mercoledì 25 febbraio 2009

Treni

Di treni nella mia vita ne ho visti passare diversi. Spesso mi è capitato d’arrivar in stazione qualche minuto dopo la partenza. In quei casi, c’ho impiegato un po’ prima di capire che un’altra occasione era andata. Altre volte sono arrivata proprio quando il treno stava partendo. Qualche secondo prima e sarei riuscita a salire anch’io. Rare volte sono arrivata e, in lontananza, ho visto arrivar anche il treno. Spesso l’ho lasciato andar via volutamente. Senza salire. Fare una scelta non è così facile come sento dire in giro.
Forse ho perso tante buone occasioni, forse avrei potuto fare scelte migliori. Forse, se anni fa avessi preso un sentiero diverso, ora non sarei qui a rimuginarci sopra. La vita va così e, in fondo, se sono questa persona oggi, lo devo alle tante scelte fatte negli anni. Anche quelle sbagliate.
Ci son giorni in cui non ti lasci trasportare dal vortice dei “se avessi…”, e vivi la tua vita serenamente. Altre volte, invece, si scatena una bufera intorno a te e non puoi non chiederti «Cosa ho sbagliato?» Già, cosa?
Forse non ho perseverato abbastanza? Forse non ci ho creduto fin in fondo. 
Mentre apro la serranda dell’ufficio in cui lavoro, in una zona periferica di Roma, la voce concitata di mia mamma ci tiene a sottolineare che la figlia di una sua amica ha ottenuto strabilianti risultati professionali in quello che sarebbe dovuto esser il mio settore. «Eppure sembra non aver neanche la laurea adatta per il ruolo che ricopre. E guadagna uno stipendio da capogiro! Me l’ha detto sua madre ieri, mentre eravamo in fila all’ufficio postale…» L’eco delle sue parole si fa sempre più lontana. Come farà ad infierire con i suoi discorsi sempre nei periodi meno opportuni? Sembra percepirli tutti i miei momenti di fragilità.
Penso a tutto ciò che sognavo di fare da grande e a ciò che faccio ora, che grande lo sono già. Lo sono diventata senza neppure rendermene conto.
«Pronto? Pronto? Ci sei ancora?» No, mamma, ero altrove; non ho idea di cosa tu abbia detto negli ultimi tre minuti ma forse è meglio così.
«Sì, scusami mamma, devo lasciarti. Ci sentiamo un altro giorno con più calma. Ah!, congratulati con la figlia della tua amica. Sono felice per lei».
E dal passato riemergono dei versi che fanno pressappoco così:

“Non chiedere, a noi non è dato sapere
 che cosa il destino abbia in serbo per me, che cosa per te
[…]
Mentre parliamo, già fugge il tempo che invidia:
cogli in sé stesso l’istante
sempre meno sperando nel tempo futuro.”

sabato 7 febbraio 2009

Rispetto

Non era mia intenzione pronunciarmi sulla questione Englaro, ma sono così indignata dai fatti delle ultime ore da non poterne fare a meno. Fosse altro, per mettere nero su bianco il mio punto di vista e per far sì che, un giorno, mai nessuno si possa permettere di “indagare per accertare le mie reali volontà”.
Il Corriere della Sera di ieri, venerdì 6 febbraio, riportava in un articolo di Marco Imarisio, “La nuova battaglia sui ricordi delle amiche”, le seguenti parole:

“Nel 2005 Pietro Crisafulli conosce Englaro ad una trasmissione televisiva dove racconta la storia di suo fratello Salvatore, risvegliato dopo due anni di coma. I due si tengono in contatto. Si incontrano, una sola volta, a Lecco. Poi si perdono di vista. Con una lettera al Tgcom, ora Crisafulli svela che il padre di Eluana gli avrebbe fatto una lunga confessione. «Non era vero niente che sua figlia avrebbe detto che, nel caso si fosse ridotta ad un vegetale, avrebbe voluto morire. Si era inventato tutto perché non ce la faceva più a vederla in quelle condizioni». Per tre anni, Crisafulli ha custodito questo sconvolgente segreto. «Non volevo che tutta questa storia fosse strumentalizzata», ha detto al Giornale. Magistrati, compagni di scuola, amici veri o presunti. La sarabanda è partita. Un quarto d’ora di celebrità (tristissima, dolente) non la si nega mai a nessuno.”

Mi verrebbe da prenderlo a schiaffi il Sig. Crisafulli e quella marea di anonimi imbecilli che si permettono di giudicare e condannare fatti e persone che neppure conoscono.
Ma con quale diritto?
Ebbene, se negli ultimi anni non ci fossero state le tristissime vicende di Terri Schiavo, Welby, di Eluana Englaro, di Luca Coscioni e le battaglie della sua associazione, forse neppure a me sarebbe mai passato per la testa di dire ai miei genitori, al mio compagno, ai miei amici che «se mi fossi ridotta ad un vegetale, avrei voluto morire». Non l’avrei detto perché nell’allegria e nel senso d’invincibilità della gioventù, raramente si pensa alla morte. Io, almeno, a 20 anni, ho sempre parlato di vita, di progetti, di futuro, e non di morte. Ma è ovvio che, qualora mi fossi trovata nelle stesse condizioni della povera Eluana, i miei genitori avrebbero lottato, così come sta facendo il Sig. Beppino. È ovvio, sì, che i miei genitori si sarebbero comportati allo stesso modo, pur non avendomi mai sentito pronunciare espressamente quelle parole.
È ovvio che l’avrebbero fatto perché mi conoscono. Perché per un genitore può essere doloroso, spesso può anche non condividere, ma sa, conosce perfettamente la filosofia di vita del proprio figlio, le tendenze politiche, religiose, ciò in cui crede o non crede, ciò che non vorrebbe mai accadesse e ciò che ritiene ingiusto. E non mi si venga a dire, come è stato sottolineato, che Eluana di fatto non è sottoposta a cure ma solo ad alimentazione e idratazione artificiale.
Ma con che coraggio si può parlare di “Vita” dopo 17 anni in quello stato? Diciassette anni senza poter leggere, scrivere, ascoltare la musica, correre sotto la pioggia, beccarsi un raffreddore, incazzarsi, sognare, fare l’amore… diciassette anni di buio. E voi questa la chiamate vita?
E, forse, ciò che più mi farebbe star male in una situazione analoga, sarebbe il pensiero della mia famiglia, del mio compagno. Involontariamente diventerei causa della loro agonia; lentamente le persone che più amo morirebbero con me, sapendo che, di fatto, quella persona allegra e vitale che conoscevano non è più tra loro, sebbene fisicamente sia ancora lì. Mio malgrado, finirei per rubare anni di vita a chi una vita ce l’ha ancora e potrebbe ricominciar a viverla.

Questi pensieri m’hanno tormentato tutto il giorno, poi le parole del Capo dello Stato (rimando al blog di Marina, http://ineziessenziali.blogspot.com, per la lettera e all’altro meraviglioso post http://ineziessenziali.blogspot.com/2009/02/caso.html che richiama la vicenda Englaro) e, per concludere, la decisione del nostro illuminato Presidente del Consiglio.  Vorrei soffermarmi su una delle sue esternazioni in conferenza stampa:

"Non si può governare il Paese senza la decretazione d'urgenza perché senza la possibilità di ricorrere ai decreti bisognerebbe tornare dal popolo per chiedere di cambiare la Costituzione ed il governo”.

E qui l'indignazione è tale da rendermi, per ora, incapace di alcun commento.

giovedì 29 gennaio 2009

Il bambino con il pigiama a righe

"The Boy in the Striped Pyjamas"
Un film di Mark Herman. Con Asa Butterfield, Zac Mattoon O'Brien, Domonkos Németh, Henry Kingsmill, Vera Farmiga, Cara Horgan, David Thewlis, Jack Scanlon, Rupert Friend. Produzione USA 2008. Distribuzione Buena Vista.
 
 
Me lo ricordo ancora il mio docente di Storia moderna all’Università. Aveva l’espressione triste, un tono di voce incapace di catturare l’attenzione; nonostante il microfono, le sue parole trovavano difficoltà a spingersi oltre la terza fila. E se si era troppo stanchi, non era neppure il caso di sedersi di fronte alla cattedra: meglio evitare un colpo di sonno in diretta. Non c’era passione nella sua voce, gli occhi che fissavano un punto indefinito sulla carta o nell’aula mentre la penna accarezzava l’aria; ma non era un vero gesticolare, solo il vezzo di aver qualcosa tra le mani quando si parla. 
“Intolleranza e accettazione. Gli Ebrei in Italia nei secoli XIV - XVIII”, antigiudaismo, antisemitismo, marranos: a distanza di anni, a quel viso continuo ad associare titoli di libri ed espressioni che evocano atteggiamenti persecutori e odio razziale. Studiai svogliatamente la parte monografica del programma senza approfondire granché il tema ; l’esame lo superai brillantemente, aiutata dal fatto che ad interrogarmi fu l’assistente, e quel giorno aveva punta voglia di parlare di Ebrei e di antisemitismo. Archiviai l’argomento.
Dopo anni d’assenza, il volto assorto del Professore di Storia Moderna si è intrufolato nei miei pensieri in una domenica uggiosa di metà gennaio. La pioggia che non vuole smettere di cadere, un cinema chiassoso che sa di popcorn e dell’allegria dei ragazzini attratti da “Yes man”, l’ultimo film con Jim Carrey.
A vedere “Il bambino con il pigiama a righe”, invece, siamo in pochi. M’aspetto già un film triste, sebbene non abbia letto recensioni né, tantomeno, il libro da cui è tratto.
Germania, 1942. Bruno è un bambino di otto anni, figlio di un ufficiale nazista, la cui promozione porta la famiglia a trasferirsi dalla spaziosa abitazione nel cuore di Berlino a un’area desolata del paese. Incurante delle continue raccomandazioni della madre, Bruno decide di esplorare il giardino che dà sul resto della casa e di spingersi verso la “fattoria” lì vicino, recintata da un filo spinato. Un posto curioso, abitato da personaggi strani che indossano sempre una sorta di pigiama a strisce. Qui incontra Shmuel, suo coetaneo dal nome impronunciabile («Non ho mai sentito un nome così», dice il nostro protagonista. «Neppure io ho mai sentito il nome Bruno», risponde il bambino col pigiama a righe).
Un filo spinato non può impedire ai due ragazzini di giocar a dama, di raccontarsi le loro vite, di porsi delle domande. «Hai mai pensato che tuo padre non sia un brav’uomo?», chiede perplesso il figlio dell’ufficiale.
«Mai», risponde senz’esitazione il piccolo Shmuel. Nello sguardo disincantato e curioso dei bambini, il bene e il male si confondono, le certezze dei grandi diventano inspiegabili. «Io sono diverso da te! Sono ebreo». Ma nel candore di Bruno, quella diversità è superabile. È così semplice: basta indossare un pigiama a righe e coprire la testa, non rasata, con un cappellino per eliminare le differenze tra i due.
Il film non rivela nulla di nuovo ma l’Olocausto, osservato attraverso gli occhi di due bambini, disorienta. Sono uscita dal cinema con un nodo alla gola e l’immagine di due mani intrecciate che si stringono con forza.
Successivamente alla visione del film, mi è capitato di leggerne qualche recensione. Alcune piuttosto aspre; il regista Mark Herman è stato criticato per non essere riuscito a staccarsi da un’operazione commerciale e per lo scopo troppo didascalico del film, incapace di commuovere.
Onestamente, non condivido le opinioni della critica.

In questi giorni, di discussioni sull’Olocausto ne abbiamo sentite fin troppe. Molte esternazioni potevano essere risparmiate ma non ho voglia di alimentare la polemica. Penso al film di Herman, ripenso al mio Prof. di Storia Moderna e all’occasione persa, qualche anno fa, di scandagliare vicende che hanno origini lontane, un odio inspiegabile e un crimine collettivo sul quale non si può far cadere il silenzio o fingere d’aver dimenticato.  
 
 

giovedì 22 gennaio 2009

Carta e penna

Può accadere che, per qualche giorno e una miriade di ragioni, non si scriva più. Intendo scrivere veramente, con carta e penna, non pigiare velocemente le dita su una tastiera di un computer.
Capita poi che si prenda un foglio per appuntare alcune parole e orrore!! Le parole vengon fuori dalla penna a scatti, faticosamente. Prima era un fluire naturale e armonioso; le lettere erano tondeggianti o con delle cuspidi, a seconda dell’impeto e dell’umore del momento. Ora sono geroglifici che sembrano non appartenerti.
«Ma questa non è mica la mia calligrafia!», ti viene da pensare. Allora continui a scrivere e, pian piano, riprendi confidenza con la penna; la mano si inclina, il segno s’addolcisce; i pensieri si dispiegano sulla carta senza star a rimuginare troppo sulle parole da usare per esprimere al meglio le proprie sensazioni.
Contempli la pagina e vedi un pezzetto di te. E pensi alla persona che riceverà quelle righe un po’ sbafate, con un paio di cancellature, qualche maiuscola in stampatello, qualcuna in corsivo. Si sa: la mano non è perfetta; si perde la pulizia del tratto ma si guadagna il tepore del pensiero. Perché dietro una pagina manoscritta c’è sempre l’intensità e la trasparenza di qualcuno che non ha avuto paura di donarsi, di raccontare di sé, di mettersi a nudo. E magari sarà pure poco bella esteticamente, ma regalerà il calore di un abbraccio alla persona che la riceve.

mercoledì 14 gennaio 2009

Giorni così...

Ore 6:12 di un mercoledì mattina di metà gennaio. Piove, il cielo è grigio e la cucina un po’ fredda nonostante il riscaldamento lasciato acceso tutta la notte. Il giornalista snocciola cifre e ripete polemiche già sentite. Noi si chiacchiera allegramente, incuranti del maltempo e delle tragedie nazionali.
Tra una risata e l’altra, arrivo in stazione mentre il mio trenino sta partendo. Puntuale, a differenza del solito. «Pace, prenderò il prossimo». Entro in stazione, guardo il tabellone e, ovviamente, il treno successivo ha un ritardo stimato di 15 minuti. Che diventeranno 30.
Profondo respiro. Prendo “Madame Bovary” ed inizio a leggere.
Colleferro – Roma, 59 chilometri, 90 minuti di treno. Va be’, dai, non mi va di lamentarmi pure oggi. Solo che arrivi alla stazione Roma Termini e ti sbattono in faccia la sfavillante pubblicità di Freccia Rossa, il treno delle meraviglie: Milano – Roma in sole 3 ore e 30 minuti. E finisce che pure se il Gruppo Ferrovie dello Stato t’ha dato la possibilità di leggere più del previsto, non te la senti di ringraziarli.
Arrivo davanti all’ufficio. Serrande chiuse. Telefono al mio capo. «Buongiorno cara, come va?»
«Una meraviglia se non fosse per il fatto che piove e l’ufficio è chiuso».
«Ma Fabio non è arrivato? Io sto andando a Potenza…»
«Buon viaggio! Io che faccio invece? Me ne ritorno a casa visto che nessuno m’ha avvertito?»
«Ma che scherzi? Aspetta che ti mando qualcuno ad aprire. Ah, poi però fatti le copie delle chiavi…»
Un’ora dopo il mio collega, stropicciandosi gli occhi e scusandosi per il ritardo, apre. Poggio il piumino bianco sulla mia scrivania e vedo una strana macchia nera. «Ma che diav…»
Fabio:«Ah, niente. Ieri sera abbiamo cambiato i toner delle stampanti. Mi sa che sono stati poggiati lì sopra.»
Mi sa…
Il corriere dell’SDA arriva mentre sto finendo di pulire la scrivania.
«Volenterosa! Ci diamo alle pulizie stamani, è? Sono tornati indietro diversi pacchi. C’è da pagare 10 euro».
Apro la cassa. Vuota. Pago di tasca mia l’importo e vado a prendere un caffé per riflettere meglio sul senso di questa giornata.

domenica 11 gennaio 2009

La magia dei monti

Non è ammissibile commettere sempre gli stessi errori, quindi:
1. non trascorrerà settimana senza scrivere almeno un post;
2. non ti lascerai sopraffare dal lavoro;
3. non trascurerai più amici vicini e lontani;
4. riuscirai a ritagliarti quotidianamente uno spazio per te stessa, per leggere, passeggiare, correre all’aria aperta, guardarti intorno e gioire delle bellezze della natura;
5. sorridi!E smetti di riversare sul prossimo le tue frustrazioni!
6. …
…e giù una lunga lista di buoni propositi.
Oh, sì! È facile iniziar l’anno con atteggiamento propositivo quando si è immersi in questa dimensione:


 Quando, invece, lo scenario torna ad essere questo:


... i buoni propositi si dissolvono nella frenesia quotidiana.
La montagna è magica: non riesco ad odiarla neppure quando sento di sciagure capitate ad escursionisti, scalatori o sciatori. Non sono abituata ad alte vette, né a nomi altisonanti che evocano la società bene, le feste, la vita mondana. Courmayeur, Madonna di Campiglio, Cervinia… sono realtà lontane.
Io sono abituata agli Appennini; alla tranquillità delle passeggiate estive lungo i sentieri della Camosciara, alla magia dei borghi deserti nel periodo autunnale, alle atmosfere rarefatte dell’inverno e all’energia del verde e del cielo azzurro primaverile. 
Il 2009 è iniziato passeggiando tra le viuzze strette e scivolose di Civitella Alfedena, piccolo borgo appenninico nel cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo.


Uno di quei posti fuori dal tempo, arrampicato in cima ad un monte, con le casette in pietra, la legna ordinatamente accatastata accanto all’uscio, una botteguccia che vende pane, latte e formaggi e i comignoli fumanti a tutte le ore del giorno.
Insomma, uno di quei paeselli in cui, se vuoi il giornale o vuoi concederti un altro sfizio, beh, allora  ti tocca «scendere giù, in paese che qui di queste cose superflue non ne abbiamo». E quelle cose lì un po’ superflue lo sono davvero, perché le nostre vacanze natalizie quest’anno sono state proprio parche, senza abbuffate di torroni, panettoni e tutto ciò che fa Natale, ma son state molto più intense e sorridenti degli altri anni. Infatti, se è vero che non abbiam rinunciato alle passeggiate giù in paese (Villetta Barrea), è anche vero che son state fatte per il gusto di riappropriarci dei nostri corpi e dei nostri sensi. 
Ci son poche cose piacevoli quanto il camminare tra la neve senza la necessità dell’orologio nè del cellulare, incantati dall’atmosfera ovattata e da un paesaggio in grado di sorprenderti un giorno dopo l’altro. Perché basta uno spiraglio di sole, una tonalità d’azzurro differente, una spruzzata di neve per trasformare il mondo che ti circonda.
E poi, vuoi mettere l’emozione di vivere per una volta in un Presepe anziché doverlo fare a casa propria? Tipico di Civitella Alfedena nel periodo natalizio è il presepe in cartapesta, a grandezza naturale, che si snoda nel centro storico. Una creativa ricostruzione, in grado di ridar vita ai mestieri ed alle scene tradizionali del passato, di render più autentico il percorso che porta alla Natività. Un Presepe in cui, anche occhi scettici come i miei, si son guardati intorno trasognati. 
E la spettacolare fiaccolata del 30 dicembre?
Il mio ragazzo me ne parlava da anni di questa fiaccolata che «non è una semplice discesa a valle con le torce accese. Noo! È un evento imperdibile con figure che s’accendono sul Monte Mava. Una cosa inenarrabile!»
Io, il 30 sera, dal piazzale di Santa Lucia, dove c’eravamo appostati per seguire la fiaccolata, d’inenarrabile sentivo solo un gran freddo. Poi però le luci del paese si sono spente, una struggente melodia tunisina ha avvolto la piazza e una lunga fila di fiammelle s’è accesa sul versante del Monte Mava di fronte a noi.
Profili di bimbi, sagome di stelle, cavallucci a dondolo, altalene in movimento si sono lentamente venute a formare davanti ai nostri occhi. Tante immagini volte ad illuminare i più piccoli, a festeggiare i bimbi, a condannare l’infanzia negata e i diritti dei minori calpestati. Splendido tema per salutare un anno di violenze e lanciare un messaggio forte, augurale, per il 2009. Nell’aria, l’odore di un falò che si stava rapidamente consumando misto al profumo del vin brulè.
Intanto, mentre i fuochi d’artificio riaccendevano il paese, i fiaccolanti erano arrivati a valle e si univano a noi, al tepore del vin brulè, alla dolcezza della cioccolata calda. 
Ancora una volta il mio fidanzato ha avuto ragione: un’emozione indescrivibile.


lunedì 15 dicembre 2008

Compra, compra, compra...

Lungo periodo d'assenza. Le giornate corrono troppo velocemente. Per quanto m'alleni, non mi riesce ancora di starci dietro. Lavoro, casa e poi di nuovo lavoro. E una marea d'informazioni che mi bombardano quotidianamente. Le cose accadono in fretta ed io, che di natura sono parecchio lenta, non ho il tempo sufficiente per riflettere, sviscerare, metabolizzare la realtà. Da qualche settimana, però, c'è un ritornello che echeggia nella mia testa. Più pressante d'altre cantilene. Spendi. Spendi. Spendi il più possibile.
 «Promuovi, promuovi. Questo è il momento giusto per vendere». Si sbaglierà il mio capo. Certamente. Noi immettiamo nel mercato libri, mica un genere di prima necessità tipo pane o latte. Ma come, non si fa che parlar di recessione e lui preme affinché io spinga le vendite?
Accadeva una decina di giorni fa, in concomitanza di un weekend lungo.
Torno  a casa perplessa. TG delle 20.30. La giornalista, con faccia triste (forse il nostro premier non ha tutti i torti: certe volte 'sti giornalisti della Rai deprimono un po'), annuncia che quello del 2008 sarà un magro Natale. Meno soldi nelle tasche degli italiani, forse Babbo Natale non ce la farà a passar a casa di tutti. Segue servizio girato tra i mercatini rionali, tra pensionati e disoccupati.
Finisce il servizio. La giornalista si rallegra. Decine di chilometri di coda in autostrada. Italiani in partenza per il ponte dell'8 dicembre. Si approfitta di questi giorni per andar a sciare, per visitare le città d'arte, una boccata d'ossigeno per il settore turistico - alberghiero.
ALT! Deve essermi sfuggito qualcosa. Insomma, siamo in crisi o no? Cioè, se ci son pochi soldi, com'è che i nostri connazionali partono? Allora ha ragione il mio capo: è nei momenti critici che bisogna incentivare i consumi. In fondo Silvio sostiene la stessa teoria, e se lo dice lui...
Che strano! La mia mamma m'ha sempre detto che nei momenti di crisi bisogna stringere i denti e la cinghia: risparmiare e non spendere soldi che non si hanno. Donna d'altri tempi, evidentemente incapace di comprendere le dinamiche dell'economia.
Poi mi trovo ad ascoltare Soru, politico, imprenditore, uomo di sinistra, un forte attaccamento alla Sardegna, la sua terra. E ciò che sento è così impopolare da sembrar rivoluzionario. Quest'uomo fa gli stessi ragionamenti di mia mamma. Sostiene che è il momento di essere oculati, che gli italiani dovrebbero tornare agli acquisti fatti con moneta sonante e non con carte di credito, finanziarie, acquisti a rate.
Sarò fuori moda ma anch'io penso che dovremmo smettere di spendere il nostro stipendio ancor prima d'incassarlo, d’indebitarci per acquistare pacchetti vacanze e abbonamenti in palestra. E, forse, dovremmo anche smettere di credere che conquistare “vent'anni  in meno è impossibile, ma per tutto il resto c'è Mastercard!”.

Passano i giorni. La GM è in crisi, l'economia mondiale frena e, per la prima volta nella storia italiana, le vacanze per tutti gli operai della Fiat inizieranno oggi, 15 dicembre. Tutti in cassa integrazione.
Il Premier, intanto, chiude la campagna elettorale in Abruzzo e, con un sorriso spavaldo, spiega agli Italiani, qualora avessero perso qualche pubblicità o non avessero fatto caso agli addobbi nelle città, che il Natale è alle porte. E non è certo questo il momento di risparmiare. Tutt'altro!, è proprio il momento giusto per spendere, per aumentare i consumi e far rimettere in moto l'economia del paese.
Evidentemente devo rispolverare il mio vecchio manuale d'economia.     

venerdì 28 novembre 2008

Artisti incompresi

«Pronto??Pronto??»
«Sì, pronto, la sento, mi dica»
«Ah. No scusi è che sentivo come un fruscio… Senta, ho bisogno di un’informazione». Silenzio.
«Prego, mi dica», intanto continuo a battere sulla tastiera del computer.
«Ehm, ma che è ‘sto ticchettio?»
Va be’, ho capito, smetto di scrivere. «Prego, mi dica»
«Ma è una casa editrice?», fa la voce tra il titubante e il preoccupato.
«Sì».
«Ah bene! Perché io avrei delle poesie da pubblicare. Se gliele mando me la pubblica?»
«Può darsi. Sa, non dipende da me. Ci invii il suo manoscritto; se le poesie piaceranno, verranno pubblicate».
«Ma se gliele invio in mattinata, mi dà una risposta per ora di pranzo? »
«No, scusi, ha fretta? Non le so dire quando le verrà comunicato qualcosa, di certo non in giornata».
«Ah, va be’, grazie. Credevo foste più seri». E butta giù. Resto a guardare il telefono. Forse era uno scherzo. 

Si ferma un taxi. 
Scende una giovane, appariscente, sedicente autrice. «Oddio Barbara, che occhi che ho stamani! Guarda, fare la scrittrice è davvero stressante». Immagino, vai a dirlo a qualsiasi lavoratore italiano che se lo paga da sé l’affitto, senza aspettare l’accredito del babbo facoltoso… sì, giocare a fare la scrittrice deve essere una roba terribile. Chissà perché i suoi racconti sono stati snobbati dall’Einaudi, dalla Feltrinelli, dalla Minimum Fax, dalla Sellerio. Inspiegabile.
«Be’, vado su che ho un appuntamento con l’editore e sono in ritardo. Mi fai portare un caffè, per cortesia?
Zi, padrona!

Sì, che stavo facendo? Ah, la posta elettronica. Perfetto, sentiamo il saggio autore in pensione cosa dice.
“Ho inviato copia del mio libro ad Augias e a Sergio Romano ma non ho ricevuto alcuna risposta”.
Ma dai? Il nostro è un paese di narratori, artisti, poeti. Tutti incompresi.
“Però ho ricevuto lettera di ringraziamento dalla Segreteria di Stato del Vaticano da parte di Benedetto XVI con apostolica benedizione. La lettera non riportava il nome della mia pubblicazione ma era comunque indirizzata a me”.

In fondo, ci vuol così poco nella vita per essere felici.

venerdì 21 novembre 2008

Esordienti

Si avvicina controvoglia.
Bisbiglia un «Ciao» accompagnato da un sorriso distratto, intanto poggia lo zaino, estrae un paio di foglietti spiegazzati, si lega i capelli e ti chiede come va. Ma si vede che sta già pensando ad altro.
Tu, invece, ti chiedi come faccia uno così a scrivere cose del tipo: “Prese i suoi vestiti, si ricompose come un puzzle incompleto, in silenzio, sotto i suoi occhi” o “[…]i pensieri come un piatto di spaghetti secchi, idee come aquiloni bucati, il passo come quello dell’ultimo maratoneta stremato all’arrivo.
Rientrò in casa, aprì prima la porta del bagno, poi l’oblò della lavatrice ed infilò la testa nella macchina. Cominciò a recitare i propri dubbi e le proprie preghiere, perché divenissero chiare, districate, pulite”. 

E pensi a tutte le volte in cui avresti voluto metterci i tuoi di pensieri nella lavatrice per poterli tirar fuori puliti, freschi. Lasciarli asciugare al sole per un po’, e poi piegarli e rimettere ogni cosa nel cassetto  giusto.  Anthony, intanto, tira fuori dalla tasca il cartoccio del tabacco, una cartina e si prepara con cura la sua sigaretta. Ha iniziato a  riflettere a voce alta: parla dell’editoria, di distribuzione libraria, di progetti in cantiere, di notti insonni…
In momenti come questi il tuo lavoro non è così malaccio. Insomma, la piccola editoria dà più crucci che sorrisi ma poi ti fa imbattere in librettini come “Trasformazioni Invisibili”. Ci si può salvare dalla Moccia-mania: c’è una speranza anche per il nostro paese.
Poi, probabilmente, una raccolta di racconti scritti da un ventiseienne piùomeno romano l’acquisteranno in pochi, perché Anthony Colannino non lo conosce nessuno, perché i racconti non tirano, perché di scrittori esordienti ce ne son fin troppi, perché la pubblicità ha un costo. Ma, se vi capita tra le mani, aprite una pagina a caso e leggete qualche stralcio di queste Trasformazioni invisibili. Potrebbero riaffiorare profumi, sensazioni, pensieri che hanno già attraversato la vostra mente in un’altra epoca, in un altro luogo. Potrebbe venir voglia di leggerlo questo libricino.
Erano diversi mesi che mancava da quella casa.
Ritrovò, accogliendoli con un sorriso nostalgico, gli odori e i sapori di quell’infanzia da poco finita: il sugo sottratto furtivamente dalla pentola, l’uomo nero sotto il letto, le confessioni con le lacrime, le poesie recitate sulle sedie della sala.”
Anthony COLANNINO, Trasformazioni invisibili, p.92, Arduino Sacco Editore.

venerdì 7 novembre 2008

YES THEY CAN

E sì, va bene, lo confesso: anch’io avrei votato per Barack Obama. Non tanto perché  “giovane, bello e anche abbronzato”,  come ho sentito dire stasera, ma perché credo rappresenti davvero il cambiamento; perché condivido molte delle cose che dice; perché, ammettiamolo, simboleggia il sogno americano; perché, leggendo la sua biografia e ascoltando le sue parole, vien da pensare che sia vero: forse esiste un paese in cui parlare di meritocrazia può aver un senso. 
E poi l’avrei votato perché il mio stomaco non avrebbe retto nel vedere Sarah Balin alla vicepresidenza. Però… Però non era mia intenzione, oggi, parlare delle elezioni negli USA perché, onestamente, ho trovato eccessiva l’attenzione che i media italiani hanno riservato al fenomeno.

La non stop della Rai, il fatto che ¾ dei TG fossero dedicati alle elezioni negli USA, i sondaggi, i continui riferimenti agli Stati Uniti come modello di democrazia. Il TG1 ha addirittura invitato i telespettatori a partecipare al sondaggio, votando “quale dovrebbe essere la priorità del 44° Presidente degli USA”… Stamani accendo la televisione e al TG3 delle 6.00  sento dire: «Ventiquattro ore fa, stavamo ascoltando il commovente discorso di Barack Obama...» Esagerati!
Ho avuto la sensazione che si sia prestata maggiore attenzione alle elezioni statunitensi che a quelle italiane. Le votazioni, normale prassi di ogni sistema democratico che funzioni,  si sono così trasformate in uno show. Eccessivo! Forse per questa ragione ho comprato il giornale ma mi son limitata a sfogliarlo; ho ascoltato distrattamente il Tg e non ero intenzionata a scrivere alcun post sulla vittoria di Obama. Poi, però, ho sentito le illuminanti parole del nostro Presidente del Consiglio e, ancora una volta, è stato chiaro il motivo per cui si preferisca parlare della vittoria di un altro Presidente piuttosto che delle vicissitudini e dei personaggi di Casa Nostra.