È una domenica mattina che sa già d’autunno; i volontari in
maglietta blu del Festival della Letteratura di Mantova sono gli unici ad attraversare velocemente Piazza
Sordello; sotto i portici, le bancarelle dei libri usati sono ancora coperti dai
teloni, la biglietteria del Palazzo Ducale è vuota. E poi c’è una fila di
persone in giacca a vento e ombrello, disposta ordinatamente all’ingresso del
Seminario Vescovile.
La prima a stupirsi della fila è Kim Thúy. «Non pensavo che tutte quelle persone fossero lì davanti per me. Sono tornata indietro e ho scattato una foto».
La immaginavo esile, pacata, con un tono di voce sommesso e una sorta di timidezza nel raccontarsi. Invece vedo una ragazza di quasi 50 anni, bassina ma dalla corporatura robusta, la risata sonora, la voce squillante e lo stesso modo di gesticolare di un’italiana. È simpatica, divertente, loquace, così loquace da gestire autonomamente l’incontro, lasciando pochissimo spazio al povero Marcello Fois (che resta uno straordinario presentatore e, ancora una volta, sponsorizza libri e autori fuori dal comune).
La prima a stupirsi della fila è Kim Thúy. «Non pensavo che tutte quelle persone fossero lì davanti per me. Sono tornata indietro e ho scattato una foto».
La immaginavo esile, pacata, con un tono di voce sommesso e una sorta di timidezza nel raccontarsi. Invece vedo una ragazza di quasi 50 anni, bassina ma dalla corporatura robusta, la risata sonora, la voce squillante e lo stesso modo di gesticolare di un’italiana. È simpatica, divertente, loquace, così loquace da gestire autonomamente l’incontro, lasciando pochissimo spazio al povero Marcello Fois (che resta uno straordinario presentatore e, ancora una volta, sponsorizza libri e autori fuori dal comune).
Kim Thúy, originaria di Saigon, Vietnam del Sud (quando non era
ininfluente dire Nord o Sud), è stata una boat
people, una delle tante persone fuggite dalla guerra, via mare, all’età di dieci
anni. Prima di partire, la sua famiglia ha visto sparire ricchezze e
proprietà terriere, espropriate dall’esercito del Nord. Durante gli ultimi mesi
trascorsi in Vietnam, Kim Thúy ha vissuto in una casa, appartenuta per decenni
alla sua famiglia, in cui non aveva neppure più il diritto di aprire armadi e
cassetti: la coabitazione con i soldati del nord lo vietava categoricamente. Soprusi
e persecuzioni hanno dissolto le speranze della popolazione del sud. Con lo
svanire dell’agiatezza economica e dell’idea di futuro, la famiglia di Kim non
ha visto alternative se non salire su una barca e attraversare l’oceano.
«Anche oggi, di fronte all’ennesimo sbarco, ci si chiede perché
continuino a venire, perché i migranti continuino a sfidare la morte. Io lo so.
Quando partono sono già morti. È l’ultima possibilità: non potrà accadere
niente di peggio di ciò che si sta vivendo. Il futuro già non esiste più».
Dopo un viaggio sfibrante nelle peggiori condizioni possibili,
la barca di Kim arriva in Canada, dove trova un’accoglienza meravigliosa. «I
canadesi sono stati fantastici. Aspettavano l’arrivo dei boat people per fornire un primo servizio di assistenza. Io ero
sporca, malaticcia, denutrita ma non mi sono mai sentita così bella come quando
sono arrivata in Canada. Vedevo l’amore negli occhi di chi ci stava
accogliendo».
Kim Thúy oggi è una donna determinata che ha sconfitto allergie
e malesseri: «Sono partita dal Vietnam con tutte le allergie possibili. Dopo
mesi in mare e il periodo nel campo profughi, sono diventata immune a tutto». È
una donna che ha vissuto molte vite: è stata interprete, avvocato, giornalista
gastronomico, ha gestito un ristorante e ancora non ha deciso cosa farà da
grande.
Nelle sue tante vite, Kim Thúy è tornata per un periodo in Vietnam, dove ha lavorato come
avvocato. «Le persone pensano che, finita la guerra, ogni paese torni alla
normalità da un giorno all’altro. Non è così. È come se la guerra non finisse e
il paese che si trova è sempre un paese diverso da quello che si conosceva. In
molti mi chiedono se mi senta canadese o vietnamita: entrambe, anche se i
vietnamiti mi dicono che sono troppo robusta e che il mio tono di voce è troppo
elevato per essere una vietnamita. Il Canada mi ha dato tanto ed io ho assimilato tanto dalla cultura canadese».
Sebbene non sia completamente autobiografico, Il mio Vietnam raccoglie molti frammenti della vita di Kim Thúy e delle
persone che l’hanno aiutata a diventare la donna che è oggi.
La scrittura asciutta lascia al lettore l’incombenza di riempire i vuoti tra una pagina e l’altra. Dopo il disorientamento iniziale, si comprende la potenza del non detto e emergono le difficoltà di chi sta cercando la sua strada tra due culture opposte.
La scrittura asciutta lascia al lettore l’incombenza di riempire i vuoti tra una pagina e l’altra. Dopo il disorientamento iniziale, si comprende la potenza del non detto e emergono le difficoltà di chi sta cercando la sua strada tra due culture opposte.
«Nessun vietnamita si sognerebbe mai di chiedere ad un’altra
persona “Come va?”. È una domanda troppo filosofica, non si può rispondere con
un bene o male o raccontare come ci si senta. Nella cultura vietnamita,
pensieri e sentimenti vengono custoditi gelosamente e non si incoraggia ad
esternarli come accade nella cultura occidentale».
Il mio Vietnam, magnificamente tradotto da Cinzia Poli, è un libricino
potente, che ci ricorda cosa sia la guerra, quali ripercussioni si porti dietro
e quanto sia difficile attraversare il dolore e preservare la bellezza delle
cose. «Bisogna darsi da fare ogni giorno per preservarne la bellezza. Perché la
bellezza è fragile».
Qui un assaggio del libro (anche se, a mio avviso,
occorre andare oltre le pagine iniziali per poter entrare in questo romanzo).





















