venerdì 17 giugno 2011

La tía Julia y el escribidor

Sono una lettrice disordinata, saltello da un autore all’altro, dal Canada all’Italia, dall’Ottocento al 2011, dall’editore sconosciuto ai soliti noti. Ho provato a disciplinare le mie scelte, poi mi sono arresa barricandomi dietro l’idea che il piacere di leggere deve essere regolato da un solo principio: leggo ciò che mi incuriosisce nel momento in cui mi incuriosisce.
In fondo, ho sempre ceduto al richiamo dei libri: è un po’ come se fossero loro a scegliermi, e non il contrario.
A La Zia Julia e lo scribacchino sono arrivata non tanto per la celebrità del Nobel per la Letteratura 2010 a Mario Vargas Llosa quanto per alcune gustose recensioni scritte da amici anobiiani e per la mia voglia di Perù.

Mai stata in territorio andino ma il viaggio in Perù è uno dei miei sogni da anni. E il Perù, o meglio, i quartieri di Lima spuntano fuori da questo romanzo. 
L’Università di San Marcos, Miraflores, il Callao, l’impanata, il riso e le uova fritte, e poi i bicchierini di pisco, i caffeucci del centro, i romanzi radiofonici. Ecco, i romanzi radiofonici.

«Perché ti piacciono tanto i romanzi radiofonici?» domandai un giorno alla nonnina. «Cos’hanno che non hanno i libri, per esempio?»
«È una cosa più viva sentir parlare i personaggi. È più reale», mi spiegò dopo aver riflettuto. […] Tentai un’indagine simile in altre case di parenti e i risultati furono vaghi. I romanzi radiofonici piacevano perché erano divertenti, tristi o scioccanti. Perché facevano sognare, vivere cose impossibili nella vita reale, perché mostravano alcune verità. Quando domandai loro perché li amavano più dei libri, protestarono: che sciocchezze, non erano paragoni da farsi, i libri erano la cultura, i romanzi radiofonici semplici bambinerie per passare il tempo.

La Zia Julia non è solo una dichiarazione d’affetto per il mondo della radio. È anche un romanzo un po’ autobiografico. Forse. Poi, è una travagliata e scandalosa storia d’amore tra un sognatore diciottenne peruviano e una trentaduenne boliviana divorziata; è la storia di una scribacchino che si perde tra le sue invenzioni letterarie; è una raccolta di storie in cui la realtà si mescola con la finzione.
E il Perù, alla fine, non ne esce tanto bene. O forse sì.
“Il Perù mi è sempre sembrato un paese di gente triste”.
Infatti,
“pensavo di continuare a vivere in Europa per un periodo indefinito”
però
“il problema era che tutto quanto scrivevo si riferiva al Perù. […] Ma non riuscivo neppure ad immaginare di vivere a Lima. […] Per questo, il baratto concordato con Caretas a base di articoli in cambio di due biglietti aerei l’anno, fu provvidenziale per me. Quel mese che trascorrevamo in Perù, ogni anno, generalmente in inverno (luglio o agosto), mi permetteva di tuffarmi nell’ambiente, nei paesaggi, negli esseri sui quali avevo tentato di scrivere negli undici mesi precedenti. Mi era enormemente utile, un’iniezione di energia; udire di nuovo parlar peruviano, ascoltare intorno a me quelle perifrasi, quei vocaboli, quelle intonazioni che mi rinstallavano in un ambiente cui mi sentivo visceralmente vicino, ma da cui, comunque, mi ero allontanato, e dal quale ogni anno perdevo innovazioni, risonanze, codici.” L’eterno rapporto di odio e amore che ci porta ad allontanarci dalla nostra terra ma a non separarcene mai. La necessità di un compromesso per poter trovare il proprio spazio nel mondo senza dover estirpare del tutto le proprie radici.

venerdì 3 giugno 2011

Never mind

Riemergo dall’ennesimo periodo in cui il lavoro ha avuto la meglio su tutto il resto.
Non capisco come possa cascarci tutte le volte; non capisco come possano le incombenze lavorative inghiottire la corsa, i libri, la scrittura… Non capisco come il lavoro possa confondersi con la vita. Accade puntualmente, e i buoni propositi volano via.

Un giorno di festa. Il sole illumina la stanza da letto; accoccolata al signor valigiesogni rimugino su questi pensieri. Poi, in tempo di tagli, aziende che chiudono, mobilità e cassa integrazione, chissà perché penso al rapporto annuale dell’Istat.
«In base ai criteri dell’Istat noi siamo poveri». Lascio la frase a mezz’aria, senza punti interrogativi, sospensivi, né un punto e basta.
«Se guardano l’entità dei nostri consumi, forse sì», fa il signor valigiesogni, evidentemente perso in pensieri tutt’altro che sognanti.
Pausa.
Signora valigiesogni: «Io però non mi sento povera».
Signor valigiesogni: «Neanch’io. Riesco sempre a pagare le tasse».

venerdì 22 aprile 2011

Lessico famigliare

Ho scoperto Natalía Ginzburg grazie a due amiche blogger. Non che prima ignorassi la sua esistenza. Tutt’altro. Lessico famigliare m’ha guardato ripetutamente in diverse librerie nel corso degli anni. Eppure non mi incuriosiva. Prendevo il volume, scorrevo la quarta di copertina e lo rimettevo a posto.
Poi mi sono imbattuta in un paio di post che parlavano della Ginzburg e in uno scambio di opinioni tra Duck e Gabrilu. Ho dovuto acquistare qualcosa dell’autrice immediatamente. Così, sono partita dall’opera più celebre (non è un buon criterio di scelta, lo so; ma stavolta non me ne sono pentita). 
“Non avevo molta voglia di parlare di me. Questa, difatti, non è la mia storia ma piuttosto, pur con vuoti e lacune, la storia della mia famiglia. Nel corso della mia infanzia e adolescenza, mi proponevo sempre di scrivere un libro che raccontasse delle persone che vivevano, allora, intorno a me. Questo è in parte quel libro: ma solo in parte, perché la memoria è labile, e perché i libri tratti dalla realtà non sono spesso che esili barlumi e schegge di quanto abbiamo visto e udito”. 

Basta leggere l’Avvertenza per farsi un’idea del libro nel quale ci si sta per tuffare. Un libro di memorie che, a tratti, sembrano essere irreali. Già la storia di una scrittrice che, originariamente, si chiama Natalía Levi non può che incuriosire. Se poi la scrittrice racconta dell’amicizia con la famiglia Olivetti, delle frequentazioni con Vittorio Foa, di quando Turati si nascose in casa loro e di Cesare Pavese che era solito arrivare mangiando le prime ciliegie, non ti resta altro che pensare “Che tempi! Quanta vitalità in quell’Italia lì”.
Non aveva voglia di parlare di sé Natalia Ginzburg. Ed anche questo sorprende nell’Italia di oggi. Stupisce il modo in cui la Ginzburg racconta, con poche parole, tutti i fatti che la riguardano direttamente. 
“Ci sposammo, Leone ed io; e andammo a vivere nella casa di via Pallamaglio”.
Punto.

“Arrivata a Roma, tirai il fiato e credetti che sarebbe cominciato per noi un tempo felice. Non avevo molti elementi per crederlo ma lo credetti. Avevamo un alloggio nei dintorni di piazza Bologna. Leone dirigeva un giornale clandestino ed era sempre fuori casa. Lo arrestarono, venti giorni dopo il nostro arrivo; e non lo rividi mai più”.
Punto. Nessun sentimentalismo, nessun giro di parole, nessun ciarlare intorno a stati d’animo e sensazioni. Ti sembra quasi stia parlando di qualcun altro, non del suo matrimonio, della sua vita complicata, del suo dolore. E in quelle poche parole è racchiuso tutto ciò che, forse, a tentare di descriverlo, sarebbe andato smarrito.

martedì 29 marzo 2011

Il supplizio di Marsia… e non solo

“La nascita dei Musei Capitolini viene fatta risalire al 1471, quando il papa Sisto IV donò al popolo romano un gruppo di statue bronzee di grande valore simbolico.
Le collezioni hanno uno stretto legame con la città di Roma, da cui proviene la maggior parte delle opere.
Il papa Sisto IV donando solennemente al Popolo Romano nel 1471 alcune antiche statue in bronzo già conservate al Laterano (la Lupa, lo Spinario, il Camillo e la testa colossale di Costantino, con il globo e la mano) costituì il primo nucleo dei Musei Capitolini. La restituzione alla città delle vestigia della sua passata grandezza acquistava un più alto valore simbolico per la loro collocazione sul Campidoglio, centro della vita religiosa della Roma antica e sede delle magistrature civili cittadine a partire dal medioevo, dopo un lungo periodo di abbandono.”
Con un po’ di vergogna, confesso che sono tante le città italiane che non conosco, tanti i luoghi, neppure troppo lontani da me, che non ho mai visitato; tante le chiese, che custodiscono opere celebri, in cui non ho mai messo piede; tanti i musei che fanno parte del nostro patrimonio nazionale e che io ignoro. Nell’infinita lista, spiccavano pure i Musei Capitolini; diciamocelo, mancanza grave per una persona che ha vissuto a Roma e che attualmente gravita intorno alla Capitale. Sì, c’ero stata una volta, in una qualche giornata speciale con ingresso gratuito, ma di quel giorno lontano ricordavo solo un gran caldo e una gran confusione. Così, domenica scorsa, su esplicita richiesta del signor valigiesogni, s’è pensato di colmare la lacuna. 
Le opere celebri sono tali e tante da richiedere più di una visita, perché dopo una mattinata tra divinità, eroi, dipinti e busti celebri ci si sente un po’ ubriachi e si procede barcollando.
Mi ha stupito il numero di stranieri che vagava con noi, almeno il 90% dei visitatori, buona parte dei quali francesi. E allora, tanto per ribadire la fase critica che mi trovo a vivere, un paio di osservazioni tra il velenoso e l’acido andante.
In un periodo in cui tanto si dibatte sui tagli alla cultura con conseguenti polemiche, resto allibita di fronte all’ignoranza dei sedicenti assistenti di sala. Non ho fatto altro che sentir urlare: «No foto! No foto!» e spiegare, ovviamente in italiano, a stranieri attoniti e confusi, le ragioni per cui non era possibile scattare fotografie (divieto dovuto alla presenza, in alcune aree del museo, della mostra “Ritratti. Le tante facce del potere”. Ma non sono certa che i visitatori l’abbiano capito). 

Tra un’opera e l’altra, arriviamo nelle Sale degli Horti di Mecenate e ci ritroviamo di fronte alla sofferenza del volto della statua di Marsia. Tutte le opere sono corredate da una breve didascalia in italiano e in inglese. Così, per quanto concerne la statua di Marsia, si può leggere una cosa del tipo “il satiro osò sfidare Apollo, dio della musica, in una gara con il flauto. Quest’ultimo vinse la competizione e Marsia venne scuoiato vivo”.

Un gruppo di adolescenti francesi, colpiti dalla statua, cerca, invano, di interpretare la didascalia.
Uno di loro si rivolge al giovane assistente di sala, lo porta vicino alla targhetta con la spiegazione e, in italiano, chiede «Cos’è questa parola?» E sillaba, indicandola, «Scuo-i-a-re». Per tutta risposta, il tipo con tanto di cartellino identificativo alla giacca e sguardo assente fa: «Ah, non lo so!».

Ora, i due centesimi (al litro) d’aumento dell’accisa sulla benzina li voglio pure pagare (a malincuore ma, giacché non si può fare altrimenti…), però voglio pure sapere come e a chi vanno distribuiti questi fondi. Perché se poi mi trovo a leggere avvisi pubblici (attualmente aperti) per l’assunzione da parte di Zetema Progetto Cultura S.r.l., società a totale partecipazione pubblica del comune di Roma (che gestisce tra le altre cose Musei, mostre, cultura ed eventi del Comune), di 17 unità part-time a tempo indeterminato di cui:

    a) 14 assistenti in sala da impiegarsi in ambito museale;

    b) 1 addetto alla biglietteria e prima accoglienza da impiegarsi in ambito museale; 

    c) 2 addetti alla libreria da impiegarsi in librerie museali
ci sta che mi indigni profondamente, anzi, inizi a straparlare dal nervosismo.  

Perché non ci credo, non posso credere, che tra i tanti candidati non ci siano persone che, non dico conoscano un po’ di storia dell’arte, per carità… Non pretendo che conoscano un paio di lingue straniere, ci mancherebbe altro. Ma che conoscano l’italiano, non mi sembra una grande pretesa!
E non ci credo che tra le tante persone che hanno partecipato ai concorsi precedenti (concorsi che hanno portato all’assunzione del personale in cui mi sono imbattuta) non ci fossero persone con una preparazione più adeguata.
Il signor valigiesogni dice che sono antica. «E basta con quest’idea della competenza, del corretto impiego delle risorse, della convinzione che anche a livello governativo si debbano impiegare persone competenti per dicasteri specifici. Insomma, che Galan stia all’Agricoltura o ai Beni Culturali fa lo stesso!».
 
È che (lo so, l'ho già scritto più volte) io non ce la faccio proprio a rassegnarmi.

martedì 22 marzo 2011

Kreativ Blogger Award

A mano a mano che passavano i giorni, prendevo a riconciliarmi con Bartleby. La sua costanza, la sua immunità da ogni sregolatezza, la sua incessante operosità (salvo quando preferiva immergersi in qualche trasognata contemplazione, all’impiedi dietro il suo paravento), la sua grande tranquillità, l’impassibilità del suo contegno in ogni circostanza, lo rendevano un acquisto prezioso. Una sua qualità primaria consisteva in questo: ch’egli era sempre là, primo al mattino, costante durante il giorno, ed ultimo alla sera. Nutrivo una straordinaria fiducia nella sua onestà.

Certo che il paragone con Bartleby lo scrivano di Herman Melville è un po’ azzardato. Ma ultimamente mi sento molto Bartleby o, quantomeno, gioco a fare la Bartleby della situazione. Precisiamo: nacqui con un eccessivo senso del dovere, parte ingombrante del patrimonio genetico ereditato dalla famiglia. Col tempo, però, mi sono migliorata parecchio. Solo che per banali esigenze, tipo condividere l’auto con il signor valigiesogni e quindi organizzare la mia giornata fuori casa anche in base alle sue necessità da stachanovista, il numero di ore che trascorro in ufficio si va dilatando a dismisura. E, allora, in alcune albe stralunate mi vedo, ancora in pigiama, barcollare tra PC e stampante, con una tazzina di caffè in mano, mentre cerco qualche rimasuglio di un biscottino nella cassettiera della scrivania. L’immaginazione che fa capolino nella realtà. Insomma, stamani ero davanti al mio PC, in ufficio, rigorosamente prima dell’orario di lavoro, con caffè (nel bicchierino di plastica) e biscottino e, per tirarmi su, girellavo tra i miei blog preferiti quando, bagliore di luce!, scopro d’essere stata insignita del premio


Premio attribuitomi dalla cara Jacqueline Spaccini, alias Artemide Diana, lei sì scrittrice e blogger, nonché traduttrice, critica d’arte, professora, mamma… insomma, una di quelle persone che ti piacerebbe essere.
Leggo che quando si riceve questo premio si deve...
 1) Trovare 10 blog meritevoli del premio
 2) Avvisare i blog premiati
 3) Raccontare 10 cose di me che non sapete

   
Procedo segnalando qualche blog in ordine sparso:

Craft-duck, il blog di una simpatica papera. Traduttrice, golosa, lettrice appassionata, craftomane.
L’odore buono del faggio, il cui detentore, padre di due ometti deliziosi e marito di un’insolita (così la immagino io, almeno) bibliotecaria, è stato già insignito dello stesso premio ma per un altro blog. E siccome io sono affezionata al blog intimo, quello familiare, lo segnalo.
Gialli e geografie, il blog di Nela San, blogger giallamente ferrata. Visitate il blog e capirete…
Il geniale blog di Giacinta. Musica, immagini e parole.
Guida alle panchine di Milano, per dare uno sguardo anche fuori dall’ufficio.
Idee sparse della pluripremiata Clode.
Corsi e ricorsi… per alimentare la voglia di correre e non solo.
Il laboratorio di critica d’arte e letteratura perchè la Spaccini merita il doppio premio.
Libri di donne perché anche se non l’ho mai detto a Cristina, la casalinga detentrice del blog, passo spesso da quelle parti.
Soffiando via la polvere perché Elena Petulia riesce a farmi sorridere anche in un giorno di pioggia.

10 cose di me che non conoscete (ma magari intuite):

 1 – 4 L’introduzione del post svela già parecchio, quindi parto direttamente dal punto
 5. Adoro pizza e gelato;
 6. Detesto fare shopping in compagnia;
 7. Amo girare tra le viuzze dei paesini, soprattutto alle prime luci della sera quando le voci che trapelano dalle case si mescolano al profumo della cena.
 8. Sono freddolosa.
 9. Odio guidare qualsiasi cosa, anche la bici.
10. Sogno ricorrente: partire.

venerdì 11 marzo 2011

Inquietudine

Sabato scorso, all’imbrunire, un paio di balordi hanno tentato di entrare nel nostro appartamento forzando la finestra della cucina. I due simpatici ometti di scuro vestiti non si son dati neppure la pena di verificare che in casa non ci fosse nessuno. Puntando sulla quantità e non sulla qualità degli appartamenti svaligiati, forti di un proficuo pomeriggio trascorso violando domicili altrui, prima di concludere la serata hanno pensato bene di fare una sosta nel nostro condominio. I signori del primo piano erano fuori casa; noi, invece, eravamo accoccolati sul lettino, ciascuno con il suo libricino tra le mani, la quiete che preclude il giorno di festa, le luci soffuse e la lavatrice che faceva la centrifuga.
Un rumore strano ha interrotto le nostre letture; il tempo di accendere la luce del corridoio e gli acrobati saltellando come in una cartone son volati giù. Ho avuto appena il tempo di vedere due di loro che correvano via lasciandomi incapace di emettere alcun suono. Ho guardato incredula il signor valigiesogni che con in mano un pezzo di legno scardinato dalla finestra continuava a ripetere: «Stavano per entrarci in casa». Solo dopo qualche minuto le mie gambe hanno iniziato a tremare ed ho pensato a cosa sarebbe potuto accadere se ci fossero piombati in camera da letto senza che ce ne accorgessimo. E ho pensato anche a tutte le notti in cui sono rimasta a casa da sola e alla tranquillità con cui, a volte, ho lasciato gli avvolgibili alzati ma le finestre aperte per far passar un po’ d’aria. «Tanto viviamo in un paesino così tranquillo…».
I carabinieri sono arrivati una quarantina di minuti dopo la nostra telefonata. Un po’ troppo, considerando che il Comando dista cento metri da casa nostra. Il povero carabiniere ne sapeva più di noi dato che aveva trascorso il pomeriggio a correre da un appartamento all’altro. «Signora, capisco lo spavento ma si può ritenere fortunata. Questi qui, oggi, hanno portato a casa un bel bottino. Televisori, stereo, gioielli, contanti, in un appartamento hanno sradicato la cassaforte dalla parete. Non erano solo due. Purtroppo noi abbiamo potuto far poco… Non è cattiva volontà ma – abbassa lo sguardo, quasi vergognandosi – loro sono professionisti, noi siamo pochi e senza mezzi. Il territorio è troppo esteso, i furti nelle villette più isolate sono frequenti, e il paese resta scoperto. Poi si verificano periodi come questi, con i furti in pieno giorno nelle zone centrali e noi non sappiamo più cosa fare. Le risorse sono quelle che sono, cercate di capirci…». Chissà perché sento l’eco delle parole del Presidente del Consiglio che da ragazzo sognava di fare il carabiniere. Si sarà reso conto delle condizioni in cui versa l’Arma?
Di tutta questa storia resta l’agitazione nell’aprire la porta di casa ogni sera e un rapido sguardo per verificare che tutto sia in ordine. Resta quell’inquietudine nel vivere la casa. Le luci accese, la radio accesa, il rumore che si sostituisce al silenzio del proprio rifugio. Resta il disagio nell’alzare l’avvolgibile per poggiare la spazzatura sul balcone e la costante sensazione che ci sia qualcuno là fuori. Resta il sonno spezzato, il dormiveglia che sostituisce il riposo. Restano i timori dei vicini, le ipotesi, il luogo comune che “tutti ‘sti stranieri che girano qui intorno”… e tu in quel luogo comune non vuoi caderci ma non puoi nascondere a te stessa che anche tu ci hai pensato.
È crollato il mio teorema: se non possiedi oggetti di valore, vivi sereno e nessuno verrà ad importunarti. Non avevo considerato il fattore “intanto vediamo quello che c’è e per farlo irrompiamo nelle vite altrui”. 
Tra qualche mese mi passerà perché non si può vivere nell’ansia perenne, però è amaro ingoiare questo miscuglio di rabbia e impotenza.

martedì 1 marzo 2011

Roma – Ostia

Ho iniziato a correre da ragazzina. Alle scuole medie, gli insegnanti di quella disciplina che allora si chiamava Educazione fisica (come l’avranno ribattezzata ora?) organizzarono una sorta di competizione tra gli istituti del comprensorio ed io venni reclutata per la corsa campestre. Mi allenai il tanto che bastava per non fare una pessima figura e ricordo che me la cavai egregiamente. Anzi, da allora mi prese la smania di andare a correre durante le vacanze estive. Solo nel periodo universitario, però, la corsa è diventata un’esigenza, il rimedio più efficace per affrontare i periodi stressanti. C’era chi prima di un esame si faceva di tranquillanti ed erbe varie (non scendo nel dettaglio) e chi, come me, indossava pantaloncini e scarpette ed iniziava a correre. Nella fase di nomadismo che ha preceduto questa vita stanziale, ho corso dappertutto: a Chimoio, in Mozambico, e sulle coste danesi, nei quartieri romani e nelle campagne ciociare. Correre per il piacere di correre.
Una domenica ventosa di otto anni fa, su un autobus romano, un ragazzino giocava con una bandierina che pubblicizzava la Roma-Ostia. «Nonno, ma quanto sono lunghi 21 chilometri?».
 «Tantissimi. Devi mangiare tanto e diventare tanto forte per poter correre così a lungo…».

“Va bene la passione, ma una mezza maratona deve essere un sacrificio immane! Bisogna essere un po’ matti per correre così tanto!”
Giuro, pensai proprio questo. Non dissi a me stessa: “Pensa che bel traguardo! Pensa quanta soddisfazione all’arrivo!”. No, pensai semplicemente che bisognava essere fuori di testa per correre Km 21,097.
Poi, non so bene cosa sia accaduto. So che le settimane in cui il lavoro non mi permetteva di andare a correre, perché uscivo troppo presto e tornavo troppo tardi, mi innervosivo come poche altre volte in vita mia. La corsa è diventata sempre più una valvola di sfogo e la palestra, che prima adoravo, si è trasformata in un ripiego per i mesi in cui era troppo complicato gestire l’attività all’aperto. Così è successo che quando l’anno scorso mi è stato proposto di iniziare a gareggiare, ho subito accettato. 
È andata a finire che domenica scorsa ho corso la mia prima mezza maratona. La mia prima Roma – Ostia.
Mentre mi avvicinavo alla griglia di partenza, continuavo a ripetermi che solo una un po’ matta poteva affrontare una mezza con l’allenamento inesistente che ha caratterizzato questi ultimi tre mesi. Ho pensato che era solo un test. Volevo solo correre fino alla fine, non importava il tempo impiegato.
Invece, ho corso sotto le due ore, con ritmo costante e ho perfino aumentato la velocità nei chilometri finali.     
 
Insomma, che devo dirvi? Una bella soddisfazione.

venerdì 11 febbraio 2011

Via del Corno

«Un anno fa anch’io ero più felice. Eppure non sapevo che esisteva Maciste, non sapevo che esistevi tu, e che esisteva via del Corno me lo diceva Bianca, ma io la pensavo una strada come le altre. Non c’ero mai passato prima di allora. Una sera volli venirci apposta, come un passante qualsiasi. Ma non mi fece nessun effetto. Bisogna viverci per capire cosa sia!».
«È una strada piuttosto trascurata» ella disse e, come per sfuggire ad una suggestione ch’ella stesa non sapeva da cosa le nascesse, aggiunse:«con tutto lo spettegolare e la miseria della sua gente!».
Allora egli disse un pensiero non suo, ma ch’egli aveva fatto suo dopo di averlo appreso. Disse: «Ma anche tu ed io siamo della stessa pasta. E ci siamo liberati da tanti loro difetti, chi ci dice che non abbiamo perduto qualcuna delle loro buone qualità? Qualunque cosa accada, anche se davvero andassimo nelle stelle, via del Corno rimarrà sempre dentro di noi. Ma non dubitare: resteremo sulla terra!».

“È una strada piuttosto trascurata”, dev’esser per questa ragione che non ho mai notato via del Corno.  Eppure a Firenze ci son stata diverse volte. Una via laboriosa e vivace, con le donne che ciarlano, i bimbi che si rincorrono, Maciste che lavora nella mascalcia, il sidecar parcheggiato fuori, il Cecchi spazzino che gira per le strade, il Nesi carbonaio, lo Staderini, ciabattino, il Ristori che dall’Albergo Cervia tutto controlla; le ragazze di via del Corno, gli Angeli Custodi, la malinconia dei cui occhi tradisce un passaggio troppo repentino dagli svaghi della fanciullezza alla maturità precocemente raggiunta.

La lanterna dell’Albergo Cervia che si spegne, la luna che illumina le biche della spazzatura e i gatti che vi banchettano.“Ha cantato il gallo del Nesi carbonaio”…

È tutto così Cronache di poveri amanti, l’affresco di una via e di tante vite. Il clima della strada, le voci, i rumori vengono ricreati pagina dopo pagina. Bisogna darsi una scrollata per uscire dalla storia e tornare nella quotidianità. Ma poi, è tanto diversa la quotidianità?

 «Cronache di poveri amanti doveva essere il mio primo libro; fu invece il sesto, riuscii a scriverlo soltanto nel ’46, tutto di filato, come inseguendo i fatti che ormai sembrava si disponessero da soli sulla pagina, dopo che per vent’anni li avevo nutriti di memoria e di fantasia». 
Si avverte questa continuità di scrittura, un romanzo corale in cui non ci sono pause. Una vicenda ti porta nell’altra, le vite che si intrecciano e i personaggi che ti raccontano le loro storie.

“Forse soltanto i muri dormono, la notte, in via del Corno. Le persone no. O soltanto quelle che non hanno pensieri. Ma chi non ha pensieri, in via del Corno? “

Nella Firenze degli anni Venti, la povertà e la fatica dei cornacchiai si mescolano alla passione per la politica, agli umori contrastanti nei confronti di quei cambiamenti che stanno stravolgendo l’Italia. Ascoltiamo la voce del compagno Ugo:

 “Tutti i ricchi e i borghesi sono passati dalla parte dei fascisti, e i preti hanno alzato la tonaca e li benedicono.” Sono forse cose nuove? Ha detto che siamo rimasti in pochi e che il popolo non ha una coscienza di classe sviluppata. Voleva dire che il popolo ha paura dei preti e dei signori? Certo, finché saranno i preti ed i signori a dargli da mangiare!
E, dall’altro lato, i pensieri dello squadrista Osvaldo nella notte dell’Apocalisse:
Aveva immaginato le azioni squadriste accompagnate da canti, da gridi in cui anche gli urli dei feriti erano a solo di gioia, le revolverate mortaretti paesani, e gli squadristi erano ragazzi scalmanati e festosi, nelle nere camicie, col teschio dalla parte del cuore: un portafortuna. Quella corsa veloce e silenziosa nella notte, per i lungarni deserti, ove le luci dei lampioni perdevano d’intensità sotto la luce lunare, gli ricordava invece il cimitero del paese. 
Un romanzo così intenso che si ha paura di poterlo sciupare raccontandolo con parole diverse da quelle di Vasco Pratolini. 
Ora è tempo di lasciare via del Corno e di dirigerci in campagna, verso Greve. 
Spuntava l’alba al di là della vallata e l’aria era fresca e dava loro un nuovo vigore. Incontrarono i calessi,le biciclette , i contadini a piedi nudi ed i pantaloni rimboccati, le contadine  a piedi  nudi con la testa fasciata dalle pezzuole colorate, i carri dei buoi; e passando davanti alle case coloniche, le galline pigolavano nell’aia, i bambini avevano in mano la fetta di pane cosparsa d’olio e sale, le vecchie filavano da secoli con la conocchia, sedute su una sedia fuori delle porte, le donne tiravano l’acqua dal pozzo e si voltavano fermando  la carrucola – e gli asini al bindolo e i buoi aggiogati che tiravano l’aratro e i bifolchi che li aizzavano con la voce, li stimolavano con un giunco. E tutti, vedendoli passare: i bifolchi di sotto il ciglio della strada, le massaie con le mezzine grondanti d’acqua nelle mani, le nonne col loro antichi strumenti come fate superstiti, i bambini togliendosi il moccio col lembo del grembiule, le donne e gli uomini diretti ai campi con gli arnesi sulla spalla e sotto l’ascella, e i ciclisti, i fattori sui biroccini, gli dicevano: «Felice giorno! Felice giorno!».  
Si può commentare una descrizione come questa?

Qui alcune informazioni interessanti su Vasco Pratolini e sulle sue opere.

martedì 1 febbraio 2011

Memorie di famiglia

Arrivare alle soglie dei trentacinque anni con ben quattro nonni in vita è una gran fortuna. Se ci rifletti, hai la consapevolezza di essere un privilegiato, ma sei così avvezzo a sapere che i tuoi nonni sono lì, da sempre, che neppure ti lasci sfiorare dall’idea che, prima o poi, anche loro lasceranno questa terra. Sono persone energiche, ne hanno viste di ogni; mio nonno paterno, a ottantasette anni, parla ancora della campagna in Africa, del referendum per “cacciare il Re”; i miei nonni materni, più cagionevoli di salute, hanno affrontato con il sorriso lunghi ricoveri ospedalieri e malori vari. «Sono così abituati ad entrare e uscire dagli ospedali che la prendono con allegria. Neanche andassero in villeggiatura», scherza mia mamma. Ad un certo punto, ti convinci del fatto che siano immortali.  
Una decina di giorni fa, è venuta a mancare la mia nonna materna. Il cuore aveva iniziato a giocarle brutti scherzi. Risoluta come sempre, ha autorizzato l’intervento per l’applicazione di più bypass (quattro), “perché così non ce la faccio più. Una volta deve essere”. Nessuno si è stupito della sua decisione, così come nessuno si è stupito dalle perfetta riuscita di un intervento tanto delicato sul corpicino gracile di una ottantenne.
Forse quel corpo, però, s’era stancato dell’andirivieni da un ospedale all’altro e il 31 dicembre, sebbene il cuore avesse ripreso a battere e il cervello a funzionare, ha deciso di fermarsi. Fegato e polmoni hanno iniziato a scioperare e si sono aperte le porte della terapia intensiva e, con esse, un inutile accanimento terapeutico che forse è servito solo a prolungare le sue sofferenze e far star male dentro i suoi figli e mio nonno.
 «Compito della Medicina è tentarle tutte, fino alla fine, per cercare di guadagnare qualche giorno in più». Non so come si faccia a pensare che quel mese in più, con un corpo inerme attaccato a così tanti macchinari, sia stato un mese di vita guadagnato.
Mio nonno, a ottantadue anni, per un mese si è seduto nell’auto dei figli, ha percorso duecento chilometri, tra l’andata e il ritorno, per poter accarezzare tutte le sere sua moglie. Indossava guanti, mascherina e camice verde e aspettava pazientemente il suo turno. Mio nonno che ha baciato dolcemente quel corpo privo di vita, che ormai non somigliava più a quello di sua moglie, avvolto in un lenzuolo, chiuso da una targhetta con un numero e l’ora del decesso.
Mio nonno che, fortunatamente, nonostante l’apparecchio acustico sente pochissimo. Così almeno gli sono state risparmiate le offerte di preventivi da parte del personale dell’ospedale che già parlava dei costi delle agenzie funebri quando mia nonna era ancora in vita. Purtroppo non gli è sfuggito il fatto che le sale di commiato di quell’ospedale non sono accessibili al pubblico (a quanto pare), ma se dai una cinquantina d’euro alla “persona giusta” il divieto viene meno. Anzi, se alzi la posta, ti riservano addirittura una cappella. Niente di strano nel vedere “la persona giusta”, un semplice dipendente pubblico, mentre parcheggiava un suv da sessantamila euro o su di lì… Il tornaconto economico non risparmia neppure la morte.

Alcuni ritenevano che mia nonna fosse una donna cattiva, dura di cuore.
Mia nonna era una donna d’altri tempi, ancorata ai suoi valori e alle sue tradizioni, non aveva timore nel professare le sue idee a voce alta e nel difenderle. Profondamente religiosa, non si era fatta intimidire dal parroco della sua chiesa, accusandolo di voler ricavare profitti economici lì dove non c’era nulla su cui lucrare. Avevano finito con il discutere, ma lei non aveva fatto un passo indietro. Sapeva ciò che diceva.
Non aveva battuto ciglio ma so che la notizia del mio matrimonio civile l’aveva addolorata. A modo suo, però, aveva compreso le nostre ragioni e non aveva esitato nel regalarmi una delle coperte del suo corredo. «È colorata, come piacciono a te. L’ho messa sul letto solo il giorno del matrimonio di tua mamma. Sei la prima nipote femmina, la prima a sposarsi, e voglio che la conservi tu, come ricordo di tua nonna».
 Il suo ultimo Natale l’ha trascorso in ospedale, nell’attesa dell’intervento. Da lì ha commissionato l’acquisto del regalo di Natale per i figli e ha chiesto che qualcuno le portasse parte della sua povera pensione, «perché anche se sono qui, è Natale, e i nipoti che vengono a trovarmi si aspettano di ricevere un regalo. Piccolo ma è un pensiero per tutti. In parti uguali».
Cara nonna, se avessimo potuto t’avremmo risparmiato quel mese di inutili sofferenze. Non eri cattiva, avrai solo commesso qualche errore, come noi tutti del resto; eri una donna grintosa dal corpo esile, restia nel manifestare i propri sentimenti ma non per questo priva di cuore. Se chiudo gli occhi, ti vedo col tuo grembiule stretto in vita, affaccendata tra i fornelli e il lavello, e il tuo solito: «Ma non prendi nulla? Dai, almeno un caffè!»
Ciao nonna. 

sabato 22 gennaio 2011

Libri vietati

L’editoriale del numero 881 di Internazionale, in edicola da ieri:
 
“Un giorno qualunque come sabato scorso, 15 gennaio 2011, uno dei più importanti quotidiani italiani conteneva nelle prime 27 pagine, quelle che comprendono la politica, gli esteri, la cronaca e la società, otto notizie in tutto. Una di politica (Ruby), una di economia (Fiat), una di esteri (la Tunisia), tre di cronaca (beatificazione di Wojtyla, malasanità a Palermo, immigrazione a Milano), due di società (guerra ai fannulloni, sacchetti di plastica). Punto. Otto notizie: il giorno prima, in Italia e nel mondo non era successo nient’altro di così importante da meritare di essere raccontato ai lettori. È solo un esempio, perché lo stesso discorso vale per tanti mezzi d’informazione, anche all’estero. La riduzione del numero di notizie, e con loro la riduzione del numero di foto, di immagini, di voci, è un processo legato alla spettacolarizzazione dell’attualità quotidiana ma anche ai tagli nei giornali, nelle agenzie, nelle televisioni. I giornalisti rimasti inseguono tutti le stesse notizie, parlano solo delle stesse persone, raccontano sempre gli stessi paesi. Non che non siano importanti, ma sono diventati gli unici. Il resto del mondo è scomparso dal radar.”
Giovanni De Mauro
 
Chissà perché, ma mi vien da pensare ad un’altra questione accaduta dalle nostre parti in questi giorni, quella del “boicottaggio civile” nei confronti dei libri degli autori che nel 2004 avevano firmato un appello per Cesare Battisti.

L’assessore alla Cultura (sì, ho detto cultura) della provincia di Venezia simpaticamente propone di togliere dalle biblioteche pubbliche un pezzo della letteratura italiana (e non solo) contemporanea (dai Wu Ming a Massimo Carlotto passando per Tabucchi e Pennac). Neanche tre giorni dopo, l'assessore regionale all'Istruzione (sì, ho detto istruzione) riattizza la polemica, invitando «tutte le scuole del Veneto a non adottare, far leggere o conservare nelle biblioteche i testi diseducativi degli autori che hanno firmato l'appello a favore di Cesare Battisti».
 
Loredana Lipperini sta seguendo quotidianamente la vicenda sul suo blog.
Dal canto mio, ho preso l’elenco parziale dei testi diseducativi e ho inserito nuovi titoli nella mia prossima lista della spesa.

Buona lettura a tutti!