venerdì 4 settembre 2009

Sulla via del ritorno

Montaione. Bah! Eppure la Toscana un po’ la conosco ma questo paesello non l’ho mai sentito nominare. Il navigatore sostiene che ci siamo quasi: ancora dieci minuti e “avrà raggiunto la sua meta”.
Siamo nel bel mezzo della campagna toscana, tra Firenze e Pisa. Il marito-orsetto ha pensato di rendere il rientro più soft con una breve sosta nell’agriturismo di un suo amico/coinquilino dei tempi dell’università. Ed io, ovviamente, non mi sono tirata indietro. Non è che abbia tutta ‘sta voglia di tornare al tran tran quotidiano. E poi, è maleducazione rifiutare una sosta in Toscana. 
Incontriamo solo auto con targa tedesca. Perfino quando imbocchiamo la viuzza in discesa che segnala “Soiano”, l’agriturismo di Tiberio, troviamo parcheggiate qua è là solo auto provenienti dalla Germania. Che ci faranno così tanti tedeschi nel mezzo del nulla toscano poi?...
Il cancello si apre e spunta Tibo. Calzone corto, torso nudo, pizzetto spavaldo ed il solito sorriso beffardo.
«Dio bono! Ce n’avete messo di tempo!». Perché un ligure aspiri la “c” e continui a ripetere “noi di Firenze” è un mistero ancora da svelare.
«Oh via, si va’ a fa’ un giro», e ci carica su un fuoristrada da campagna, come dice lui, per mostrarci i filari nuovi di zecca che aumenteranno la produzione vinicola. Tibo è fiero della sua azienda, nata appena tre anni fa, e gioca a fare il contadino navigato, dimenticando che ha appena 33 anni e che non è trascorso tanto tempo da quando inveiva contro “quel professore bastardo che proprio non mi voleva fa’ passà l’esame”. 
Il marito orsetto ci dà dentro con le domande tecniche: partono percentuali, tipi di coltura applicati, caratteristiche del terreno, dell’uva, delle olive. Dal canto mio, non vedo l’ora di scendere da quel fuoristrada infernale, sballottolata a destra e manca. Ma non mi lascio sfuggir il benché minimo lamento: non voglio fare la figura della donnina che urla di fronte alla prima sterzata brusca e alla guida spericolata di chi sta palesemente tentando di farti rizzare i capelli. 
Scesa dalle montagne russe, guardo il cielo diventare sempre più rosso, i poggi sempre più sfumati, i filari sempre più lontani. Intanto il vento mescola il profumo della lavanda a quello della terra, i suoni indecifrabili dei bimbi tedeschi si spostano dalla piscina al casale e penso che, in fondo in fondo, la scelta di Tiberio non è stata poi tanto sconsiderata.

Giorni di montagna

Mercoledì, 26 agosto

È una di quelle notti in cui il cielo è più immenso, le stelle sono più luminose, il silenzio sussurra frasi dolci che parlano di serenità, di un domani diverso. È una di quelle notti in cui trattieni il fiato per non disturbare la voce della natura che ti circonda.
Il vociare allegro della cena a quota 1500 metri, nel Rifugio Croz dell’Altissimo, si è dissolto mentre scendevamo a valle. Una fila ordinata di persone; ciascuno con la propria torcia; ciascuno attento a non scivolare su quel sentiero ghiaioso; ciascuno immerso nei propri pensieri. Il rumore dell’acqua; una ventina di persone ferme di fronte ad una cascatella. È solo acqua, sotto un cielo stellato, nel silenzio dei boschi. Eppure restiamo tutti lì, immobili, cercando di fermare quell’istante. Cerchiamo di farlo nostro per poi poterci rifugiare nuovamente lì, quando saremo travolti dal caos cittadino.

Giovedì, 27 agosto


Immersa in un paesaggio lunare, mi chiedo quando spunterà il rifugio Pedrotti. La scalata verso l’alto è meno insidiosa quando la nebbia avvolge tutto ciò che ti circonda.











Camminiamo dalle nove di stamani, gli scarponi iniziano ad essere pesanti, l’aria rarefatta e, nonostante lo sforzo fisico, inizio ad avere la pelle d’oca. Insomma, io sono un’orsetta marsicana, di quelle che bazzicano nel Parco Nazionale d’Abruzzo. Mica sono abituata io a vedere, nel bel mezzo del mese di agosto, strati di neve congelata che giacciono lì da chissà quanto tempo. Un po’ di comprensione per favore! Il marito orsetto, invece, che ha il coraggio di sudare anche quassù, mi guarda con aria compassionevole.
Un miraggio: dev’essere quella casetta là! 

















Ma le indicazioni spengono il mio entusiasmo. Un cane abbaia in qualche posto lassù. L’eco non fa capire quanto su… Il pancino inizia a brontolare e… sì, sì! Stavolta è lui!















Mentre mangiamo qualcosa, il cielo si apre e il Brenta si staglia davanti ai nostri occhi. Le cose belle non si ottengono mai facilmente; bisogna sapersele sudare. Altrochè se ne valeva la pena!


C’incamminiamo verso il Passo Ceda. Il sentiero non è ben segnalato, il cielo è incerto, la stanchezza si fa sentire. Dopo un’oretta di cammino, da buona capa spedizione di un gruppo di due persone (mio marito ed io), mi fermo di fronte alla famosa ferrata menzionata da Paolo, il già citato albergatore-guida. «È un percorso splendido. Un po’ lungo ma con poche difficoltà. C’è giusto una ferratina… Niente di chè: la fate senza problemi». Ora, gente, fino a dieci giorni fa, io neppure avevo idea di cosa fosse una ferrata e, sinceramente, il fatto di trovarmi davanti ad un non sentiero, aggrappata ad una corda di ferro vacillante, sebbene solo per pochi metri, con lo strapiombo sotto, non è che mi riempia il cuore di gioia. «È che tu non sai usare bene la corda», sentenzia il marito orsetto che ha già preso in mano la situazione, mostrandomi come procedere. Avrà indubbiamente ragione lui ma, come dire, paralizzata da un secondo di terrore, la teoria è precipitata nel vuoto e le sue rassicuranti parole si perdono nell’aria. Un po’ vacillando, un po’ imprecando, ce la faccio anch’io. E torna l’euforia di chi, un po’, si sta mettendo alla prova. (Sì!, sono proprio brava!)

Ma il percorso è davvero lungo e nonostante il paesaggio splendido, fiorellini mai visti prima e compagni di viaggio inattesi, nell’ultimo tratto che ci separa dall’albergo, sogno solo di potermi finalmente sfilare gli scarponi.
Mai cena è stata più deliziosa di quella divorata stasera. 

Venerdì, 28 agosto


L’orsetta marsicana si sente ormai completamente a suo agio tra le cime dolomitiche e non la smette di zompettare nel verde intonando «Holalà hiii, hoolalàà hii…» Poco distante, il marito orsetto la guarda scuotendo la testa e borbottando «È fatta così! Che ci posso fare?». Ma, in fondo in fondo, se la sta godendo anche lui, dimentico delle grane della quotidianità.


Nota a margine
Qualora immagini e parole vi avessero invogliato a prendere scarponi e bastoncini e partire alla volta di questi sentieri, vi consiglio di cuore l’Alpotel Venezia di Molveno (www.alpotel.it), piacevole alberghetto a conduzione familiare. Eccellente rapporto qualità – prezzo e una cucina deliziosa (lo strudel, che goduria!). Si è in albergo ma ci si sente a casa propria grazie alle attenzioni della signora Renata, gli aneddoti, i suggerimenti, il desiderio di guidarti alla scoperta della montagna del signor Paolo e l’allegria dei figli. Impossibile trovare delle pecche.



venerdì 28 agosto 2009

Dagli Appennini alle Dolomiti

Il signor Paolo, prima d’esser il gestore dell’albergo nel quale alloggiamo, è un appassionato di montagna. Uno di quelli che, indipendentemente dalle cerimonie ufficiali dell’Unesco, ci tiene proprio a far conoscere le bellezze della sua regione. Così, l’escursione iniziale alla scoperta delle Dolomiti parte da Madonna di Campiglio.
«Sì, insomma ragazzi, ci s’allontana un po’, ma vale la pena cominciare con il giro dei cinque laghi».
E come dargli torto? Sarà che una settimana d’escursioni da queste parti la sognavo da anni, ma non faccio che guardarmi intorno estasiata. Sento qualcuno che si lamenta per l’aria pungente (che poi, per esser a 2000 metri, tanto pungente non lo è affatto!), qualcun altro che borbotta perchè “un’alzataccia così, in vacanza, è da sconsiderati”. Sarà… Io, finalmente, ho la sensazione d’essermi alzata presto per una buona causa.
Avevo dimenticato la paura del vuoto e quel senso di vertigine che si prova una volta saliti in funivia. Troppo tempo senza avvicinarmi ad un impianto di risalita.
La nostra guida non fa che spiegare le differenze tra il versante del Brenta e quello dell’Adamello, ma io non riesco proprio a seguirlo. Guardo in lontananza, sperando che quei nuvoloni minacciosi, verso i quali sembra condurci il nostro sentiero, scompaiano presto. Intanto, raggiungiamo agevolmente il lago Ritorto, nostra prima meta.



«E va be’, che sarà mai? Uno dei tanti laghi dolomitici!», penserete voi. In fondo è solo un lago. A 2056 metri, neanche tanto in alto, eppure…
Eppure, io mica la so spiegare quella sensazione un po’ magica regalata dall’acqua gelata di un laghetto incastrato tra i monti. Quella voglia di perdersi tra i sentieri, lontano da tutti e d’imbattersi in un nuovo laghetto, forse ancora più nascosto di questo. Quella sensazione che si prova nel vedere la nebbia che sale, sale in modo incredibilmente veloce, fino ad inghiottire tutte le persone che, fino a poco fa, erano solo a qualche metro da te. Di Paolo, l’albergatore-guida, non resta altro che un puntino verde. Ma dopo un paio di tornanti, si esce dalla foschia e si resta abbagliati dal sole. Ed io non lo so se chi vive questo spettacolo quotidianamente ci si sia un po’ abituato o continui a trovarlo straordinario, esattamente come me.

Nei pressi del lago Gelato, a 2393 metri, mi cade l’occhio su un mozzicone di sigaretta, lasciato lì da poco. E mi chiedo come si possa rovinare così ciò che la natura ha saputo donarci; come si possa pensare d’accendere una sigaretta quassù, dove l’aria è così pura.
Non c’è limite alla nostra inciviltà.






giovedì 27 agosto 2009

Molveno

Uff! Ma non si arriva mai!
Ancora pochi chilometri e dovremmo vederlo spuntare.
«Eccolo lì!»
Eh già, eccola qui la “preziosa perla in più prezioso scrigno”, per usar le parole del Fogazzaro.


In realtà, siamo giunti a Molveno più per caso che per una scelta precisa. Volevamo andar per sentieri in Trentino, desiderosi di ammirare bellezze diverse dalle cime appenniniche. Mi son persa tra decine d’indirizzi web che suggerivano quel paese anziché l’altro, quell’albergo piuttosto che un altro. Così, alla fine, confusi tra tanti pacchetti, ci siamo affidati alla sorte, fiduciosi nel fatto che il binomio lago più gruppo montuoso del Brenta non potesse tradirci. E infatti…

Nonostante l’alzataccia alle 4.00 del mattino e le quasi otto ore d’auto, con tanto di code a tratti da traffico del rientro (per gli altri), non abbiam perso tempo in sonnellini pomeridiani. Il cielo era troppo azzurro e l’acqua del lago troppo verdeblù per limitarci a guardarla da lontano.

Ci sediamo un po’ sulla spiaggetta erbosa. Ci lasciamo accarezzare dal venticello fresco; alcuni ragazzini fanno il bagno; qualcuno legge; altri sono lì, distesi al sole, con punta voglia di muovere un dito. Laggiù, le acque del lago diventano verde scuro, ma forse è solo il riflesso dei faggi e degli abeti a rendere il colore dell’acqua diverso.
C’alziamo con l’intenzione di sgranchirci un po’ le gambe e dopo un paio d’ore realizziamo d’aver quasi concluso il giro del lago. Incontriamo scogli e calette; veniamo superati da qualche ciclista e dagli appassionati della corsa. Passo dopo passo anche la stanchezza del viaggio svanisce e diventa tutto un programmar escursioni e passeggiate della mente. 

sabato 15 agosto 2009

Musica

Un’altra sera d’estate passeggiando tra le vie di Roma. Tutt’intorno un miscuglio di lingue diverse; i butta dentro dei ristoranti del centro che cercano di catturare l’attenzione dei turisti. «Only 20 euros Madame and you will get the best pizza in Rome». La signora giapponese lo guarda con diffidenza e tira dritto, attratta dalla visione del Colosseo più che dal profumo di una pizza scongelata, probabilmente, solo pochi minuti prima.
Noi, intanto, senza smettere di leccare un delizioso gelato cioccolato e cocco, ci lasciamo alle spalle il Colosseo e ci arrampichiamo verso Villa Celimontana. Quanto è magico quest’angolo di Roma! Il viale poco trafficato del colle Celio, la basilica di Santa Maria in Domnica, la Piazza della Navicella.
Entriamo nella villa. L’illuminazione soffusa, le pietruzze che s’infilano nei sandali, l’acqua delle fontane che rinfresca l’aria, l’allegro chiacchiericcio di chi vuole godersi un po' di jazz, vino e qualche stuzzichino.
Io che saltello col migliore dei miei sorrisi ebeti: quello che sfodero quando so già che sarà una fantastica serata. Ci sediamo proprio di fronte al palco; le lucine blu che ipnotizzano i miei pensieri, i suoni della città sempre più lontani. Il cielo è coperto di nubi: non è una notte da stelle cadenti. I desideri resteranno inespressi. Il fumo delle sigarette dei miei vicini e il sigaro dei signori seduti lì davanti rovinano un po’ la magia, ma siamo all’aperto, bisogna essere tolleranti.
Qualcuno sale sul palco, lascia uno spartito, poi torna e sistema le casse. Sale tutta l’orchestra e s’accendono le luci. Il direttore dell’ Orchestra Jazz del Conservatorio di La Spezia presenta il gruppo. Il pubblico non è quello delle grandi occasioni ma sembrano tutti impazienti di sentire le prime note.
Partono le trombe, attaccano i sax, il piano cerca d’imporre le sua voce e il percussionista scandisce il tempo. Sì, forse l’orchestra non è delle più celebri ma io trovo che i musicisti siano bravissimi. La testa del signore seduto davanti a me inizia a muoversi ritmicamente. Riesce a ballare anche stando seduto. Parte un applauso. L’assolo del sassofonista è stato portentoso.
I fiati cedono il posto al pianoforte e allora io mi perdo tra i sentieri della musica. Gli accordi sono allegri, concitati, martellanti e il piede del pianista non smette di agitarsi. Vedo quelle mani volare sulla tastiera, quegli occhi che fissano lo spartito ma che, forse, sono altrove, mentre le note ti avvolgono, ti spingono verso l’alto per poi cullarti dolcemente.
Il pianoforte, il maggiore dei miei rimpianti. Il Conservatorio interrotto per tante ragioni, non da ultima la fatica. È faticoso studiare il doppio degli altri a sedici anni; è faticoso uscire dal liceo, chiudersi in conservatorio, tornare a casa, fare la versione di latino e poi riprendere a studiare una Suite francese di Bach. È faticoso studiare il doppio quotidianamente e dire “non posso” a quel ragazzo tanto carino a cui, forse, un po’ piaci. Cominci a stancarti di essere quella che “tanto lei non viene” o quella che “ieri pomeriggio ci siamo divertiti tantissimo. Peccato tu non ci fossi”. E così, stupidamente, per un miliardo di futili motivi, finisci col diventare normale.
E dopo nove anni di vita trascorsi col tuo pianoforte, lasci la musica. Me ne son pentita l’anno successivo ma poi è stata la volta dell’università e l’inizio dei traslochi e dei cambiamenti e di un percorso fatto di scelte lasciate a metà.
Ma, di tanti cammini iniziati e poi interrotti, questo è quello di cui più sento la mancanza. Gli errori si pagano. Perché la musica, certo, non ha il potere di cambiare il mondo ma qualche magia riesce a farla e la realtà si trasforma. La vita diventa più leggera, il tempo si dilata, lo spazio s’amplia.

Applausi. Il tempo è volato via ed il concerto sta per terminare. Le nuvole sono scomparse, si vedono anche due stelle laggiù, in lontananza. Domani sarà una bella giornata.

domenica 9 agosto 2009

Sogno di una notte di mezza estate

Domenica pomeriggio a Roma. La tangenziale libera, il parcheggio lì, a portata di mano (chi vive a Roma o orbita intorno alla capitale sa bene di quale miracolo stia parlando), la città meno rumorosa, nessuno strombazza inutilmente di fronte ad un semaforo rosso, nessuno lancia improperi se il pedone si permette di attraversare lentamente sulle strisce.
Il cielo inizia a colorarsi di rosa, i ragazzini si rincorrono tra gli alberi di Villa Borghese, il frinire delle cicale sovrasta le nostre voci. Dalla terrazza del Pincio, la città sembra ancora più distante e meno città. Non c’è traccia del frastuono quotidiano, solo un allegro vociare. Piazza del Popolo, le viuzze del centro sono sì affollate, ma è una folla lenta che si gode la città ora che l’aria è meno afosa.
Ci dirigiamo verso Piazza di Siena con l’euforia di due bambini che hanno ricevuto un regalo tanto atteso. Si va al teatro. Ma non un teatro qualsiasi e non a vedere un’operetta qualsiasi. No no, noi stiamo andando al Globe Theatre. Solo che non siamo nella Londra del XVI secolo e che a recitare non è la compagnia di Shakespeare, sebbene la commedia sia stata scritta da lui. Paghiamo un po’ più dei 2 penny previsti in epoca elisabettiana per poter assistere all’opera stando comodamente seduti in una delle gallerie circolari che sovrastano il palcoscenico. Ma il prezzo del biglietto resta comunque accessibile, ben ripagato dalla magia che offre il luogo ancor prima che la commedia abbia inizio. 
In basso, l’accaparramento ai posti migliori, al centro del teatro, avviene rapidamente. I più sono arrivati con cuscini, coperte, teli da mare. L’occorrente per potersi godere lo spettacolo anche stando seduti a terra.


Si spengono le luci. Cessa il brusio. Ci ritroviamo in Grecia dove Teseo, duca d’Atene, attende impaziente l’ora delle nozze con Ippolita, regina delle Amazzoni. E da quel momento, il mondo della corte si confonde con la vita dei boschi. I sogni diventano incubi, le liriche d’amore s’alternano alla parodia della vita del teatro e, quando il confine tra sogno e realtà si fa più sfocato, sopraggiungono elfi e fate. E dietro ogni loro scanzonata filastrocca si nasconde una grande verità che lascia lo spettatore a riflettere sulla follia dell’amore, sulla fugacità della felicità, sulla difficoltà di distinguere la verità dalla finzione.

“Rugge il leone nella notte bruna,
“ulula il lupo al volto della luna;
“russa in pace lo stanco contadino,
“arde l’ultima brace nel camino,
“stride all’inferno a letto il barbagianni
“a lui presagio di futuri affanni;
“l’ora notturna è questa in cui leggeri
“vagan gli spettri sui muti sentieri
“uscendo dalle tombe scoperchiate
“liberi, ad aleggiare per le strade.
“E noi, fatati spirti d’ogni sorta
“che al carro d’Ecate facciamo scorta,
“sempre fuggendo il raggio dell’aurora,
“il buio essendo la nostra dimora,
“come sognando siam lieti e contenti;
“nessun topo in quest’ora
“a disturbarci la casa s’attenti.

Tutto ciò accadeva domenica scorsa, in una serena notte di mezza estate.
Riascoltare le parole di Shakespeare nel Silvano Toti Globe Theatre di Villa Borghese a Roma sa di magico, che si ami il teatro o meno. È come fare un tuffo nel passato, dimenticarsi dei crucci di tutti i giorni e calarsi in un’altra epoca. Da venerdì scorso è di scena l’”Othello” per poi lasciare il posto, a settembre, a “La bisbetica domata”. Sarebbe un peccato farseli sfuggire.

“A tutti buonanotte dico intanto,
finito è lo spettacolo e l’incanto.”

(“Sogno d'una notte di mezza estate” di W. Shakespeare, traduzione di G. Raponi)

giovedì 30 luglio 2009

Quiz

Alzi la mano chi ha partecipato almeno una volta ad un concorso pubblico. Parecchi…
Bene, adesso alzi la mano chi, arrivando nel luogo scelto per affrontare le preselettive, non abbia provato la sensazione di trovarsi ad un concerto. Mmm… pochini.
Io m’aspettavo proprio di veder spuntare, da un momento all’altro, un omino, con spiccato accento napoletano, gridare: «Gelati!! Bibite fresche; acqua, aranciata…» Mi son pure guardata intorno per verificare che non ci fosse nessun banchetto a vender magliette del big della giornata.

Non ho mai seriamente preso in considerazione, fino a qualche giorno fa, la possibilità di partecipare ad un concorso pubblico, “tanto si sa: i posti sono già assegnati. E poi, io a fare la ministeriale? Per carità! Meglio il privato…”
Poi, la particolare congiuntura economica, pare si chiami così (ma, non provate a pensare alla crisi che quella è un’invenzione della stampa e di chi, bontà sua, ha scelto il corso di laurea sbagliato), mi ha regalato diverse ore libere, da dover pure investire in qualche modo, no? E siccome quando medito troppo sulle cose, a mo’ di essere razionale, finisce che prendo delle decisioni insane, mi sono rimessa a studiare. In fondo, fino ad oggi, di raccomandate inviate per partecipare ai concorsi xyz ne ho spedite svariate, “perché non si può mai sapere”. Ma poi, non avendo neppure aperto un libro, m’è sempre mancato il coraggio di presentarmi. Allora perché non prepararselo sul serio un concorso? Fosse altro per poterci scrivere un post.
Vabbè, siamo alle prove tecniche generali poiché, oggettivamente, ho ripreso in mano i libri da troppo poco tempo, troppe materie a me sconosciute e poi… e poi, gli esperti sostengono che occorra un po’ di training prima d’entrare nel meccanismo del concorso. Mah!

Bollente venerdì di luglio, piena estate («Tanto i concorsi li fanno solo d’estate», sostiene una biondina con l’aria di chi ha visto cose che voi umani…), imprecisato numero di persone; ad occhio e croce direi… tante. Sguardi che scrutano tra la folla e «Ciao! Anche tu qui! Ma perché una volta non ci s’incontra, chessò io, per una pizza, anziché per ‘sti concorsi del cavolo?». Alcuni arrivano in gruppo, molte scortate dal fidanzato; c’è perfino un signore accompagnato da moglie e due figli con zainetto in spalla: «Papà sfondali! Fagli vedere quanto sei bravo! Mamma, andiamo in piscina che qui fa un caldo boia!!»
Rubo stralci di conversazione: « È che io non ne posso più del praticantato! Ma quanti anni devono passà a fa' fotocopie e andà in Tribunale prima di comincià a vedè du’ soldi?»
«Mammà, mi passi il Gatorade?». La signora fruga in una capiente borsa di paglia ed estrae la bottiglia; poco distante, un’altra signora sulla sessantina ne approfitta per attaccare bottone: «Siete pure voi di Napoli?» Un sorriso all’idea d’aver trovato un’altra compagna di sventura: «Torre del Greco. Andiamo pure noi, avanti e dietro, per fa un po’ di compagnia a ‘ste povere figlie. Che la Madonna le possa aiutà! Voi siete arrivate ieri sera?» È nata una nuova amicizia.

L’Italia dei concorsi non è un’Italia disperata. È un’Italia rassegnata, che si sposta da sud a nord e dal nord al centro, che colleziona aneddoti, che non ci crede mai fino in fondo, che, qualche volta, partecipa per il gusto di provarci, un po’ come quando si gioca al superenalotto. “Va’ a vedere che stavolta la fortuna non baci proprio me?”. Non sarà mica un caso se i test preselettivi li chiamano quiz.
Si aprono i cancelli. Un ragazzo incrocia le dita, guarda l’amico e bisbiglia: «Dovesse dirci bene, si comincia a studiare veramente…»

venerdì 10 luglio 2009

Magie


E poi, ci sono giorni in cui basta semplicemente questo:
una  rosa e pochi rametti di lavanda per tornare a sentirsi felici.

giovedì 9 luglio 2009

Strani giorni

Sono giorni così, un po’ inquieti, un po’ irrequieti, un po’ aspri. Strampalati. Si ciondola per casa, ci si siede alla scrivania e poi ci si alza. Uno sguardo al calendario, con le scadenze evidenziate in verde che sembrano voler dire “E muoviti!”.
Che di cose da fare ce ne sono, anche se non si ha alcuna certezza sull’esito. Perché si è mai stati sicuri di come finiranno i tanti progetti che costellano le nostre vite?
Il cielo è blu, non puoi neanche prendertela con il tempo che rende il tuo umore tanto instabile. Beh, puoi sempre dire che sei una donna e le femmine, si sa, sono volubili per natura.
Altra passeggiata tra lo studio e la stanza da letto. Fortuna che l’appartamento è piccino. L’occhio cade sui mucchietti di libri, depositati qua e là. Ne sono stati aperti tanti di recente. Raramente si è andati oltre pagina 15. Un segnalibro a ricordare che sono stati sfogliati e poi messi da parte. Non che non meritino d’esser letti, anzi. Non il momento giusto. È che i pensieri seguono percorsi tortuosi e non riescono a fermarsi sulla pagina scritta.
Di nuovo di fronte alla libreria. Non riesci proprio a resistere alla tentazione d’acquistar libri: i volumi intonsi superano largamente quelli già letti.
“Revolutionary road”. Ma sì, tanto vale leggere poche righe prima di tornare alle sudate carte. Sorprendentemente, dopo un paio d’ore, scopri d’essere andata ben oltre pagina 15.

mercoledì 17 giugno 2009

Un po' di silenzio

Vero: è da un po’ che non scrivo. E non perché sopraffatta dal lavoro o non ispirata. Avrei potuto parlare delle ultime città viste, degli ultimi libri letti, dei colori che hanno pennellato le mie giornate, del lavorio incessante della mente di fronte ai cambiamenti che irrompono nel quotidiano fluire della vita.
Ad annotare, ho annotato. Ma l’ho fatto su carta, con la mano che correva veloce ed il mignolo impiastricciato d’inchiostro nero. Magari ne riparlerò anche qui, o forse no. Avevo bisogno di un po’ di silenzio, di disintossicarmi dal bombardamento di parole, parole, dall’accavallarsi delle notizie, dal rincorrersi di dichiarazioni inutili, conferme, smentite, le solite accuse, le solite promesse pronte a cadere nell’oblio.
Disintossicarsi del tutto in questi nostri giorni è impresa ardua. Allora, per allontanarmi da tanto ciarlare, ho comprato un libro di Mario Rigoni Stern e ho smesso d’ascoltare tutto il resto.