È uno di quei libri di cui non riesco a parlare facilmente. Lo
acquistai qualche anno fa su un banchetto dell’usato, spinta dalla fascinazione
per il giornalista Mario Calabresi, il suo modo pacato di raccontare i fatti,
la sua penna. E perché venivo dalla lettura di Come mi batte
forte il tuo cuore di Benedetta Tobagi, un altro di quei
libri che mi hanno fatto sentire inadeguata, incapace di guardarmi indietro e
di esprimere una mia opinione su cosa sia stata l’Italia degli anni Settanta.
Spingendo la notte più in là
finì nel sovraffollato scaffale dei libri da leggere, ripescato il mese scorso
grazie al gruppo di lettura (che seguo a distanza) della Biblioteca di Rocca Priora.
Il Commissario Luigi Calabresi lavorava a Milano, assegnato
all’ufficio politico, dove, a partire dal 1968, si occupò di eversione. Nel
corso dell’indagine, che seguì alla strage di Piazza Fontana, morì l’anarchico Giuseppe
Pinelli, caduto dalla finestra dell’ufficio di Calabresi durante un lungo ed
anomalo interrogatorio. Le indagini sulla morte di Pinelli erano ancora in
corso quando Luigi Calabresi venne “giustiziato” mentre usciva di casa per
andare a lavoro. Era il 1972 e Mario, il suo secondo figlio, aveva appena due
anni.
Della “vicenda Calabresi” non ricordavo praticamente nulla, per
motivi anagrafici e per pura ignoranza (non mi posso trincerare sempre dietro
la giustificazione “i programmi scolastici non arrivavano agli anni di piombo”). Pensavo che, come ha
fatto la Tobagi, anche Mario Calabresi avesse voluto ricostruire la figura
paterna attraverso la scrittura. Errore.
Mario Calabresi non cerca suo padre, vuole raccontare altro. Ripercorre
i momenti salienti del processo, le difficoltà di una famiglia a cui improvvisamente
viene a mancare il marito, il babbo, il figlio. Si avverte la fatica di chi prova
a mettere insieme i pezzi di un puzzle, capire cosa sia accaduto veramente, di
cosa abbia sentito la mancanza. Punta il dito contro uno Stato latitante, lento
nel cercare di ricostruire la verità, lontano dalle vittime, incapace di
assumersi le proprie responsabilità. Uno Stato assente.
Oggi ci si continua a chiedere dove siano i responsabili dei
centocinquanta morti delle stragi italiane e quanto silenzio complice avvolga
ancora la storia del terrorismo rosso.
Penso che voltare pagina si possa e si debba fare, ma la prima
cosa da ricordare è che ogni pagina ha due facciate e non ci si può preoccupare
di leggerne una sola, quella dei terroristi o degli stragisti, bisogna
preoccuparsi innanzitutto dell’altra: farsi
carico delle vittime.
Si chiude il libro ammaliati dalla voce di Calabresi ma
consapevoli del fatto che questa vicenda possa essere letta da un altro punto
di vista: quello della famiglia Pinelli e dei tanti Pinelli sulla cui morte ci
sono ancora diversi dubbi. A caldo, avresti voglia di cercare tutto ciò che è
stato scritto su quegli anni (ed è stato scritto parecchio) per porre rimedio
alla tua ignoranza; ancora una volta ti riproponi di aprire qualche saggio,
perché non puoi rifugiarti sempre nei romanzi. Poi chissà se lo farai.











