giovedì 14 settembre 2017

Il mio Vietnam, Kim Thúy



È una domenica mattina che sa già d’autunno; i volontari in maglietta blu del Festival della Letteratura di Mantova sono gli unici ad attraversare velocemente Piazza Sordello; sotto i portici, le bancarelle dei libri usati sono ancora coperti dai teloni, la biglietteria del Palazzo Ducale è vuota. E poi c’è una fila di persone in giacca a vento e ombrello, disposta ordinatamente all’ingresso del Seminario Vescovile. 
La prima a stupirsi della fila è Kim Thúy. «Non pensavo che tutte quelle persone fossero lì davanti per me. Sono tornata indietro e ho scattato una foto».
La immaginavo esile, pacata, con un tono di voce sommesso e una sorta di timidezza nel raccontarsi. Invece vedo una ragazza di quasi 50 anni, bassina ma dalla corporatura robusta, la risata sonora, la voce squillante e lo stesso modo di gesticolare di un’italiana. È simpatica, divertente, loquace, così loquace da gestire autonomamente l’incontro, lasciando pochissimo spazio al povero Marcello Fois (che resta uno straordinario presentatore e, ancora una volta, sponsorizza libri e autori fuori dal comune).
Kim Thúy, originaria di Saigon, Vietnam del Sud (quando non era ininfluente dire Nord o Sud), è stata una boat people, una delle tante persone fuggite dalla guerra, via mare, all’età di dieci anni. Prima di partire, la sua famiglia ha visto sparire ricchezze e proprietà terriere, espropriate dall’esercito del Nord. Durante gli ultimi mesi trascorsi in Vietnam, Kim Thúy ha vissuto in una casa, appartenuta per decenni alla sua famiglia, in cui non aveva neppure più il diritto di aprire armadi e cassetti: la coabitazione con i soldati del nord lo vietava categoricamente. Soprusi e persecuzioni hanno dissolto le speranze della popolazione del sud. Con lo svanire dell’agiatezza economica e dell’idea di futuro, la famiglia di Kim non ha visto alternative se non salire su una barca e attraversare l’oceano.
«Anche oggi, di fronte all’ennesimo sbarco, ci si chiede perché continuino a venire, perché i migranti continuino a sfidare la morte. Io lo so. Quando partono sono già morti. È l’ultima possibilità: non potrà accadere niente di peggio di ciò che si sta vivendo. Il futuro già non esiste più».
Dopo un viaggio sfibrante nelle peggiori condizioni possibili, la barca di Kim arriva in Canada, dove trova un’accoglienza meravigliosa. «I canadesi sono stati fantastici. Aspettavano l’arrivo dei boat people per fornire un primo servizio di assistenza. Io ero sporca, malaticcia, denutrita ma non mi sono mai sentita così bella come quando sono arrivata in Canada. Vedevo l’amore negli occhi di chi ci stava accogliendo».
Kim Thúy oggi è una donna determinata che ha sconfitto allergie e malesseri: «Sono partita dal Vietnam con tutte le allergie possibili. Dopo mesi in mare e il periodo nel campo profughi, sono diventata immune a tutto». È una donna che ha vissuto molte vite: è stata interprete, avvocato, giornalista gastronomico, ha gestito un ristorante e ancora non ha deciso cosa farà da grande.
Nelle sue tante vite, Kim Thúy è tornata per un periodo in Vietnam, dove ha lavorato come avvocato. «Le persone pensano che, finita la guerra, ogni paese torni alla normalità da un giorno all’altro. Non è così. È come se la guerra non finisse e il paese che si trova è sempre un paese diverso da quello che si conosceva. In molti mi chiedono se mi senta canadese o vietnamita: entrambe, anche se i vietnamiti mi dicono che sono troppo robusta e che il mio tono di voce è troppo elevato per essere una vietnamita. Il Canada mi ha dato tanto ed io ho assimilato tanto dalla cultura canadese».
Sebbene non sia completamente autobiografico, Il mio Vietnam raccoglie molti frammenti della vita di Kim Thúy e delle persone che l’hanno aiutata a diventare la donna che è oggi. 
La scrittura asciutta lascia al lettore l’incombenza di riempire i vuoti tra una pagina e l’altra. Dopo il disorientamento iniziale, si comprende la potenza del non detto e emergono le difficoltà di chi sta cercando la sua strada tra due culture opposte.
«Nessun vietnamita si sognerebbe mai di chiedere ad un’altra persona “Come va?”. È una domanda troppo filosofica, non si può rispondere con un bene o male o raccontare come ci si senta. Nella cultura vietnamita, pensieri e sentimenti vengono custoditi gelosamente e non si incoraggia ad esternarli come accade nella cultura occidentale».
Il mio Vietnam, magnificamente tradotto da Cinzia Poli, è un libricino potente, che ci ricorda cosa sia la guerra, quali ripercussioni si porti dietro e quanto sia difficile attraversare il dolore e preservare la bellezza delle cose. «Bisogna darsi da fare ogni giorno per preservarne la bellezza. Perché la bellezza è fragile». 

Kim Thúy, Il mio Vietnam (titolo originale: Vi), traduzione di Cinzia Poli, Nottetempo edizioni.

Qui un assaggio del libro (anche se, a mio avviso, occorre andare oltre le pagine iniziali per poter entrare in questo romanzo).

martedì 5 settembre 2017

Alto Adige in bicicletta – Merano, Val Venosta, Vipiteno



Merano

Da non ciclista ci sono delle cose a cui non ho mai pensato, tipo al divieto di usare il cellulare mentre si pedala. In Alto Adige è vietato; e siccome gli altoatesini sono persone educate, vietano ma ringraziano per il contributo che dai a favore della sicurezza stradale. In barba al codice della strada, però, ho appreso che si può pedalare e contemporaneamente mangiare una brioche o fumare una sigaretta. Abilità che non ho avuto il coraggio di testare, io che non riesco neppure a bere pedalando.
Prima di partire, un amico mi disse che mi sarei annoiata in mezzo a tutti quei meleti. L’amico non sapeva che i frutteti sono pericolosi luoghi di perdizione, non a caso sono disseminati di cartelli in cui si ammonisce che il furto di mele costituisce reato.


E qui è dove il coniuge, stanco di sentire la litania della moglie – Uh!, guarda che belle mele! Mature al punto giusto – commise il reato. Ben due mele rosse. 
In compenso, però, siam tornati a casa senza lordare alcun giardino.


È vero: abbiamo fotografato tanti divieti e c’abbiamo scherzato su parecchio. Invidia. Invidia nel vedere luoghi così verdi, cittadine senza cumuli di rifiuti, auto che si fermano in prossimità delle strisce pedonali, capotreni che verificano la perfetta chiusura delle porte molto prima che il treno parta (lì, poi, mi sono commossa). Piccoli gesti di civiltà che forse dovrebbero essere normali, ma a me sembrano sempre eventi straordinari.


Per arrivare a Merano da Bolzano c’erano state fornite due opzioni: la ciclabile dell’Adige (corta, pianeggiante e ben segnalata) o un percorso che attraversa i paesini. Quindi, perché limitarsi a 35 chilometri pianeggianti quando ne puoi fare una cinquantina, perdendoti a destra e manca?

Merano
Non è un caso che Merano venga definita la perla dell’Alto Adige. Basta fermarsi qualche minuto su uno dei ponti che attraversano il Passirio per innamorarsene. 
A dimensione d'uomo, circondata dai monti, mescola il fascino del passato (meraviglioso il Ponte romano, si torna indietro nel tempo percorrendo i giardini di Sissi, le passeggiate Gilf e Tappeneir) con il moderno concetto di wellness. Non ho sperimentato le terme (sigh!), ma dall’esterno l’hotel Terme non ha il sapore malinconico dei soggiorni dell’epoca di Sissi. Tutt’altro.
Forse è quel verde, quell’acqua, quel cielo azzurro a rendere così allegre le persone che passeggiano leccando un gelato (no, non buoni come quelli di Bressanone). O probabilmente, come suggerisce il coniuge, è la presenza della birra Forst a mettere di buonumore. Non siamo andati a visitare lo stabilimento, ma non s’è potuto fare a meno di cenare alla Forsterbraü, luogo in cui ordinare acqua è commettere sacrilegio. E dopo un ottimo pasto, non riuscendo a star lontana dalle biblioteche neppure in vacanza, siamo andati all'incontro con Marcello Fois, organizzato dalla Biblioteca civica di Merano. 



La Val Venosta
La pedalata in Val Venosta, da Malles a Merano, è da set cinematografico. Lasciandosi alle spalle Malles ci si trova immersi nel verde, qualche campanile che spunta in lontananza, i resti dello sbarramento militare facenti parte del Vallo Alpino, l’Adige e l’inevitabile sosta dinanzi alle mura fortificate di Glorenza, il comune più piccino dell’Alto Adige. Un caffè in Piazza del Mercato mentre un mini trattore, con balla di fieno al seguito, attraversa la città. Uno di quei borghi il cui fascino è racchiuso tra i torrioni difensivi, le facciate delle case padronali e i portici del XIII secolo. Una magia che le parole non riescono a spiegare.

Glorenza

Il tour nel regno delle mele e dello yogurt non poteva che concludersi a Vipiteno. Appena il tempo di una fetta di strudel circondati dalle casette colorate e arriva la pioggia. 
Percorriamo i chilometri che ci riportano a Bressanone senza ulteriori soste ma va bene ugualmente: mi sarebbe dispiaciuto tornar a casa senza aver sperimentato l’ebrezza del cielo scuro e l’assenza di una qualsiasi forma di riparo.

Ritorno a Brixen

La Baba riflette:

L’Alto Adige non è il Trentino. Una banalità per chi conosce bene il territorio, ma non per me, che per anni mi son ostinata a dire “Trentino” pensando fosse un tutt’uno. Mi stupisce essere in Italia e vedere le indicazioni riportate prima in tedesco e poi in italiano; arrivare in hotel ed essere salutata in tedesco da una fanciulla che si scusa per non conoscere bene l’italiano (e non lo conosce affatto, visto che dopo un po’, per farsi capire, inizia a parlare in inglese). Mi stupisce esser in Italia e non sentirmi in Italia. Non è una critica, solo un dato di fatto. Alla fine di questa settimana mi è capitato di dire: “Pensa che bello se anche in Italia ci fosse la stessa abitudine nel…” e vedere il coniuge con gli occhi al cielo. “Guarda che ci sei già in Italia”.


Abbazia di Novacella
Ho scoperto un nuovo modo di viaggiare. Mi sono stupita nell’ascoltare una coppia di australiani (molto più anziani della sottoscritta) al loro undicesimo viaggio in Europa: Francia in bici, Danubio in bici, Olanda in bici, Croazia in bici… Non c’è un altro modo per visitare l’Europa.
Forse hanno ragione loro.

Glorenza
La Baba consiglia:

A Merano abbiamo dormito all’Hotel Flora. Stanza con vista sul Passirio. Estremamente rilassante.
Se hai deciso di uscire dal tunnel della birra, non fermarti a Merano: la Forst ti perseguita. Cenare alla Fortsterbraü dopo una giornata in bici è un piacere a cui potresti anche rinunciare. Ma sarebbe un peccato.   






sabato 2 settembre 2017

Alto Adige in bicicletta – Dobbiaco, Bressanone, Bolzano


Tutto ebbe inizio a Tarvisio lo scorso anno, percorrendo quasi per caso un tratto della Ciclovia Alpe Adria. La prossima estate vacanza in bici! Non risposi al coniuge solo perché ero troppo impegnata a pedalare. E dire che la sportiva della coppia sono io. Nata e cresciuta in collina, vissuta in realtà per nulla ciclabili, pedalare non è mai stato il mio forte. Che senso può avere l’estate senza trekking in alta quota? No, non ero convinta. Ma poi abbiamo trovato un compromesso. Tu volevi tornare in Alto Adige, no? Ci torniamo ma senza scarponcini. Guardiamo le montagne dal basso.
La precedente esperienza in Südtirol non era stata esaltante e io volevo la rivincita. Inoltre, volevo visitare Bolzano da anni. Ho trovato un percorso meraviglioso, interamente su pista ciclabile, adatto anche ai bambini (leggi: puoi farcela pure tu che ancora rimpiangi i tempi del triciclo); noleggiamo le bici e in una settimana attraverseremo tutte le cittadine della provincia di Bolzano. Avevo altra scelta se non comprare casco, guantini e pantaloncini da ciclismo?



Dobbiaco – Bressanone
L’omino che ci consegna le bici ci chiede con un sorrisetto ironico a chi debba affidare le mappe con il percorso da seguire. Avrà visto lo sguardo appanicato e la rigidità con cui ho preso la bici. È il mio primo viaggio in bici, dico cercando conforto.
Il primo? Il primo di tanti. Vedrai che avrai difficoltà nel concepire un altro viaggio senza bicicletta. Sorride fiducioso. Sarà.
È un percorso semplice, tutto pianeggiante, tanto verde, tanti ciclisti, il cielo azzurro, qualche chiesetta qua e là. La Val Pusteria fa scivolar via le tensioni, l’ufficio è sempre più lontano, il telefono che squilla è solo un ricordo. Si arriva a Brunico senza faticare troppo. Bella come qualche anno fa, ma più affollata. Proseguiamo fino al piccolo centro di San Lorenzo di Sebato. Un caldo della miseria (ma non doveva piovere?), il coniuge incatena le bici nella piazzetta davanti la chiesa parrocchiale. Toh!, guarda, la biblioteca comunale: vuoi vedere cosa leggono da queste parti? Sorrisetto ironico. Ma io faccio finta di nulla.
Riempiamo la borraccia e attraversiamo la piazza convinti che ci sia un paesino da vedere e che il centro di San Lorenzo di Sebato non si limiti a un incrocio tra la Val Pusteria e la Val Badia. Qualcosa c’è: un bar-ristorante molto grazioso che affaccia sulla piazza, un piccolo supermercato e l’ufficio postale. Quando si dice i servizi essenziali.
Intorno al sessantesimo chilometro sono molto orgogliosa di me. Non male per il primo giorno: già mi vedo seduta nella piazza centrale di Bressanone con una birra fresca. Ma le indicazioni della mappa ci confondono: dovremmo prendere un percorso non ciclabile e apparentemente trafficato. L’alternativa è quella di seguire un percorso panoramico, che ci farà allungare di qualche chilometro. Opto per la seconda, spezzando l’idillio con il coniuge. Tragitto meraviglioso, tra boschi e meleti. Non basterà una birra bionda per farmi perdonare per questi 6/7 chilometri in più.
Intanto, il mio posteriore è un tutt’uno con la sella.



Bressanone
Ciclisti, turisti, famiglie in bici, zero schiamazzi, molto tedesco, diverse birre, una gelateria strepitosa. La frescura del fiume Rienza che confluisce nell’Isarco, fontanelle ovunque, nuvoloni neri sulle montagne circostanti, cielo azzurro sulla Piazza del Duomo. Un chiostro spettacolare.
Guardo la pattuglia dei carabinieri che continua a girare intorno alla piazza. Quale potrà essere il crimine più diffuso a Bressanone? Un bimbo che giocando intorno alla fontana di Martin Rainer schizza i passanti?
Come saranno le giornate di una persona che vive in un posto del genere? Immagino l’impiegato che si ferma per un caffè (carissimo) e quattro chiacchiere prima di aprire il negozio o l’ufficio; il volto disteso, i commenti sulla presenza (o sull’assenza) dei turisti, sulla presenza (o assenza) di neve. E poi?
Non so. A me, comunque, non dispiacerebbe sperimentare questa tranquillità per qualche tempo.

Bolzano
Il tratto della ciclabile della Val d’Isarco che da Bressanone conduce a Bolzano m’è sembrata la tappa più scorrevole della settimana. Lasciamo i vigneti e percorriamo lunghi tragitti boscosi. Pausa caffè nel meraviglioso borgo di Chiusa, facciate colorate, chiese gotiche. Vien voglia di parcheggiare la bici e festeggiare il Ferragosto riempiendosi gli occhi di bellezza e regalandosi un mazzetto di fiori di campagna. Invece si torna in sella.
I chilometri che precedono Bolzano, li percorriamo tra le opere d’arte della “Augenreise”, disegni sui muri, plastici e miniature. Stupore.



Eccola qui Bolzano, in un’assolata giornata d’agosto. Il nostro albergo è vicino alla stazione. C’è un po’ di traffico, ma il centro sarà bellissimo. Immagino una piazza incastonata tra i monti, un fiume possente, una cittadina vivace ma non confusionaria. Bolzano non è così. Quella che io ho immaginato per anni essere Bolzano è in realtà Merano.
Il capoluogo dell’Alto Adige m’è sembrato troppo città. Tanti turisti, molto commerciale, l’aria condizionata dei negozi aperti anche a Ferragosto che rende i portici meno afosi. Poi, però, ci si affaccia tra i palazzi medievali che circondano Piazza del Grano, o si percorre Via Bottai con gli occhi rivolti alle insegne in ferro battuto, oppure si prende Via degli Argentieri senza staccare lo sguardo dalle decorazioni delle facciate degli edifici tardo medievali e un po’ ci ripensi. Bolzano è diversa dalla cittadina immaginata, ma è bella ugualmente. Il fascino di Piazza delle Erbe, invece, lo comprendo solo il giorno successivo, con tutti i banchetti aperti e la difficoltà nel farsi largo tra turisti e residenti.
Non siamo andati a conoscere il vecchio Ötzi (l’uomo dei ghiacci) al Museo archeologico, ma abbiamo scoperto gli splendidi affreschi medievali di Castel Roncolo, poco distante dal centro. Il “maniero illustrato” merita una visita, fosse altro per fantasticare sulla vita di corte, su Re Artù e i cavalieri della tavola Rotonda e sulla malinconica storia di Tristano e Isotta.
Poco distante da Bolzano, c’è Caldaro, uno dei laghi più popolari della zona per il tepore dell’acqua che invita a far un tuffo e a fermarsi un po’ sulle sponde. A dirla tutta, la vera meraviglia non è tanto il lago quanto la cittadina di Caldaro e i vigneti che caratterizzano il percorso ciclabile. Siamo sulla strada del vino, il museo del vino occupa il centro del paese, tutto parla di viticoltura ma noi ci prendiamo una pausa centrifuga all’esterno di una boutique-cafè. Le ricette semplici della nonnaGlück promettono giorni di felicità, a base di carote, mele e zenzero. Giorni meno felici attendono il povero coniuge, tormentato dalla neociclista che sperimenterà tutte le centrifughe che incontrerà lungo le ciclabili altoatesine.

Il percorso che ci riporta a Bolzano è un allegro pedalare tra l’intenso profumo dei meleti sulla destra e la voce dell’Adige sulla sinistra. I piedi vanno veloci, un po’ come i pensieri. I ciclisti veri mi sorpassano di continuo, ma non importa. Non è una gara. Sto scoprendo il vero fascino dell’Alto Adige e inizio a comprendere le parole dell’omino mentre mi affidava la bici a Dobbiaco: mi piace questo modo diverso di viaggiare, più veloce delle sole gambe ma senza fretta. Sono pronta per lasciare i castelli e i masi che circondano Bolzano e per iniziare il tragitto che mi ha conquistato definitivamente: i frutteti della ciclabile verso Merano e, a seguire, la Val Venosta.



La Baba consiglia:
Se, come la sottoscritta, non pedalate da un secolo (o non avete mai pedalato) e non avete tempo ed esperienza per pianificare le tappe e scegliere i luoghi in cui pernottare, affidatevi a una delle numerose realtà che hanno fatto del cicloturismo il loro mestiere. Noi abbiamo deciso di rivolgerci a un team altoatesino, Fun active tours, con sede a Dobbiaco. Scelta azzeccata. Ricordatevi solo che la mentalità è quella tedesca: quando scrivono che il percorso è adatto a tutti, pensano al bimbetto altoatesino, nato col caschetto incorporato. Non sono certa che mio nipote, tredicenne stanco, avrebbe gradito questo tipo di vacanza.
A Bressanone abbiamo dormito presso l’hotel Grüner Baum. Colazioni sontuose e indimenticabili.  
Vince il premio “gelato migliore della settimana”, la gelateria Pradetto di Bressanone (la trovate sotto i Portici). Eccellente.
A Bolzano abbiamo mangiato canederli e bevuto birra artigianale da Hopfen& Co. Locale caratteristico, ottimo rapporto qualità prezzo; se c’è tanta gente il servizio non è dei più veloci ma ne vale la pena.
Se passate per Caldaro, fate una sosta alla boutique–cafè Brokat e la nonnaglück (Piazza Maria Von Boul). Garantisco sulle centrifughe e sulla bontà di frutta e confetture.

giovedì 31 agosto 2017

Del dirsi addio, Marcello Fois

Se quest’estate non fossi stata in Alto Adige e se non avessi ascoltato Marcello Fois a Merano non avrei letto Del dirsi addio. Bolzano mi ha tradita: avevo fantasticato a lungo su questo amore impossibile (inizierò a studiare il tedesco, affronterò inverni lunghi e bui; tutto pur di trasferirmi a Bolzano), invece lei si è presentata distaccata e confusionaria. Certo, a pensarci ora, da Roma, Bolzano è tutto fuorché caotica; però non è la cittadina che avevo idealizzato.
Così, quando ho sentito Marcello Fois dire di aver ambientato il suo ultimo romanzo a Bolzanoperché volevo un posto che fosse già di per sé un personaggio”, ho pensato che forse tra me e Bolzano c’era stato un disguido. Era colpa mia: non ero stata in grado di comprendere la magia che aveva spinto Fois a recarsi più volte lì, a studiarne le vie, le persone, e a fargli dire che “se c’è un posto in cui mi trasferirei volentieri, quel luogo non può che essere Bolzano”. L’ho ascoltato prendere in giro bonariamente i bolzanini, apprezzare il loro atteggiamento compassato, elogiare il paesaggio, canzonare la perfezione di una città in cui non accade assolutamente nulla (“la vita dei giornalisti locali deve essere un inferno. Il TG regionale è di una noia pazzesca”).
Bolzano poteva apparire come un pezzo di mondo sorprendente: quella che chiamavano città non era nient’altro che una porzione di campagna addomesticata fino alla resa, e quella che chiamavano campagna una porzione di città virtuale. C’era tutto ma non sembrava esserci niente. […] Tutte le volte che decideva di affrontare a piedi qualunque percorso dovesse fare, si convinceva di trovarsi nel bel mezzo di un set cinematografico. E smetteva di sorprendersi per l’assenza di avvenimenti intorno a quella sorta di immenso outlet che ne costituiva le pendici.  
Questo è uno dei tanti volti della Bolzano di Sergio Striggio, commissario bolognese, dalla vita piuttosto complicata, nonostante la tranquillità di Bolzano. Striggio è un trentaquattrenne gay, ha già detto addio a sua madre, ha un pessimo rapporto con il padre, ex poliziotto, che non riesce a dimenticare le assurdità di quell’unico figlio che da piccolo era stato folgorato dall’incompletezza di Leon Battista Alberti e a tredici anni aveva iniziato a scrivere un romanzo, una sorta di diario dell’artista. Poi Sergio aveva smesso di fare assurdità ed era passato dal filosofeggiare intorno alla facciata di Santa Maria Novella al concorso in Polizia.
Insomma, mentre a Merano Fois parlava del suo finto noir, era evidente che l’espediente del ragazzino scomparso nel nulla, lungo la strada che da San Romedio va verso Bolzano, celasse la complessità dei rapporti familiari, ciò che abbiamo omesso di dire nel corso degli anni, la paura di svelare chi siamo. E il contrasto tra le imperfezioni dei personaggi e l’apparente perfezione di una Bolzano notturna, con il cielo carico di neve, così diversa dalla città afosa e turistica che avevo appena conosciuto io, mi ha istigato alla lettura.
Ho letto le critiche di qualche lettore disorientato dalle citazioni e dai continui flashback che distolgono dal noir, entrando di continuo nella vita dei personaggi.  A me la struttura del romanzo non è dispiaciuta, ma mi è sembrato ci fosse troppa roba. Omosessualità, bambini problematici, relazioni di coppia controverse, presunti abusi su adolescenti, la morte, imparare come ci si dice addio. Ci sono anche il noir e Bolzano, ma entrambi sono personaggi minori, comparse.
La scrittura di Marcello Fois è elegante, ricercata; l’autore è così attento alla lingua da far dire a Gea, la madre del bimbo scomparso, che il linguaggio è importante, le parole sono importanti. Da lettore ci si sofferma su quelle parole che tornano di frequente: stasi ed attrezzato sono due termini che piacciono molto a Fois (stabilizzare la stasi, ricordare la stasi, una stasi di vetro, frantumare la stasi, lo spazio della stasi; pareti attrezzate, attrezzati linguisticamente, serra attrezzata, persone attrezzate…) e che io ho trovato ripetitive e disturbanti.
Ho iniziato Del dirsi addio sul treno che da Bressanone mi riportava a casa perché desideravo restare ancora un po’ in Alto Adige, ma sono stata nuovamente tradita. Il romanzo è ambientato a Bolzano perché viene detto espressamente, però non c’è nulla che ti faccia realmente sentire la città. Niente che ti faccia venir voglia d’andarci se non ci sei mai stato o di tornarci se sei appena andato via. Ho avuto la sensazione che Fois avrebbe potuto ambientare questo romanzo in una qualsiasi altra città dalle invernate rigide e dalle strade deserte, e la percezione del lettore sarebbe rimasta inalterata.

Del dirsi addio ha ricevuto diversi giudizi positivi ed è stato consigliato anche da librai e persone di cui mi fido molto. Resta il fatto che non mi ha coinvolto.