martedì 5 agosto 2014

La famiglia Aubrey


La famiglia Aubrey – Rebecca West, traduzione di Francesca Frigerio, Mattioli 1885.



Il periodo “smaltimento libri accumulati” procede quasi senza intoppi (le piccole defezioni hanno una valida giustificazione, giuro). Acquistai La famiglia Aubrey  al Salone del Libro di Torino un paio di anni fa. Non so perché lo feci; non credo fosse per la recensione di Baricco, ripubblicata in questa raccolta e letta solo di recente. Ricordo che andai con convinzione allo stand della Mattioli 1885 e iniziai a maneggiare i libri relativi alle fortificazione della seconda guerra mondiale (il coniuge in quel periodo era andato in fissa per i luoghi della guerra). Poi, non so come fu, mi colpì la copertina di questo libro di Rebecca West, mi dimenticai della Linea Maginot, capii che La famiglia Aubrey  era il primo volume di una trilogia, interruppi il pranzo del timido omone, che approfittava di un momento di tregua per strafogare un panino, pagai e andai via senza sapere esattamente cosa avessi acquistato. Tutta colpa della copertina dai bordi arrotondati.
Ho iniziato a leggerlo all’inizio di luglio. Dopo le prime 50 pagine ho pensato di aver buttato 20 euro. Dopo un paio di giorni ho pensato che questa faccenda dello “smaltimento libri acquistati” mi sta stretta: qui bisogna procurarsi gli altri due volumi della saga familiare.
Gran Bretagna d’inizio Novecento, la signora Clara Keith con le tre bambine e il piccolo Richard Quin lascia Edimburgo per raggiungere il marito a Londra. È solo uno dei tanti traslochi di una famiglia sui generis,  in balia dei colpi di testa del signor Piers Aubrey, padre assente, troppo impegnato in fallimentari speculazioni economiche per garantire una qualche stabilità a moglie e figli.
La quotidianità narrata dalla sorella Aubrey più vivace, Rose – Rebecca West,  procede come un andante moderato che di tanto in tanto sfocia in un presto per poi scivolare in un adagio. È un romanzo musicale, non solo perché la musica permea la vita della famiglia ma perché è scritto in modo fluttuante, delicato. Le giornate scorrono lente, tra un tè e una zuppa. Le esercitazioni al pianoforte, le corde del violino straziate da Cordelia e le discussioni su come vada interpretato un Notturno in Fa di Chopin riempiono gran parte del romanzo. Prima di sposarsi, Clara è stata una celebre pianista e le due figlie, Mary e Rose, hanno ereditato il suo talento e la sua determinazione. Richard Quen ne ha ereditato l’orecchio senza la costanza mentre la povera Cordelia, primogenita, ha solo la testardaggine di voler riuscire senza, ahinoi, alcun talento. 


La quotidianità viene spezzata da eventi drammatici, tipo l’improvvisa dipartita del capofamiglia (no, non muore; si limita  a sparire dalla sera alla mattina), qualche fenomeno paranormale e, più banalmente, un omicidio. Tutti episodi che vengono liquidati con poche righe, cancellati dall’urgenza della colazione, del tè del pomeriggio, dell’ora di cena.  
Rebecca West, pseudonimo di  Cicely Isabel Fairfield, nata a Londra da genitori di origini scozzesi e irlandesi, dopo aver tentato la carriera di attrice, fu giornalista, viaggiatrice, attivista politica, scrittrice, ragazza madre (che parola d’altri tempi). Donna spigolosa, senza peli sulla lingua, esercitò fino a 90 anni il diritto di esprimere liberamente la propria opinione, a costo di essere considerata blasfema. Mi piacerebbe poter leggere le recensioni letterarie che scrisse per il Times e per il Sunday Telegraph.  Immagino righe graffianti e giudizi severi. Una che alla domanda: “Do you admire E. M. Forster?” risponde tranquillamente “No. I think the Indian one [A Passage to India] is very funny because it’s all about people making a fuss about nothing, which isn’t really enough.” E alla domanda: “What about the work of Somerset Maugham, whom you also knew?” risponde altrettatanto seccamente:  “He couldn’t write for toffee, bless his heart. He wrote conventional short stories, much inferior to the work of other people. But they were much better than his plays, which were too frightful. He was an extremely interesting man, though, not a bit clever or cold or cynical”… [Eresia, eresia. Io adoro Maugham. Dite che è davvero così conventional??]
Se ciò non bastasse, nell’illuminante intervista pubblicata su the Paris Review, la West afferma: “I really don’t see War and Peace as a great novel because it seems constantly to be trying to prove that nobody who was in the war knew what was going on. Well, I don’t know whoever thought they would—that if you put somebody down in the wildest sort of mess they understand what’s happening”.
Ma uno può dichiarare candidamente che Tolstòj  è sopravvalutato senza finire all’Inferno?

Nella Famiglia Aubrey c’è un’attenzione maniacale a ciò che le mani dicono, a dove vengono riposte, alla gestualità. Quindi, non mi sono stupita nel leggere: “You said once that all your intelligence is in your hands”. Risposta: “Yes, a lot, I think. Isn’t yours? My memory is certainly in my hands. I can remember things only if I have a pencil and I can write with it and I can play with it”.
La West era una scrittrice accurata, che lavorava molto sulla scelta delle parole, sulla scrittura e riscrittura, come evidenziato nell’appendice e nella bella postfazione di Francesca Frigerio (benedetti sempre siano i bravi traduttori!). Peccato che la Mattioli 1885 si sia persa in una serie di refusi lasciati qua e là. Piccoli errori di battitura che rendono meno perfetto questo volume.


martedì 15 luglio 2014

La famiglia Karnowski

La famiglia Karnowski - I.J. Singer, traduzione di Anna Linda Callow, Adelphi. 

Il solito amico che legge tutto, che sa tutto, che sbaglia poche volte, mi ha ripetuto per mesi la stessa frase: “Notevole. Il libro più bello letto nel 2013. Non puoi non averlo ancora acquistato”. Io mi ostinavo a guardare, senza toccare, il tomone dalla bella copertina ogni volta che entravo in libreria. Lo guardavo, lo riguardavo e passavo oltre. Poi è arrivato il giorno dello sconto del 25% e con poca convinzione ho pagato e l’ho portato a casa. Dove è rimasto nello scaffale della mescolanza, quello della geografia indefinita. Non ho il reparto yiddish, conosco pochissimo la cultura ebraica e l’ho sempre identificata con storie tristi, sconfortanti, vittimismo puro.
Perché? Perché chi non conosce sbaglia in continuazione.
De La famiglia Karnowski troverete recensioni bellissime on line, ne parlava Gabrilù prima ancora che venisse tradotto in italiano; qui potete trovare i link a numerosi ed interessanti articoli.
Io posso solo dirvi di aver scoperto un libro pieno di umorismo, tenacia, voglia di vivere. L’idea che non bisogna arrendersi mai (“Vivi e lascia vivere. Soldo in più, soldo in meno”), che con la testardaggine e l’impegno ci si può risollevare anche quando tutto rema contro, che si deve sempre alzare la testa anche di fronte alle ingiustizie più atroci.

“Niente di nuovo, rabbi Karnowski, sempre la stessa vecchia storia. L’abbiamo già visto accadere a Spira e a Praga, a Cracovia e a Parigi, a Roma e a Padova. Da quando gli ebrei sono ebrei, la plebaglia brucia i loro libri sacri, marchia i loro abiti con segni distintivi, ne disperde le comunità, ne perseguita gli eruditi. E nonostante tutto siamo ancora qui”.

Uno di quei libri che ti fanno guardare con noncuranza i ritardi di Trenitalia, che ti tengono sveglia dopo la piscina, che vorresti non finissero mai, sebbene le pagine finali siano di una tale bellezza da godere anche del finale. Un capolavoro assoluto.

Se non vivessi una di quelle fasi in cui “Non comprerò un altro volume fin quando non avrò letto tutti quelli ammucchiati in libreria” (vediamo quanto dura…), mi sarei già precipitata ad acquistare I fratelli Ashkenazi. Ma, essendo in pieno stadio di smaltimento libri accumulati, sono passata ad un'altra saga familiare, che attendeva in libreria da un paio di anni. Tutt'altro tenore, tutt'altra ambientazione. Ne parliamo la prossima volta. 

lunedì 7 luglio 2014

Montanari

Domenica rilassante: sei ore e un po’ di cammino da Magliano de’ Marsi al rifugio Capanna di Sevice (m. 2119). L’intenzione era di raggiungere la vetta del Velino ma era la prima escursione dell’anno e  ce la siamo presi comoda… Il Velino sarà per la prossima volta.
Vegetazione abbastanza rigogliosa per essere luglio, fiorellini gialli e bianchi dappertutto; un cielo azzurrissimo, poche nuvole bianche in lontananza e tanta voglia di camminare. Il silenzio della montagna riesce sempre a cancellare ogni preoccupazione e il malcontento accumulato durante la settimana. Passo dopo passo svanisce tutto, non perché metabolizzi pensieri e sensazioni: li dimentico totalmente. È come se non esistesse altro che un sentiero da seguire e una meta da raggiungere. Le salite le affronto con piacere, è la discesa a disturbarmi. Troppa tensione nelle gambe, troppa concentrazione per evitare di scivolare.
Siamo quasi a valle; il coniuge si ferma e guarda lassù, dove ora le nubi si stanno addensando: “Certo che non siamo normali noi due”.
“No, hai ragione. Il prossimo weekend ci facciamo due ore di coda in auto per raggiungere una qualche spiaggia sporca e affollata; smadonniamo alla ricerca del parcheggio; paghiamo uno sproposito per caffè e gelato e ci mettiamo a sudare sotto al sole per un tempo infinito, circondati dal caos. Un rilassante weekend estivo da persone normali…” Mi liquida con un mezzo sorrisetto e un brusco: “Va avanti tu, che è meglio”.
In fondo è contento di aver sposato una montanara.

  

giovedì 3 luglio 2014

Casino totale

Casino totale – Jean-Claude Izzo, tradotto dal francese da Barbara Ferri, edizioni e/o

Da qualche tempo giravo intorno ai volumi di Izzo. Non che sia una gran lettrice di noir, vado a periodi. Però Izzo mi intrigava parecchio. Forse ne avevo sentito parlare da qualcuno, forse avevo letto qualche post; ad ogni modo, volevo conoscere la sua Marsiglia.
Il libro l’ho preso in prestito dal solito spacciatore (amico-mancato-libraio-ma-magari-un-giorno-o-l’altro…), nella cui libreria è presente la restante parte della trilogia marsigliese (Chourmo e Solea), insieme ad altri titoli accattivanti (un volumetto dal titolo Vivere stanca bisogna leggerlo a prescindere… Almeno per capire di cosa parli).

Casino totale delinea una Marsiglia in cui non passeggerei con tranquillità dopo il tramonto. Tra spacciatori, traffico d’armi, prostitute, poliziotti che cercano solo un buon pretesto per usare la pistola… viene un po’ d’ansia. L’intreccio non è semplicissimo da seguire, quasi ci si perde tra arabi, algerini, italiani del nord, italiani del sud, sudamericani e qualche francese qua e là. Tante lingue, storie di miseria e frustrazione; storie senza via d’uscita.
Il protagonista, Fabio Montale, poliziotto italiano malinconico e fascinoso, tra un morto e l’altro ci fa scoprire il volto più romantico di Marsiglia: i panorami mozzafiato, il  profumo del basilico che si mescola a quello del curry e della menta. Una voglia di orate alla griglia, di una focaccia, una zuppa di mare o spaghetti con le vongole… non mangio peperoni, ma sono così immersa nell’atmosfera che, seguendo le indicazioni di Fabio, vorrei cucinare un piatto di peperoni alla rumena per cena. Il tutto accompagnato da qualche bicchierino di pastis (che non ho mai assaggiato) e da un sottofondo musicale che va da Paco de Lucia a Bob Marley, senza tralasciare il nostro Paolo Conte e Thelonious Monk.


Svariati morti ma davvero un bel libro.       

lunedì 12 maggio 2014

Miele, Ian McEwan

Miele, Ian McEwan
traduzione di Maurizia Balmelli, Einaudi


Espiazione mi aveva folgorato.
Ricordo poi di aver letto Chesil beach e di aver pensato nientedichè. Oggi, di quest’ultimo, non ricordo nulla. Lo svantaggio dei libri presi in prestito: non puoi cercarli nella tua caotica libreria, leggerne uno stralcio, riuscire a  ricostruirne la trama, le impressioni, sapere quando e perché avessi incominciato a leggerlo. Forse mi succederà la stessa cosa con Miele.  Ne avevo letto un pezzetto su qualche blog e avevo deciso che lo volevo. L’ho adocchiato  nella libreria dell’amico-mancato-libraio-ma-magari-un-giorno-o-l’altro… e me lo son portato a casa insieme ad un altro paio di titoli.
Lettura inizialmente faticosa. Una mezza spy story, una cosa che non si capiva se fosse un thriller, un libro che parla di libri, una storia d’amore. Poi mi son lasciata prendere e da metà libro in poi, pur sospettando come sarebbe andata a finire, ho divorato le pagine. La critica non l’ha apprezzato granché. Io, forse, l’ho letto con occhi poco critici: è stato divertente calarmi nel mondo dei servizi segreti inglesi degli anni 70 (di cui non sapevo assolutamente nulla), ho frugato tra i pensieri di uno scrittore emergente (Thomas Haley, uno dei protagonisti del romanzo) e tra le fonti di ispirazione di un presunto romanziere in erba. 




Ho riflettuto sulla scelta dell’io narrante: fino alla fine del romanzo ho pensato che McEwan facesse raccontare la storia, in prima persona, da Serena Frome (ma non è esattamente così…); e di tanto in tanto ho pensato che forse una donna non si sarebbe comportata in quel modo e che McEwan stesse enfatizzando troppo il senso di rabbia, di vendetta, di tradimento… Come fa uno scrittore maschio ad essere così sicuro di quali siano le reazioni di una donna che si sente tradita, umiliata da un uomo? McEwan non è così presuntuoso da sapere tutto; l’arcano viene svelato nel finale del libro che, seppur melenso (tropperrimo), mi ha riconciliato con il McEwan di Espiazione.

Miele non è una lettura imprescindibile, però è una buona distrazione dalla quotidianità. 


giovedì 8 maggio 2014

Equatore, Miguel Sousa Tavares

Equatore, Miguel Sousa Tavares 
Traduzione dal portoghese di Clelia Bettini, Beat edizioni







Luis Bernardo, caro,
tu sai che se non fosse stato per la Nela San non ci saremmo mai incrociati, vero?
Nonostante l’attrazione per il mondo lusofono, nonostante la fascinazione per quelle terre d’Africa che a volte ritorna… Nonostante tutto ciò, il nostro è stato un incontro combinato; una di quelle situazioni imbarazzanti in cui mi faceva cadere qualcuno dei miei amici quando ero ancora una zitella spensierata: “Ah, forse stasera viene anche Tizio. Un ragazzo simpatico; vedrai, vi troverete bene insieme”. La Nela San ha parlato a lungo di Portogallo e da língua portuguesa, poi mi ha trascinato in libreria e mi ha piazzato questa storia tra le mani. “Secondo me potrebbe piacerti”.  Come avrei potuto voltar le spalle e guardare altrove?
Scetticismo iniziale. La prima volta che ti ho ascoltato mi sei sembrato persino antipatico. Sì, insomma, il tipico radical chic lisbonese d’inizio Novecento. È facile fare il progressista dalle idee liberali quando provieni da una famiglia borghese, hai ereditato una discreta attività commerciale senza dover muovere un dito, ti sei diligentemente laureato in giurisprudenza, frequenti i club più in voga di Lisboa e scribacchi le tue opinioni sui quotidiani portoghesi. Come se non bastasse, seduci donne a destra e manca, preferibilmente maritate; sei giovane, elegante, sexy… e sai di esserlo. Un uomo da cui tenersi ben alla larga. 
Però ti facevo più furbo. Ma dimmi, quando sei partito alla volta di São Tomé, novello governatore per caso, pensavi davvero che la schiavitù fosse morta e sepolta nell’Ottocento? Dico, come potevano quattro proprietari bianchi trasformare due sputi di isolette perse sulla linea equatoriale nel secondo produttore di cacao nel mondo? 


Non verrai mica a raccontarmi che, prima di accettare l’incarico di governatore laggiù, pensassi davvero che nelle piantagioni di Säo Tomé e Príncipe avresti trovato lavoratori angolani trattati in modo umano dai padroni bianchi; lavoratori abbondantemente nutriti, ben salariati e liberi di dare le dimissioni in qualsiasi momento? Suvvia!...Il re Carlo di Portogallo (anzi, il suo consigliere), ti ha creduto l’uomo giusto al momento giusto; colto, energico, lontano dalla vecchia aristocrazia; ma chiedeva che tu realizzassi un’impresa impossibile: mantenere inalterati i privilegi dei coloni bianchi in terra nera, fingere di non vedere le disumane condizioni di lavoro nelle piantagioni e inventarsi, non so bene cosa, per nasconderle al mondo intero, pubblicizzando invece le magnifiche sorti e progressive realizzate dal Portogallo nelle proprie colonie.
Ho cominciato a provare simpatia per te solo dopo il tuo arrivo a São Tomé. Un po’ presuntuoso ma dal volto umano. Ci credevi davvero alla storia dell’uguaglianza tra bianchi e negri, ci credevi davvero ai diritti dei lavoratori e alla necessità di difendere i deboli. Peccato ti sia fatto irretire da quella puttanella inglese, come disse la saggia Maria Augusta!
Ann mi è stata antipatica dal primo momento. Un’antipatia a pelle. No, non parlo per gelosia: quando incontro una donna veramente bella, un corpo statuario, elegante, un volto perfetto, lo riconosco. Bella era bella, ma qualche dubbio sulla sua onestà, sulla sua trasparenza, ti sarebbe dovuto sorgere. “Ho promesso di restare al fianco di mio marito”; sì, vabbè, ma poi faccio quello che voglio e lui ne è consapevole. Tu, Luis Bernardo, non sei nato nella Roma di fine Novecento, altrimenti l’avresti liquidata con un “Ti piace vincere facile!”
Comunque sia, hai preferito lei a noi tutte. E noi abbiamo continuato a seguirti con apprensione. Confesso che ho letto la tua ultima lettera con il magone. Mi aspettavano in pista per l’allenamento infrasettimanale ed io lì che non riuscivo a staccarmi dalle tue parole.
Mi hai raccontato un mondo che non conoscevo, hai cambiato la mia opinione sul colonialismo portoghese (ingenuamente ho sempre pensato fosse stato più blando rispetto alle nefandezze delle altre potenze) e mi è venuta una certa curiosità sul mondo sommerso del cacao (casualmente, ho già in libreria “Cacao” di Jorge Amado, che a questo punto dovrò leggere).
Mi hai guardato distrattamente, perso come eri per la tua Ann. Non preoccuparti, non me la son presa. Non sei stato il mio grande amore, non sei stato la mia occasione mancata. Però ti ho voluto un po’ di bene.
Ciao Luis.




giovedì 10 aprile 2014

Di lusitanitudine a Ravenna, con un po’ di gialli e geografie…

All’inizio del 2014, riflettendo sui buoni propositi che di anno in anno vengono copiati da una moleskine all’altra senza mai concretizzarsi, ho capito che con l’aumentare della talpaggine e dei capelli bianchi bisognava mettere un freno ai sogni e dare un’accelerata alle valigie. Non è che si possano rimandare viaggi, libri, film, incontri, concerti per tutta la vita… Sennò finisce che mentre sei immersa nei tuoi sogni, la vita corre via e resta solo la paura di aver perso qualcosa e di non poter tornare più indietro.
In questo risveglio dei sensi, ho organizzato un viaggetto a Ravenna dove ho finalmente incontrato la gemellina blogger malata di lusitanitudine, Nela San. Lei, in verità, è malata pure di giallite, fotografite, viaggite, caffeite, teite… Tutte “ite” pericolosamente contagiose: si potrebbero trascorrere ore ad ascoltare i suoi aneddoti su viaggi stupefacenti, sbocconcellando una piadina accompagnata da dietetici salumi e formaggi vari.

La gialloviaggiatrice mi ha condotto per le vie di Ravenna in un venerdì sera d’inizio primavera; ha scelto le stradine dall’illuminazione più suggestiva; quelle in cui è avvenuto almeno un delitto da poter narrare  alla visitatrice curiosa. 
Poi ha selezionato osterie dal menù tipico ma particolare (ricette tradizionali rivisitate in chiave moderna), luoghi librici per ampliare la mia già lunga lista di titoli da leggere, e meravigliosi angoli della città in cui fermarsi a bere un caffè e chiacchierare, chiacchierare, chiacchierare…

Biblioteca Classense

Ravenna è la classica cittadina in cui mi trasferirei volentieri per qualche annetto. Tranquilla, ordinata, pianeggiante; ma pensa che bello vivere in un posto in cui al mattino prendi la bici (utopia) e vai a lavoro! Esci dall’ufficio e passi alla biblioteca Classense dove ti fermi nel chiostro per sfogliare qualche libro e decidere quale prendere in prestito. 

Non escludo che il volume tra le mani possa incuriosire la gatta Teresa, che ho avuto la fortuna di incontrare, sebbene di sfuggita.

Teresa
Il sabato, volendo, puoi passeggiare per il corso principale di una luogo vivace ma non isterico. Insomma, a Ravenna non hai la grandiosità, non hai abbondanza di cinema, teatri, librerie, locali. 


Non hai, ecco, l’imbarazzo della scelta; ma in piccole dimensioni hai tutto. Che, per una come me, è un vantaggio perché una città che offre troppo stordisce a tal punto da far agognare la tranquillità della propria casetta alle porte (molto alle porte) dell’Urbe. Una cittadina a dimensione d’uomo, invece, mi spingerebbe ad uscire anche per una semplice passeggiata in libreria e per un caffè con un’amica. Incredibile come una cosa quasi normale in un posto come Ravenna, si trasformi in un’attività da “dover organizzare e gestire” in un luogo dispersivo come Roma.  

  
A questo punto, dovrei parlarvi dei meravigliosi mosaici di Sant’Apollinare Nuovo o del celebre cielo stellato del Mausoleo di Galla Placidia. Ma non ho le competenze per poterlo fare. Mi limito a guardarmi intorno estasiata e a gioire della sensazione di benessere che si prova nell’osservare qualcosa di stupefacente, realizzato secoli fa (386-452), che ancora oggi riesce a farci spalancare gli occhi per poi socchiuderli e sognare.

I viaggi della talpa, anche quelli più brevi, prevedono la presenza di un libro.
Sono partita mettendo in borsa…

E che volete che vi dica? Nel 2013 hanno finalmente dato un Nobel meritato. Non che gli altri non lo fossero, ma i racconti della Munro sono dei capolavori. Sfiorano la perfezione; mi sto impegnando per scovarne uno brutto, imperfetto… ma non l’ho trovato in questa raccolta.

… E sono tornata con in valigia questo titolo qui:

Miguel Sousa Tavares è nato a Porto e il libro è ambientato nelle isole di S. Tomé e Principe. Giallo del giorno: chi mai potrà aver suggerito alla talpa di acquistare questo libro nella gialla Ravenna? Mistero…


 La talpa ha:
- dormito all’Hotel Minerva, adiacente alla stazione. Gentilissimi, molto economico, pulito e senza fronzoli;
- cenato con la gialloviaggiatrice all’Antica Bottega Di Felice, in pieno centro. Ottimo tagliere di formaggi e un tortino di cioccolato notevole;
- stuzzicato con la giallo viaggiatrice nella nota Ca’ de Vén; locale caratteristico: se passate a Ravenna, vi tocca fermarvi, anche solo per una piadina e un bicchiere di vino; 
- cenato con il coniuge (che si è concesso una pausa, sciroppandosi trecento chilometri in auto per raggiungerla) nella romantica Osteria del tempo perso. Un po’cara ma l’occasione era speciale, il vino pure e, da buon gustai quali siamo, non ci siam fatti mancare nulla…
- in una domenica uggiosa, ha fatto colazione al Caffè letterario. Le è piaciuto molto ed ha pensato che sicuramente ci sarà un luogo dall’atmosfera simile (musica soft, ambiente luminoso, chiacchiere allegre in sottofondo, quotidiani sui tavoli, foto letterarie) dalle sue parti. Deve scovarlo…

mercoledì 12 marzo 2014

L’Italia che pendola

Il pendolare a tempo indeterminato sa di non poter far affidamento sulla puntualità di Trenitalia. All’epoca in cui era apprendista pendolare, spinto da inspiegabile ottimismo, pensava che quegli imprecisati guasti tecnici fossero casuali. Poi, ha creduto di essere proprio sfigato perché il suo trenino regionale, per un motivo o l’altro, incappava sempre nei “problemi sulla linea”. Con il passare dei mesi, all’ennesimo ritardo, ha il sospetto che quel costante mal di stomaco sia una gastrite e dubita che Trenitalia lo risarcirà per stress da ritardo correlato. A quel punto, superata la fase della rassegnazione, entra nella fase matura: esce di casa all’alba e prende un treno così presto da arrivare a lavoro in ritardo giusto in caso di alluvione (notoriamente in Italia quando piove i treni scivolano e per evitare il rischio caduta preferiscono fermarsi completamente), neve, crollo di un traliccio, apocalisse…
Il pendolare maturo è persona organizzatissima: viaggia con libro, musica, generi di prima necessità. Ma a volte neppure i tappi per le orecchie riescono a proteggerlo dall’esuberanza del viaggiatore occasionale, inopportuno e maleducato. In quel caso, anche la pazienza del pendolare di professione inizia a vacillare. Può succedere, ad esempio, se, per sventura, alle 7.30 del mattino si trovi fermo per un periodo indefinito in una stazione dimenticata dal mondo. Vorrebbe immergersi in un libro della Munro, faccio per dire, ma, infelicemente, ha accanto una graziosa fanciulla che deve necessariamente far sapere a tutta la carrozza che la prossima settimana ha le prove generali per uno spettacolo in cui è tutta di bianco vestita. Un abito così candido da confondersi con la neve che dovrebbe scendere sulla scena ma, disgraziatamente, gli effetti atmosferici non sono stati ancora messi a punto. Per colmo della sfortuna, lei non potrà partecipare all’ultimissima prova generale e la regista e l’aiuto regista se lo son presa tantissimo. Il ché è proprio un peccato visto che nella produzione c’è gente che avrebbe potuto fornirle un aggancio per lavori futuri. Un peccatissimo visto che, a detta dell’amico che si trova tre persone più avanti, ma ciò non ostacola affatto la conversazione, lei piaceva tantissimo alla produzione. Certo però che se proprio non può andare…
Impietosito dallo strazio che stanno subendo i pendolari rassegnati, dopo 30 minuti il treno riparte. E nella carrozza, in cui buona parte dei libri erano stati chiusi, si percepisce un generale sospiro di sollievo. I pendolari abituali non sapranno mai come e perché tal Federico sia passato da avere un atteggiamento leopardiano (?) ad una posa superba [nel senso che si crede sto cavolo?, traduce la biondina seduta accanto al pendolare esasperato], ma se ne faranno una ragione.  

giovedì 6 marzo 2014

Via delle Camelie

Ho scoperto MercèRodoreda alcuni anni fa. Sentii qualche recensione positiva di La piazza del Diamante (pubblicato in Italia da La Nuova Frontiera, trad. Giuseppe Tavani); ero in fase spagnoleggiante, volevo andare a Barcellona, mi ero iscritta ad un corso di lingua e cultura spagnola e la Rodoreda mi catturò. Che poi la Rodoreda è catalana e scrive in catalano, ma allora non sapevo ci fossero delle differenze.
Non so dire cosa mi abbia stregato: forse la scrittura cupa, tutto quel fluire di pensieri a ruota libera. Rodoreda racconta a sé stessa e tu ascolti; un po’ ti vergogni perché certi pensieri ti sembrano troppo intimi, forse Mercè mica le voleva dire a voce alta quelle cose lì; le son sfuggite e tu non avresti dovuto ascoltarle. Ma ormai l’hai fatto.

Pensai di dover acquistare qualche altro libro della stessa autrice. Poi, come al solito, passò del tempo. Via delle Camelie l’ho trovato a metà prezzo in una libreria dell’usato. In questo periodo mi sento poco spagnoleggiante, ma l’ho preso ugualmente. All’inizio ho pensato che la fascinazione di Piazza del Diamante fosse bella che andata. Poi, intorno alla cinquantesima pagina di Via delle Camelie, sono caduta nuovamente in quella misteriosa cupezza. Anche qui, la protagonista non è nata sotto una buona stella; abbandonata da piccina, ha la smania della fuga, vaga alla ricerca di qualcosa di indefinibile. Ma prende una batosta dietro l’altra. Forse cerca la felicità. Forse ha bisogno di essere rassicurata. Forse ha bisogno di casa. Forse cerca solo il calore di una semplice tisana al tiglio. 

lunedì 3 marzo 2014

Roma – Ostia 2014

I runners raramente si portano al seguito qualche accompagnatore. Invece io corro sapendo che al traguardo c’è quasi sempre il signor valigiesogni, pronto ad immortalare il momento. È successo anche ieri.
Quando l’accompagnatore non c’è, passata l’euforia della prestazione scatta la telefonata alla persona amata: “T’ha detto male anche stavolta; pure oggi sono arrivato sano e salvo”. Scherzando, l’abbiamo detto anche ieri alla moglie del mio amico; lo dicevamo mentre i ragazzi della Croce Rossa prestavano i primi soccorsi a qualche corridore colto da malore. Lo dicevamo senza fare troppo caso alle nostre parole perché in quell’atmosfera gioiosa il malore è cosa passeggera, nessuno lo prende seriamente. Invece, tra gli atleti portati via dai soccorritori c’è stato qualcuno che nelle prossime gare quella telefonata lì non potrà più farla.
Per gli appassionati della corsa la Roma – Ostia è un evento unico; ti resta dentro quel silenzio irreale dei primi minuti, quando senti solo il ciafciaf dei piedi attenti a non intralciare l’altro, a trovare la propria dimensione, il proprio spazio. Davanti, una distesa infinita di corpi in movimento e non capisci come tante persone possano restar in silenzio tutte contemporaneamente. Sono quei minuti iniziali che ti fanno iscrivere nuovamente l’anno successivo. Un’emozione indescrivibile. Poi si trova il proprio ritmo, il compagno di sempre, il compagno nuovo e la Roma-Ostia diventa una gara come tante altre.
Sfortunatamente succedono drammi come quello di ieri.

Facciamo una visita medica annua obbligatoria e il certificato di idoneità ci viene rilasciato solo se veramente idonei; siamo abbastanza attenti alla nostra condizione fisica, presi più dalla smania di evitare qualsiasi tipo di infortunio che ci blocchi un paio di giorni che da reale preoccupazione per la nostra salute. Però può succedere qualunque cosa in qualunque momento. Certo è che l’organizzazione della Roma – Ostia è quasi sempre impeccabile. Ieri c’erano ambulanze e soccorritori lungo tutto il percorso; numerosi soccorritori e fisioterapisti all’arrivo; ampio dispiegamento di forze dell’ordine. Una macchina organizzata per poter parlare solo della perfetta riuscita dell’evento. Ma la vita è fatta così: non si può prevedere tutto.