lunedì 27 aprile 2009

Quella vocina che legge dentro di te…

Da bambina leggevo quasi esclusivamente ad alta voce. Forse perché ero spesso da sola ed ascoltarmi rendeva più festosi i lunghi pomeriggi invernali. La mia bisnonna, di tanto in tanto, faceva capolino per controllare che non combinassi pasticci prima del ritorno dei miei. A volte restava sulla porta ad ascoltarmi; altre volte si sedeva accanto a me e mi chiedeva di ricominciare daccapo chè aveva perso la parte iniziale del racconto. Spesso si faceva ripetere quei termini strani, mai uditi prima perché «io ho fatto solo la prima classe e già è tanto che so mettere la firma. E poi, quelle parole là ai miei tempi non esistevano». Restava affascinata da suoni difficili da pronunciare e li ripeteva spesso, a mo’ di poesia. Era buffo ascoltare un aggettivo ricercato ed elegante in mezzo a frasi dialettali.
La mia bisnonna era nata nel 1903; rimpiangeva di non aver avuto “un’istruzione” e di non sapere come andava il mondo. Eppure, raccontava favole bellissime; era una donna brillante e furba, con tanta sete di conoscenza e mai avrebbe immaginato che ciò che mi narrava era la storia d’Italia, quella che la mia generazione avrebbe studiato (poco e male) nelle scuole dell’obbligo.
Penso che il piacere della lettura ad alta voce risalga ad allora. Con il passare degli anni, per ovvie ragioni, la lettura è diventata sempre più silenziosa ma è comparsa una nuova voce. Quando sono veramente immersa in un testo, mi capita di ascoltare una vocina, dal suono più soave, più profondo della mia, che legge dentro di me.
Qualcuno mi prenderà per matta. Qualcun altro, invece, saprà di cosa parlo. È un suono diverso, interiore, che svanisce non appena s’iniziano a muovere le labbra. È una sensazione che un po’ indispone. Non mi capacito del fatto di non poter far percepire quell’intensità a chi mi sta ascoltando.
Ieri, dopo aver letto un post relativo alla lettura ad alta voce (http://lalettrice.splinder.com/), ho aperto le pagine di “Uccidere un bambino”, uno struggente racconto di Stig Dagerman, incluso nella raccolta “Il viaggiatore”. Volevo che il mio compagno lo scoprisse attraverso la mia voce.
Credo che Dagerman non sia uno scrittore facile ma ha la capacità di racchiudere in poche righe le piccole tragedie della quotidianità. I colori vivaci dei suoi racconti si scontrano con quel senso di malinconia e sconfitta che li pervade. Forse proprio perché non avvezza a questo modo conciso ed amaro di descrivere la realtà, ne sono rimasta ammaliata. E leggendo il racconto avrei voluto sentire la mia voce emettere lo stesso suono che vibrava nella mia testa. Niente. Era intenso, ugualmente toccante, eppur diverso.
La magia della vocina che legge dentro di te non è riproducibile.
 
E' una giornata mite e il sole splende obliquamente sulla pianura. È domenica, tra poco suoneranno le campane. Fra i campi di segale due bambini hanno scoperto un sentiero che non avevano mai percorso e nei tre villaggi della piana luccicano i vetri delle finestre. Gli uomini si radono davanti a specchi appoggiati su tavoli da cucina, le donne canterallano affettando il pane per il caffé, e i bambini si abbottonano le camicette. È la mattina felice di un giorno infausto perchè in questo giorno nel terzo villaggio un bambino sarà ucciso da un uomo felice.
[…]
Perchè la vita è congegnata così spietatamente che un minuto prima di uccidere un bambino un uomo felice è ancora felice e un minuto prima di urlare dal terrore una donna può chiudere gli occhi e sognare il mare, e nell'ultimo minuto di vita di un bambino i suoi genitori possono stare seduti in cucina ad aspettare lo zucchero e a parlare dei suoi denti bianchi e di una gita in barca e il bambino stesso può chiudere un cancello e avviarsi attraverso una strada con delle zollette di zucchero avvolte in carta bianca nella mano destra, e per tutto quest'ultimo minuto non vedere altro che un lungo fiume scintillante con grandi pesci e una grande barca coi remi silenziosi.

Dopo è troppo tardi.
STIG DAGERMAN, Il viaggiatore,  (tit. orig. da Dikter, noveller, prosafragment) 1952 - Trad. dallo svedese di Gino Tozzetti e introduzione di Goffredo Fofi, IPERBOREA.

domenica 26 aprile 2009

Bella Orvieto

Questa è Orvieto.

Metti un dì di festa in un aprile che non vuol saperne d’aprir le porte al tepore della primavera. Metti un’aria che sa di tufo, splendidi pergolati che profumano di glicine, finestre che si aprono su soffitti dalle travi in legno, chiese che qua e là richiamano la tua attenzione. Vicoli quieti percorsi da pochi turisti. 
Anche questa è Orvieto.

E tra una sosta e l’altra, senza voler seguire il percorso indicato dalle poche pagine di  “Bella Umbria”, stampate furtivamente in ufficio, ci ritroviamo a percorrere Via dei Magoni e grandioso, in tutta la sua bellezza, scopriamo il Duomo.

A volte sono insolite le ragioni che portano ad incuriosirti per una località. Io Orvieto ce l’avevo nella testa sin da adolescente.

Era il primo anno di Liceo. Le vacanze pasquali erano appena terminate, il cielo era azzurro e la voglia di chiudersi in classe poca. La nostra insegnante di lettere, una di quelle persone per le quali, ancora oggi, mi viene voglia di dire “una professoressa vera”, donna d’altri tempi, che viveva la sua professione più come una missione che come un mezzo di sostentamento,  percepì il desiderio d’evasione. «Cosa ha reso questi pochi giorni di vacanza indimenticabili?», chiese. Una domandina semplice, di quelle che ti fanno ricordare i temi delle scuole elementari: troppo banale per chi si sente già adulto. Anche le risposte furono per lo più banali, tranne una. Stefania, una ragazzina timida, tutta casa e scuola, sussurrò: «A Pasquetta sono stata ad Orvieto con i miei. Mio papà ci teneva tanto…» Lo disse quasi vergognandosene. Noialtri non avevamo fatto altro che raccontare delle scampagnate tra amici, senza la supervisione dei genitori. Lei aveva taciuto tutto il tempo.
«Che meraviglia! Sei fortunata ad avere dei genitori che ti guidano alla scoperta del bello! E non mi dire che sei rimasta impassibile di fronte ad un capolavoro dell’arte gotica in Italia, quale il Duomo di Orvieto?» Stefy non rispose. La professoressa, invece, donna di cultura che cercava di svegliare la nostra curiosità, la voglia di aprirci al mondo e di esplorarlo, improvvisò una lezione di storia dell’arte.
“Secondo la tradizione cristiana il Duomo di Orvieto fu costruito su ordine del Papa Urbano IV per conservare il corporale di Pietro da Praga, prete di origine boema. Il sacerdote rientrava da un pellegrinaggio a Roma, dove si era recato per ritrovare la fede perduta. Sulla strada del ritorno, a Bolsena, durante la celebrazione della messa, vide stillare sangue dall’Ostia. A ricordo di quell’evento, nel 1290 il Papa Nicolò IV pose la prima pietra del duomo, in corrispondenza della IV colonna su cui è scolpito l’inferno. Ma è ovvio, che a motivare la costruzione della cattedrale furono prevalentemente ragioni politiche, sociali, artistiche.  I lavori per la costruzione del duomo durarono all’incirca tre secoli. Non sto qui a parlarvi dei vari architetti e scultori che lavorarono intorno alla cattedrale ma ricordate il nome di tal Lorenzo Maitani: si devono a lui le decorazioni della parte inferiore della facciata, così come la loggia ad archi: con il suo estro introdusse degli elementi che interrompevano la linearità del progetto iniziale. Ne è venuta fuori una fastosa facciata, impreziosita da mosaici, bassorilievi marmorei e un meraviglioso rosone dell’Orcagna. Le edicole invece sanno già di Rinascimento. E poi si distingue chiaramente l’uso di materiali diversi: marmi colorati, l’alabastro, il travertino, il marmo di Carrara, vetro lavorato ed acquistato a Firenze ed a Venezia. Pensate alle risorse economiche messe a disposizione per costruire una struttura del genere. L’interno è molto più austero, eccezion fatta per le cappelle con affreschi che vengono considerate un capolavoro assoluto del Gotico in Italia. Pavimento trecentesco in marmo rosso e poi la stupenda Maestà di Gentile da Fabriano.”



«Ma… nessuno di voi ha visitato Orvieto? In fondo non è così lontano…» I più scarabocchiavano con disinteresse il banco; io pensai a quanto i miei avessero insistito per utilizzare quei giorni per scoprire le bellezze che ci circondano. Ma ero troppo presa dai miei nuovi amici per dar loro ascolto. E poi che figura c’avrei fatto? Come al solito sarei stata esclusa dal gruppo che si stava costituendo; io che avevo già la fama di quella che tanto non viene con noi. Gli adolescenti a volte con le loro parole lasciano ferite indelebili. Stefania intanto parlava della cosa che davvero l’aveva affascinata: il Pozzo di San Patrizio, costruito nella rocca medioevale della città. 

 Il pozzo, realizzato in appena dieci anni, tra il 1527 e il 1537, fu commissionato, neanche a dirlo, da un pontefice, Clemente VII, scappato da Roma dopo il sacco dei Lanzichenecchi. L’architetto Antonio da Sangallo il Giovane risolse il problema della carenza d’acqua dentro la fortezza. La genialità dell’architetto non sta nell’aver progettato un foro verticale dal quale poter attingere l’acqua ma nella doppia scala elicoidale che scende intorno al pozzo. Due rampe indipendenti che permettevano alle bestie da soma di scendere giù, fino al livello dell’acqua, dove c’era un ponticello, esser caricate e poi risalire per l’altra rampa senza andar ad intralciare le bestie che scendevano. Duecentoquarantotto gradini per rampa e settantadue ampi finestroni che permettono tuttora d’inondare di luce il percorso.

Le descrizioni di quel giorno mi colpirono moltissimo. In fondo, per noi che in campagna ci vivevamo già, una scampagnata non era cosa eccezionale. Curiosare in altre città, sì. Quella volta, i miei genitori non avevano avuto tutti i torti. Avevo perso qualcosa ma avevo imparato la lezione.
A distanza di 18 anni posso affermare che la mia insegnante del Liceo aveva assolutamente ragione: spesso le nostre giornate si dissolvono nel nulla quando abbiamo a disposizione, a pochi chilometri da casa, piccoli gioielli da attraversare, respirare, ammirare; luoghi che sanno di un’epoca lontana. Ed è proprio un peccato strasene a casa e lasciarsi ingoiare da una comoda poltrona e da un televisore acceso.  

martedì 7 aprile 2009

«Che bello sentire la tua voce…»

«Il cliente da lei desiderato non è al momento raggiungibile…»
La voce metallica continua a ripetere la stessa frase. Sembra seccata dal fatto che il cliente continui ad essere irreperibile. Poi, finalmente, il telefono dà il segnale dell’occupato. Ancora qualche minuto e vedo lampeggiare il display. Ely chiama.
Sì, Elisa mi sta telefonando. Elisa è viva.
«Non puoi immaginare cosa c’è qui…» E riprende a singhiozzare.
«Non abbiamo più una casa. Ma siamo vive…»
Elisa è una delle tante ragazze che studiano all’Università de L’Aquila. Studia Medicina. Infatti, in mezzo al marasma, si è preoccupata d’andare in ospedale, per dare una mano. Sperando di non trovare tra le vittime colleghi, compagni di corso, gli amici con cui avrebbe voluto trascorrere queste breve vacanze pasquali.
«Sembrava un film… Io non lo so come siamo riuscite a venir fuori di lì prima che crollasse tutto».
Trattengo le lacrime anch’io e faccio mente locale. Nella mia testa passano rapidamente i nomi dei vari amici di mio fratello, degli amici di famiglia, della fidanzata di mio cugino, delle decine di ragazzi che studiano all’Università de L’Aquila. Ricaccio con forza le lacrime e sussurro: «Elì, che bello sentire la tua voce…» A distanza, vedo limpidamente il suo sorriso in un volto rigato dalle lacrime: «Mai stata così felice di parlarti. Vedo se posso esser d’aiuto a qualcuno qui, che è stato meno fortunato di me…»

lunedì 23 marzo 2009

Mumble mumble… E quali sono i cinque più grandi scrittori viventi?

Fahrenheit resta una della mie trasmissioni radiofoniche preferite. Ed avere la possibilità di ascoltare la voce di Sinibaldi in diretta, senza dover ricorrere al podcast, è uno dei privilegi che raramente posso concedermi. Un venerdì pomeriggio di qualche settimana fa, resto interdetta di fronte alla domanda «Allora, quali sono a vostro avviso i cinque maggiori scrittori viventi? Inviate la vostra classifica scrivendoci allo…»
«Saramago», penso immediatamente. «McEwan», dopo averci riflettuto un po’. Mmm… do un’occhiata ai pochi libri, ordinati di recente sugli scaffali della mia nuova casetta, e vedo solo nomi di uomini morti. Vabbè qualche autore ancora in vita c’è. Solo che non me la sento di dire “il più grande scrittore vivente”. Altro particolare: scrittore, pochissime donne. Ci sarebbe la Oates, scrittrice statunitense vivissima. Solo che ho letto un suo solo libro, “La madre che mi manca”. Un’opera bellissima ma, insomma, la Oates è tra i più prolifici scrittori americani e un solo romanzo è un po’ pochino per poterla inserire ai primi posti della mia personale classifica. Scopro che il sondaggio tra gli ascoltatori va avanti da una settimana e, come ultimo giorno, viene resa nota la classifica definitiva. Che è la seguente:

Philip Roth
Jose` Saramago
Gabriel Garcia Marquez
David Grossman
Cormac McCarthy

Secondo mmm… La mia ignoranza è abissale, lo confesso pubblicamente. Ho letto pochissimo di Roth, nulla di Grossman, nulla di McCarthy. Marquez? Boh!, cioè, sì, ovvio che ho letto “Cent’anni di solitudine”, “Cronaca di una morte annunciata”, “Dell’amore e altri demoni” e… basta, direi (mmm… sono un po’ ignorante anche su Marquez a ben pensarci). Comunque, dal poco che ho letto, non so non l’avrei inserito nella cinquina vincente.
Noto che neppure gli ascoltatori di Fahrenheit hanno menzionato donne. E dove sono gli italiani? Poi ascolto la voce di Mariarosa Mancuso, critica del Foglio, stupirsi dell’assenza di Alice Munro.
La copertina cinematografica di “Nemico, amico, amante...” è in bella vista sulla mia scrivania.
Ho acquistato il libro da pochi giorni, spinta dalla voglia di leggere qualche racconto e di leggere una donna. Negli ultimi anni ho scelto solo scrittori. Chissà perché poi… 
Prima di acquistare il libro, come mia abitudine, ho letto l’incipit, e poi ho aperto una pagina a caso.
La pagina a caso, nella fattispecie, diceva:

“Ma la vita nella quale avrebbe precipitato se stessa poteva non riservarle nessuno con cui infuriarsi, nessuno che fosse in debito con lei di qualcosa, nessuno su cui riversare eventuali compensi e castighi, nessuno veramente toccato da una qualsivoglia presa di posizione. Quello che lei provava potevi rivelarsi di nessun peso per tutti tranne lei stessa, pur gonfiandole il petto di angoscia, pur strozzandole il cuore e il respiro”.                                                                  
(Alice Munro, Il ponte galleggiante)

Una raccolta di nove racconti. Tutti bellissimi. Tutti con una donna come protagonista. Tutti struggenti. Non sono racconti, sono frammenti di vita. Aprono una finestra sull’esistenza di una volitiva domestica dagli occhi di velluto, sull’inquietudine di una giovane donna in una casa di campagna dell’Ontario, sugli appartamenti afosi e maleodoranti di Toronto. Ti fanno entrare nella vita di donne comuni dalla personalità complessa; donne in cui la quotidianità si confonde con i sogni di gioventù mai realizzati, con i desideri messi a tacere.
Questi racconti sanno di biscotti allo zenzero, di tacchini arrosto e grandi piatti di verdure. Sanno di fiori di campo ma anche di reazioni urticanti, come solo un prato di ortiche può provocare. Racconti densi, in cui non ci si può permettere un attimo di distrazione. E alle volte si rischia di arrivare a metà racconto e capire che deve esserci sfuggito un dettaglio importante. Allora si ricomincia daccapo e si scoprono particolari nuovi che rendono il racconto diverso e ci si chiede come si possa aver scoperto così tardi una scrittrice donna, che parla di donne, senza essere melensa o cadere nei luoghi comuni.
E siccome una sola opera non è sufficiente per poter inserire di diritto uno scrittore nella propria cinquina dei maggiori narratori viventi, vien voglia di leggere tutto, ma proprio tutto della Munro. 

mercoledì 25 febbraio 2009

Treni

Di treni nella mia vita ne ho visti passare diversi. Spesso mi è capitato d’arrivar in stazione qualche minuto dopo la partenza. In quei casi, c’ho impiegato un po’ prima di capire che un’altra occasione era andata. Altre volte sono arrivata proprio quando il treno stava partendo. Qualche secondo prima e sarei riuscita a salire anch’io. Rare volte sono arrivata e, in lontananza, ho visto arrivar anche il treno. Spesso l’ho lasciato andar via volutamente. Senza salire. Fare una scelta non è così facile come sento dire in giro.
Forse ho perso tante buone occasioni, forse avrei potuto fare scelte migliori. Forse, se anni fa avessi preso un sentiero diverso, ora non sarei qui a rimuginarci sopra. La vita va così e, in fondo, se sono questa persona oggi, lo devo alle tante scelte fatte negli anni. Anche quelle sbagliate.
Ci son giorni in cui non ti lasci trasportare dal vortice dei “se avessi…”, e vivi la tua vita serenamente. Altre volte, invece, si scatena una bufera intorno a te e non puoi non chiederti «Cosa ho sbagliato?» Già, cosa?
Forse non ho perseverato abbastanza? Forse non ci ho creduto fin in fondo. 
Mentre apro la serranda dell’ufficio in cui lavoro, in una zona periferica di Roma, la voce concitata di mia mamma ci tiene a sottolineare che la figlia di una sua amica ha ottenuto strabilianti risultati professionali in quello che sarebbe dovuto esser il mio settore. «Eppure sembra non aver neanche la laurea adatta per il ruolo che ricopre. E guadagna uno stipendio da capogiro! Me l’ha detto sua madre ieri, mentre eravamo in fila all’ufficio postale…» L’eco delle sue parole si fa sempre più lontana. Come farà ad infierire con i suoi discorsi sempre nei periodi meno opportuni? Sembra percepirli tutti i miei momenti di fragilità.
Penso a tutto ciò che sognavo di fare da grande e a ciò che faccio ora, che grande lo sono già. Lo sono diventata senza neppure rendermene conto.
«Pronto? Pronto? Ci sei ancora?» No, mamma, ero altrove; non ho idea di cosa tu abbia detto negli ultimi tre minuti ma forse è meglio così.
«Sì, scusami mamma, devo lasciarti. Ci sentiamo un altro giorno con più calma. Ah!, congratulati con la figlia della tua amica. Sono felice per lei».
E dal passato riemergono dei versi che fanno pressappoco così:

“Non chiedere, a noi non è dato sapere
 che cosa il destino abbia in serbo per me, che cosa per te
[…]
Mentre parliamo, già fugge il tempo che invidia:
cogli in sé stesso l’istante
sempre meno sperando nel tempo futuro.”

sabato 7 febbraio 2009

Rispetto

Non era mia intenzione pronunciarmi sulla questione Englaro, ma sono così indignata dai fatti delle ultime ore da non poterne fare a meno. Fosse altro, per mettere nero su bianco il mio punto di vista e per far sì che, un giorno, mai nessuno si possa permettere di “indagare per accertare le mie reali volontà”.
Il Corriere della Sera di ieri, venerdì 6 febbraio, riportava in un articolo di Marco Imarisio, “La nuova battaglia sui ricordi delle amiche”, le seguenti parole:

“Nel 2005 Pietro Crisafulli conosce Englaro ad una trasmissione televisiva dove racconta la storia di suo fratello Salvatore, risvegliato dopo due anni di coma. I due si tengono in contatto. Si incontrano, una sola volta, a Lecco. Poi si perdono di vista. Con una lettera al Tgcom, ora Crisafulli svela che il padre di Eluana gli avrebbe fatto una lunga confessione. «Non era vero niente che sua figlia avrebbe detto che, nel caso si fosse ridotta ad un vegetale, avrebbe voluto morire. Si era inventato tutto perché non ce la faceva più a vederla in quelle condizioni». Per tre anni, Crisafulli ha custodito questo sconvolgente segreto. «Non volevo che tutta questa storia fosse strumentalizzata», ha detto al Giornale. Magistrati, compagni di scuola, amici veri o presunti. La sarabanda è partita. Un quarto d’ora di celebrità (tristissima, dolente) non la si nega mai a nessuno.”

Mi verrebbe da prenderlo a schiaffi il Sig. Crisafulli e quella marea di anonimi imbecilli che si permettono di giudicare e condannare fatti e persone che neppure conoscono.
Ma con quale diritto?
Ebbene, se negli ultimi anni non ci fossero state le tristissime vicende di Terri Schiavo, Welby, di Eluana Englaro, di Luca Coscioni e le battaglie della sua associazione, forse neppure a me sarebbe mai passato per la testa di dire ai miei genitori, al mio compagno, ai miei amici che «se mi fossi ridotta ad un vegetale, avrei voluto morire». Non l’avrei detto perché nell’allegria e nel senso d’invincibilità della gioventù, raramente si pensa alla morte. Io, almeno, a 20 anni, ho sempre parlato di vita, di progetti, di futuro, e non di morte. Ma è ovvio che, qualora mi fossi trovata nelle stesse condizioni della povera Eluana, i miei genitori avrebbero lottato, così come sta facendo il Sig. Beppino. È ovvio, sì, che i miei genitori si sarebbero comportati allo stesso modo, pur non avendomi mai sentito pronunciare espressamente quelle parole.
È ovvio che l’avrebbero fatto perché mi conoscono. Perché per un genitore può essere doloroso, spesso può anche non condividere, ma sa, conosce perfettamente la filosofia di vita del proprio figlio, le tendenze politiche, religiose, ciò in cui crede o non crede, ciò che non vorrebbe mai accadesse e ciò che ritiene ingiusto. E non mi si venga a dire, come è stato sottolineato, che Eluana di fatto non è sottoposta a cure ma solo ad alimentazione e idratazione artificiale.
Ma con che coraggio si può parlare di “Vita” dopo 17 anni in quello stato? Diciassette anni senza poter leggere, scrivere, ascoltare la musica, correre sotto la pioggia, beccarsi un raffreddore, incazzarsi, sognare, fare l’amore… diciassette anni di buio. E voi questa la chiamate vita?
E, forse, ciò che più mi farebbe star male in una situazione analoga, sarebbe il pensiero della mia famiglia, del mio compagno. Involontariamente diventerei causa della loro agonia; lentamente le persone che più amo morirebbero con me, sapendo che, di fatto, quella persona allegra e vitale che conoscevano non è più tra loro, sebbene fisicamente sia ancora lì. Mio malgrado, finirei per rubare anni di vita a chi una vita ce l’ha ancora e potrebbe ricominciar a viverla.

Questi pensieri m’hanno tormentato tutto il giorno, poi le parole del Capo dello Stato (rimando al blog di Marina, http://ineziessenziali.blogspot.com, per la lettera e all’altro meraviglioso post http://ineziessenziali.blogspot.com/2009/02/caso.html che richiama la vicenda Englaro) e, per concludere, la decisione del nostro illuminato Presidente del Consiglio.  Vorrei soffermarmi su una delle sue esternazioni in conferenza stampa:

"Non si può governare il Paese senza la decretazione d'urgenza perché senza la possibilità di ricorrere ai decreti bisognerebbe tornare dal popolo per chiedere di cambiare la Costituzione ed il governo”.

E qui l'indignazione è tale da rendermi, per ora, incapace di alcun commento.

giovedì 29 gennaio 2009

Il bambino con il pigiama a righe

"The Boy in the Striped Pyjamas"
Un film di Mark Herman. Con Asa Butterfield, Zac Mattoon O'Brien, Domonkos Németh, Henry Kingsmill, Vera Farmiga, Cara Horgan, David Thewlis, Jack Scanlon, Rupert Friend. Produzione USA 2008. Distribuzione Buena Vista.
 
 
Me lo ricordo ancora il mio docente di Storia moderna all’Università. Aveva l’espressione triste, un tono di voce incapace di catturare l’attenzione; nonostante il microfono, le sue parole trovavano difficoltà a spingersi oltre la terza fila. E se si era troppo stanchi, non era neppure il caso di sedersi di fronte alla cattedra: meglio evitare un colpo di sonno in diretta. Non c’era passione nella sua voce, gli occhi che fissavano un punto indefinito sulla carta o nell’aula mentre la penna accarezzava l’aria; ma non era un vero gesticolare, solo il vezzo di aver qualcosa tra le mani quando si parla. 
“Intolleranza e accettazione. Gli Ebrei in Italia nei secoli XIV - XVIII”, antigiudaismo, antisemitismo, marranos: a distanza di anni, a quel viso continuo ad associare titoli di libri ed espressioni che evocano atteggiamenti persecutori e odio razziale. Studiai svogliatamente la parte monografica del programma senza approfondire granché il tema ; l’esame lo superai brillantemente, aiutata dal fatto che ad interrogarmi fu l’assistente, e quel giorno aveva punta voglia di parlare di Ebrei e di antisemitismo. Archiviai l’argomento.
Dopo anni d’assenza, il volto assorto del Professore di Storia Moderna si è intrufolato nei miei pensieri in una domenica uggiosa di metà gennaio. La pioggia che non vuole smettere di cadere, un cinema chiassoso che sa di popcorn e dell’allegria dei ragazzini attratti da “Yes man”, l’ultimo film con Jim Carrey.
A vedere “Il bambino con il pigiama a righe”, invece, siamo in pochi. M’aspetto già un film triste, sebbene non abbia letto recensioni né, tantomeno, il libro da cui è tratto.
Germania, 1942. Bruno è un bambino di otto anni, figlio di un ufficiale nazista, la cui promozione porta la famiglia a trasferirsi dalla spaziosa abitazione nel cuore di Berlino a un’area desolata del paese. Incurante delle continue raccomandazioni della madre, Bruno decide di esplorare il giardino che dà sul resto della casa e di spingersi verso la “fattoria” lì vicino, recintata da un filo spinato. Un posto curioso, abitato da personaggi strani che indossano sempre una sorta di pigiama a strisce. Qui incontra Shmuel, suo coetaneo dal nome impronunciabile («Non ho mai sentito un nome così», dice il nostro protagonista. «Neppure io ho mai sentito il nome Bruno», risponde il bambino col pigiama a righe).
Un filo spinato non può impedire ai due ragazzini di giocar a dama, di raccontarsi le loro vite, di porsi delle domande. «Hai mai pensato che tuo padre non sia un brav’uomo?», chiede perplesso il figlio dell’ufficiale.
«Mai», risponde senz’esitazione il piccolo Shmuel. Nello sguardo disincantato e curioso dei bambini, il bene e il male si confondono, le certezze dei grandi diventano inspiegabili. «Io sono diverso da te! Sono ebreo». Ma nel candore di Bruno, quella diversità è superabile. È così semplice: basta indossare un pigiama a righe e coprire la testa, non rasata, con un cappellino per eliminare le differenze tra i due.
Il film non rivela nulla di nuovo ma l’Olocausto, osservato attraverso gli occhi di due bambini, disorienta. Sono uscita dal cinema con un nodo alla gola e l’immagine di due mani intrecciate che si stringono con forza.
Successivamente alla visione del film, mi è capitato di leggerne qualche recensione. Alcune piuttosto aspre; il regista Mark Herman è stato criticato per non essere riuscito a staccarsi da un’operazione commerciale e per lo scopo troppo didascalico del film, incapace di commuovere.
Onestamente, non condivido le opinioni della critica.

In questi giorni, di discussioni sull’Olocausto ne abbiamo sentite fin troppe. Molte esternazioni potevano essere risparmiate ma non ho voglia di alimentare la polemica. Penso al film di Herman, ripenso al mio Prof. di Storia Moderna e all’occasione persa, qualche anno fa, di scandagliare vicende che hanno origini lontane, un odio inspiegabile e un crimine collettivo sul quale non si può far cadere il silenzio o fingere d’aver dimenticato.  
 
 

giovedì 22 gennaio 2009

Carta e penna

Può accadere che, per qualche giorno e una miriade di ragioni, non si scriva più. Intendo scrivere veramente, con carta e penna, non pigiare velocemente le dita su una tastiera di un computer.
Capita poi che si prenda un foglio per appuntare alcune parole e orrore!! Le parole vengon fuori dalla penna a scatti, faticosamente. Prima era un fluire naturale e armonioso; le lettere erano tondeggianti o con delle cuspidi, a seconda dell’impeto e dell’umore del momento. Ora sono geroglifici che sembrano non appartenerti.
«Ma questa non è mica la mia calligrafia!», ti viene da pensare. Allora continui a scrivere e, pian piano, riprendi confidenza con la penna; la mano si inclina, il segno s’addolcisce; i pensieri si dispiegano sulla carta senza star a rimuginare troppo sulle parole da usare per esprimere al meglio le proprie sensazioni.
Contempli la pagina e vedi un pezzetto di te. E pensi alla persona che riceverà quelle righe un po’ sbafate, con un paio di cancellature, qualche maiuscola in stampatello, qualcuna in corsivo. Si sa: la mano non è perfetta; si perde la pulizia del tratto ma si guadagna il tepore del pensiero. Perché dietro una pagina manoscritta c’è sempre l’intensità e la trasparenza di qualcuno che non ha avuto paura di donarsi, di raccontare di sé, di mettersi a nudo. E magari sarà pure poco bella esteticamente, ma regalerà il calore di un abbraccio alla persona che la riceve.

mercoledì 14 gennaio 2009

Giorni così...

Ore 6:12 di un mercoledì mattina di metà gennaio. Piove, il cielo è grigio e la cucina un po’ fredda nonostante il riscaldamento lasciato acceso tutta la notte. Il giornalista snocciola cifre e ripete polemiche già sentite. Noi si chiacchiera allegramente, incuranti del maltempo e delle tragedie nazionali.
Tra una risata e l’altra, arrivo in stazione mentre il mio trenino sta partendo. Puntuale, a differenza del solito. «Pace, prenderò il prossimo». Entro in stazione, guardo il tabellone e, ovviamente, il treno successivo ha un ritardo stimato di 15 minuti. Che diventeranno 30.
Profondo respiro. Prendo “Madame Bovary” ed inizio a leggere.
Colleferro – Roma, 59 chilometri, 90 minuti di treno. Va be’, dai, non mi va di lamentarmi pure oggi. Solo che arrivi alla stazione Roma Termini e ti sbattono in faccia la sfavillante pubblicità di Freccia Rossa, il treno delle meraviglie: Milano – Roma in sole 3 ore e 30 minuti. E finisce che pure se il Gruppo Ferrovie dello Stato t’ha dato la possibilità di leggere più del previsto, non te la senti di ringraziarli.
Arrivo davanti all’ufficio. Serrande chiuse. Telefono al mio capo. «Buongiorno cara, come va?»
«Una meraviglia se non fosse per il fatto che piove e l’ufficio è chiuso».
«Ma Fabio non è arrivato? Io sto andando a Potenza…»
«Buon viaggio! Io che faccio invece? Me ne ritorno a casa visto che nessuno m’ha avvertito?»
«Ma che scherzi? Aspetta che ti mando qualcuno ad aprire. Ah, poi però fatti le copie delle chiavi…»
Un’ora dopo il mio collega, stropicciandosi gli occhi e scusandosi per il ritardo, apre. Poggio il piumino bianco sulla mia scrivania e vedo una strana macchia nera. «Ma che diav…»
Fabio:«Ah, niente. Ieri sera abbiamo cambiato i toner delle stampanti. Mi sa che sono stati poggiati lì sopra.»
Mi sa…
Il corriere dell’SDA arriva mentre sto finendo di pulire la scrivania.
«Volenterosa! Ci diamo alle pulizie stamani, è? Sono tornati indietro diversi pacchi. C’è da pagare 10 euro».
Apro la cassa. Vuota. Pago di tasca mia l’importo e vado a prendere un caffé per riflettere meglio sul senso di questa giornata.

domenica 11 gennaio 2009

La magia dei monti

Non è ammissibile commettere sempre gli stessi errori, quindi:
1. non trascorrerà settimana senza scrivere almeno un post;
2. non ti lascerai sopraffare dal lavoro;
3. non trascurerai più amici vicini e lontani;
4. riuscirai a ritagliarti quotidianamente uno spazio per te stessa, per leggere, passeggiare, correre all’aria aperta, guardarti intorno e gioire delle bellezze della natura;
5. sorridi!E smetti di riversare sul prossimo le tue frustrazioni!
6. …
…e giù una lunga lista di buoni propositi.
Oh, sì! È facile iniziar l’anno con atteggiamento propositivo quando si è immersi in questa dimensione:


 Quando, invece, lo scenario torna ad essere questo:


... i buoni propositi si dissolvono nella frenesia quotidiana.
La montagna è magica: non riesco ad odiarla neppure quando sento di sciagure capitate ad escursionisti, scalatori o sciatori. Non sono abituata ad alte vette, né a nomi altisonanti che evocano la società bene, le feste, la vita mondana. Courmayeur, Madonna di Campiglio, Cervinia… sono realtà lontane.
Io sono abituata agli Appennini; alla tranquillità delle passeggiate estive lungo i sentieri della Camosciara, alla magia dei borghi deserti nel periodo autunnale, alle atmosfere rarefatte dell’inverno e all’energia del verde e del cielo azzurro primaverile. 
Il 2009 è iniziato passeggiando tra le viuzze strette e scivolose di Civitella Alfedena, piccolo borgo appenninico nel cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo.


Uno di quei posti fuori dal tempo, arrampicato in cima ad un monte, con le casette in pietra, la legna ordinatamente accatastata accanto all’uscio, una botteguccia che vende pane, latte e formaggi e i comignoli fumanti a tutte le ore del giorno.
Insomma, uno di quei paeselli in cui, se vuoi il giornale o vuoi concederti un altro sfizio, beh, allora  ti tocca «scendere giù, in paese che qui di queste cose superflue non ne abbiamo». E quelle cose lì un po’ superflue lo sono davvero, perché le nostre vacanze natalizie quest’anno sono state proprio parche, senza abbuffate di torroni, panettoni e tutto ciò che fa Natale, ma son state molto più intense e sorridenti degli altri anni. Infatti, se è vero che non abbiam rinunciato alle passeggiate giù in paese (Villetta Barrea), è anche vero che son state fatte per il gusto di riappropriarci dei nostri corpi e dei nostri sensi. 
Ci son poche cose piacevoli quanto il camminare tra la neve senza la necessità dell’orologio nè del cellulare, incantati dall’atmosfera ovattata e da un paesaggio in grado di sorprenderti un giorno dopo l’altro. Perché basta uno spiraglio di sole, una tonalità d’azzurro differente, una spruzzata di neve per trasformare il mondo che ti circonda.
E poi, vuoi mettere l’emozione di vivere per una volta in un Presepe anziché doverlo fare a casa propria? Tipico di Civitella Alfedena nel periodo natalizio è il presepe in cartapesta, a grandezza naturale, che si snoda nel centro storico. Una creativa ricostruzione, in grado di ridar vita ai mestieri ed alle scene tradizionali del passato, di render più autentico il percorso che porta alla Natività. Un Presepe in cui, anche occhi scettici come i miei, si son guardati intorno trasognati. 
E la spettacolare fiaccolata del 30 dicembre?
Il mio ragazzo me ne parlava da anni di questa fiaccolata che «non è una semplice discesa a valle con le torce accese. Noo! È un evento imperdibile con figure che s’accendono sul Monte Mava. Una cosa inenarrabile!»
Io, il 30 sera, dal piazzale di Santa Lucia, dove c’eravamo appostati per seguire la fiaccolata, d’inenarrabile sentivo solo un gran freddo. Poi però le luci del paese si sono spente, una struggente melodia tunisina ha avvolto la piazza e una lunga fila di fiammelle s’è accesa sul versante del Monte Mava di fronte a noi.
Profili di bimbi, sagome di stelle, cavallucci a dondolo, altalene in movimento si sono lentamente venute a formare davanti ai nostri occhi. Tante immagini volte ad illuminare i più piccoli, a festeggiare i bimbi, a condannare l’infanzia negata e i diritti dei minori calpestati. Splendido tema per salutare un anno di violenze e lanciare un messaggio forte, augurale, per il 2009. Nell’aria, l’odore di un falò che si stava rapidamente consumando misto al profumo del vin brulè.
Intanto, mentre i fuochi d’artificio riaccendevano il paese, i fiaccolanti erano arrivati a valle e si univano a noi, al tepore del vin brulè, alla dolcezza della cioccolata calda. 
Ancora una volta il mio fidanzato ha avuto ragione: un’emozione indescrivibile.