venerdì 8 gennaio 2010

Segnali

Capisci che qualcosa sta cambiando nel momento in cui sul comodino compaiono magicamente riviste tipo Cose di casa e Casa in fiore.
Capisci che la costruzione di un nuovo nido è in corso quando l’icona più cliccata sul desktop del PC è quella relativa al programmino dell’Ikea “per progettare e ottimizzare al meglio i propri spazi”.
Capisci che qualcosa di strano sta accadendo quando vedi tuo marito trasognato che continua ad accarezzare una parete tinteggiata da qualche giorno. È ancora affetto dalla sindrome del pennello. Ma non c’è da preoccuparsi. Lo conosci abbastanza bene da sapere che presto la sindrome di cui sopra sarà sostituta da quella dell’aggregatore di mobili, da quella dell’elettricista, del curatore di dettagli d’arredo…

giovedì 7 gennaio 2010

Un po' di colore

C’è aria di trasloco in casa valigiesogni.
Tra studio, lavoro, volontariato, precariato, questo è appena il quindicesimo che affronto, escluse, ovviamente, le situazioni in cui, fra un momento di disperazione e l’altro, sono tornata a casa dei miei.
È la prima volta però in cui trasloco con qualcuno (il signor valigiesogni, ovviamente). E la prima volta in cui mi insedio in un appartamento non ammobiliato. Novità significative che annullano quella che io credevo essere una discreta esperienza in materia di trasloco.
Così l’anno è iniziato tinteggiando. Già perché, a detta del signor valigiesogni, “fare le cose da sé dà più soddisfazione”. Indubbiamente, però, al momento, il mio polso destro non la pensa allo stesso modo.
Stamane, mentre fuori la pioggia cadeva incessantemente, nella nostra futura cucina splendeva il sole; giallo, giallisssimo: un calore che più caldo non si può. Nello studio, lentamente, arrivava la primavera, d’un verde da far invidia ai prati irlandesi sul finire della stagione delle piogge. Poi il glicine iniziava a riempire la stanza da letto e l’azzurro a inondare il corridoio. 
Stasera, accovacciata nella sala, tanto per non risparmiare neppure le ginocchia, ho iniziato a raschiare gli schizzi di vernice sul battiscopa. Fuori, un cielo indecifrabile. Si direbbe sereno ma dei nuvoloni scuri a forma di canguro saltellano sollevando un vento gelido.
Le lucine intermittenti disegnano il perimetro degli appartamenti dei nostri futuri vicini. Non un suono, non una voce, non un profumo di cucina. Solo lucette colorate. Qualcuna è fulminata. In fondo oggi è l’Epifania che tutte le feste porta via.

giovedì 31 dicembre 2009

Riepilogando...

Nel corso del 2009 sono passata dalla convivenza al matrimonio, dal non indossare gioielli al continuare a non indossarli visto che son più le volte che dimentico la fede a casa che quelle in cui la porto al dito (sarà per questo che mi danno ancora della signorina).
Nel 2009 non ho mai traslocato (ma, a breve, recupereremo).
Ho cambiato lavoro una sola volta (ma non sono molto soddisfatta).
Ho letto poco, viaggiato poco, visto pochi film, scritto pochissimo. Il che lascerebbe pensare che era nel giusto chi sosteneva che con il matrimonio si cambia e non si possono conservare le stesse abitudini della vita da single.  Probabilmente un po’ avevano ragione ma non del tutto. Sì perché, se così fosse, dovrei aggiungere dei segni più anche per quanto concerne il numero di ore trascorse tra i fornelli o a fare la brava massaia. Però, poiché il signor valigiesogni adora cucinare (questo i maligni non lo sospettavano) e poiché passando dalla vita da single a quella di coppia la quantità d’inutili incombenze casalinghe aumenta relativamente, non posso imputare al matrimonio la colpa per le cose non fatte o per le occasioni mancate.
Attività sportiva costante, con drastica riduzione del numero di ore trascorse in palestra e proporzionale aumento del numero di ore dedicate alla corsa. L’idea di una mezzamaratona nel 2010 mi solletica non poco.
Mai come quest’anno ho trascurato i miei amici, vicini e lontani, vecchi e nuovi. E questo è l’unico, imperdonabile errore che non dovrà più ripetersi. Poiché alcuni di loro leggono questo blog, chiedo scusa pubblicamente. Ma le scuse da sole non bastano perché lasciar trascorrere il tempo a causa dei troppi impegni o semplicemente per pigrizia nello scrivere, nel telefonare, nell’organizzare una cena di tanto in tanto, è inammissibile. È il calore umano a dar sapore alle nostre giornate e quando si ha la fortuna di avere amici splendidi, come i miei, trascurarli è perdere pezzi di vita.
A questo punto bisognerebbe elencare i buoni propositi per l’anno che verrà ma, come insegna il numero d’Internazionale attualmente in edicola, “ripetere i buoni propositi che non hai rispettato l’anno scorso non aumenterà le tue probabilità di realizzarli”.
Una cosa però vorrei metterla nero su bianco. Vorrei che il 2010 fosse l’anno della leggerezza. Non nel significato negativo che siamo soliti attribuire alla parola, ossia “mancanza di controllo nel comportamento, indice di scarsa serietà e frivola noncuranza; futilità, banalità”. Nient’affatto. Vorrei vivere quest’anno rispondendo con un sorriso agli sberleffi della vita, vorrei usare solo parole leggere, che colpiscono senza ferire, perché le parole possono lasciare cicatrici indelebili; vorrei mettere da parte il vittimismo, in cui ogni tanto torno a crogiolarmi, e saper voltar pagina ogni volta che se ne sente il bisogno. Vorrei sentirmi leggera ogni sera, perché un giorno vissuto con amore è meno pesante di un giorno vissuto aspettando il momento che arrivi la sera. Per dirla tutta, questo proposito per l’anno nuovo non è poi tanto nuovo. Ma un’impresa ardua richiede anni d’allenamento e tanta costanza, quindi non è il caso di mollare proprio ora.
E poi il 2010 sarà un anno grandioso per i nati sotto il segno dei Pesci! Lo sostiene gran parte degli astrologi. Beh, no!, la tizia che era ieri sera al TG1 non la pensava esattamente così. Però quella non era attendibile, si vedeva chiaramente.
Buon 2010 a tutti, miei cari amici!

mercoledì 30 dicembre 2009

Passeggiando tra i ricordi

Strenne natalizie. Sì, sono giorni in cui vorresti fare tutto ciò che hai accantonato negli ultimi sei mesi perché “magari lo faccio stasera”. Poi la sera è passata e tu hai continuato a rimandare. Va bè, ma siamo agli sgoccioli, mica si può continuare a rimandare? E poi gli ultimi giorni dell’anno si dedicano ai bilanci, alle classifiche, alla lunga (e puntualmente disattesa) lista dei buoni propositi per l’anno che verrà… Insomma, ogni nuovo anno che si rispetti va accolto con un po’ d’ordine. Così, ieri sera, ho iniziato dalle cose essenziali: scaricare tutte le foto che giacevano da settimane nella mia digital camera. E m’è venuto un po’ di magone (dev’essere questa la ragione per cui continuavo a rimandare l’incombenza).
A inizio dicembre, persino Stachanov ha deciso di prendersi qualche giorno di riposo, così i coniugi Valigiesogni hanno ponteggiato in Toscana. «Un’altra volta?», direte voi. E sì, un’altra volta. Perché io, appena metto piede in quella regione, mi sento a casa mia. Questo poi era un viaggio speciale, una sorta di viaggio nel tempo.
Ho scoperto Pisa con gli occhi del signor Valigiesogni.



Ci siamo concessi un pranzo al sacco alle Piagge, lì dove lui, qualche anno fa, faceva jogging e, in primavera, andava a studiare; abbiamo scalato la torre (15 euro a persona. Lo fai una volta e poi non ci torni più), mangiato cecina, camminato in lungo e largo nelle vie del centro, sostato per un attimo nel luogo funesto in cui gli rubarono la bici. Per rendere l’atmosfera un po’ più nostalgica, ho incontrato una della mie più care amiche, nonché ex coinquilina ai tempi dell’Università, domiciliata a Pisa da qualche anno. E la serata si è conclusa in un tripudio di «E ti ricordi di quella volta in cui…?». E giù a ridere come se fossero trascorsi 10 giorni e non 10 anni.

















Per prenderci una pausa dai ricordi, ci siamo spostati nell’elegante Lucca.

La sognavo esattamente così: col cielo un po’ grigio, i vecchi caffè, le insegne d’epoca, le viuzze che ti conducono su un’ampia piazza, gli scorci che si aprono su meravigliosi cortili interni, 


















i vecchi palazzi che impregnano le vie con quell’odore d’umido, antico che ti rimanda a un romanzo ottocentesco e le note della Turandot che s’inerpicano fino alla Torre di Guinigi.










Con la pioggerellina e un vento gelido, ci siamo avviati verso Siena. Un po’ meno mia rispetto al passato perché sui balconcini della mia casetta ora ci sono gerani colorati e giochi di bambini. Le finestre sono chiuse e non lasciano trapelare la voce della radio né le risate di chi racconta una giornata buffa, appena conclusasi. Le vie sono le stesse ma camminando non incontro facce amiche, non mi fermo qua e là per salutare qualcuno. Anche la sede della facoltà è stata spostata, così come la biblioteca.





Incrociamo gruppetti di ragazzi. Studenti, si vede, lo si legge nei loro occhi. Pagherei per poter tornare un giorno in quella vita. Eppure ci son stati momenti grigi ma sono svaniti nel nulla, cancellati dalle amicizie rimaste nel tempo, dalle esperienze vissute, dai libri letti, dalle persone incontrate, dalle giornate di sole. Anche il campanilismo che caratterizza questa cittadina, la chiusura nei confronti di chi non è stato battezzato in contrada, la scarsa apertura verso l’altro (c’era, altroché se c’era), oggi sono lontani.


Piazza del Campo. Leggenda universitaria narra che se si sale sulla Torre del Mangia prima di laurearsi, si può dir addio al sudato pezzo di carta. Per non sfidare la sorte, ho rimandato questa foto per anni.  


Dopo un’ultima fiorentina (e una ribollita per me, donna dai gusti medievali), Stachanov riparte per il nord. Io riprendo il treno e torno all’oggi. 
Forse queste foto sono così malinconiche perché sanno di sogni che cozzano con la vita reale. Nella Siena d’allora pensavo che avere trentatré anni significasse essere adulta, con buona parte delle mie fantasticherie divenute realtà, significava avere le idee chiare, aver trovato la mia via, il mio lavoro…
Mi sa che i bilanci di fine anno non mi fanno tanto bene…

sabato 19 dicembre 2009

Forme espressive

“La distruzione di un libro è una sorta di omicidio. E vista la tendenza sempre maggiore a censurare e a controllare la gente per il suo bene, i libri sono l'unica forma di espressione che ancora vi sfugge. Un quadro può essere tagliato a strisce, ma una qualunque forma di restrizione imposta a un libro viene combattuta fino alla morte.
Mi interrogo continuamente sul futuro dei libri. Possono continuare a competere con forme espressive rapide, economiche e facili che non richiedono la lettura o il pensiero? […]”

Le parole sono di John Steinbeick e sembrano esser state scritte ieri. L’intero articolo, tratto da “la Stampa”, lo trovate anche qua:

http://bibliogarlasco.blogspot.com/2009/12/non-basta-un-bel-pacco-per-fare-un-buon.html

mercoledì 16 dicembre 2009

Solo una monetina...

Io, questa insofferenza, questo senso di fastidio verso lo straniero, nei confronti di chi è diverso da noi, italiani, proprio non lo capisco. Questa diffidenza e questa paura di guardare negli occhi chi è arrivato nel nostro paese a seguito di chissà quali peripezie non riesco proprio a comprenderla. Non la comprendo ma…
Prendo la metro e alla fermata successiva sale un signore sulla cinquantina forse, ma forse anche meno, o più. Una di quelle facce senza tempo, che aveva le borse sotto gli occhi già alla nascita. Forse è afgano. Saluta tutti in un italiano strascicato e poi chiede di seguirlo, seguirlo attentamente. E inizia a fare un gioco di prestigio, ingoiando palline e risputando asticelle, mescolando le carte e tirando fuori colombe di stoffa. Il tutto descritto in inglese. Augura buon Natale e passa tra la gente con il suo bicchiere del McDonald’s per la raccolta di qualche spicciolo. La gente brontola.
Scendo dalla metro e aspetto per attraversare. Un automobilista prende a brutte parole una zingara che continua a stargli attaccata al finestrino nonostante sia scattato il verde e i clacson suonino dietro di lui. Ingrana la marcia con rabbia mentre la donna va all’attacco nella corsia opposta. Intanto, sull’uscio del supermercato, un bimbetto di tre/quattro anni con una vaschetta di Nutella tra le mani e il visetto tutto sporco chiede spiccioli ai clienti e lancia sguardi alla donna sulla strada. Sarà la mamma, la zia, la nonna. Qualcuno che, comunque, a fine giornata, gli strapperà dalle mani quel bicchiere del McDonald’s e forse non gli laverà neppure il viso.

Sbrigo le mie cose e un’oretta dopo riprendo la metro. Questa volta sale un violinista. Anche lui senza età, anche lui sudicio, anche lui con un italiano stentato e una musica tristemente stonata. Scendo e tra le vetrine addobbate che invitano allo shopping natalizio vengo fermata dai ragazzi senegalesi. Cercano di rifilarmi elefantini, fiabe africane e numeri di Terre di mezzo. E io lo so che sono ragazzi in gamba ma li evito a brutto modo, scagliandogli contro un «Non ho tempo», senza provare lì per lì alcun rimorso.
Prendo solo vie secondarie, porto a termine la missione della giornata e torno verso la stazione Termini. È un percorso a ostacoli tra ragazzi che distribuiscono volantini di tutti i generi, banchetti per una “firma contro la droga, sostieni la nostra comunità”, “signora, qualche monetina per favore” e un gruppo di dialogatori/fundraiser di fronte ai binari che chiedono il supporto per non so neppure quale disperata causa.
Sono tornata a casa esausta. Inferocita contro quella mamma che, in una gelida giornata di dicembre, teneva lì, davanti alle porte di un supermercato, un piccolo che ancora non sa cosa significhi “amore”. Arrabbiata verso tutte le associazioni del mondo che a Natale spuntano in tutti gli angoli della strada per ricordarti quanto tu sia fortunata e debba almeno fare una piccola donazione per meritare anche quest’anno la tua fetta di pandoro. Arrabbiata contro tutti i disgraziati della terra che in questo periodo ti guardano con occhi ancora più supplichevoli, facendoti pesare il tuo silenzio con un “buone feste e felice Natale”. Furibonda contro un mondo ingiusto, la povertà, i maltrattamenti, le guerre. Furiosa contro me stessa che parlo tanto di tolleranza, comprensione, atteggiamento diverso, solidarietà e poi non ce la faccio. Non ce la faccio a guardare il mendicante negli occhi, non ce la faccio a guardare tante mani tese, non ce la faccio a comprendere ciò che accade per la strada e finisco per fare come gli altri. Volgo lo sguardo altrove e tiro dritto. Poi, al sicuro delle mie quattro mura, mi vergogno per la mia vigliaccheria.
 

giovedì 10 dicembre 2009

Natale, tempo di libri

Esco dalla biblioteca. Cerco di organizzare mentalmente gli impegni dei prossimi giorni. Il cielo è limpido e gli occhi c’impiegano un po’ ad abituarsi a questo freddo sole invernale. Di fronte a me un tizio con una telecamera. Mi guardo intorno per capire cosa stiano girando.
«Ciao!», esclama un tipo avvicinandosi con uno spolverino-cattura-polvere simile a quelli pubblicizzati da MediaShopping. S’avvicina pure il tale con la telecamera. «Sai che è appena uscito il libro della D’Addario?».
Nella mia testa, in rapida successione, si fanno spazio i seguenti pensieri: «Di chi? Ohibò, quel coso è un microfono… D’Addario? Eppure ‘sto nome l’ho già sentito…».
Insomma, l’associazione D’Addario – libro non è proprio immediata.
Cerco di cancellare lo sguardo disorientato, stile occhio (singolo) di sogliola sulle confezioni surgelate della Coop, e blatero un «Embè?». Il tipo mi avvicina minacciosamente lo spolverino e sbircia nella bustina della Feltrinelli che ho in mano.
Sfido io che hanno fermato me: appostati davanti alla biblioteca, vedono una che esce dal suddetto luogo con l’aggravante della busta della Feltrinelli…
Lo sconosciuto continua a fissarmi con la faccia a punto interrogativo. «Non è esattamente il mio genere…», mormoro.
Poco soddisfatto dalla risposta laconica, il tipo legge uno stralcio dalla quarta del libro. Pare che l’unica in grado di poterci raccontare tutta la verità sulla vicenda delle escort e del Presidente sia la D’Addario (ma dddai??). E l’unica occasione che abbiamo noi poveri italiani per scoprire tutta la verità, niente altro che la verità, sia acquistare il libro. «Ma cosa ne pensi di tutta questa vicenda?».
«E tu che razza di domande fai alla gente?», mi verrebbe da chiedere. E sì che di robe da dire ce ne sarebbero tante, ma accade un fatto strano. È che ci si scopre impreparati, colti di sorpresa da quel microfono e da quella telecamera che ti scruta, e finisci per blaterare due cose, le prime parole banali che ti passano accanto. Che sei stanco di sentire la solita solfa, che sei nauseato da tutta questa situazione e che, alla fin fine, la D’Addario ha approfittato del suo momento di visibilità e ci sta speculando su. Il tipo mi guarda con gli occhi di chi la sa lunga. «E no, non sono un’elettrice del PdL, se era questa la domanda successiva».
Sorrisone da pubblicità di un nuovo dentifricio sbiancante: «Grazie, sei stata veramente molto disponibile».
Sì. Vado via con un inquietante interrogativo: cosa regaleresti al tuo peggior nemico per Natale? Il libro della D’Addario o quello di Vespa? Non c’è limite al peggio.

mercoledì 25 novembre 2009

L'Avvento

Premessa. La TV a casa nostra non si vede granché. Fino a pochi giorni fa, un vecchissimo televisore, di quelli che puoi tranquillamente piazzare sul frigorifero tanto è piccino e leggero, rispondeva perfettamente alle nostre esigenze. Va be’, le immagini erano un po’ sfocate ma dipendeva dall’assenza dell’antenna. Comunque, per veder la Rai non ne avevamo bisogno. Quindi Report, Che tempo che fa, qualche volta Le Storie, interessante programma condotto da Augias, e Ballarò erano garantiti. Raramente ci lasciavamo ingoiare dal divano della sala per accendere il televisore dal megaschermo, con ancora attaccato l’adesivo del Digitale terrestre, che mio marito, in uno dei suoi rari attimi di follia, ha acquistato un paio d’anni fa.
I fatti. Gli abitanti della regione Lazio da mesi non fanno che sentir parlare dell’avvento del Digitale terrestre, di quanto migliorerà la nostra vita grazie ad una scatoletta chiamata decoder e del fatto che i benefici saranno tali che, poco importa se toccherà sborsare una cinquantina d’euro per un decoder decente, e altre decine d’euro per il possibile intervento del tecnico per la sintonizzazione dei canali e ancora un altro centinaio d’euro per l’intervento dell’antennista perché potrebbero saltare alcune frequenze… Poco importa se tutto questo dovesse accadere perché i vantaggi saranno tali da farci ringraziare quotidianamente il dio delle telecomunicazioni per averci aperto questo mondo.
A maggio, i miei nonni ultraottantenni sono entrati nel panico, temendo di dover dire addio a Jerry Scotti. Poi la mia mamma gli ha fatto notare che l’Avvento avrebbe riguardato prima la capitale e, solo a novembre, la restante parte del Lazio. E poi, data l’età e il basso reddito, avrebbero potuto usufruire del bonus di 50 euro, più che sufficienti per acquistare un buon decoder. Già, peccato che per potersene avvalere bisogna spenderne almeno 80. Così quei 30 euro (il costo minimo dei decoder in circolazione) gli anziani con basso reddito devono comunque sborsarli.
Ai primi di settembre l’ansia è salita. All’inizio o alla fine della trasmissione preferita, un banner rosso segnalava che dal 16 novembre al 30 il Miracolo si sarebbe completato. Non c’era Tg che non parlasse di questo. Poi, per fortuna, il caso Marrazzo ha avuto la meglio per qualche giorno sulla faccenda del Digitale e, anche noi, abbiamo avuto un attimo di tregua (sigh!).
Sabato 14 novembre alla Coop i due terzi dei carrelli con cui ci si scontrava proteggevano la magica scatoletta. Lo spazio riservato ai decoder e ai televisori era maggiore di quello riservato all’intero reparto gastronomia. Mio marito ed io decidiamo di rinunciare al vecchio amato minitelevisore e di cominciare a usare più spesso l’altro. È troppo ingombrante per poter stare nella nostra microcucina, ci toccherà cambiare un po’ le abitudini ma pace! Noi il decoder non lo compriamo.
Conclusioni. Mentre la radio riconquistava il potere in cucina, mio marito ha iniziato a giocare con il telecomando del televisore figo in sala, selezionando la modalità digitale, sintonizzando e risintonizzando i canali. Poi ha iniziato ad innervosirsi, quindi a smadonnare. Alla fine si è rassegnato a non vedere la Rai. Già, l’unico canale che prima vedevamo addirittura senza antenna è stato ingoiato dal Digitale.
Le reti Mediaset però si vedono a meraviglia!

domenica 22 novembre 2009

Le regole

L’ultima pagina di “Internazionale” riporta alcune delle vignette più ironiche pubblicate sui principali giornali di tutto il mondo. Mi cade l’occhio sul trafiletto a fondo pagina.
Le regole. Compiere quarant’anni.

Io, approssimando per difetto, sono più vicina ai trenta, ma è meglio essere preparati. Il punto 5 afferma: “Si dice che ognuno nella vita dovrebbe fare tre cose: scrivere un libro, fare un figlio e piantare un albero”.
Mmm… forse è meglio partire dall’albero.

giovedì 5 novembre 2009

Avrei preferenza di no

[…] lo chiamai, spiegando in fretta cosa desiderassi da lui, ovvero, che esaminasse con me un breve documento. Immaginate la mia sorpresa, meglio, la mia costernazione, quando, senza muoversi dal suo privato, Bartleby con voce singolarmente mite, ma ferma, replicò: “Avrei preferenza di no.”
Rimasi per qualche istante seduto in perfetto silenzio, cercando di riavermi dallo sbigottimento che m’aveva preso. […]

Herman Melville, Bartleby lo scrivano, trad. di G. Celati

Ecco piacerebbe anche a me, giusto per un giorno, un giorno solo, seguire l’esempio dello scrivano di Melville. Fosse altro per osservare la reazione di chi si trova di fronte ad un «Avrei preferenza di no».
«Biglietto, prego». Con lo stesso volto composto e gli occhi miti di Bartleby, guarderei il controllore e: « Avrei preferenza di no», risponderei. Forse il controllore farebbe finta di niente e penserebbe ad una nuova forma di protesta contro ritardi e sporcizia dei treni. O forse mi guarderebbe turbato.
«Può terminare questa pratica, per favore?», ovvio che se è il capoufficio a formulare la domanda, la risposta è una pura formalità. Invece, a sorpresa: «Avrei preferenza di no». A stento riesco ad immaginare l’espressione impietrita dal datore di lavoro. E quanto sarebbe piacevole pronunciare tanti «Avrei preferenza di no» di fronte a quelle che sono le incombenze quotidiane, quelle piccole cose che siamo così abituati a sbrigare da non renderci neppure più conto di quanti doveri soffocano le nostre giornate.

In verità, il comico atteggiamento di Bartleby ci strappa un sorriso amaro perché dietro i suoi gesti lenti, la sua imperturbabilità, i suoi silenzi si nasconde il suo rifiuto per il mondo, per le inutili pressioni a cui si è sottoposti continuamente. Il silenzio di Bartleby rappresenta il diniego verso l’impegno, la necessità di correre, fare fare, quando invece si ha bisogno di così poco spazio e così poche cose per poter vivere. Un rifituo che può spingere a commettere gesti estremi.
O forse Melville aveva in mente tutt’altro mentre scriveva quello che tra i suoi racconti è certamente il più celebre nonché quello che, ancora oggi, ci fa tanto riflettere.