giovedì 30 dicembre 2010

I sogni son desideri

Premessa: anziché scrivere questo post sarei potuta andare dall’analista. Ma ancora non ne ho uno, quindi mi sono limitata a riflettere e poi a vuotar il sacco. Insomma, se oggi sei un po’ triste, malinconico e giù di corda, magari fa’ un salto in qualche altro blog amico. Non mi offenderò… Giorni di fine anno: oroscopo per il 2011, elezione di uomini e donne dell’anno, classifiche, bilanci, statistiche… Non vorrei fare nulla di tutto ciò ma, inevitabilmente, in questo giovedì tutto per me, con il cielo azzurro e l’aria pungente, lontana dalle incombenze quotidiane, sollevata dai crucci che ci ricordano la precarietà dell’esistenza, finisco per ripercorrere il 2010, ormai pronto a lasciarci.  
È stato un anno pieno di cambiamenti, decisioni da prendere, cose da fare. Eppure è stato un anno opaco. Ho meditato a lungo stamani su cosa abbia reso meno memorabile questo 2010 rispetto agli anni precedenti; sul perché abbia scritto meno del solito, sull’assenza d’entusiasmo, sul perché sia cambiato il mio modo di affrontare le cose, sul perché di tante mie disaffezioni. Cos’è mancato in un anno apparentemente tanto affaccendato? Ho pensato al blog, al mio nickname e poi ho capito. Chissà perché non me ne sono accorta prima…
Anche in passato ho lamentato il ridotto numero di viaggi e l’esiguo numero di libri letti rispetto alle intenzioni. Ma ci son sempre stati i sogni. Tanti, troppi a sentire chi mi rimproverava d’esser sempre altrove. Il 2010 è stato un anno senza sogni, un anno con i piedi ben piantati in terra, in cui tutte le decisioni sono state prese solo con la testa, perché era meglio così. Concreta come mai ero stata prima. Niente spazio all’immaginazione, alle fantasticherie, ai desideri, alle aspettative. Non mi son presa i miei spazi per pensare e cercare di capire, investita dalla necessità di non perder tempo, di agire, di mettere al primo posto le priorità. Ma come riconoscerle le priorità se ci si lascia travolgere da quelli che vengono comunemente definiti improrogabili doveri?    
 «E perché ammorbarci con un post deprimente proprio nei giorni di festa?», vi chiederete giustamente voi. Perché per prendere sentieri nuovi bisogna lasciar andare la zavorra che ci si porta dietro; perché già l’anno scorso parlai della voglia di vivere con leggerezza, la leggerezza di un pianista che esegue agilmente un pezzo senza alcuna pressione suoi tasti, la leggerezza di Calvino, volta a togliere peso alle figure umane, alle città, alla struttura del racconto. Ecco, quella leggerezza lì nel vivere non c’è stata, ma ho avuto la conferma di quanto sia necessaria.
Un augurio sincero a tutti gli amici che passano da queste parti: che il nuovo anno vi faccia rispolverare vecchi sogni e sfornarne di nuovi. Vi auguro di avere (e saper trovare) più tempo da dedicare a voi stessi, ai vostri pensieri, a ciò che vi appassiona, alle persone che amate. Vi auguro di non dover mai rinunciare ai vostri sogni, grandi o piccoli che siano e, soprattutto, auguro, a chi ha smesso, di ricominciare a sognare, perché una vita senza sogni è una vita insapore.

Buon 2011! 

martedì 21 dicembre 2010

Dublinesque

Ci sono libri che non riescono a prenderti per mano. Non perché siano banali o scontati. Tutt’altro. Ne hai letto recensioni lusinghiere. L’incipit ti ha colpito subito; non puoi non sottolineare un periodo qui e uno là. Eppure non sei preso dalla smania di tuffarti tra le pagine, rubare tempo al lavoro, al sonno, ai doveri quotidiani per tornare alla tua storia. 
La lettura di Dublinesque è stata lenta, tortuosa, faticosa. Però non riuscivo a mettere da parte il libro e rimandarne la lettura a tempi migliori. Strano. Peraltro io sono una di quelle che non hanno alcuno scrupolo nell’interrompere un libro, riporlo e aspettare che sia lui a chiamare di nuovo. Ma questa volta nulla. Avanzavo a stento ma non riuscivo a volgere l’attenzione altrove. Una sorta di tigna tra me e un libro neppure tanto corposo.
“Appartiene alla stirpe ormai sempre più rara degli editori colti, letterari. E assiste tutti i giorni commosso allo spettacolo di come il ramo nobile delsuo lavoro – editori che ancora leggono e che sono sempre stati attratti dalla letteratura – in questo inizio di secolo vada estinguendosi silenziosamente. Due anni fa ha avuto problemi, ma ha saputo chiudere in tempo la casa editrice che, pur avendo raggiunto un notevole prestigio, procedeva tuttavia con sorprendente ostinazione verso il fallimento. In più di trent’anni di parabola indipendente c’è stato di tutto, successi ma anche pesanti sconfitte. La deriva della tappa finale la attribuisce alla sua resistenza a pubblicare libri di storie gotiche alla moda e altre inezie, e in questo modo trascura parte della verità: che non ha mai brillato per il suo talento nella gestione economica e che, inoltre, probabilmente è stato danneggiato dal suo fanatismo smisurato per la letteratura”.
Ora, è chiaro che un'opera che inizia così non la si può abbandonare a metà strada. Specie se il lettore, tra una vicissitudine e l’altra, ha incrociato il mondo dell’editoria e avrebbe tanto desiderato prolungarne la frequentazione. Manuel Riba, protagonista del romanzo (o, forse, co-protagonista, perché i protagonisti veri sono la Letteratura e l’Editoria), è l’editore che ciascun lettore sogna di poter incontrare prima o poi nella vita. 
Uno che "ha sempre ammirato gli scrittori che ogni giorno intraprendono un viaggio verso l’ignoto e tuttavia rimangono tutto il tempo seduti in una stanza. Le porte delle loro camere sono chiuse, non si muovono mai, ciononostante il confino offre loro l’assoluta libertà di essere chiunque vogliano essere, di andare ovunque li portino i loro pensieri. A volte collega questa immagine dei solitari nei loro luoghi di scrittura con quella che è stata l’ossessione di tutta la sua vita: la necessità di catturare un genio, un giovane che fosse molto superiore agli altri e che nella sua stanza viaggiasse meglio di chiunque altro. Gli sarebbe piaciuto scoprirlo e pubblicarlo, ma non l’ha trovato ed è del tutto improbabile che lo trovi ora”.
Un editore che ha trascorso la vita ossessionato dal suo catalogo; uno che si considera tanto lettore quanto editore, uno che “ha rinunciato alla gioventù per cercar l’opera onesta di un catalogo imperfetto; ed ora che tutto è finito gli rimane una sensazione da chi me l’ha fatto fare. Un rimorso aspro durante le notti. Ma nessuno può privarlo dell’aver avuto un desiderio e di aver cercato di realizzarlo”. 
Una velata accusa verso un’editoria che ha sempre meno il coraggio di rischiare. Si pubblica ciò che presumibilmente venderà. Poco conta la qualità dell’opera perché i lettori, si sa, sono un po’ ottusi. È come con la televisione: i lettori, come i telespettatori, hanno bisogno di distrarsi mica di capire, approfondire, pensare.
In Dublinesque c’è lo spettro dell’editoria digitale che fagocita il libro; c’è Google che risucchia il lettore; c’è il bestseller che offusca la Letteratura. In Dublinesque si aggirano le più disparate presenze: fantasmi di scrittori, protagonisti di celebri romanzi, autori sognati e mai incontrati, amori finiti…
E poi c’è una malinconia di sottofondo e un senso di incomprensione, di sfuggevolezza, che ti accompagnano fino alla fine. 
Succede quindi che, nonostante una certa difficoltà di lettura, Enrique Vila-Matas ti costringe a terminare il suo Dublinesque, a farti tornare sui capoversi sottolineati, a farti cercare le opere citate e a farti aggiungere almeno un paio di titoli a lui riconducibili nella tua wish list per le prossime letture. 
Niente male per un libro che non è riuscito a prenderti per mano.

domenica 7 novembre 2010

Il romanzo

Nella mia testa non poteva che essere questa l’atmosfera ideale per la lettura di Guerra e pace:

accompagnata da un bicchiere di vino rosso, il cielo grigio, la pioggia che scende di malavoglia.
Perché Il romanzo, quello che mi ha incuriosito da sempre ma anche un po’ spaventato, doveva essere letto nel clima giusto, magari in un periodo di ferie prolungate, senza dover scippare ore al lavoro o prendere in prestito momenti preziosi riservati ad Orfeo.
E poi perché credevo non si potesse interrompere bruscamente Il romanzo e lasciarlo parcheggiato lì, sul comodino, per giorni e giorni, ché se ciò fosse accaduto mai avrei ripreso la lettura. Magari sarebbe finito anche lui nello scaffale degli iniziati e chissà quando portati al termine.
Invece è andata a finire che ho cominciato a leggere Guerra e pace in un giorno così:

in cui il caldo di luglio si faceva sentire, le ferie sembravano ancora troppo lontane e troppo brevi per assaporare il piacere di immergersi totalmente nella romanzo e un paio di volte m’è balenata pure l’idea di tuffarmi in un giallo, ché quando mai si leggono i mattoni nel mese d’agosto?!
“La trama del romanzo è nota a tutti…”, mi trovavo a leggere ogni volta che cercavo spunti di riflessione e osservazioni sul romanzo e su quel tipo originale che fu Tolstòj. Nota a tutti tranne che a me perché io non solo non ho mai letto alcuna riduzione dell’opera ma non ho mai visto neppure alcun film né fiction televisiva (m’è giunta voce ne abbiano trasmesse un paio) sul grande romanzo. Sì, va bè, sapevo che c’era una certa Nataša, intelligente, affascinante, forse il personaggio femminile più amato della letteratura di tutti i tempi; sapevo che alla bella Nataša si contrapponeva un altrettanto intrigante principe Andréj; sapevo che c’erano le guerre napoleoniche e l’incendio di Mosca, sapevo che c’erano il Romanzo e la Storia però, per dirla tutta, non conoscevo granché bene né la trama dell’uno ne le vicende dell’altra.
Ora, scrivere una recensione su Guerra e pace è da presuntuosi, così come è banale suggerirne a tutti la lettura. È banale anche dire che è un romanzo grandioso, musicale, con qualche pagina che forse si sarebbe potuta tagliare e un epilogo che lascia interdetti (e che non racconterò perché dovesse mai esserci qualcun altro che non ha ancora letto l’opera…). Giunta all’epilogo del romanzo, ho cercato altre pagine che sapessero di finale, invece ho trovato solo riflessioni di Tolstòj sul modo in cui gli storici studiano la vita degli uomini e cercano invano le cause dei principali avvenimenti della Storia. Ma il Romanzo s’era già concluso ed io non riuscivo a farmene una ragione  per quanto continuassi a sfogliarne le pagine.

Un paio di commenti sull’edizione acquistata. Ho scelto l’edizione Mondadori solo perché costituita da quattro agili volumetti, ben rilegati, contenuti in un bel cofanetto. Ancora non mi capacito di come alcune case editrici possano pensare di racchiudere in un solo tomo un’opera della mole di Guerra e pace. Non tutti, ahimè, possiamo concederci il lusso di leggere a casa nostra, comodamente sdraiati sul divano; quasi 2000 pagine si portano malvolentieri sull’autobus, treno, in borsa e così via. L’edizione Mondadori ha il pregio, inoltre, delle note: tante note in cui vengono tradotti tutti i dialoghi in francese che Tolstòj ha sparso qua e là nell’opera. Altro elemento positivo, il bel saggio finale di Heinrich Böll.
Poi, certo, viene da chiedersi come sia possibile che alla quattordicesima ristampa di un classico, una casa editrice come la Mondadori, che quattro soldi ce li avrà per pagare un paio di editor e un correttore di bozze, continui a far girar a piede libero opere così poco curate: refusi a iosa, a capo quando qualcuno se ne ricorda, apostrofi se capita e sciatterie varie. Dispiace, anche perché parliamo di Guerra e pace: dubito che nessuno mai abbia fatto notare alla Mondadori tante dimenticanze.

venerdì 1 ottobre 2010

So’ più brava io!!

La bionda: «Dopo vent’anni di esperienza in una segreteria politica, sono abituata a fare di tutto e a vederne di tutti i colori. E certa gente non la devi neppure far parlare. Perché dice solo fuffa. Quindi facciamo un bullet point e mettiamo nero su bianco gli unici punti che dovranno essere affrontati nel corso della riunione».
La bruna: «Tu neppure immagini in che condizioni sono stata costretta a lavorare. Perché loro mai sarebbero stati capaci di fare un assessment. Anni e anni di consulenza, mai sono stata trattata in questo modo. Che pensano di avere a che fare con una segretariuccia?».
Si guardano le due donne in carriera, la bionda e la bruna, scarpe alte versus sneaker, occhi scuri che sfidano occhi azzurri lontani dalla trasparenza degli specchi d’acqua di montagna. Silenzio.
Sorrisetto di circostanza.

«Stampo i documenti prodotti in modo da farti avere un’idea del lavoro svolto».
L’altra: «Ma guarda che a me non devi dimostrar nulla! Sono sicura del fatto che il grosso del lavoro l’abbia svolto tu…». Mentre la stampante partorisce fogli colorati, inizia la competizione.
«Ma anche tu hai collaborato con Mr. Y della società Xyz?».
«Nooo», con aria di superiorità: «Il rapporto con Mr. Y ce l’avevano le ragazze dell’amministrazione. Io mi relazionavo solo con (faccio per dire, ndr) Fabrizio, l’amministratore delegato».
Che mica posso parlare con il primo tizio che passa da quelle parti?, trapela dal tono della voce.
Scatta la vendetta. L’altra parte subito con l’elenco dei potenziali candidati per le prossime elezioni (Aprile 2011), chiamandoli tutti col nome di battesimo. Scorrono i sottotitoli: Che mica sei la sola a fare public relation?
«Allora, facciamo il bullet point… »
Inizia quindi l’elogio a sé stesso, alla vita privata che viene dopo il lavoro, al ruolo sì dimenticato della cultura nel mondo, ai weekend trascorsi in ufficio o lavorando dietro le quinte. Tutto moltiplicato per due. Arriviamo all’ora di pranzo che sono quasi diventate amiche.

Il cibo avvicina, si sa. Al ritorno dal pranzo progettano già un viaggetto insieme. E iniziano a fare il bullet point.     

mercoledì 29 settembre 2010

Tutto il resto è noia

Così il mese di settembre è volato via. Tra sveglie che suonano presto, lenti a contatto che bruciano, Pc sempre accesi, palestra mancata, corsa rubata, letture rimandate e quell’insoddisfazione strisciante che attraversa le tue giornate. Eppure s’era detto che questo mese sarebbe stato diverso, che mi sarei impegnata per farmi scivolare addosso tutte le arrabbiature, le parole di troppo, tutto ciò che avvelena le giornate. Ma poi non è così facile e l’unica cosa che ti rasserena è sapere di tornar a casa e poterti accoccolare al signor valigiesogni.
Chiudere gli occhi e avere la consapevolezza che ciò che conta è lì accanto a te. Tutto il resto è noia.

giovedì 2 settembre 2010

Umbilicus Italiae

Ci sono delle città delle quali spesso dimentico l’esistenza. Una di queste è Rieti. A volte fatico perfino nel ricordare che si trovi nel Lazio. Per colmare le mie vergognose lacune in geografia e per assaggiare la celebre cucina di Dario (ahimè!, chiuso per ferie, ma questo lo ignoravamo) tanto decantata dal signor valigie sogni, domenica scorsa ci siamo spinti alla volta della città dei Sabini. La strada scelta dal signor valigiesogni è lunga, tutta curve e tutta verde. Ha sempre in mente percorsi alternativi quest’uomo. 


Prima tappa della giornata, il Santuario di S. Maria in Vescovìo. Arriviamo in un luogo isolato, dove tra cipressi e tracce del passato, spunta la chiesa, una sola navata, con all’interno affreschi risalenti alla fine del Duecento. Pace, silenzio e la voce dei cipressi.



L’odore della frittura di pesce proveniente dal ristorante adiacente toglie un po’ di poesia a tutta la cornice, ma non si può arrestare il business.
Eremi e angoli che trasudano spiritualità: il viaggio verso Rieti prosegue.

Arriviamo. Mi aspettavo una cittadina ventilata, cinta da mura medievali, con una piazzetta centrale e gruppetti di ragazzi a bighellonare per strada. Le mura in effetti le ho trovate (XIII secolo), la giornata era ventosa ma calda nonostante la rassicurante presenza in lontananza del Terminillo; tutto il resto invece m’ha lasciato di sasso.
Cittadina elegante, molto curata, ricca (considerando la cospicua presenza di istituti di credito), chiese trecentesche e palazzi signorili. Passeggiamo lunghe le rive del Velino. Belle casette dai balconi in fiore che si affacciano sull’altro lato del fiume, acque limpide e fresche e la corrente che ti ipnotizza.
Poi ci lasciamo prendere dalla vivacità del centro, camminiamo tra i vicoli alla ricerca del monumento indicante l’Umbilicus Italiae, perché Rieti è “città del centro”.
«Terra dell’UDC?», penso ascoltando le parole del signor valigiesogni. «Macché, centro geografico dello Stivale!» Ah, ecco. E camminando ascoltiamo le note che provengono dalle finestre aperte del Teatro Flavio Vespasiano. Siamo alle prove finali: l’estate reatina è ricca di eventi e non manca la musica classica. Il programma della serata prevede, tra l’altro, l’Incompiuta di Schubert e il Concerto n°2 di Beethoven eseguiti dalla Tafelmusik Orchestra, diretta da Kent Nagano.
«Restiamo?», chiede il signor valigiesogni che conosce la mia voglia di musica. Insomma, Rieti non è proprio dietro l’angolo e il lunedì mattina si lavora, quindi non si dovrebbe fare tardi, però… Sembra che l’acustica del Teatro Flavio Vespasiano sia una delle migliori al mondo e poi biblioteche e teatri raccontano tanto della storia di una città, quindi se si ha la possibilità di unire alla visita anche uno spettacolo non riesco a rifiutare.
Bella, proprio bella questa domenica di fine agosto, tra chiese e musica, acque limpide e un po’ di storia. L’interno del Teatro Vespasiano merita da solo il prezzo del biglietto. Acustica ottima e esecuzione emozionante. Al pianoforte, Jacopo Giovannini, tredici anni appena e la dimostrazione che la musica è un dono: non tutti ce l’hanno. Impeto, sensibilità e quel groppo in gola che solo la musica riesce a suscitare.

martedì 24 agosto 2010

Ritorni

L’estate è finita. Aria condizionata accesa, strade ancora deserte, zanzare ancora in azione, ufficio semivuoto, gli occhi spenti di chi è tornato alla scrivania, impegnato a scegliere una nuova foto per il proprio desktop. Non parla quasi nessuno. Siamo tutti là indaffarati a riorganizzare le idee e a mettere a posto dentro di noi le immagini dei giorni scorsi. Abbiamo già dato uno sguardo al calendario e programmato il prossimo viaggio. Nessuno lo confessa ma sono certa che ieri l’abbiano fatto un po’ tutti. Io per prima.
Sono stati giorni intensi, lontani dai TG, dalle vicende politiche (per quanto possibile), dal caos, dalla fretta.

Giorni di spaghetti al pomodoro, di carne alla brace, di ortaggi appena raccolti e frutta profumata.
Giorni appassionati, persa tra le fantasie di Nataša, l’impeto di Nikolaj Rostov, la mitezza di Pierre; turbata dal ritratto di Napoleone e da quanto la sua ambizione ricordi alcuni personaggi dei nostri giorni. La guerra, la morte, ma anche il delirio di onnipotenza, il desiderio di fama. Impossibile staccarsi da Guerra e pace; piacevole sapere che mi accompagnerà ancora per un po'.
Giorni di corsa, la corsa che fa bene, quella con le scarpette e i calzoncini mica quella per rincorrere il bus o per non perdere la metro. Salite, discese, il cielo azzurro, l’ombra delle colline laziali e qualche pensiero sparso. C’è stata anche una garetta estiva (almeno una al mese va fatta) ma la performance non è stata granché; tralasciamo. 


Giorni di montagna, tra i sentieri del Parco nazionale d’Abruzzo, la serenità del monte Tranquillo (il nome racchiude l’essenza della passeggiata), la bellezza del lago di Barrea e di quello della Montagna Spaccata. 
Giorni avventurosi in cui da provetta Indiana Jones ho guadato torrenti, affrontato belve pericolose (forse una vipera, forse un terribile serpente velenoso, probabilmente una biscia d’acqua…), camminato lungo pendii fino ad allora inaccessibili. 

E poi la malinconia del ritorno e il ritorno delle inquietudini che tormentano le tue serate. Manca sempre qualcosa. Forse è il desiderio di lentezza, è la necessità di avere più tempo per pensare, per ascoltare il silenzio, per ritrovare nella quotidianità quella pace che caratterizza i monti.
Quindici giorni non sono stati sufficienti per disintossicarmi da questa vita un po’ avvelenata. E riprende l’affannosa ricerca per renderla un po’ migliore.  

Profumo d’estate

«Quest’estate faremo tante passeggiate in montagna».
«Ora no. È un testo impegnativo. Questa sarà la mia lettura per l’estate».
«Però quest’estate potremmo andar a visitar quel paesino in provincia di Viterbo…»

È da giugno, da quando è entrata la bella stagione, che il signor valigiesogni ed io continuiamo a fare progetti ed elencare buoni propositi come se l’estate in realtà non coincidesse con il solstizio di giugno ma con l’arrivo delle ferie. Così, la settimana scorsa, con luglio che stava per salutarci, continuavamo a far programmi grandiosi sull’arrivo dell’Estate. Ascoltando colleghi e amici, ho scoperto che siamo in parecchi ad avere la stessa mania. Il sole tramonta sempre prima, le ore di luce diminuiscono, un maglioncino sulle spalle la sera è cosa gradita e noi siamo lì ancora parlare dell’arrivo dell’estate. 
Bene amici, udite udite, domani anche a casa mia arriverà l’estate! Yeahhh! Parzialmente, perché potrei comunque esser richiamata al dovere anzitempo, parzialmente perché il signor valigiesogni è ancora occupato. Per giunta sarà un’estate breve perché il 23 agosto sarà già finita. 
Però oggi fatemi assaporare la dolcezza di una serata vissuta senza l’incubo della sveglia presto l’indomani. Fatemi sognare una giornata lenta, con una bella corsa al mattino, la colazione con la musica e il giornale, le tazze lasciate lì e il piacere di prendere un libro, sdraiarmi e leggere, leggere, leggere finché ne ho voglia. L’ebbrezza di non dover guardare l’orologio e di poter cambiar idea e fare altro.
E poi, con calma, preparare una cenetta vera al signor valigiesogni così che anche lui possa avvertire l’arrivo dell’estate.    

giovedì 15 luglio 2010

Rotelle di liquirizia

Per qualcuno potrebbero essere solo liquirizie a rotella. Per me, invece, quelle rotelle racchiudono ancora la dolcezza del ritorno a casa del mio babbo. 
Papà lavorava “fuori”, con tutto il fascino che quel fuori può rappresentare per un bambino. Fuori poteva essere Potenza, Capua, un paesino dimenticato del Molise. Per me, bimbetta dai cappelli a caschetto, fuori significava semplicemente che papà andava via il lunedì mattina all’alba e che sarebbe tornato solo il venerdì sera. Poi c’erano le telefonate, i «lì piove? Cosa hai mangiato?  Hai fatto la brava oggi?». C’era la voce, una voce cha a me sembrava sempre la stessa ma forse solo perché non ero in grado di percepire le note della stanchezza di chi ha una piccola società e tanto lavoro da portar avanti.
E poi c’era la malinconia della mamma. Quella sì, riuscivo a intuirla già allora. Il viso di mia mamma non è in grado di nascondere alcuna emozione. E, finalmente, c’era il venerdì sera e l’arrivo di papà. Rientrava, con gli occhi gonfi e il sorriso sulle labbra, e depositava una bustina sul tavolo della cucina. Chissà perché ma non è mai riuscito a superare l’imbarazzo di darmi un regalo. Neppure oggi che sono grande abbastanza e ci vediamo sempre meno. La distribuzione dei doni è compito della mamma, anche quando a voler fare un regalo è il babbo.
Le buste Haribo erano quelle che mi arrivavano con più frequenza e per me, che non ho mai avuto grosse pretese, non c’era regalo più magico di quelle liquirizie arrotolate o di quelle lunghelunghe. A volte arrivavano macchinine (sì, ero un maschiaccio), costruzioni, regali veri. Però io, ancora oggi, resto come ipnotizzata davanti allo scaffale dei bonbon tutte le volte in cui si fa sosta in autogrill. E penso al babbo.

Anche il signor valigiesogni, noto stachanovista, è spesso “fuori” per lavoro. Ora quel fuori ha sempre un nome diverso: Milano, Bologna, a volte Mestre. E, quando torna dalle sue trasferte, ha sempre una sorpresa per me. A volte si chiama Camilleri, a volte Savage, l’ultima volta si chiamava Carofiglio.
Ed io, nell’attesa, torno un po’ bambina, impaziente di buttargli le braccia al collo mentre sbircio quel volume che fuoriesce dalla tasca del trolley. 

lunedì 5 luglio 2010

Scelte

Sabato mattina guardavo e riguardavo la mia piccola libreria. Eppure, fino al giorno prima era certa del libro che avrei iniziato a leggere. Ma quelle, nel mio caso, sono sempre certezze provvisorie. La mente è tornata al commento di Duck al mio post precedente:

“Non è meravigliosamente eccitante trovarsi alla vigilia di una nuova avventura intellettuale? Se c'è una cosa che mi piace davvero è fermarmi davanti alla mia libreria per scegliere il libro da leggere. E quando finalmente ho deciso, sento sempre un piccolo brivido: inizia qualcosa di nuovo, mi si aprono davanti porte di cui sospettavo solo l'esistenza, che potrebbero introdurmi a mondi dove forse potrei trovare chissà quali intuizioni sulla vita e su di me”.

Verissimo.
E ho pensato anche al mio rapporto con le altrui librerie. Maniacale. Anobii è stata una grande invenzione che ha esasperato la mia già compulsiva smania di frugare tra gli scaffali altrui. Prima, almeno, mi dilettavo solo con le librerie amiche; ora, mi perdo anche tra le passioni letterarie degli sconosciuti. Ma si può?
Alle volte ho la sensazione di invadere troppo la sfera personale dei lettori anobiiani perché la libreria di ciascuno di noi racconta parecchio ciò che siamo. Ma, in fondo, se abbiamo scelto Anobii, abbiamo anche scelto di svelare un pezzettino di noi.
Delle affinità me ne infischio. Sono le recensioni a mandarmi completamente fuori di testa. Più sbircio, più leggo recensioni, più aumenta la mia wish list. E, a rifletterci, è anche leggermente cambiato il mio metodo di scegliere e acquistare libri. Ovvio, i miei criteri di selezione sono rimasti, ma a questi si sono aggiunte le brevi recensioni di anobiiani a me cari. A volte per pura curiosità.  Altre, perché le recensioni sono così convincenti da farmi fortemente desiderare il tal libro.
Comunque, alla fine, ho scelto Correre di Jean Echenoz. Un gioiellino.