lunedì 26 marzo 2012

Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi. Mi sono spiegato?



Tutto cambi perché nulla cambi”. Non faccio altro che leggerlo ed ascoltarlo ovunque. Sembra che tutti facciano riferimento a Il Gattopardo per poter racchiudere in una frase sola le vicissitudini italiche dei nostri giorni.  
Così, non avendo ancora letto la celebre opera di Tomasi di Lampedusa né avendo visto il film di Luchino Visconti, ho acquistato il libro pensando di trovarmi di fronte ad un indigesto romanzo storico. Duplice errore: non so quanto Il Gattopardo possa essere considerato romanzo storico ma certamente è un’opera ironica, leggera ma contemporaneamente densa di significato.
Del romanzo si narrano i clamorosi rifiuti editoriali. Respinto, per ben due volte, da Elio Vittorini e successivamente pubblicato, con enorme successo, dalla Feltrinelli grazie all’intuizione di Giorgio Bassani
Ad onor del vero, le precedenti bocciature avevano un senso dal punto di vista editoriale. Vittorini rifiutò Il Gattopardo per i Gettoni dell’Einaudi coerentemente con il progetto di letteratura che quella collana, nel 1957, esprimeva (Carlo Bo, in proposito, disse: “Lui divideva il mondo in due. Quello vecchio e quello nuovo. E il romanzo di Lampedusa per lui apparteneva al vecchio”); mentre, per la casa editrice Mondadori, della quale in quello stesso periodo Vittorini era consulente letterario, temporeggiò, consigliando all’autore alcuni aggiustamenti. L'appunto che Vittorini rivolse ai responsabili della Mondadori diceva: “... per i due primi lettori il lavoro manca soltanto di abilità; per il terzo di determinazione morale. Manca comunque di qualcosa che rende monco il libro pur pregevole. Non si può far capire all’autore che dovrebbe rimetterci le mani (e in qual senso?). Intanto restituirei avendo cura di assicurarci che l’autore rispedisca a noi dopo fatta la revisione".
Ma la Mondadori inviò all’autore una generica lettera di rifiuto e l’opera uscì postuma nel novembre del 1958 per la Feltrinelli.

Nel libro si narra la vita del principe Fabrizio Corbera di Salina, uno dei più alti dignitari siciliani accreditati presso la Corte borbonica di Napoli. La storia del Principe di Salina è ambientata a Palermo e a Donnafugata, un paese immaginario i cui luoghi sono riferibili a Palma di Montechiaro, nella provincia di Agrigento, di cui i Lampedusa furono fondatori e signori.
Il Principe è l’indiscusso e assoluto dominatore della famiglia:

“Lui, il Principe, intanto si alzava: l’urto del suo peso da gigante faceva tremare l’impiantito e nei suoi occhi chiarissimi si riflesse, un attimo, l’orgoglio di questa effimera conferma del proprio signoreggiare su uomini e fabbricati. […] Non che fosse grasso: era soltanto immenso e fortissimo; la sua testa sfiorava (nelle case abitate dai comuni mortali) il rosone inferiore dei lampadari; le sue dita potevano accartocciare come carta velina le monete da un ducato; e fra villa Salina e la bottega di un orefice era un frequente andirivieni per la riparazione di forchette e cucchiai che la sua contenuta ira a tavola gli faceva spesso piegare in cerchio.”  

Nonostante la posizione di prestigio nobiliare, il Principone si troverà ad essere, suo malgrado, vittima e complice al tempo stesso degli avvenimenti che porteranno alla caduta del Regno borbonico e all’annessione, ehm… alla fasta unione della Sicilia al Regno sardo piemontese. Fasta unione e non felice annessione, come dirà il nobiluomo Chevalley, inviato in Sicilia da Vittorio Emanuele II per offrire al Principe la nomina a senatore del Regno. Nomina che verrà rifiutata.
La Sicilia del 1860 rivela straordinarie analogie con l’Italia del Fascismo ma anche con l’Italia dei nostri giorni.  Un’alternanza di giochi di potere dai riflessi negativi e, quasi sempre, involutivi nei rapporti tra governanti e governati (anche se oggi si dovrebbe dire rappresentanti e rappresentati. Rappresentati??)
Qui potete leggere uno stralcio dell’opera relativamente all’assassinio avvenuto a Donnafugata della neonata buonafede
La Storia si mescola con la storia della famiglia, simboleggiata dallo stemma del Gattopardo. Tomasi di Lampedusa è insuperabile nel delineare i personaggi del romanzo, fotografando piccoli dettagli indimenticabili, a partire dallo sguardo del nipote prediletto del Principe, Tancredi.
 “Attraverso le strette fessure delle palpebre, gli occhi azzurro – torbido, gli occhi di sua madre, i suoi stessi occhi, lo fissavano ridenti.”

Tancredi che non può che sposare Angelica, bella tra le belle, la tradizione che incontra il nuovo, l’aristocrazia che abbraccia la borghesia:

“Era alta e ben fatta, in base a generosi criteri; la carnagione sua doveva possedere il sapore della crema fresca alla quale rassomigliava, la bocca infantile quello delle fragole. Sotto la massa dei capelli color di notte avvolti in soavi ondulazioni, gli occhi verdi albeggiavano immoti come quelli delle statue e, com’essi, un po’ crudeli.
Procedeva lenta, facendo roteare intorno a sé la ampia gonna bianca e recava nella persona la pacatezza, l’invincibilità della donna di sicura bellezza.”

Buona parte dei blog e siti che ho visitato riporta – giustamente – la celebre conversazione tra il Principone e Chevalley; pochi, invece, si soffermano sulla figura di Bendicò:

Seduto su un banco se ne stava inerte a contemplare le devastazioni che Bendicò operava nelle aiuole; ogni tanto il cane rivolgeva a lui gli occhi innocenti come per essere lodato del lavoro compiuto: quattordici garofani spezzati, mezza siepe divelta, una canaletta ostruita. Sembrava davvero un cristiano: “Buono Bendicò, vieni qui.” E la bestia accorreva, gli posava le froge terrose sulla mano, ansiosa di mostrargli che la balorda interruzione del bel lavoro compiuto gli veniva perdonata.

Bendicò che ha un ruolo centrale nel romanzo e che lo chiude:

[...] se si fosse ben guardato nel mucchietto di pelliccia tarlata si sarebbero viste due orecchie erette, un muso di legno nero, due attoniti occhi di vetro giallo: era Bendicò, da quarantacinque anni morto, da quarantacinque anni imbalsamato, nido di ragnatele e di tarme, aborrito dalle persone di servizio che da decenni ne chiedevano l’abbandono all’immondezzaio….
“Annetta” disse “questo cane è diventato veramente troppo tarlato e polveroso. Portatelo via, buttatelo.” Mentre la carcassa veniva trascinata via, gli occhi di vetro la fissarono con l’umile rimprovero delle cose che si scartano, che si vogliono annullare. Pochi minuti dopo quel che rimaneva di Bendicò venne buttato in un angolo del cortile…: durante il volo giù dalla finestra la sua forma si ricompose un istante: si sarebbe potuto vedere danzare nell’aria un quadrupede dai lunghi baffi e l’anteriore destro alzato sembrava imprecare. Poi tutto trovò pace nel mucchietto di polvere livida.

Un romanzo dalle molteplici interpretazioni e non di così banale lettura come apparentemente potrebbe sembrare.

La lettura dei cosiddetti Grandi classici mi fa riflettere, puntualmente, sul ruolo della scuola superiore nella mia formazione. Già; perché la mia conoscenza della letteratura italiana, come della storia e della filosofia, è quasi pari a zero?  
I miei insegnanti del liceo dove erano? Non c’erano; perché già venti anni fa era tutto un susseguirsi di supplenti che arrivavano a dicembre e sparivano a maggio. Che arrivavano stanchi dopo un paio di ore di viaggio e se ne andavano velocemente, temendo di perdere autobus e treni; e che mentre erano in classe più che insegnare fissavano un punto imprecisato dell’aula.
Se avessi studiato autonomamente allora, forse il mio presente sarebbe stato diverso. O forse no. Certo è che oggi mi chiedo se ci sia un metodo per ordinare queste letture disordinate che mi fanno saltare da Simenon a Tomasi di Lampedusa.  

 

giovedì 2 febbraio 2012

Cade la neve

Potrei raccontare di catene da neve che si spezzano, di indicatori luminosi che segnalano “Attenzione! Anomalia sistema frenante”, del lato meno nobile del signor valigiesogni che smadonna prima e si agita poi nell’attesa che arrivi un carro attrezzi e si trovi una soluzione per i prossimi giorni… 


Potrei raccontarvi di tutto ciò, ma preferisco lasciare spazio alla poesia di un paesetto in provincia di Roma che nulla ricorda del caos della Capitale.


Segni (RM)
 Il silenzio della neve.

 





La magia di una strada imbiancata.

 
La potenza della natura capace di dominare la frenesia dei nostri giorni.


lunedì 30 gennaio 2012

Il mondo a piedi

Negli ultimi giorni di dicembre, una delle mie consuete corse serali è stata bruscamente interrotta da un dolore lancinante al ginocchio sinistro. Ho sentito il mio corpo vacillare e la sensazione che una corda dentro di me venisse pizzicata troppo, fino a spezzarsi. Avevo quasi terminato l’allenamento, mi sono scusata con i miei compagni e me ne sono tornata a casa lentamente, prestando attenzione a quei nuovi messaggi provenienti dai miei arti. Sono un’ottimista di natura, però ho subito percepito che, per quanto potesse essere un trauma lieve, sarei stata costretta ad interrompere per qualche tempo gli allenamenti e a rinunciare alla corsa di Capodanno. 
E che sarà mai?!”, penserete voi. Per un appassionato, iniziare l’anno con una bella corsa è un rito irrinunciabile. È di buon auspicio per tutto l’anno. E qui non siamo superstiziosi, però… 

Presa da irrefrenabile nervosismo, non potendo correre ma riuscendo a camminare senza avvertire troppo dolore, aspettando impazientemente di fare i dovuti accertamenti e cominciare la terapia, ho sostituito gli allenamenti con delle lunghe camminate. All’inizio è stato un modo per scaricare la tensione della giornata e allontanare i cattivi pensieri nell’attesa di capire cosa avesse il mio ginocchio. Sera dopo sera, però, queste lunghe camminate nell’aria gelida mi hanno riconciliata con il mondo.
Camminare da soli, tra i vicoletti silenziosi e poco illuminati del paesino in cui vivo, aiuta a ritrovare sé stessi, a risvegliare curiosità, a rimettere in moto le idee; riemergono ricordi del passato, nostalgie, ma si hanno anche improvvise illuminazioni, risposte ai piccoli problemi del presente. 
A volte ci si fa accompagnare dalla musica, altre volte si preferisce il silenzio e si fantastica dietro quegli stralci di vita che fuoriescono da un’imposta che si sta chiudendo o da un uscio su cui un signore sta fumando mentre in casa qualcuno lava i piatti e i ragazzini bisticciano. 

Nel weekend ci si può permettere il lusso di scegliere percorsi meno urbani. E lì è la natura ad avere il sopravvento. Sono le stesse vie che percorro di corsa da almeno tre anni. Eppure non avevo mai fatto caso alla bellezza di quel porticato (“Chissà da quanto tempo non viene aperta quella casetta? Chissà perché nessuno si siede su quella panchina di legno, così lontana dal mondo, a leggere qualcosa?”), a tutte quelle mucche, quegli asini, quei cavalli che pascolano liberamente qui intorno.  
Camminando, camminando, mi è venuta voglia di leggere questo libretto, acquistato alcuni mesi fa,

Il mondo a piedi. Elogio della marcia”, scritto dall’antropologo francese David Le Breton
Un libriccino che osserva i diversi aspetti del camminare, a partire proprio dal perché camminare. Le Breton traccia vari itinerari: interiori, geografici, agiografici, storici, senza tralasciare le lunghe marce, anche quelle estreme, compiute da personaggi avventurosi del Cinquecento e dell’Ottocento, esploratori prima che camminatori.
Non vengono trascurati neppure i pellegrinaggi poiché il peregrinus è lo straniero, colui che non è a casa propria, posto di fronte ad un mondo che sfugge ad ogni familiarità.

Le Breton ci spinge a riflettere su quanto oggi, paradossalmente, camminare sia diventato un gesto rivoluzionario:
"Perdere tempo a camminare appare come un atto anacronistico in un mondo dominato dalla fretta. Poiché introduce una dimensione dilettevole del tempo, come dei luoghi, il camminare rappresenta uno scarto, uno sberleffo alla contemporaneità".

Non siamo noi che facciamo il viaggio, è il viaggio che ci fa e ci disfa e ci inventa. E se qui il nostro scritto si conclude, l’ultima parola è soltanto una tappa lungo il percorso. La pagina bianca è sempre una soglia. Per fortuna ripartiremo, avventurandoci nelle città del mondo, nelle foreste, nelle montagne, nei deserti, per fare nuove provviste di immagini e di sensorialità, per scoprire altri luoghi e altri volti, per trovare argomenti di scrittura, per rinnovare lo sguardo, senza mai dimenticare che la terra è fatta più per i piedi che per i pneumatici e che fintanto che abbiamo un corpo tanto vale servirsene. […] Quanti sono i sentieri, le strade, i villaggi, le città, le colline, i boschi, i mari, i deserti, tanti sono i percorsi per raggiungerli, sentirli, osservarli, per abbracciare la memoria nell’esultanza di essere in quel luogo. I sentieri, la terra, la sabbia, le rive del mare, perfino le pietre e il fango sono a misura del corpo e del brivido di esistere.     


Non vi è ancora venuta voglia di calzare un paio di scarpe comode e uscire alla ricerca del vostro sentiero?

martedì 24 gennaio 2012

Suite francese


“Mio Dio, cosa mi combina questo paese? Dal momento che mi respinge, osserviamolo freddamente, guardiamolo mentre perde l’onore e la vita. E gli altri, come considerarli? Gli imperi muoiono. Niente ha importanza. Che le si osservi dal punto di vista mistico o personale, le cose non cambiano. È un tutt’uno. Manteniamo la mente fredda. Tempriamo il nostro cuore. Aspettiamo.”

Così scriveva nel suo diario Irène Némirovsky, nel 1941. Osservava la reazione dei francesi, di quel popolo vinto che non era il suo, nei giorni successivi all’invasione tedesca. Era preoccupata I. N. per quelle nuove leggi che venivano promulgate, quelle leggi che l’avevano costretta a cucire sulla casacca delle bimbe la stella gialla e nera. È disperata eppur lucida Irène Némirovsky; è una scrittrice nota, è una donna borghese, è innamorata della Francia e della buona società, che la conosce e la stima; si è convertita al cristianesimo, ha battezzato le sue bambine. Eppure tutto ciò non è sufficiente. Qualsiasi cosa sia accaduta nella sua esistenza, resta il fatto che è nata a Kiev da famiglia ebrea. Poco conta che sia stata costretta sin da adolescente a lasciare il suo Paese, poco conta se non ha simpatie né per gli ebrei né per i comunisti, poco importa se si è sempre tenuta lontana dalla politica. Irène Némirovsky non è pura, non è francese, non le è mai stata concessa la nazionalità di quella terra a cui si sente legata e che non ha voluto lasciare quando la situazione iniziava ad essere pericolosa. È di origini ebraiche, pertanto va eliminata, come tutti gli altri.
Due giorni prima d’esser prelevata dai gendarmi francesi, I. N. scrive ad Albin Michel, il direttore letterario della casa editrice che pubblicava le sue opere, queste parole:



“Caro amico… non mi dimentichi. Ho scritto molto. Saranno opere postume, temo, ma scrivere mi fa passare il tempo.”
Suite francese è stata scritta tra il 1941 e il 1942, opera incompiuta rispetto al progetto dell’autrice ma, malgrado ciò, con una sua compiutezza d’insieme e di forte impatto emotivo. Uno sguardo attento non alla guerra, non verso fatti storici – perché quelli passano e domani non li ricorderà nessuno. La scrittrice indaga l’animo umano. Sono le reazioni delle persone davanti all’invasore ad interessarla. Ed è l’atteggiamento dell’altro, lo straniero, che è pur sempre un uomo, ad essere scrutato.
Bisogna analizzare i sentimenti dei contadini, dei negozianti, dei proprietari terrieri, dei borghesi, degli intellettuali… Non a caso, nei suoi appunti, Irène Némirovsky sottolinea che deve rileggere Tolstoj e più volte ricorda a sé stessa “vedi Guerra e pace”.

Il manoscritto di Suite francese si è salvato miracolosamente. Le figlie della Némirovsky, sopravvissute alla follia di quegli anni, fuggirono per mesi portandosi dietro una valigia contenente poche fotografie e alcuni documenti dei genitori. Senza saperlo, riuscirono così a salvare l’ultimo libro della madre che, dopo tanti anni, loro stesse decifrarono e trascrissero.

Un’opera splendida, più brillante e più coinvolgente rispetto agli altri libri della stessa autrice letti finora. Sarà l’umanità che trasuda da queste pagine a renderlo tanto eccezionale; nella sua incompiutezza è un capolavoro.

mercoledì 18 gennaio 2012

Momenti di pace

Con la religione ho un rapporto molto controverso. Una roba che mia mamma, fervente credente e praticante, non riesce proprio a spiegarsi. Una di quelle cose che le fanno venire gli occhioni lucidi e ripetere:«Un fallimento! In cosa ho sbagliato?» Chissà perché è così difficile comprendere che la fede è un elemento del tutto irrazionale e, di conseguenza, non si insegna, non si trasmette, non si eredita. Ad ogni modo, sapere che Assisi mi sia piaciuta moltissimo le ha fatto accendere quel barlume di speranza negli occhi e ha spinto mia suocera a chiedermi quante preghiere avessi fatto.


In effetti, può essere difficile scindere la cittadina di Assisi dalle figure di San Francesco e Santa Chiara e dal clima mistico che si respira per quelle viuzze ben ristrutturate. È vero, la città ha costruito intorno a San Francesco parte della sua fama e della sua ricchezza ma non c’è nulla di artificiale nell’atmosfera che avvolge questi luoghi splendidi.

Mentre ci spostiamo lentamente da una chiesa all’altra, a vedere tutto quel verde che ci circonda, tutti quei monasteri e conventi, tutti quei frati che percorrono la città, ho iniziato a pensare a come sarebbe stato il mio rapporto con la religione se fossi nata lì. Quanto avrebbero potuto incidere nella mia formazione quella pace, quel silenzio, quella lentezza palpabile, quegli sguardi luminosi e sereni? Mah!

Sono rimasta in silenzio buona parte della giornata, persa nelle mie riflessioni. Sono addirittura entrata in una libreria filosofico-religiosa per sbirciare le agiografie lì presenti. Evento che ha spinto un incredulo signor valigiesogni a regalarmi una “Vita di San Francesco” dall’approccio molto storico e poco romanzato. Gli stimoli, che anche un breve viaggio riesce a suscitare, non vanno mai lasciati cadere nel nulla.

Assisi non è solo spiritualità. Basta allontanarsi dal centro e salire per le ripide vie acciottolate che portano alla Rocca Maggiore, imponente fortezza medievale eretta intorno al XII secolo, per capirlo. Da qui, oltre a dare una rinfrescata ad eventi storici ormai dimenticati, si può gustare un panorama davvero suggestivo e si può visitare la mostra fotografica, allestita nella Torre del Maschio. La mostra illustra la più importante festa laica della città di Assisi: il Calendimaggio. Nel corso dell’evento, che ovviamente cade nel mese di maggio, le contrade della città si contendono con esecuzioni musicali e canore, con rievocazioni di vita medievale e cortei storici, l’assegnazione del Palio. Uno spettacolo, a guardare le foto.

Una ragione in più per tornare in quest’oasi di pace in un periodo dell’anno dalle temperature più miti.






lunedì 9 gennaio 2012

Perugia, il mito

Una quindicina d’anni fa, i miei coetanei liceali, residenti nei vari paesini della Ciociaria e alle prese con la scelta universitaria, si distinguevano in due macro gruppi: quelli che, indipendentemente dalla facoltà scelta, sarebbero andati a studiare a Roma, e quelli che optavano per la cosiddetta cittadina universitaria (quattro le alternative possibili: L’Aquila, Perugia, Siena, Pisa. Gli altri luoghi non erano altrettanto gettonati).
Dal canto mio, avevo una sola certezza: Roma mai.  E un irrazionale amore per la Toscana tutta. Il perché scelsi la facoltà in cui mi sono laureata e Siena è una storia lunga che non sto qui a raccontarvi. Fatto sta che, con il passare del tempo, ho spesso messo in discussione la facoltà scelta ma mai gli anni trascorsi in quel di Siena. Alcuni tra i miei nuovi compagni, invece, strada facendo abbandonarono Siena per Perugia. Pare che lì si respirasse un’altra aria, un’apertura mentale e una vivacità che noialtri neanche riuscivamo ad immaginare. 
Pur non essendoci mai stata, da allora, nella mia testa s’è stampata l’immagine di una Perugia costantemente immersa nel jazz; viuzze percorse da gente allegra di diverse nazionalità, caffè colorati, librerie, spettacoli teatrali e concerti in ogni angolo. Quindi, avendo a disposizione qualche giorno libero in questo inizio d’anno e vista la vicinanza territoriale, s’è deciso di farla, finalmente, ‘sta passeggiata nella tanto elogiata verde Umbria, partendo proprio da Perugia


In un lunedì pomeriggio umidiccio, col cielo che minaccia ancora altra pioggia, il signor valigiesogni ed io ci inerpichiamo verso il cuore della città fino ad arrivare a Piazza Grande, oggi Piazza IV Novembre. Davanti a noi gocciola la Fontana Maggiore con, alle spalle, il Duomo, chiuso; intorno, pochi visitatori che consultano la mappa della città.
«Tutto qui?», mi viene da dire. E devo avere una faccia sconcertata perché il signor valigiesogni mi guarda preoccupato: «Che succede? Qualcosa che non va?»
No, no, va tutto bene, è solo che questa città qui, con questa atmosfera qui, non combacia affatto con la mia fotografia mentale. È un altro posto. Cerchiamo di entrare in un paio di chiese ma, a quell’ora, sono chiuse. Pioviggina.
Entriamo nel Palazzo dei Priori, ci troviamo di fronte alla biglietteria della Galleria Nazionale dell’Umbria; il prezzo del biglietto è irrisorio rispetto ai capolavori che dovrebbe custodire. Paghiamo e iniziamo la nostra visita. 
A questo punto lo sconcerto si dissolve e la città assume un altro volto. Sono così numerose le opere del Perugino, del Pinturicchio, del Beato Angelico… ci sono così tante opere d’arte da restare senza parole. 
Mi lascio catturare dal calore di queste pale, dalla dolcezza dei volti di queste Madonne, da linee e prospettive che cambiano al cambiare dei secoli. E maledico la mia ignoranza e l’esigua attenzione prestata all’insegnante di storia dell’arte che cercava di farci scoprire cos’è la bellezza.
Esco dal Palazzo dei Priori barcollando; certi luoghi andrebbero assaporati lentamente, non divorati in un solo pomeriggio. Ha smesso di piovere; le luci e le canzoncine natalizie avvolgono le strade del centro; un signore vende caldarroste ed io mi guardo intorno sorridente. 

 
Il giorno successivo si apre col cielo azzurro, e la Piazza IV Novembre ci appare così:

 
Tra le tante chiese visitate, resto affascinata dalla Chiesa di San Pietro, abbazia benedettina, fondata nel X secolo. Ci arriviamo per caso, spinti dalla curiosità di vedere in quali edifici si trovi la Facoltà di Agraria. 
«Decentrata e decadente» farfuglia il signor valigiesogni. In effetti, l’area circostante è un po’ trasandata; entriamo nel chiostro maggiore, ci concentriamo sul campanile, apriamo il portale della chiesa e ci dimentichiamo della Facoltà di Agraria. L’interno è cupo, il soffitto e il coro ligneo sono eccezionali. Tutt’intorno, immersi nella penombra, dipinti, tele ed affreschi. Leggo la mia guida e riconosco qualche autore: il Vasari, il Guercino, il Perugino ed altri meno noti. 

Tra una salita e una discesa, una porta e l’altra, raggiungiamo il Tempio di Sant’Angelo.
Originario del V-VI secolo d.C., è stato probabilmente edificato sui resti di un tempio romano, nel periodo in cui le religioni pagane erano in decadenza e il cristianesimo prendeva piede nei territori dell’ex Impero. A sua volta, il tempio che vi sorgeva prima era stato edificato su un terreno sacro agli Etruschi.
La guida parla, inoltre, di simboli molto particolari presenti sugli stipiti d’ingresso e al collo della Madonna; rappresentazioni legate, sembrerebbe, all’universo mistico dei Templari. Non sono un’appassionata di misteri e di queste cose non ne so granché. Certo è che qui dentro si respira un’atmosfera singolare. Una sensazione di pace e serenità (altro che magia nera e riti pagani) che non ho avvertito altrove. Esco a malincuore. 


Per concludere la giornata, visitiamo il cassero di Porta Sant’Angelo, antica costruzione merlata facente parte delle mura medievali che circondano Perugia. All’interno del cassero è stato allestito un piccolo ma interessante museo sulla storia delle cinte murarie cittadine; dal tetto della torre, circondato da una merlatura guelfa, si può ammirare un panorama mozzafiato (fiato, peraltro, mozzato dal vento gelido che caratterizza queste giornate).  

 
Il mito di Perugia, la città dall’atmosfera unica, è stato sfatato. Forse, se vi fossi andata in un periodo diverso da quello vacanziero, la presenza di numerosi studenti in città ne avrebbe dato un’immagine diversa. Però, anche il disappunto iniziale è stato spazzato via dopo qualche ora. 

Perugia è una cittadina con angoli meravigliosi ma bisogna avere la pazienza di cercarli e gustarli lentamente.