domenica 3 luglio 2016

Si può tornare indietro, Ada Murolo


Le copertine dei libri editi da Astoria non passano inosservate. Sono come una ragazza minuta, con il capello corto, un tubino e un paio di scarpe rosse: elegante ma sbarazzina, una che non si prende troppo sul serio. Anche gli autori pubblicati da Astoria sono spesso così: prevalentemente donne, spesso inglesi, finte ingenue (quindi, apparentemente innocue), di quelle che ti prendono in giro col sorriso, e tu nemmeno te ne accorgi. 
Astoria ci ha abituati ad autrici del Novecento inglese, talvolta dimenticate dalla grande letteratura e a romanzi leggeri e divertenti. Per questa ragione sono rimasta così spiazzata dalla pubblicazione di Si può tornare indietro di Ada Murolo, scrittrice italiana e vivente. 
L’ho acquistato subito perché ambientato a Trieste, salvo poi borbottare un «Ma sarai scema? Con tutti i Covacich e i Magris che devi ancora leggere, ti affidi ad una calabrese per tornare a Trieste?» Ma l’istinto non mi ha tradito.


Trieste, 4 novembre 1954. In Piazza Unità d’Italia, già Piazza Grande, è tutto uno sventolio di bandiere tricolori; una folla allegra e vestita a festa applaude al ritorno di Trieste all’Italia. In quella massa rumorosa, gli occhi folli di Alina Rosenholz, una matta dal volto scavato, postura incurvata e il capo incassato nelle spalle, incrociano il luccichio degli orecchini di Berta.
«I recìni de mia mama».
E quegli orecchini, appartenuti appena dieci anni prima alla madre di Alina, ci riportano indietro nel tempo.
Torniamo agli anni spensierati in cui, nonostante le leggi razziali, la povertà, l’occupazione tedesca e l’ombra di San Sabba, Berta e Alina, giovani, belle, amiche da sempre, passeggiano a Trieste tra le latterie, i fiori delle fioraie di Ponterosso, via San Nicolò e Smolars, la cartoleria più bella della città. Alina non trova imbarazzante la povertà di Berta, le sue frivolezze, la bassa cultura. E Berta non ha mai dato ascolto a quel “giudìa” con cui inizia ad esser apostrofata Alina. Non se n’è curata, né preoccupata; in fondo la sua amica non è neppure segnata in sinagoga. Ma tutto cambia e dieci anni possono portare due amiche ad incrociarsi senza riuscire a riconoscersi.
Si può tornare indietro? Avrei aggiunto un punto interrogativo al titolo di questo romanzo avvincente e poetico.

La assalì il rimpianto per le sue scelte sbagliate e frettolose, ansiosi abbagli che avevano spezzato il corso della sua vita che, anche se faticosa e difficile, era la sua vita, con le proprie liturgie e le proprie sicurezze, i cui buoni effetti ormai non avrebbero avuto la possibilità di venire alla luce, come semi tolti troppo presto alla terra dal raspar ottuso di una gallina.
No se pol più tornar indrìo, pensò e temette di non sopportar tutto questo.

Non è il solito romanzo sull’amicizia con l’aggiunta di una storia d’amore. C’è anche questo ma in Non si può tornare indietro c’è prima di tutto Trieste. Il suo mare, la bora, il suo essere città di confine, la Risiera e le foibe, l’ospedale psichiatrico San Giovanni e i matti. E poi ci sono le donne e le prime timide manifestazioni d’indipendenza. Il tutto narrato con una lingua elegante ed evocativa. Le ciacole, il còcolo, tàco – màco, il ciangottio, il gloglottio, l’agucchiare e il vagolare non mi abbandoneranno presto.
Le parole che emergono dal passato, accavallandosi sconnesse nella testa di Alina nelle pagine finali del romanzo, sono un capolavoro.

Da mettere in valigia per un nuovo viaggio a Trieste. Quando conosci già la città, hai visto i caffè e passeggiato sul lungomare, rimandando alla prossima volta la visita al museo della Risiera e una corsa sul tram di Opicina che si arrampica sulle alture del Carso. Arrivata fin lassù, ti fermerai in una delle tante osmizze e leggerai qualche pagina di Non si può tornare indietro bevendo vino locale. E ti sembrerà di tornare indietro nel tempo.


Ada Murolo, Si può tornare indietro, Astoria, 2016.



2 commenti:

  1. Che bella lingua che usa Ada Murolo! Già solo per questo andrebbe letta.

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    1. Esatto. Per me è stata una bella scoperta. Mi son smarrita in qualche espressione triestina ma, se possiamo leggere Camilleri, perché non dovremmo leggere la Murolo?

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