mercoledì 31 marzo 2010

Lavoro: quella cosa inutile

“È una grande soddisfazione per me il pensiero che tu potrai risparmiarti di lavorare perché il lavoro non è per gli uomini, è per i ciucciarelli. Anche una fatica, magari, può dar gusto qualche volta, purchè non sia un lavoro. Una fatica oziosa può riuscire utile e simpatica, ma il lavoro invece è una cosa inutile e mortifica la fantasia.”
Elsa Morante, L’isola di Arturo
 
L’attenzione verso ciò che leggi cambia in base al momento in cui lo leggi. Oggi sorrido alle osservazioni dell’ Amalfitano ma, un mese fa, mentre ero lì, davanti al PC, ad inviare curriculum a destra e manca, le stesse parole m’avrebbero irritato non poco e, due settimane fa, spaesata di fronte al nuovo impiego, quelle osservazioni avrebbero suscitato una reazione ancora diversa. Nelle giornate del dopo elezioni, quelle in cui hanno vinto tutti senza aver proposto nulla, come faccio a non pensare all’importanza del lavoro?

La Costituzione e il lavoro

Articolo 1) L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

Articolo 35) La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni.
Cura la formazione e l'elevazione professionale dei lavoratori.
Promuove e favorisce gli accordi e le organizzazioni internazionali intesi ad affermare e regolare i diritti del lavoro.
Articolo 36) Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.
Articolo 37) La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l'adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.

Da pochi giorni ho finalmente ricominciato a lavorare seriamente. Nuovo settore, nuova attività, un nuovo mondo da scoprire. Le giornate si sono riempite improvvisamente (per questa ragione ho trascurato un po’ il blog). Ho meno tempo per la mia famiglia, meno tempo per la lettura, meno tempo per la scrittura, meno tempo per lo sport. Eppure mi guardo allo specchio e rivedo il mio sorriso smagliante e gli occhi ridenti. Il lavoro è un diritto, dà dignità, dà energia, fa sentire realizzati, non è solo una fonte di guadagno e sostentamento. Chi ama lavorare lo sa bene.

Abbiamo votato. Mi aspetto che nei prossimi quindici giorni si parlerà di brogli, di riconteggio dei voti, si rifletterà sui risultati e probabilmente non ci saranno mea culpa. Va bene anche così. Però ciò che davvero mi auguro è che si cominci a pensare al bene di questo Paese, che si dia priorità ai problemi veri delle persone, che non si faccia la solita retorica, che si stanzino fondi per la sanità, per l’istruzione, per la ricerca. Che si faccia qualcosa di concreto prima di disamorarsi completamente della politica e un po’ anche di questo Paese.

martedì 9 marzo 2010

9 marzo

Da qualche tempo mi perdo nelle vite altrui. Sono attratta dalle analogie caratteriali di persone nate lo stesso giorno ma in epoche e luoghi differenti. Sbircio nelle loro vite, nelle loro scelte, nei segni distintivi del loro carattere.
 Il 9 marzo del 1454 nasceva a Firenze Amerigo Vespucci, uno di quei personaggi per i quali si può affermare che l’Italia è terra di navigatori e sognatori perché non solo esplorava ma, nel corso dei suoi viaggi, scriveva lettere che romanzavano le sue vicissitudini.
Altro esploratore, questa volta dello Spazio, fu Jurij Alekseevič Gagarin, anch’egli nato il 9 marzo del più vicino 1934 a Klušino, nell’allora Unione Sovietica; personaggio brillante dalle umili origini che, sfidando le difficoltà del tempo, dimostrò di poter volare sempre “più in alto”.
Esploratore nel mare dell’informatica fu Jef Raskin, nato il 9 marzo a New York City, uomo poliedrico, appassionato di musica e d’ingegneria, ideatore con Steve Jobs del Macintosh per la Apple Computer. Quando la Musica si sposa con la Scienza…
L’amore per la musica caratterizza altri nati il 9 marzo. Non sempre con esiti felici. Anche Umberto Saba, all’anagrafe Poli, nato il 9 marzo 1883, aveva un’insana passione per la musica classica e per il violino in particolare. Evidentemente era più paroliere che musico, infatti, ben presto abbandonò lo strumento per tuffarsi nelle parole. Una vita complessa ma non priva di successi.
Tanto per tornare all’attualità e menzionare qualche donna, il 9 marzo del ‘48 nasceva a Bra Emma Bonino, donna straordinaria, radicale nelle sue scelte, nota in ambito internazionale, attenta alle questioni umanitarie e battagliera sui temi dei diritti civili. E avete già capito chi voterò alle prossime regionali…
Il Web mi fa notare che il 9 marzo del 1908 nasceva anche l’Inter ma il mio disinteresse per il mondo del calcio mi spinge a tralasciare l’evento.
 
Ecco, ora a rileggere la lista di nomi illustri sfornati il 9 marzo, mi chiedo che c’entri io tra questi. Be’, il talento a volte viene riconosciuto solo dai posteri. Io sono sicura di averlo. Solo che è latente, ma tanto latente…

giovedì 4 marzo 2010

Quando la forma non è essenziale?

In questi giorni, a un ingenuo privato cittadino italiano viene da chiedersi: «Perché se io decido di partecipare a un concorso pubblico o a una gara devo rispettare i tempi di presentazione della domanda, le formalità e le procedure, pena l’esclusione dal concorso/gara, mentre se un gruppo di candidati alle elezioni non adempie tutte le procedure formali per la regolare presentazione della lista può permettersi di urlare che a prevalere debba essere la sostanza e non la forma, quando la forma non è essenziale?» Lo sanno i nostri governanti che se io presento la domanda per partecipare a un concorso pubblico, senza firmarla e apporre la data, vengo esclusa dal concorso? E non posso accusare nessuno se, a causa della mia negligenza, non ho potuto esercitare il mio diritto a prender parte a una competizione tra più soggetti, pur avendone tutti i requisiti.
Onestamente che la lista del PdL e il listino della Polverini nel Lazio, così come il listino Formigoni in Lombardia e tutte le altre liste a oggi escluse dalla competizione elettorale, vengano riammesse, m’importa poco. Che trovino pure l’ennesimo escamotage politico…
Ciò che più m’infastidisce è sentir parlare anche stavolta “dell’azione violenta e illegittima contro il PdL”, di tirar in ballo i “facinorosi” che avrebbero impedito l’accesso dei delegati del PdL all’interno del Tribunale (ma poi, dico, è un Tribunale mica casa mia. Non venite a raccontarmi che non c’erano forze dell’ordine lì intorno!). E via alla “prova di forza”in piazza contro chi vuole impedire a 14 milioni di persone di votare.
Avrei preferito che, per una volta, qualcuno avesse ammesso i propri errori, la negligenza nel rispettare le procedure e magari chiesto una soluzione politica di fronte a tanti pasticci. Sarebbe stato più onesto. A noi questo caos non sarebbe piaciuto lo stesso, ma l’avremmo digerito prima. 

lunedì 1 marzo 2010

Quante storie per un panino!

In una domenica nuvolosa in un paesello nei pressi della Capitale, il signor valigiesogni ai fornelli se la ride di gusto.

«Che hai?».
«Il PdL è stato escluso dalle elezioni a Roma perché non ha presentato in tempo utile la lista dei candidati». E giù a ridere.
«Ma va là! Dai, dimmi perché ridi!». Intanto la radio continua a chiacchierare. «Giuro! L’hanno appena detto. Faranno ricorso contro questa decisione antidemocratica!».
«Ma che cavolo vai dicendo? Se è da tre messi che hanno tappezzato la città e tutta la provincia di manifesti; ti pare che lasciavano scadere il termine senza aver presentato la lista?».

Stamani si parlava solo del pasticciaccio del Lazio. Che poi, del Lazio non è perché le liste del PdL per le altre province son state presentate regolarmente nei termini stabiliti dalla legge. Non ho ancora capito bene cosa sia successo perché, ovviamente, non possono farcelo capire. Pare che Alfredo Milioni, la persona incaricata dal PdL di depositare le firme a sostegno della Polverini, colto da un attacco di fame, sia uscito dal Tribunale per farsi un panino. E ‘sto panino deve esser stato piuttosto sostanzioso. Il signor Milioni avrebbe, forse, potuto inventarsene un’altra più credibile.

Chissà se lo immaginano loro, i nostri rappresentanti, il livello di nausea che proviamo, giorno dopo giorno, di fronte a questi spettacoli? Stando ai sorrisi compiaciuti che campeggiano attaccati in tutti gli angoli delle nostre città, direi di no. Non voglio neppure pensare alle beghe, ai giochetti di potere, agli interessi che ruotano intorno alla definizione delle liste, al nome da inserire per accontentare questo o quell’esponente, alla scelta del nome che più soddisfi gli interessi di pochi, infischiandosene del bene pubblico. Intanto noi, popolo sovrano, restiamo qui, inermi, ad ascoltare quello che vogliono raccontarci e ciò che è meglio tacere, perché in campagna elettorale è meglio zittire pure i programmi d’approfondimento giornalistico che trattano temi politici. Dovesse mai esser che un paio d’elettori si soffermi a pensare a ciò che viene detto e non viene fatto…

Che tristezza!

venerdì 12 febbraio 2010

La neve!

È un’alba silenziosa, con il cuscino insolitamente freddo e la pace tutt’intorno. Tendo l’orecchio per captare il rumore del camion della spazzatura che svuota i cassonetti bruscamente. Tutto tace. Mi alzo svogliatamente, metto su il caffè e alzo l’avvolgibile. L’immagine che ho di fronte non è ancora questa ma ci son tutti i presupposti affinché, da lì a un paio d’ore, lo diventi. 



Di sotto, nel giardinetto, ci sono grosse impronte lasciate da chi ha gironzolato un po’ su quel tappeto soffice. Dopo colazione, le impronte sono state ricoperte dai fiocchi che continuano a cadere. «La neve, la neve!! Usciamo!». Fiocchi magici: è la prima volta che i bimbetti dell’appartamento accanto non piangono, urlando come disperati, al loro risveglio.

Il signore di fronte inizia a spalare il vialetto, ma dopo un po’ poggia la pala e si pulisce gli stivali. Fatica inutile per ora. Meglio tornare al calduccio.


Tutto questo bianco mi distrae. C’è troppo silenzio, troppa poesia per dedicarsi alle attività quotidiane. Mi sembra d’esser tornata una scolaretta delle elementari con il grembiulino bianco e il fiocco blu. Allora nevicava più spesso e la mia maestra, terrorizzata all’idea di restar bloccata in quella piccola scuola, lassù in collina, si rifiutava d’andar a lavoro. Erano giornate davanti al caminetto, con i nonni, le minestre con il pane e, quando nonna era di luna buona, la polenta. Perché i paesetti in campagna sono ancora così, più suggestivi di un film in bianco e nero.

mercoledì 10 febbraio 2010

Donne, dududuuu…

Tutti dovremmo prendere i mezzi pubblici. No, magari non quotidianamente, che poi il fegato, le coronarie e il sistema nervoso potrebbero subire danni irreparabili. Di tanto in tanto, però, un salto sull’autobus, una capatina sulla metro e un viaggetto su uno di quei trenini locali, zeppi di pendolari, andrebbe fatto. I mezzi pubblici traboccano di storie, di serate passionali urlate in una conversazione telefonica con l’amica del cuore, di problemi familiari, di cattiverie e ripicche nei confronti dei propri colleghi. Tutti lì a chiacchierare, senza preoccuparsi del tono della voce che aumenta minuto dopo minuto e del vicino che finge di dormire tanto è l’imbarazzo nell’ascoltare involontariamente racconti di un’esistenza in cui è inciampato. A volte le voci di quegli sconosciuti rimbombano nella tua testa per giorni, mettendo in discussione le tue certezze.
In treno, a pochi minuti dalla stazione, prendo le mie cose e mi avvicino verso le porte. La diligenza (non è senso dell’umorismo, è un dato di fatto), come di consueto, si ferma proprio prima d’entrare in stazione: giusto quei dieci minuti sufficienti per perdere l’autobus che ti porta a casa.

«E state già pensando a un figlio?», dice la voce attaccata al lato destro della porta.
«…no…», esita, sotto un berrettino nero, la voce sul lato sinistro. «Per ora ci godiamo la magia dei primi mesi di matrimonio». 
Hanno più o meno la mia età, vaga inflessione romana, vestiti in modo sportivo, il neo sposo giocherella nervosamente con una bottiglietta di plastica vuota. Il treno non accenna a ripartire. Altre persone si avvicinano alle porte. «Tu quanti anni hai?», chiede bruscamente il tizio al neo sposo. Il ragazzo si guarda intorno imbarazzato. Evidentemente non ha voglia di condividere i propri affari con gli altri viaggiatori. «Trentaquattro», mormora. «Trentaquattro», ripete l’altro a tutta voce, qualora il particolare fosse sfuggito agli spettatori. «Vuoi un consiglio? Se vuoi avere dei figli non aspettare. Subito, senza perdere altro tempo che è già troppo tardi». L’altro accenna un sorriso. «Tua moglie che fa? Lavora?», chiede l’elargitore di consigli. «Sì», risponde l’altro sempre più infastidito.

«Falla smettere. A casa. Le donne non sono portate per il lavoro. Si stressano troppo. Io, con gli anni, ho maturato una filosofia d’altri tempi. Le donne devono pensare alla casa e all’educazione dei figli. Dobbiamo tornare ai valori di una volta. Dammi retta. Falle lasciare il lavoro e a casa!».

Do un bel morso alla lingua per evitare di dir la mia, che siamo in treno e quell’individuo lì neanche la merita una risposta. Volto lo sguardo altrove e incrocio gli occhi di un’altra donna che, dalla smorfia di dolore, deve averci dato dentro anche lei nel mordersi la lingua. Nello spazio tra le due carrozze nessuno commenta. Un silenzio pesante. Il neo sposo intanto cerca di nascondere il viso tutto rosso nel bavero della giacca. Il treno, centimetro dopo centimetro, ha raggiunto la stazione. Il neo sposo a tutta voce dice: «Beh, mi ha fatto piacere incontrati per caso dopo così tanti anni», come a dire a noi tutti: «Io quello lì non lo frequento mica! Non siamo mica amici! Ci conosciamo di vista. Non abbiamo niente da condividere. L’ho incontrato qui, ha attaccato bottone, che dovevo fare, fingere di essere diventato sordomuto?».
Sicché le donne non sono portate per il lavoro perché si stressano troppo. Gli uomini invece il lunedì mattina hanno sempre lo sguardo di chi sta per partire per le Maldive.

Nella lista dei valori che stiamo smarrendo, m’era proprio sfuggito quello della donna serva, che sforna figli e torte perché il marito così comanda. Perché, badate bene, l’osservazione non era un: «Mia moglie ha deciso di restare a casa poiché vuole occuparsi esclusivamente dell’educazione dei nostri figli. E io credo che abbia ragione». Bensì un: «Io ho deciso così perché è giusto così».
La prepotenza di quelle parole m’ha colpito. Sono sicura che gran parte dei miei coetanei non sia così (gli uomini che conosco sono esseri pensanti), che la libertà di scelta di una donna sia un diritto ormai acquisito, che all’interno di una coppia non si discuta più su quale sia il posto della donna perché non ne esiste uno stabilito. L’educazione dei figli, la cucina, le pulizie non sono più faccende da donne. Così come il “portare a casa la pagnotta” non è più prerogativa del maschio. È da anni che, fortunatamente, non funziona più così. Le donne non lavorano, esattamente come non lavorano gli uomini, per ragioni congiunturali, disoccupazione, problemi di salute, scelte personali. Mai per imposizione del compagno.
Esistono delle persone, però, che la pensano come il viaggiatore sconosciuto. Non ci avevo mai riflettuto.
Poi mi soffermo sull’altra faccia della questione: la donna che accetta che sia qualcun altro a decidere per lei. La donna che crede che i suoi desideri siano secondari, la donna che permette al proprio uomo di parlare così. E l’amarezza aumenta.

mercoledì 3 febbraio 2010

Donne ungheresi

Generalmente lascio passare un po’ di tempo prima di commentare un libro appena letto. Le impressioni a caldo sono sempre dettate dall’istinto e non da un’attenta analisi, che richiede invece una riflessione più approfondita. Generalmente mi ripropongo di leggere qualcos’altro di un autore che m’ha colpito (in negativo o in positivo). Poi finisco per imbattermi in altri titoli, altre storie, altri viaggi e vengo meno ai buoni propositi.
La scoperta di Magda Szabò ha fatto crollare tutti i miei “generalmente”.
Spinta dall’entusiasmo di Fabio, il mio guru della letteratura, lo scorso anno ho acquistato La porta, il romanzo che ha fatto conoscere questa splendida scrittrice ungherese anche in Italia. Il volumetto è rimasto per un pezzo negli scaffali di casa. Poi, nel bel mezzo di un trasloco, m’ha chiamato. Insomma, il momento era di quelli meno opportuni, con casa nuova da tinteggiare, i mobili Ikea da montare, un nuovo lavoro da cercare e tutte le preoccupazioni di chi vede intorno a sé solo disordine. Fatto è che, nonostante la stanchezza, l’idea d’immergermi alla sera nelle pagine della Szabò ha rappresentato in questo periodo la più bella ricompensa per le fatiche della giornata.
Terminato La porta, sono stata colta da un leggero senso d’ansia. Mi son ritrovata dopo un paio di giorni a prendere in prestito dalla biblioteca comunale La ballata di Iza. Così, i lavori iniziati sotto lo sguardo attento di Emerenc Szredàs, si sono conclusi in compagnia dei profondi occhi blu di Etelka e del rigido ordine di Iza. Chi ha già avuto il piacere di leggere i due romanzi, sa bene di cosa sto parlando. Chi ha rimandato l’incontro con quest’autrice, scomparsa a Budapest poco più di due anni fa, dovrebbe rompere gli indugi e farsi trasportare da una penna che riesce a descrivere atmosfere lontane, di un paese non così lontano eppure così sconosciuto. I due romanzi hanno molti aspetti in comune: le protagoniste sono donne, diverse ma energiche, passionali, razionali, sempre donne con una forte personalità. In entrambi è presente l’impegno politico dei protagonisti e la storia che fa capolino nella finzione; in entrambi emerge la forza della scrittura, la potenza dell’immaginazione in contrapposizione col senso pratico dei lavori manuali; in entrambi si sente un desiderio di rivalsa, la consapevolezza di poter determinare il proprio Destino, di poter riscattare le ingiustizie subite dai propri padri.

Sono pagine amare ma sono anche pagine in cui si trova tutto: amore, odio, rabbia, egoismo, frustrazione, provincialismo, faticosa ricerca della felicità, denuncia di una società legata al pettegolezzo e alle convenzioni.
Osservazione: l’edizione de La Ballata di Iza che ho preso in prestito è piena di refusi. Mi auguro che l’Einaudi abbia provveduto alla correzione dell’opera per le ristampe successive perché, far pagare 18 euro un libro così poco curato, non è una sciatteria. È da criminali.

venerdì 22 gennaio 2010

L'arte di correre

Ho scoperto che in Italia i seguaci di Haruki Murakami, quelli che corrono in libreria per poter acquistare l’ultimo suo libro, sono moltissimi. Io non sono tra questi. Non perché ce l’abbia con la letteratura giapponese o perché non mi piaccia lo stile dello scrittore. Per pura ignoranza: non mi è mai capitato di leggere le sue opere in precedenza e non ne sono mai stata attratta. Ho acquistato “L’arte di correre” per la mia passione verso il mondo della corsa non per la prosa di Murakami. Però non me la sento di affermare, come fa l’Observer nella quarta di copertina, che “la voce narrante convince per schiettezza e vivacità e una volta conclusa la lettura si resta incantati dalla sua grazia semplice e genuina”. Il libro è scorrevole, qualche volta un po’ troppo ripetitivo ma, essendo una sorta di raccolta di memorie, come lo stesso Murakami la definisce, credo che le ripetizioni siano volute. L’intento è quello di ribadire l’importanza della corsa nella vita dell’autore e la necessità di esercitarsi costantemente con tanto impegno perché potenziando le capacità fisiche si può dar il meglio nella scrittura. 
Sono arrivata alla corsa per caso. Ero all’ultimo anno delle scuole medie. La nostra scuola partecipava a una sorta di torneo tra gli istituti locali e tutti eravamo chiamati a scegliere la disciplina in cui gareggiare. Scelsi la corsa campestre perché mi sembrava l’unica cosa facile in cui potermi cimentare. Iniziai a correre con andatura lenta, respiro regolare, infischiandomene delle compagne che mi superavano rapidamente. A metà percorso iniziai ad accelerare, alcune delle ragazze che erano partite sfrecciando si erano già arenate. Arrivai per prima, staccando senza difficoltà le altre. Da allora la corsa non mi ha più abbandonato.
Per natura, anch’io come Murakami, mi son sempre considerata una persona lenta. Ho bisogno di un po’ di tempo per fare miei alcuni concetti, leggo lentamente, torno spesso su ciò che ho letto, scrivo di getto ma poi ho bisogno di tempo per correggere e rivedere quanto scritto. Prima di capire se un libro, un film, una persona mi piacciono c’impiego un po’. Ho bisogno di metabolizzare alcune informazioni. È sempre un processo lungo ma, una volta iniziato il percorso, avanzo senza esitazioni per la mia via. Con la corsa è la stessa cosa. Non sono per i 100 metri, i percorsi veloci in cui dai tutto e subito. Sono per le lunghe distanze. Ho bisogno di sentire prima il mio corpo, la reazione dei miei muscoli, la regolarizzazione del mio respiro e poi posso andare. Salite, discese, percorsi misti e anche uno sprint finale quando so di essere vicina al traguardo.  
L’attività fisica è diventata una parte fondamentale della mia vita. Ho scoperto che correre mi aiutava a sorridere, a ponderare le mie decisioni, ad affrontare con più ottimismo gli esami universitari, le discussioni con i miei genitori, i colloqui di lavoro, il terrore di non farcela nei momenti critici. Correre è esercizio fisico ma, prima ancora, alleggerimento della mente e dell’anima. È come se, metro dopo metro, le preoccupazioni evaporassero fino a raggiungere un momento di assoluto non pensiero. La mente è sgombra, si ossigena e può riprendere ad analizzare le cose in modo logico, senza la faticosa sovrapposizione dei pensieri più disparati. E poi è uno sport piuttosto economico che t’accompagna dappertutto. Si corre in genere da soli ma non ci si sente mai soli. Il paesaggio cambia, la città assume colori diversi, e se poi si ha la fortuna di correre in piccoli borghi o in campagna l’insieme d’immagini che si immagazzinano danno l’energia sufficiente per affrontare lunghi periodi bui.
Murakami racconta le sue maratone. La lunga preparazione, i viaggi per raggiungere città diverse, le avversità meteorologiche, le delusioni, gli insuccessi. Le sue parole m’hanno dato un ulteriore incentivo per trasformare quell’attività, che ormai pratico costantemente da anni solo per piacere personale, in qualcosa in più. La voglia di mettersi alla prova, cercare nuovi stimoli, confrontarsi con un traguardo da raggiungere. O, semplicemente, il piacere di correre una volta l’anno in una città diversa, ora che la vita mi sembra così immobile.
Visto dall’esterno il nostro modo di vivere apparirà forse insulso, privo di fondamenta e di significato. Penso che sia una cosa alla quale dobbiamo rassegnarci. Ma, anche ammettendo che compiamo solo una serie di atti vuoti, resta il fatto reale che ci impegniamo. Non importa se otteniamo dei risultati o meno, se facciamo bella figura o no, in fin dei conti l’essenziale, per la maggior parte di noi, è qualcosa che non si vede ma si percepisce nel cuore. E spesso le cose che hanno veramente valore si ottengono attraverso gesti inutili. Le nostre azioni non saranno forse proficue ma di sicuro non sono stupide. […]

Come vengano giudicati il tempo che ottengo in gara e il mio posto in graduatoria, come venga considerato il mio stile, è di secondaria importanza. Ciò che conta per me, per il corridore che sono, è tagliare un traguardo dopo l’altro, con le mie gambe. Usare tutte le forze che sono necessarie, sopportare tutto ciò che devo e alla fine essere contento di me. Imparare qualcosa di concreto – piccolo finché si vuole, ma concreto – dagli sbagli che faccio e dalla gioia che provo. E gara dopo gara, anno dopo anno, arrivare in un luogo che mi soddisfi.

venerdì 8 gennaio 2010

Segnali

Capisci che qualcosa sta cambiando nel momento in cui sul comodino compaiono magicamente riviste tipo Cose di casa e Casa in fiore.
Capisci che la costruzione di un nuovo nido è in corso quando l’icona più cliccata sul desktop del PC è quella relativa al programmino dell’Ikea “per progettare e ottimizzare al meglio i propri spazi”.
Capisci che qualcosa di strano sta accadendo quando vedi tuo marito trasognato che continua ad accarezzare una parete tinteggiata da qualche giorno. È ancora affetto dalla sindrome del pennello. Ma non c’è da preoccuparsi. Lo conosci abbastanza bene da sapere che presto la sindrome di cui sopra sarà sostituta da quella dell’aggregatore di mobili, da quella dell’elettricista, del curatore di dettagli d’arredo…

giovedì 7 gennaio 2010

Un po' di colore

C’è aria di trasloco in casa valigiesogni.
Tra studio, lavoro, volontariato, precariato, questo è appena il quindicesimo che affronto, escluse, ovviamente, le situazioni in cui, fra un momento di disperazione e l’altro, sono tornata a casa dei miei.
È la prima volta però in cui trasloco con qualcuno (il signor valigiesogni, ovviamente). E la prima volta in cui mi insedio in un appartamento non ammobiliato. Novità significative che annullano quella che io credevo essere una discreta esperienza in materia di trasloco.
Così l’anno è iniziato tinteggiando. Già perché, a detta del signor valigiesogni, “fare le cose da sé dà più soddisfazione”. Indubbiamente, però, al momento, il mio polso destro non la pensa allo stesso modo.
Stamane, mentre fuori la pioggia cadeva incessantemente, nella nostra futura cucina splendeva il sole; giallo, giallisssimo: un calore che più caldo non si può. Nello studio, lentamente, arrivava la primavera, d’un verde da far invidia ai prati irlandesi sul finire della stagione delle piogge. Poi il glicine iniziava a riempire la stanza da letto e l’azzurro a inondare il corridoio. 
Stasera, accovacciata nella sala, tanto per non risparmiare neppure le ginocchia, ho iniziato a raschiare gli schizzi di vernice sul battiscopa. Fuori, un cielo indecifrabile. Si direbbe sereno ma dei nuvoloni scuri a forma di canguro saltellano sollevando un vento gelido.
Le lucine intermittenti disegnano il perimetro degli appartamenti dei nostri futuri vicini. Non un suono, non una voce, non un profumo di cucina. Solo lucette colorate. Qualcuna è fulminata. In fondo oggi è l’Epifania che tutte le feste porta via.