venerdì 12 febbraio 2010

La neve!

È un’alba silenziosa, con il cuscino insolitamente freddo e la pace tutt’intorno. Tendo l’orecchio per captare il rumore del camion della spazzatura che svuota i cassonetti bruscamente. Tutto tace. Mi alzo svogliatamente, metto su il caffè e alzo l’avvolgibile. L’immagine che ho di fronte non è ancora questa ma ci son tutti i presupposti affinché, da lì a un paio d’ore, lo diventi. 



Di sotto, nel giardinetto, ci sono grosse impronte lasciate da chi ha gironzolato un po’ su quel tappeto soffice. Dopo colazione, le impronte sono state ricoperte dai fiocchi che continuano a cadere. «La neve, la neve!! Usciamo!». Fiocchi magici: è la prima volta che i bimbetti dell’appartamento accanto non piangono, urlando come disperati, al loro risveglio.

Il signore di fronte inizia a spalare il vialetto, ma dopo un po’ poggia la pala e si pulisce gli stivali. Fatica inutile per ora. Meglio tornare al calduccio.


Tutto questo bianco mi distrae. C’è troppo silenzio, troppa poesia per dedicarsi alle attività quotidiane. Mi sembra d’esser tornata una scolaretta delle elementari con il grembiulino bianco e il fiocco blu. Allora nevicava più spesso e la mia maestra, terrorizzata all’idea di restar bloccata in quella piccola scuola, lassù in collina, si rifiutava d’andar a lavoro. Erano giornate davanti al caminetto, con i nonni, le minestre con il pane e, quando nonna era di luna buona, la polenta. Perché i paesetti in campagna sono ancora così, più suggestivi di un film in bianco e nero.

mercoledì 10 febbraio 2010

Donne, dududuuu…

Tutti dovremmo prendere i mezzi pubblici. No, magari non quotidianamente, che poi il fegato, le coronarie e il sistema nervoso potrebbero subire danni irreparabili. Di tanto in tanto, però, un salto sull’autobus, una capatina sulla metro e un viaggetto su uno di quei trenini locali, zeppi di pendolari, andrebbe fatto. I mezzi pubblici traboccano di storie, di serate passionali urlate in una conversazione telefonica con l’amica del cuore, di problemi familiari, di cattiverie e ripicche nei confronti dei propri colleghi. Tutti lì a chiacchierare, senza preoccuparsi del tono della voce che aumenta minuto dopo minuto e del vicino che finge di dormire tanto è l’imbarazzo nell’ascoltare involontariamente racconti di un’esistenza in cui è inciampato. A volte le voci di quegli sconosciuti rimbombano nella tua testa per giorni, mettendo in discussione le tue certezze.
In treno, a pochi minuti dalla stazione, prendo le mie cose e mi avvicino verso le porte. La diligenza (non è senso dell’umorismo, è un dato di fatto), come di consueto, si ferma proprio prima d’entrare in stazione: giusto quei dieci minuti sufficienti per perdere l’autobus che ti porta a casa.

«E state già pensando a un figlio?», dice la voce attaccata al lato destro della porta.
«…no…», esita, sotto un berrettino nero, la voce sul lato sinistro. «Per ora ci godiamo la magia dei primi mesi di matrimonio». 
Hanno più o meno la mia età, vaga inflessione romana, vestiti in modo sportivo, il neo sposo giocherella nervosamente con una bottiglietta di plastica vuota. Il treno non accenna a ripartire. Altre persone si avvicinano alle porte. «Tu quanti anni hai?», chiede bruscamente il tizio al neo sposo. Il ragazzo si guarda intorno imbarazzato. Evidentemente non ha voglia di condividere i propri affari con gli altri viaggiatori. «Trentaquattro», mormora. «Trentaquattro», ripete l’altro a tutta voce, qualora il particolare fosse sfuggito agli spettatori. «Vuoi un consiglio? Se vuoi avere dei figli non aspettare. Subito, senza perdere altro tempo che è già troppo tardi». L’altro accenna un sorriso. «Tua moglie che fa? Lavora?», chiede l’elargitore di consigli. «Sì», risponde l’altro sempre più infastidito.

«Falla smettere. A casa. Le donne non sono portate per il lavoro. Si stressano troppo. Io, con gli anni, ho maturato una filosofia d’altri tempi. Le donne devono pensare alla casa e all’educazione dei figli. Dobbiamo tornare ai valori di una volta. Dammi retta. Falle lasciare il lavoro e a casa!».

Do un bel morso alla lingua per evitare di dir la mia, che siamo in treno e quell’individuo lì neanche la merita una risposta. Volto lo sguardo altrove e incrocio gli occhi di un’altra donna che, dalla smorfia di dolore, deve averci dato dentro anche lei nel mordersi la lingua. Nello spazio tra le due carrozze nessuno commenta. Un silenzio pesante. Il neo sposo intanto cerca di nascondere il viso tutto rosso nel bavero della giacca. Il treno, centimetro dopo centimetro, ha raggiunto la stazione. Il neo sposo a tutta voce dice: «Beh, mi ha fatto piacere incontrati per caso dopo così tanti anni», come a dire a noi tutti: «Io quello lì non lo frequento mica! Non siamo mica amici! Ci conosciamo di vista. Non abbiamo niente da condividere. L’ho incontrato qui, ha attaccato bottone, che dovevo fare, fingere di essere diventato sordomuto?».
Sicché le donne non sono portate per il lavoro perché si stressano troppo. Gli uomini invece il lunedì mattina hanno sempre lo sguardo di chi sta per partire per le Maldive.

Nella lista dei valori che stiamo smarrendo, m’era proprio sfuggito quello della donna serva, che sforna figli e torte perché il marito così comanda. Perché, badate bene, l’osservazione non era un: «Mia moglie ha deciso di restare a casa poiché vuole occuparsi esclusivamente dell’educazione dei nostri figli. E io credo che abbia ragione». Bensì un: «Io ho deciso così perché è giusto così».
La prepotenza di quelle parole m’ha colpito. Sono sicura che gran parte dei miei coetanei non sia così (gli uomini che conosco sono esseri pensanti), che la libertà di scelta di una donna sia un diritto ormai acquisito, che all’interno di una coppia non si discuta più su quale sia il posto della donna perché non ne esiste uno stabilito. L’educazione dei figli, la cucina, le pulizie non sono più faccende da donne. Così come il “portare a casa la pagnotta” non è più prerogativa del maschio. È da anni che, fortunatamente, non funziona più così. Le donne non lavorano, esattamente come non lavorano gli uomini, per ragioni congiunturali, disoccupazione, problemi di salute, scelte personali. Mai per imposizione del compagno.
Esistono delle persone, però, che la pensano come il viaggiatore sconosciuto. Non ci avevo mai riflettuto.
Poi mi soffermo sull’altra faccia della questione: la donna che accetta che sia qualcun altro a decidere per lei. La donna che crede che i suoi desideri siano secondari, la donna che permette al proprio uomo di parlare così. E l’amarezza aumenta.

mercoledì 3 febbraio 2010

Donne ungheresi

Generalmente lascio passare un po’ di tempo prima di commentare un libro appena letto. Le impressioni a caldo sono sempre dettate dall’istinto e non da un’attenta analisi, che richiede invece una riflessione più approfondita. Generalmente mi ripropongo di leggere qualcos’altro di un autore che m’ha colpito (in negativo o in positivo). Poi finisco per imbattermi in altri titoli, altre storie, altri viaggi e vengo meno ai buoni propositi.
La scoperta di Magda Szabò ha fatto crollare tutti i miei “generalmente”.
Spinta dall’entusiasmo di Fabio, il mio guru della letteratura, lo scorso anno ho acquistato La porta, il romanzo che ha fatto conoscere questa splendida scrittrice ungherese anche in Italia. Il volumetto è rimasto per un pezzo negli scaffali di casa. Poi, nel bel mezzo di un trasloco, m’ha chiamato. Insomma, il momento era di quelli meno opportuni, con casa nuova da tinteggiare, i mobili Ikea da montare, un nuovo lavoro da cercare e tutte le preoccupazioni di chi vede intorno a sé solo disordine. Fatto è che, nonostante la stanchezza, l’idea d’immergermi alla sera nelle pagine della Szabò ha rappresentato in questo periodo la più bella ricompensa per le fatiche della giornata.
Terminato La porta, sono stata colta da un leggero senso d’ansia. Mi son ritrovata dopo un paio di giorni a prendere in prestito dalla biblioteca comunale La ballata di Iza. Così, i lavori iniziati sotto lo sguardo attento di Emerenc Szredàs, si sono conclusi in compagnia dei profondi occhi blu di Etelka e del rigido ordine di Iza. Chi ha già avuto il piacere di leggere i due romanzi, sa bene di cosa sto parlando. Chi ha rimandato l’incontro con quest’autrice, scomparsa a Budapest poco più di due anni fa, dovrebbe rompere gli indugi e farsi trasportare da una penna che riesce a descrivere atmosfere lontane, di un paese non così lontano eppure così sconosciuto. I due romanzi hanno molti aspetti in comune: le protagoniste sono donne, diverse ma energiche, passionali, razionali, sempre donne con una forte personalità. In entrambi è presente l’impegno politico dei protagonisti e la storia che fa capolino nella finzione; in entrambi emerge la forza della scrittura, la potenza dell’immaginazione in contrapposizione col senso pratico dei lavori manuali; in entrambi si sente un desiderio di rivalsa, la consapevolezza di poter determinare il proprio Destino, di poter riscattare le ingiustizie subite dai propri padri.

Sono pagine amare ma sono anche pagine in cui si trova tutto: amore, odio, rabbia, egoismo, frustrazione, provincialismo, faticosa ricerca della felicità, denuncia di una società legata al pettegolezzo e alle convenzioni.
Osservazione: l’edizione de La Ballata di Iza che ho preso in prestito è piena di refusi. Mi auguro che l’Einaudi abbia provveduto alla correzione dell’opera per le ristampe successive perché, far pagare 18 euro un libro così poco curato, non è una sciatteria. È da criminali.

venerdì 22 gennaio 2010

L'arte di correre

Ho scoperto che in Italia i seguaci di Haruki Murakami, quelli che corrono in libreria per poter acquistare l’ultimo suo libro, sono moltissimi. Io non sono tra questi. Non perché ce l’abbia con la letteratura giapponese o perché non mi piaccia lo stile dello scrittore. Per pura ignoranza: non mi è mai capitato di leggere le sue opere in precedenza e non ne sono mai stata attratta. Ho acquistato “L’arte di correre” per la mia passione verso il mondo della corsa non per la prosa di Murakami. Però non me la sento di affermare, come fa l’Observer nella quarta di copertina, che “la voce narrante convince per schiettezza e vivacità e una volta conclusa la lettura si resta incantati dalla sua grazia semplice e genuina”. Il libro è scorrevole, qualche volta un po’ troppo ripetitivo ma, essendo una sorta di raccolta di memorie, come lo stesso Murakami la definisce, credo che le ripetizioni siano volute. L’intento è quello di ribadire l’importanza della corsa nella vita dell’autore e la necessità di esercitarsi costantemente con tanto impegno perché potenziando le capacità fisiche si può dar il meglio nella scrittura. 
Sono arrivata alla corsa per caso. Ero all’ultimo anno delle scuole medie. La nostra scuola partecipava a una sorta di torneo tra gli istituti locali e tutti eravamo chiamati a scegliere la disciplina in cui gareggiare. Scelsi la corsa campestre perché mi sembrava l’unica cosa facile in cui potermi cimentare. Iniziai a correre con andatura lenta, respiro regolare, infischiandomene delle compagne che mi superavano rapidamente. A metà percorso iniziai ad accelerare, alcune delle ragazze che erano partite sfrecciando si erano già arenate. Arrivai per prima, staccando senza difficoltà le altre. Da allora la corsa non mi ha più abbandonato.
Per natura, anch’io come Murakami, mi son sempre considerata una persona lenta. Ho bisogno di un po’ di tempo per fare miei alcuni concetti, leggo lentamente, torno spesso su ciò che ho letto, scrivo di getto ma poi ho bisogno di tempo per correggere e rivedere quanto scritto. Prima di capire se un libro, un film, una persona mi piacciono c’impiego un po’. Ho bisogno di metabolizzare alcune informazioni. È sempre un processo lungo ma, una volta iniziato il percorso, avanzo senza esitazioni per la mia via. Con la corsa è la stessa cosa. Non sono per i 100 metri, i percorsi veloci in cui dai tutto e subito. Sono per le lunghe distanze. Ho bisogno di sentire prima il mio corpo, la reazione dei miei muscoli, la regolarizzazione del mio respiro e poi posso andare. Salite, discese, percorsi misti e anche uno sprint finale quando so di essere vicina al traguardo.  
L’attività fisica è diventata una parte fondamentale della mia vita. Ho scoperto che correre mi aiutava a sorridere, a ponderare le mie decisioni, ad affrontare con più ottimismo gli esami universitari, le discussioni con i miei genitori, i colloqui di lavoro, il terrore di non farcela nei momenti critici. Correre è esercizio fisico ma, prima ancora, alleggerimento della mente e dell’anima. È come se, metro dopo metro, le preoccupazioni evaporassero fino a raggiungere un momento di assoluto non pensiero. La mente è sgombra, si ossigena e può riprendere ad analizzare le cose in modo logico, senza la faticosa sovrapposizione dei pensieri più disparati. E poi è uno sport piuttosto economico che t’accompagna dappertutto. Si corre in genere da soli ma non ci si sente mai soli. Il paesaggio cambia, la città assume colori diversi, e se poi si ha la fortuna di correre in piccoli borghi o in campagna l’insieme d’immagini che si immagazzinano danno l’energia sufficiente per affrontare lunghi periodi bui.
Murakami racconta le sue maratone. La lunga preparazione, i viaggi per raggiungere città diverse, le avversità meteorologiche, le delusioni, gli insuccessi. Le sue parole m’hanno dato un ulteriore incentivo per trasformare quell’attività, che ormai pratico costantemente da anni solo per piacere personale, in qualcosa in più. La voglia di mettersi alla prova, cercare nuovi stimoli, confrontarsi con un traguardo da raggiungere. O, semplicemente, il piacere di correre una volta l’anno in una città diversa, ora che la vita mi sembra così immobile.
Visto dall’esterno il nostro modo di vivere apparirà forse insulso, privo di fondamenta e di significato. Penso che sia una cosa alla quale dobbiamo rassegnarci. Ma, anche ammettendo che compiamo solo una serie di atti vuoti, resta il fatto reale che ci impegniamo. Non importa se otteniamo dei risultati o meno, se facciamo bella figura o no, in fin dei conti l’essenziale, per la maggior parte di noi, è qualcosa che non si vede ma si percepisce nel cuore. E spesso le cose che hanno veramente valore si ottengono attraverso gesti inutili. Le nostre azioni non saranno forse proficue ma di sicuro non sono stupide. […]

Come vengano giudicati il tempo che ottengo in gara e il mio posto in graduatoria, come venga considerato il mio stile, è di secondaria importanza. Ciò che conta per me, per il corridore che sono, è tagliare un traguardo dopo l’altro, con le mie gambe. Usare tutte le forze che sono necessarie, sopportare tutto ciò che devo e alla fine essere contento di me. Imparare qualcosa di concreto – piccolo finché si vuole, ma concreto – dagli sbagli che faccio e dalla gioia che provo. E gara dopo gara, anno dopo anno, arrivare in un luogo che mi soddisfi.

venerdì 8 gennaio 2010

Segnali

Capisci che qualcosa sta cambiando nel momento in cui sul comodino compaiono magicamente riviste tipo Cose di casa e Casa in fiore.
Capisci che la costruzione di un nuovo nido è in corso quando l’icona più cliccata sul desktop del PC è quella relativa al programmino dell’Ikea “per progettare e ottimizzare al meglio i propri spazi”.
Capisci che qualcosa di strano sta accadendo quando vedi tuo marito trasognato che continua ad accarezzare una parete tinteggiata da qualche giorno. È ancora affetto dalla sindrome del pennello. Ma non c’è da preoccuparsi. Lo conosci abbastanza bene da sapere che presto la sindrome di cui sopra sarà sostituta da quella dell’aggregatore di mobili, da quella dell’elettricista, del curatore di dettagli d’arredo…

giovedì 7 gennaio 2010

Un po' di colore

C’è aria di trasloco in casa valigiesogni.
Tra studio, lavoro, volontariato, precariato, questo è appena il quindicesimo che affronto, escluse, ovviamente, le situazioni in cui, fra un momento di disperazione e l’altro, sono tornata a casa dei miei.
È la prima volta però in cui trasloco con qualcuno (il signor valigiesogni, ovviamente). E la prima volta in cui mi insedio in un appartamento non ammobiliato. Novità significative che annullano quella che io credevo essere una discreta esperienza in materia di trasloco.
Così l’anno è iniziato tinteggiando. Già perché, a detta del signor valigiesogni, “fare le cose da sé dà più soddisfazione”. Indubbiamente, però, al momento, il mio polso destro non la pensa allo stesso modo.
Stamane, mentre fuori la pioggia cadeva incessantemente, nella nostra futura cucina splendeva il sole; giallo, giallisssimo: un calore che più caldo non si può. Nello studio, lentamente, arrivava la primavera, d’un verde da far invidia ai prati irlandesi sul finire della stagione delle piogge. Poi il glicine iniziava a riempire la stanza da letto e l’azzurro a inondare il corridoio. 
Stasera, accovacciata nella sala, tanto per non risparmiare neppure le ginocchia, ho iniziato a raschiare gli schizzi di vernice sul battiscopa. Fuori, un cielo indecifrabile. Si direbbe sereno ma dei nuvoloni scuri a forma di canguro saltellano sollevando un vento gelido.
Le lucine intermittenti disegnano il perimetro degli appartamenti dei nostri futuri vicini. Non un suono, non una voce, non un profumo di cucina. Solo lucette colorate. Qualcuna è fulminata. In fondo oggi è l’Epifania che tutte le feste porta via.

giovedì 31 dicembre 2009

Riepilogando...

Nel corso del 2009 sono passata dalla convivenza al matrimonio, dal non indossare gioielli al continuare a non indossarli visto che son più le volte che dimentico la fede a casa che quelle in cui la porto al dito (sarà per questo che mi danno ancora della signorina).
Nel 2009 non ho mai traslocato (ma, a breve, recupereremo).
Ho cambiato lavoro una sola volta (ma non sono molto soddisfatta).
Ho letto poco, viaggiato poco, visto pochi film, scritto pochissimo. Il che lascerebbe pensare che era nel giusto chi sosteneva che con il matrimonio si cambia e non si possono conservare le stesse abitudini della vita da single.  Probabilmente un po’ avevano ragione ma non del tutto. Sì perché, se così fosse, dovrei aggiungere dei segni più anche per quanto concerne il numero di ore trascorse tra i fornelli o a fare la brava massaia. Però, poiché il signor valigiesogni adora cucinare (questo i maligni non lo sospettavano) e poiché passando dalla vita da single a quella di coppia la quantità d’inutili incombenze casalinghe aumenta relativamente, non posso imputare al matrimonio la colpa per le cose non fatte o per le occasioni mancate.
Attività sportiva costante, con drastica riduzione del numero di ore trascorse in palestra e proporzionale aumento del numero di ore dedicate alla corsa. L’idea di una mezzamaratona nel 2010 mi solletica non poco.
Mai come quest’anno ho trascurato i miei amici, vicini e lontani, vecchi e nuovi. E questo è l’unico, imperdonabile errore che non dovrà più ripetersi. Poiché alcuni di loro leggono questo blog, chiedo scusa pubblicamente. Ma le scuse da sole non bastano perché lasciar trascorrere il tempo a causa dei troppi impegni o semplicemente per pigrizia nello scrivere, nel telefonare, nell’organizzare una cena di tanto in tanto, è inammissibile. È il calore umano a dar sapore alle nostre giornate e quando si ha la fortuna di avere amici splendidi, come i miei, trascurarli è perdere pezzi di vita.
A questo punto bisognerebbe elencare i buoni propositi per l’anno che verrà ma, come insegna il numero d’Internazionale attualmente in edicola, “ripetere i buoni propositi che non hai rispettato l’anno scorso non aumenterà le tue probabilità di realizzarli”.
Una cosa però vorrei metterla nero su bianco. Vorrei che il 2010 fosse l’anno della leggerezza. Non nel significato negativo che siamo soliti attribuire alla parola, ossia “mancanza di controllo nel comportamento, indice di scarsa serietà e frivola noncuranza; futilità, banalità”. Nient’affatto. Vorrei vivere quest’anno rispondendo con un sorriso agli sberleffi della vita, vorrei usare solo parole leggere, che colpiscono senza ferire, perché le parole possono lasciare cicatrici indelebili; vorrei mettere da parte il vittimismo, in cui ogni tanto torno a crogiolarmi, e saper voltar pagina ogni volta che se ne sente il bisogno. Vorrei sentirmi leggera ogni sera, perché un giorno vissuto con amore è meno pesante di un giorno vissuto aspettando il momento che arrivi la sera. Per dirla tutta, questo proposito per l’anno nuovo non è poi tanto nuovo. Ma un’impresa ardua richiede anni d’allenamento e tanta costanza, quindi non è il caso di mollare proprio ora.
E poi il 2010 sarà un anno grandioso per i nati sotto il segno dei Pesci! Lo sostiene gran parte degli astrologi. Beh, no!, la tizia che era ieri sera al TG1 non la pensava esattamente così. Però quella non era attendibile, si vedeva chiaramente.
Buon 2010 a tutti, miei cari amici!

mercoledì 30 dicembre 2009

Passeggiando tra i ricordi

Strenne natalizie. Sì, sono giorni in cui vorresti fare tutto ciò che hai accantonato negli ultimi sei mesi perché “magari lo faccio stasera”. Poi la sera è passata e tu hai continuato a rimandare. Va bè, ma siamo agli sgoccioli, mica si può continuare a rimandare? E poi gli ultimi giorni dell’anno si dedicano ai bilanci, alle classifiche, alla lunga (e puntualmente disattesa) lista dei buoni propositi per l’anno che verrà… Insomma, ogni nuovo anno che si rispetti va accolto con un po’ d’ordine. Così, ieri sera, ho iniziato dalle cose essenziali: scaricare tutte le foto che giacevano da settimane nella mia digital camera. E m’è venuto un po’ di magone (dev’essere questa la ragione per cui continuavo a rimandare l’incombenza).
A inizio dicembre, persino Stachanov ha deciso di prendersi qualche giorno di riposo, così i coniugi Valigiesogni hanno ponteggiato in Toscana. «Un’altra volta?», direte voi. E sì, un’altra volta. Perché io, appena metto piede in quella regione, mi sento a casa mia. Questo poi era un viaggio speciale, una sorta di viaggio nel tempo.
Ho scoperto Pisa con gli occhi del signor Valigiesogni.



Ci siamo concessi un pranzo al sacco alle Piagge, lì dove lui, qualche anno fa, faceva jogging e, in primavera, andava a studiare; abbiamo scalato la torre (15 euro a persona. Lo fai una volta e poi non ci torni più), mangiato cecina, camminato in lungo e largo nelle vie del centro, sostato per un attimo nel luogo funesto in cui gli rubarono la bici. Per rendere l’atmosfera un po’ più nostalgica, ho incontrato una della mie più care amiche, nonché ex coinquilina ai tempi dell’Università, domiciliata a Pisa da qualche anno. E la serata si è conclusa in un tripudio di «E ti ricordi di quella volta in cui…?». E giù a ridere come se fossero trascorsi 10 giorni e non 10 anni.

















Per prenderci una pausa dai ricordi, ci siamo spostati nell’elegante Lucca.

La sognavo esattamente così: col cielo un po’ grigio, i vecchi caffè, le insegne d’epoca, le viuzze che ti conducono su un’ampia piazza, gli scorci che si aprono su meravigliosi cortili interni, 


















i vecchi palazzi che impregnano le vie con quell’odore d’umido, antico che ti rimanda a un romanzo ottocentesco e le note della Turandot che s’inerpicano fino alla Torre di Guinigi.










Con la pioggerellina e un vento gelido, ci siamo avviati verso Siena. Un po’ meno mia rispetto al passato perché sui balconcini della mia casetta ora ci sono gerani colorati e giochi di bambini. Le finestre sono chiuse e non lasciano trapelare la voce della radio né le risate di chi racconta una giornata buffa, appena conclusasi. Le vie sono le stesse ma camminando non incontro facce amiche, non mi fermo qua e là per salutare qualcuno. Anche la sede della facoltà è stata spostata, così come la biblioteca.





Incrociamo gruppetti di ragazzi. Studenti, si vede, lo si legge nei loro occhi. Pagherei per poter tornare un giorno in quella vita. Eppure ci son stati momenti grigi ma sono svaniti nel nulla, cancellati dalle amicizie rimaste nel tempo, dalle esperienze vissute, dai libri letti, dalle persone incontrate, dalle giornate di sole. Anche il campanilismo che caratterizza questa cittadina, la chiusura nei confronti di chi non è stato battezzato in contrada, la scarsa apertura verso l’altro (c’era, altroché se c’era), oggi sono lontani.


Piazza del Campo. Leggenda universitaria narra che se si sale sulla Torre del Mangia prima di laurearsi, si può dir addio al sudato pezzo di carta. Per non sfidare la sorte, ho rimandato questa foto per anni.  


Dopo un’ultima fiorentina (e una ribollita per me, donna dai gusti medievali), Stachanov riparte per il nord. Io riprendo il treno e torno all’oggi. 
Forse queste foto sono così malinconiche perché sanno di sogni che cozzano con la vita reale. Nella Siena d’allora pensavo che avere trentatré anni significasse essere adulta, con buona parte delle mie fantasticherie divenute realtà, significava avere le idee chiare, aver trovato la mia via, il mio lavoro…
Mi sa che i bilanci di fine anno non mi fanno tanto bene…

sabato 19 dicembre 2009

Forme espressive

“La distruzione di un libro è una sorta di omicidio. E vista la tendenza sempre maggiore a censurare e a controllare la gente per il suo bene, i libri sono l'unica forma di espressione che ancora vi sfugge. Un quadro può essere tagliato a strisce, ma una qualunque forma di restrizione imposta a un libro viene combattuta fino alla morte.
Mi interrogo continuamente sul futuro dei libri. Possono continuare a competere con forme espressive rapide, economiche e facili che non richiedono la lettura o il pensiero? […]”

Le parole sono di John Steinbeick e sembrano esser state scritte ieri. L’intero articolo, tratto da “la Stampa”, lo trovate anche qua:

http://bibliogarlasco.blogspot.com/2009/12/non-basta-un-bel-pacco-per-fare-un-buon.html

mercoledì 16 dicembre 2009

Solo una monetina...

Io, questa insofferenza, questo senso di fastidio verso lo straniero, nei confronti di chi è diverso da noi, italiani, proprio non lo capisco. Questa diffidenza e questa paura di guardare negli occhi chi è arrivato nel nostro paese a seguito di chissà quali peripezie non riesco proprio a comprenderla. Non la comprendo ma…
Prendo la metro e alla fermata successiva sale un signore sulla cinquantina forse, ma forse anche meno, o più. Una di quelle facce senza tempo, che aveva le borse sotto gli occhi già alla nascita. Forse è afgano. Saluta tutti in un italiano strascicato e poi chiede di seguirlo, seguirlo attentamente. E inizia a fare un gioco di prestigio, ingoiando palline e risputando asticelle, mescolando le carte e tirando fuori colombe di stoffa. Il tutto descritto in inglese. Augura buon Natale e passa tra la gente con il suo bicchiere del McDonald’s per la raccolta di qualche spicciolo. La gente brontola.
Scendo dalla metro e aspetto per attraversare. Un automobilista prende a brutte parole una zingara che continua a stargli attaccata al finestrino nonostante sia scattato il verde e i clacson suonino dietro di lui. Ingrana la marcia con rabbia mentre la donna va all’attacco nella corsia opposta. Intanto, sull’uscio del supermercato, un bimbetto di tre/quattro anni con una vaschetta di Nutella tra le mani e il visetto tutto sporco chiede spiccioli ai clienti e lancia sguardi alla donna sulla strada. Sarà la mamma, la zia, la nonna. Qualcuno che, comunque, a fine giornata, gli strapperà dalle mani quel bicchiere del McDonald’s e forse non gli laverà neppure il viso.

Sbrigo le mie cose e un’oretta dopo riprendo la metro. Questa volta sale un violinista. Anche lui senza età, anche lui sudicio, anche lui con un italiano stentato e una musica tristemente stonata. Scendo e tra le vetrine addobbate che invitano allo shopping natalizio vengo fermata dai ragazzi senegalesi. Cercano di rifilarmi elefantini, fiabe africane e numeri di Terre di mezzo. E io lo so che sono ragazzi in gamba ma li evito a brutto modo, scagliandogli contro un «Non ho tempo», senza provare lì per lì alcun rimorso.
Prendo solo vie secondarie, porto a termine la missione della giornata e torno verso la stazione Termini. È un percorso a ostacoli tra ragazzi che distribuiscono volantini di tutti i generi, banchetti per una “firma contro la droga, sostieni la nostra comunità”, “signora, qualche monetina per favore” e un gruppo di dialogatori/fundraiser di fronte ai binari che chiedono il supporto per non so neppure quale disperata causa.
Sono tornata a casa esausta. Inferocita contro quella mamma che, in una gelida giornata di dicembre, teneva lì, davanti alle porte di un supermercato, un piccolo che ancora non sa cosa significhi “amore”. Arrabbiata verso tutte le associazioni del mondo che a Natale spuntano in tutti gli angoli della strada per ricordarti quanto tu sia fortunata e debba almeno fare una piccola donazione per meritare anche quest’anno la tua fetta di pandoro. Arrabbiata contro tutti i disgraziati della terra che in questo periodo ti guardano con occhi ancora più supplichevoli, facendoti pesare il tuo silenzio con un “buone feste e felice Natale”. Furibonda contro un mondo ingiusto, la povertà, i maltrattamenti, le guerre. Furiosa contro me stessa che parlo tanto di tolleranza, comprensione, atteggiamento diverso, solidarietà e poi non ce la faccio. Non ce la faccio a guardare il mendicante negli occhi, non ce la faccio a guardare tante mani tese, non ce la faccio a comprendere ciò che accade per la strada e finisco per fare come gli altri. Volgo lo sguardo altrove e tiro dritto. Poi, al sicuro delle mie quattro mura, mi vergogno per la mia vigliaccheria.