle parole che tornano di frequente: stasi ed attrezzato sono due termini che piacciono molto a Fois (stabilizzare la stasi, ricordare la stasi, una stasi di vetro, frantumare la stasi, lo spazio della stasi; pareti attrezzate, attrezzati linguisticamente, serra attrezzata, persone attrezzate…) e che io ho trovato ripetitive e disturbanti.
Ho iniziato Del dirsi addio sul treno che da Bressanone mi riportava a casa perché desideravo restare ancora un po’ in Alto Adige, ma sono stata nuovamente tradita. Il romanzo è ambientato a Bolzano perché viene detto espressamente, però non c’è nulla che ti faccia realmente sentire la città. Niente che ti faccia venir voglia d’andarci se non ci sei mai stato o di tornarci se sei appena andato via. Ho avuto la sensazione che Fois avrebbe potuto ambientare questo romanzo in una qualsiasi altra città dalle invernate rigide e dalle strade deserte, e la percezione del lettore sarebbe rimasta inalterata.

Del dirsi addio ha ricevuto diversi giudizi positivi ed è stato consigliato anche da librai e persone di cui mi fido molto. Resta il fatto che non mi ha coinvolto. 


venerdì 28 luglio 2017

Luce d’estate ed è subito notte, Jón Kalman Stefánsson

Un libro così bello che avrei voluto non terminasse più.
Una frase che ho sentito ripetere spesso; forse qualche volta l’avrò pronunciata distrattamente anch’io. Un’espressione come tante per dire che caspita!, proprio una bella storia, ma da non prendere troppo alla lettera. Finisco un libro e ne ho già una lunga lista dalla quale pescare; esco dalla Barcellona di Franco e dopo poche righe sono in una famiglia americana alle soglie del 2000. Inspiegabile ciò che mi è accaduto con Stefánsson.
Il coniuge rientra quando fuori è quasi buio e mi trova rintanata nell’angolo lettura con un libro chiuso tra le mani.
«Tutto bene? Che hai?».
«Ho finito Luce d’estate».
«Embè?», gira gli occhi al lato della libreria dedicata ai volumi intonsi. «Non mi sembra sia un problema irrisolvibile».
«Ma questo libro era bellissimo. E poi non mi piace com’è andato a finire…»
«Dai, hai letto decine di libri dicendo che erano bellissimi. E se fosse andato a finire diversamente ti saresti lamentata per il finale scontato. Di che parla questo libro?»
Ecco, e ora come faccio a spiegare al coniuge, la persona più concreta che abbia mai incontrato, di cosa parli Luce d’estate? «Di un paesetto senza una chiesa né un cimitero, immerso nella campagna islandese. Campagna dappertutto, tranne che a ovest, dove c’è il mare. Un posto con una luce pazzesca e dalla notte profonda, il cielo stellato e immenso. Appena quattrocento anime, per lo più anziane, che fanno piccole cose: lavorano in una cooperativa, aprono un ristorante, portano la posta, guardano il cielo, si innamorano, si rabbuiano, vivono e sognano».
«Scusa ma non mi sembra un gran romanzo».
«Non è un romanzo, è poesia».
«E da quand’è che leggi poesia?».
«Dalla settimana scorsa, quando ho incontrato Stefánsson. Comunque, non è un libro di poesie, è un romanzo scritto come fosse una lunga poesia».
«Triste».
«Macché, ci sono stati dei momenti in un cui ho riso come una scema. E poi voglio andare in Islanda».
«Adesso? Io avrei fame; che dici, pensi di poter cenare?».
Inizio a capire cosa significhi sentirsi incompresi.
Ceniamo vedendo un bel film. Prima di andare a dormire, il coniuge pianifica le attività lavorative dell’indomani. Guarda perplesso il mio comodino vuoto. «Non hai ancora scelto la prossima lettura?».
«Non questa sera. Forse domani».
«Allora la situazione è grave».

Per quale motivo viviamo; si può rispondere a domande del genere?
Forse no, abbiamo un compito a parte baciare labbra e così via? Ma a volte, e solo un attimo prima che il sonno ci prenda la sera, quando la giornata è trascorsa con tutta la sua inquietudine, quando siamo distesi a letto ad ascoltare il sangue che scorre e il buio entra dalle finestre, a volte ci sorge il profondo e fastidioso dubbio che il giorno appena passato non sia stato sfruttato a dovere, che ci sia qualcosa che avremmo dovuto fare, solo non sappiamo che cosa. […]
Parliamo, scriviamo, raccontiamo di piccole grandi cose per cercare di capire, di arrivare a qualcosa, di afferrare l’essenza che però si allontana sempre più come l’arcobaleno. Nelle storie antiche si dice che l’uomo non possa guardare Dio, equivarrebbe alla morte, e senza dubbio vale lo stesso per quello che cerchiamo – la ricerca stessa è lo scopo, il risultato ce ne priverebbe. E ovviamente è la ricerca che ci insegna le parole per descrivere lo splendore delle stelle, il silenzio dei pesci, il sorriso e lo sconforto, la fine del mondo e la luce dell’estate.   
 

Jón Kalman Stefánsson, Luce d’estate ed è subito notte (non so quanto possa aiutare il titolo originale, però ha un bel suono: Sumarljós, og svo kemur nóttin), traduzione di Silvia Cosimini, Iperborea, 2013.    


giovedì 13 luglio 2017

Venivamo tutte per mare, Julie Otsuka

Bastano poche righe per sentirti sulla nave. Dormi laggiù in fondo, in terza classe, in mezzo al sudiciume. Indossi un kimono vecchiotto, devi ancora compiere quattordici anni, sei minuta, hai i capelli lunghi e neri, lo sguardo basso e la foto di tuo marito tra le mani. Vieni da Kyoto, non sei mai salita prima su una nave, ti sei portata dietro un piccolo Budda di ottone e speri che tuo marito sia davvero alto un metro e settantanove, abbia una bella casa e che la prima volta non faccia troppo male. Che è quello che temono tutte. Si parla solo di questo sulla nave.
Stai andando anche tu in America, come tutte le altre, e anche se non hai mai incontrato tuo marito, anche se non eri così felice quando i tuoi hanno deciso per te, anche se l’uomo che ti sta aspettando non è quello che tu pensavi di aver sposato, questa è l’America, non c’è nulla di cui preoccuparsi.
Fai cose che a casa tua non avresti mai fatto, lavori fino allo sfinimento, sogni che prima o poi ricomincerai daccapo altrove, forse tornerai in Giappone, forse aprirai un’attività tua, forse metterai il rossetto e andrai a cena fuori. Intanto resti ancora un po’ in America, a lavorare per i bianchi, perché come potrebbero cavarsela senza il tuo aiuto?
Poi arriva la seconda guerra mondiale, la brutta faccenda di Pearl Harbor e loro cominciano a guardarti male, bisbigliano al tuo passaggio, evitano di salutarti e dopo vent’anni non sai più cosa chiamare casa. Sei ossessionata dai nomi che hanno scritto su quella lista, speri che qualcuno interverrà, Dio mio!, è l’America, non si deportano le persone senza una spiegazione. Ma poi prepari la valigia e vai.


Il racconto corale di Julie Otsuka può incantare o sembrare troppo ripetitivo; la storia dei giapponesi che sbarcarono sulle coste americane all’inizio del Novecento può sembrare una storia d’immigrazione come tante; qualcuno dirà che le spose in fotografia non furono una prerogativa del Giappone. Chi conosce la storia americana meglio della sottoscritta, non ignorerà l’Alien Registration Act del 1940, che imponeva a tutti i residenti di nazionalità straniera di sottoporsi ad una schedatura annuale presso gli uffici competenti. Registrazione che per i giapponesi, dopo l’attacco di Pearl Harbour, si trasformò spesso in un trasferimento presso un centro di detenzione, perché considerati enemy aliens (stranieri nemici).
Io, tutte queste cose qui, prima di leggere Venivamo tutte per mare, non le sapevo mica. E la mia ignoranza ha reso il libricino di Julie Otsuka ancora più coinvolgente.
Il libro è stato tradotto in italiano da Silvia Pareschi, autrice dell’articolo che mi ha fatto scoprire un altro pezzetto di storia americana.

Venivamo tutte per mare sarà oggetto di confronto (e di scontro) del gruppo di lettura della biblioteca di Ciampino, giovedì 20 luglio alle ore 18.00.

giovedì 6 luglio 2017

Paesaggi contaminati, Martin Pollack

“Paesaggio”. Questo termine suscita in noi per lo più sentimenti positivi ed emozioni piacevoli, soprattutto quando pensiamo, in modo del tutto acritico, alle vaste distese di terra, prive di edifici e costruzioni che scopriamo durante le nostre escursioni e i nostri viaggi.


Inizia così questo piccolo reportage di Martin Pollack ed io annuisco, pensando alla sua Austria e ai miei tour estivi tra monti e laghetti alpini.
Mentalmente vedo i cumuli di spazzatura e l’incuria che deturpa i sentieri in cui andavo a correre da ragazzina e mi sembra sia quella l’unica contaminazione possibile. Paesaggi contaminati a causa dell’inquinamento, del nostro essere incivili. Sbagliato. Frutteti, cime verdeggianti con le mucchette al pascolo possono nascondere fosse comuni, luoghi di uccisioni di massa, massacri di cui devono essere cancellate tutte le tracce in modo che i morti restino senza nomi, senza identità, senza un punto in cui qualcuno possa recarsi per piangerne la scomparsa o recitare una preghiera. I paesaggi contaminati sono doppiamente contaminati dall’uomo: dai carnefici, che hanno esercitato la violenza nei confronti dei propri simili, uccidendoli in modo barbaro, e dalle vittime, che giacciono sotto i nostri piedi, in punti imprecisati, che devono essere cancellate dalla terra e dalla memoria collettiva.
Pollack, oltre a farci compiere un viaggio insolito e doloroso nell’Europa centrale e orientale del Ventesimo secolo, tra le fosse comuni di cui si è cercato di occultare ogni traccia, ci conduce nei frutteti della sua infanzia e nella fattoria dei nonni, ai piedi del Monte Grimming. Meraviglioso, vero? Già, solo che era il dicembre 1944, il padre di Martin Pollack era un nazista a capo di un commando speciale che conosceva bene l’arte di massacrare gli ebrei e poi gettarli sotto terra e Opsi, il nonno paterno dello scrittore austriaco, era un nazista antisemita, sebbene nonno amorevole e narratore di storie leggendarie.
Si resta disorientati nel percorrere la mappa dei paesaggi contaminati: l’Austria, la Slovacchia centrale, la Slovenia, la Romania, L’Ucraina. Che siano attivisti politici, oppositori del regime comunista, ebrei, rom…la terra sembra intrisa di sangue. Pollack cerca di scavare nel terreno per recuperare quelle storie, qualche volto, sottraendo all’oblio quelle vite che si è cercato di cancellare, come se non fossero mai esistite.    
Si chiude il libro e, come Martin Pollack nella sua biblioteca che affaccia sui frutteti, si comincia a guardare il paesaggio che ci circonda con occhi diversi.

Martin Pollack, Paesaggi contaminati (Kontaminierte Landschaften),

trad. dal tedesco Melissa Maggioni, Keller editore, 2016.

mercoledì 28 giugno 2017

Il racconto dell’ancella, Margaret Atwood



Non frequento spontaneamente la distopia, genere che non mi appassiona e che comprendo poco. I miei incontri occasionali con il romanzo distopico sono il risultato delle scelte comandate dai gruppi di lettura che bazzico. E talvolta sono state fatali.
L’anno scorso mi capitò di leggere un romanzo terribile per il bookclub della casa editrice Neri Pozza, Deserto americano di Claire Vaye Watkins. Una noia mortale. Decisi che la mia esperienza con il bookclub della casa editrice poteva considerarsi concluso.
Poi venne 1984, quel genio di George Orwell. Il bipensiero mi ossessionò per un pezzo, ma se sospesi la partecipazione al gruppo di lettura della biblioteca di Rocca Priora non fu a causa del Grande fratello bensì della mia cronica mancanza di tempo.
Quindi è arrivato il gruppo degli esuli nella folla. Quando hanno proposto Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood, ho accettato con entusiasmo perché non avevo mai letto nulla della scrittrice canadese. Ignoravo di dover affrontare una distopia.
Ho iniziato a leggere il libro pochi giorni prima dell’incontro; ho pensato che non ce l’avrei mai fatta, che non c’era alcuna valida ragione per entrare nella repubblica di Galaad, ai confini del Canada, in un’epoca indefinita in cui la libertà di è stata soppiantata dalla libertà da. Prima c’era una società che moriva per troppa libertà di scelta, ora c’è una società che muore per non poter più scegliere. L’ancella racconta, ed io non riesco a chiudere il libro.
Non si sa quale sia stata la causa scatenante ma l’infertilità si è abbattuta nel territorio che prima del regime gaaladiano era lo Stato del Maine. L’uso indiscriminato di metodi contraccettivi e costumi dissoluti non possono che aver condotto alla catastrofe. Donne indipendenti che dispongono liberamente della propria vita, donne che dispongono dei propri corpi; scelgono il loro partner, decidono se portare avanti una gravidanza o interromperla. Troppa libertà, soprattutto da parte delle donne; bisogna porre un limite. Vanno adottati metodi drastici, anche se temporanei. È un attimo. Si inizia con il bloccare le carte di credito, poi si uccide il Presidente; l’esercito dichiara lo stato d’emergenza, viene abolita “temporaneamente” la costituzione, si sospendono le pubblicazioni per ragioni di sicurezza.
Il Paese è in mano all’esercito, eppure la gente non se ne cura troppo. La sera le persone restano in casa a guardare la televisione, aspettando che si torni alla normalità. La parola d’ordine è procreare: unico scopo del corpo femminile, un involucro, un grembo con due gambe. Se in passato ha dimostrato di essere fertile, quel corpo diventerà un’ancella; indosserà un vestito rosso, abbasserà lo sguardo, perderà il proprio nome e assumerà il patronimico del Comandante (puntualmente sterile con moglie incapace di concepire) a cui garantirà la discendenza.
L’ancella non è destinata a fare la madre: dopo il parto allatterà qualche mese, quindi lascerà il neonato ai genitori effettivi (il Comandante e la moglie) per essere attribuita ad un nuovo Comandante.   
Una situazione troppo irreale per poter giustificare 398 dure pagine di romanzo. Ogni ricordo dell’ancella Difred è una pugnalata. Ogni volta che racconta la sua vita passata, quella in cui aveva un altro nome, un lavoro, una figlia, un compagno, dei libri, una crema per il viso, quella in cui si faceva l’amore o si faceva sesso e non si era di nessuno… ogni pezzetto di libertà in meno mi fa alzare gli occhi dal libro, guardarmi intorno e dire “non è vero”. Eppure non sono riuscita a staccarmene e l’ho terminato prima del previsto.
È un libro che non regalerei, che non consiglierei, che forse presenta qualche lacuna ma che tiene alta la tensione fino all’ultima pagina. Dipinge uno scenario irreale perché il mondo non verrà mai colpito da una catastrofe nucleare, gli Stati Uniti, patria della Libertà, non diventeranno mai uno Stato totalitario; è irreale perché le libertà conquistate dalle donne sono un diritto acquisito che mai potremo perdere; irreale perché chi instaura un regime che condanna i costumi immorali non permetterà mai che ci siano dei bordelli, figuriamoci poi la possibilità di frequentarli!
È un romanzo devastante perché tutto ciò non potrà mai accadere. Forse.


Nessuno muore per mancanza di sesso. È per mancanza di amore che moriamo.

trad. C. Pennati, Ponte alle Grazie, nuova edizione del 2017.

Qui un assaggio della serie TV. Nel podcast, l’ancella Difred, voce narrante e protagonista del romanzo, dice il suo vero nome. Informazione mai fornita espressamente nel romanzo. 

lunedì 19 giugno 2017

Se mi tornassi questa sera accanto, Carmen Pellegrino

Romanzo poetico sin dal titolo, che rievoca i primi versi della poesia di Alfonso Gatto, A mio padre. Lo prendi tra le mani, aspettandoti un rapporto controverso tra un padre e una figlia, e subito vieni spiazzato dalla dedica A mia madre, che per sempre cercherò negli occhi di tutte le donne del mondo.
Inizialmente la lettura scorre lenta, come le acque di un innocuo ruscello, stretto, poco profondo, buono per il panorama, le poesie e nient’altro. Per l’ennesima volta ti chiedi se non sia arrivato il momento di smetterla con questi gruppi di lettura che s’infervorano per un titolo, e tu ti ritrovi a leggere un libro, che forse non avresti mai acquistato, anziché andartene a correre. Una così bella serata…
Giosuè Pindari scrive lettere a Lulù, figlia ingrata, sparita da un giorno all’altro senza dare notizie. Sono lettere malinconiche che raccontano di una casa senza sorrisi, di ideali infranti, delle passioni che furono di Turati, Kuliscioff e Pertini. Curiosa tanta passione per un uomo come Giosuè, estremamente concreto, legato alla solidità della terra e al risparmio; risparmio in tutto, anche nelle parole e negli abbracci mai dati. 
Giosuè scrive e sembra parlare di un tempo lontano, un’epoca in cui le bambine hanno le regole una volta al mese e le tamponano con un fagotto di carta igienica; i genitori vietano le bevande del diavolo, diffuse dalle multinazionali e impongono spremute d’arancia; anni in cui una madre può ancora insegnare a rifugiarsi nella scrittura invisibile: basta intingere un pennello nel succo di limone e le parole ricompariranno solo avvicinando il foglio alla luce di una candela accesa.
Giosuè scrive e affida le sue lettere al fiume, certo del fatto che, ovunque sia, la figlia non potrà che riceverle prima di Natale. Giosuè scrive e nel perdere tempo scopre che a render viva la vita forse non sono le cose utili, la pianificazione, la disciplina. Osserva il passato e pensa che bel dono sarebbe quello di poter cancellare i ricordi e piantarne di nuovi.   
Giosuè racconta e tu ti immergi in un'epoca lontana. Potrebbe essere l’Italia del dopoguerra, invece è l’altro ieri; Lulù nasce nell’anno in cui qualche viaggiatore avrebbe iniziato a portar a casa, a mo’ di souvenir, pezzi del muro di Berlino. Non ti stupisce il fatto che Lulù sia andata via, ti stupisce che sia potuta rimanere per così tanto tempo in una casa in cui non le è stato permesso di essere bambina.

Non credi che nell’era in cui le persone non parlano più tra loro ma lasciano tracce on line di continuo, ci si possa ritrovare non su facebook bensì con un messaggio in una bottiglia. Avverti qualche nota stonata, eppure non puoi fare a meno di seguire fino alla fine, tra un corso d’acqua e l’altro, quella bambina che da grande avrebbe voluto aprire un’officina in cui poter aggiustare i pensieri rotti.

Carmen Pellegrino, Se mi tornassi questa sera accanto, Giunti Editore, 2017.

domenica 4 giugno 2017

Il ritorno, Hisham Matar


Ho scoperto Hisham Matar a Libri come, lo scorso marzo. È stato un incontro casuale, nato dalla fiducia che ripongo nella bravissima Benedetta Tobagi. Sapevo che avrebbe presentato il libro di uno scrittore libico, scappato dalla Libia con la sua famiglia all’età di nove anni, cittadino inglese da tempo. Ho pensato alla Libia e ho visto solo qualche immagine: l’arrivo di Gheddafi a Roma, atteso dall’allora presidente del Consiglio Berlusconi; il clamore intorno alla tenda beduina già montata nei giardini dell’ambasciata libica a Roma e le polemiche sul reclutamento delle hostess convocate per una lezione sul Corano; poi, ho rivisto il corpo senza vita di Gheddafi dopo l’assedio di Sirte.
La serenità e la pacatezza di Hisham Matar mi hanno conquistata dopo 5 minuti. Non ti aspetti quiete da una persona che ha convissuto con rabbia e dolore per buona parte della sua esistenza. Uno che a diciannove anni è stato strappato da suo padre, Jaballa Matar, oppositore del regime di Gheddafi, portato via dai servizi segreti egiziani e riconsegnato al governo libico per essere condotto all’ultima fermata, il carcere di massima segretezza di Abu Salim, a Tripoli; quindi sparito nel nulla. Non ti aspetti il sorriso sul volto di chi, per anni, ha convissuto con l’ossessione di far luce sull’accaduto, di capire se, come e quando suo padre sia stato eliminato. 
Pochi giorni dopo la presentazione, ho iniziato a leggere Anatomia di una scomparsa, pubblicato in Italia nel 2011. Quando si incontra un autore di cui non si è mai letto nulla e che ci ha colpiti molto si ha sempre il timore di restare delusi dalla sua scrittura. Ti sei innamorata di una voce, cerchi quella voce nei romanzi e qualche volta scopri d’esser stata ingannata. Nel caso di Hisham Matar, leggerlo è come ascoltarlo: la stessa pacatezza nei toni, la stessa attenzione alle parole, la stessa poesia.
Ci sono volte in cui l’assenza di mio padre mi pesa sul petto come se ci stese seduto sopra un bambino. Altre volte riesco a malapena a evocare i lineamenti precisi del suo viso e devo tirar fuori le fotografie che conservo in una vecchia busta nel cassetto del comodino.
Inizia così Anatomia di una scomparsa. È solo un romanzo ma anche qui c’è un adolescente, esule, costretto a sopravvivere alla misteriosa scomparsa del padre. Anche qui ci sono l’esilio e la difficoltà emotiva e psicologica di far ritorno in Patria.
Il ritorno è tutt’altra cosa. C’è Hisham Matar, le sue paure, i suoi momenti più cupi, quella volta in cui è stato sul punto di farsi trascinare dalla corrente e sparire per sempre. C’è la sua passione per l’arte e il suo modo di viverla. Abitavo non lontano dalla National Gallery, e l’ingresso era gratuito, così decisi che avrei scelto un quadro e ogni giorno gli avrei fatto una breve visita, un quarto d’ora, cinque giorni alla settimana. Sarei passato a un altro quadro solo quando avessi esaurito il mio interesse. All’epoca, ciò richiedeva di solito una settimana; adesso mi capita di metterci molto di più.      
C’è sua madre, una donna eccentrica, cuoca eccezionale, attaccata al presente e al Cairo; chiacchiera parecchio, un po’ come la mia, sente la mancanza dei figli e di un uomo appassionato di politica, di calcio e letteratura. Ha continuato a registrare tutte le partite del Bayer Monaco, la squadra preferita dal marito, e tutte le altre partite trasmesse, anche le più irrilevanti, fino a tre anni dopo la scomparsa di Jaballa Matar. Ha smesso quando ha capito che se fosse tornato dal carcere con la passione del calcio ancora intatta, avrebbe impiegato anni per vedere tutte quelle ore di calcio.
C’è Jaballa Matar, l’Assente-Presente, l’uomo che non è mai riuscito a piegarsi; leader nato, sapeva come gestire e organizzare un movimento; in una delle poche lettere che riuscì ad inviare alla sua famiglia nel periodo della prigionia ad Abu Salim è racchiusa tutta la sua forza interiore:
«La crudeltà di questo posto supera di gran lunga tutto ciò che abbiamo letto a proposito della Bastiglia. C’è crudeltà in ogni cosa, ma io sono più forte delle loro tattiche di oppressione… La mia fronte non sa cosa voglia dire chinarsi.»
C’è l’incapacità di rassegnarsi ad una scomparsa su cui, forse, non si potrà mai far luce.
Mio padre è morto ed è anche vivo. Non possiedo una grammatica per lui. È nel passato nel presente, nel futuro. Anche se gli avessi tenuto la mano, e l’avessi sentita cedere mentre esalava l’ultimo respiro, indugerei comunque, credo, ogni volta che mi riferisco a lui, in cerca del tempo verbale giusto.
E c’è la Libia. Leggere Il ritorno non è come ascoltare il tg mentre si sta preparando un’insalata; non è come sfogliare il giornale mentre si aspetta il caffè. Si torna indietro nel tempo, a quando la Libia era un paesaggio semidisabitato ma non uno Stato. C’era lo stato di Tripoli, governato da un pascià, ma non il Paese che verrà invaso dagli italiani. In questa autobiografia c’è la Libia che solleva la testa negli anni ‘50 con re Idris, e poi la Libia dell’inesorabile discesa a partire dal colpo di stato di Gheddafi.  
Buona parte della famiglia di Hisham Matar ha imbracciato le armi durante la rivolta del 2011; Hisham ha continuato ad usare solo la penna. Ma tra tutte le cose che contiene, Il ritorno mi è sembrato anche un gesto d’amore nei confronti del Paese che nessun tg potrà mai raccontarci: quello della luce secca di Agedabia, del mare di Bengasi e della sua luce, di cui tanto parla Hisham e che io non riesco ad immaginare in alcun modo. Certe atmosfere devi viverle per poterle capire.
Un gran libro. Uno dei libri che non mi stancherò di regalare.


   
Hisham Matar, Anatomia di una scomparsa (Anatomy of a Disappearance), trad. Monica Pareschi, Giulio Einaudi Editore, 2011.

Hisham Matar, Il ritorno. Padri, figli e la terra fra di loro (The Return. Fathers, sons and the land in between), trad. Anna Nadotti, Giulio Einaudi Editore, 2017.