giovedì 30 luglio 2009

Quiz

Alzi la mano chi ha partecipato almeno una volta ad un concorso pubblico. Parecchi…
Bene, adesso alzi la mano chi, arrivando nel luogo scelto per affrontare le preselettive, non abbia provato la sensazione di trovarsi ad un concerto. Mmm… pochini.
Io m’aspettavo proprio di veder spuntare, da un momento all’altro, un omino, con spiccato accento napoletano, gridare: «Gelati!! Bibite fresche; acqua, aranciata…» Mi son pure guardata intorno per verificare che non ci fosse nessun banchetto a vender magliette del big della giornata.

Non ho mai seriamente preso in considerazione, fino a qualche giorno fa, la possibilità di partecipare ad un concorso pubblico, “tanto si sa: i posti sono già assegnati. E poi, io a fare la ministeriale? Per carità! Meglio il privato…”
Poi, la particolare congiuntura economica, pare si chiami così (ma, non provate a pensare alla crisi che quella è un’invenzione della stampa e di chi, bontà sua, ha scelto il corso di laurea sbagliato), mi ha regalato diverse ore libere, da dover pure investire in qualche modo, no? E siccome quando medito troppo sulle cose, a mo’ di essere razionale, finisce che prendo delle decisioni insane, mi sono rimessa a studiare. In fondo, fino ad oggi, di raccomandate inviate per partecipare ai concorsi xyz ne ho spedite svariate, “perché non si può mai sapere”. Ma poi, non avendo neppure aperto un libro, m’è sempre mancato il coraggio di presentarmi. Allora perché non prepararselo sul serio un concorso? Fosse altro per poterci scrivere un post.
Vabbè, siamo alle prove tecniche generali poiché, oggettivamente, ho ripreso in mano i libri da troppo poco tempo, troppe materie a me sconosciute e poi… e poi, gli esperti sostengono che occorra un po’ di training prima d’entrare nel meccanismo del concorso. Mah!

Bollente venerdì di luglio, piena estate («Tanto i concorsi li fanno solo d’estate», sostiene una biondina con l’aria di chi ha visto cose che voi umani…), imprecisato numero di persone; ad occhio e croce direi… tante. Sguardi che scrutano tra la folla e «Ciao! Anche tu qui! Ma perché una volta non ci s’incontra, chessò io, per una pizza, anziché per ‘sti concorsi del cavolo?». Alcuni arrivano in gruppo, molte scortate dal fidanzato; c’è perfino un signore accompagnato da moglie e due figli con zainetto in spalla: «Papà sfondali! Fagli vedere quanto sei bravo! Mamma, andiamo in piscina che qui fa un caldo boia!!»
Rubo stralci di conversazione: « È che io non ne posso più del praticantato! Ma quanti anni devono passà a fa' fotocopie e andà in Tribunale prima di comincià a vedè du’ soldi?»
«Mammà, mi passi il Gatorade?». La signora fruga in una capiente borsa di paglia ed estrae la bottiglia; poco distante, un’altra signora sulla sessantina ne approfitta per attaccare bottone: «Siete pure voi di Napoli?» Un sorriso all’idea d’aver trovato un’altra compagna di sventura: «Torre del Greco. Andiamo pure noi, avanti e dietro, per fa un po’ di compagnia a ‘ste povere figlie. Che la Madonna le possa aiutà! Voi siete arrivate ieri sera?» È nata una nuova amicizia.

L’Italia dei concorsi non è un’Italia disperata. È un’Italia rassegnata, che si sposta da sud a nord e dal nord al centro, che colleziona aneddoti, che non ci crede mai fino in fondo, che, qualche volta, partecipa per il gusto di provarci, un po’ come quando si gioca al superenalotto. “Va’ a vedere che stavolta la fortuna non baci proprio me?”. Non sarà mica un caso se i test preselettivi li chiamano quiz.
Si aprono i cancelli. Un ragazzo incrocia le dita, guarda l’amico e bisbiglia: «Dovesse dirci bene, si comincia a studiare veramente…»

venerdì 10 luglio 2009

Magie


E poi, ci sono giorni in cui basta semplicemente questo:
una  rosa e pochi rametti di lavanda per tornare a sentirsi felici.

giovedì 9 luglio 2009

Strani giorni

Sono giorni così, un po’ inquieti, un po’ irrequieti, un po’ aspri. Strampalati. Si ciondola per casa, ci si siede alla scrivania e poi ci si alza. Uno sguardo al calendario, con le scadenze evidenziate in verde che sembrano voler dire “E muoviti!”.
Che di cose da fare ce ne sono, anche se non si ha alcuna certezza sull’esito. Perché si è mai stati sicuri di come finiranno i tanti progetti che costellano le nostre vite?
Il cielo è blu, non puoi neanche prendertela con il tempo che rende il tuo umore tanto instabile. Beh, puoi sempre dire che sei una donna e le femmine, si sa, sono volubili per natura.
Altra passeggiata tra lo studio e la stanza da letto. Fortuna che l’appartamento è piccino. L’occhio cade sui mucchietti di libri, depositati qua e là. Ne sono stati aperti tanti di recente. Raramente si è andati oltre pagina 15. Un segnalibro a ricordare che sono stati sfogliati e poi messi da parte. Non che non meritino d’esser letti, anzi. Non il momento giusto. È che i pensieri seguono percorsi tortuosi e non riescono a fermarsi sulla pagina scritta.
Di nuovo di fronte alla libreria. Non riesci proprio a resistere alla tentazione d’acquistar libri: i volumi intonsi superano largamente quelli già letti.
“Revolutionary road”. Ma sì, tanto vale leggere poche righe prima di tornare alle sudate carte. Sorprendentemente, dopo un paio d’ore, scopri d’essere andata ben oltre pagina 15.

mercoledì 17 giugno 2009

Un po' di silenzio

Vero: è da un po’ che non scrivo. E non perché sopraffatta dal lavoro o non ispirata. Avrei potuto parlare delle ultime città viste, degli ultimi libri letti, dei colori che hanno pennellato le mie giornate, del lavorio incessante della mente di fronte ai cambiamenti che irrompono nel quotidiano fluire della vita.
Ad annotare, ho annotato. Ma l’ho fatto su carta, con la mano che correva veloce ed il mignolo impiastricciato d’inchiostro nero. Magari ne riparlerò anche qui, o forse no. Avevo bisogno di un po’ di silenzio, di disintossicarmi dal bombardamento di parole, parole, dall’accavallarsi delle notizie, dal rincorrersi di dichiarazioni inutili, conferme, smentite, le solite accuse, le solite promesse pronte a cadere nell’oblio.
Disintossicarsi del tutto in questi nostri giorni è impresa ardua. Allora, per allontanarmi da tanto ciarlare, ho comprato un libro di Mario Rigoni Stern e ho smesso d’ascoltare tutto il resto.

mercoledì 20 maggio 2009

Altri viaggi

Allora Almitra di nuovo parlò e disse: Che cos'è il Matrimonio, maestro?
E lui rispose dicendo:
Voi siete nati insieme e insieme starete per sempre.
Sarete insieme quando le bianche ali della morte disperderanno i vostri giorni.
E insieme nella silenziosa memoria di Dio.
Ma vi sia spazio nella vostra unione,
E tra voi danzino i venti dei cieli.
Amatevi l'un l'altro, ma non fatene una prigione d'amore:
Piuttosto vi sia un moto di mare tra le sponde delle vostre anime.
Riempitevi l'un l'altro le coppe, ma non bevete da un'unica coppa.

Datevi sostentamento reciproco, ma non mangiate dello stesso pane.
Cantate e danzate insieme e siate allegri, ma ognuno di voi sia solo,
Come sole sono le corde del liuto, benché vibrino di musica uguale. 
Donatevi il cuore, ma l'uno non sia di rifugio all'altro,
Poiché solo la mano della vita può contenere i vostri cuori.
E siate uniti, ma non troppo vicini:
Le colonne del tempio si ergono distanti,
E la quercia e il cipresso non crescono l'una all'ombra dell'altro.

Kalihl Gibran – Sul matrimonio (da “Il profeta”)

E la sposa arrivò, vestita di prati verdi e cieli azzurri. Un po’ frastornata, udì suo padre dire: «Ora è tua» e lasciò la mano della sua bambina tra le mani dello sposo. Lo sposo, con gli occhi raggianti ed un sorriso felice, la sfiorò con un bacio leggero.
Poi parlò il Primo Cittadino, le mani degli sposi si strinsero ancora di più e nell’aria echeggiarono due «Sì», pronunciati senza esitazione alcuna.
Allora lo sposo guardò dolcemente la sposa e con voce tremante promise amore e fedeltà eterna, così come l’aveva amata e rispettata sin dal primo giorno in cui si erano incontrati. La sposa, con gli occhi velati dalle lacrime e un nodo che le stringeva la gola, prese in prestito le parole di un poeta, per suggellare l’inizio di quel nuovo viaggio insieme.
Poi ci furono gli applausi, le congratulazioni, il vociare degli amici, riso bianco e confettini dappertutto. E, in mezzo a tanto frastuono, lo sguardo intenso della nonna della sposa. Il bel volto solcato dagli anni, poche parole a spazzar via le incertezze dei nostri tempi. «Andrà bene. Questo matrimonio andrà bene. Io lo so». E la sposa, certa delle certezze della nonna, non poté far altro che stringerla forte a sé e donarle il suo mazzetto di rose bianche.

mercoledì 6 maggio 2009

Le parole della felicità

Domani mi sposo.
Un anno fa, tra i miei progetti futuri, avrei inserito di tutto, anche la possibilità di ripartire come volontaria, magari per il Malawi. Ma il matrimonio, mai. Un anno fa, però, il mio futuro marito era solo il mio migliore amico; nel mio dizionario non c’era spazio per le parole “amore, convivenza, progettualità” e l’avverbio “mai” aveva un altro significato. Poi, senza neppure rendercene conto, quel rapporto d’amicizia  si è evoluto. Così, in modo naturale. È stato naturale iniziare a vivere insieme, stropicciarsi gli occhi al mattino e perdersi l’uno nel sorriso dell’altro.
«Ma tu mi sposeresti?», ed io che non riuscivo a togliermi quell’espressione ebete ed a pensare a risposta diversa dal «Sì». Più l’osservavo, più mi chiedevo come fosse possibile esser stati amici per così tanto tempo senza realizzare quanto fossimo indispensabili l’uno all’altro. 
Domani mi sposo e a Mauro verrà un coccolone quando leggerà questo post. Lui che è persona estremamente riservata; lui che rispetta i miei spazi e i miei tempi; lui che torna a casa, mi abbraccia e sussurra: «Spettacolo il tuo ultimo post!». Mai si aspetterebbe di diventare oggetto di ciò che scrivo pubblicamente. 
Domani mi sposo e mi dicono che sono luminosa come mai sono stata in passato. Io non riesco a vedermi. So solo che una morsa m’attanaglia lo stomaco da giorni, che ho una voglia irrefrenabile di correre, chiacchierare, ridere per ogni banalità.
Domani mi sposo  e non le capisco proprio quelle persone che mi chiedono il “perché”. Perché sposarsi quando tutti si lasciano, perché sposarsi quando si può benissimo continuare a convivere, perché sposarsi se si è scelto il rito civile. Non le capisco e un po’ provo tristezza per chi mi guarda sbigottito. La libertà di compiere serenamente le proprie scelte personali dovrebbe essere insindacabile: la decisione del rito civile nasce da profonde riflessioni e non dal fatto che “va be’, così almeno avrete meno problemi in caso di divorzio”.  Anche la scelta di volersi costituire famiglia, assumere delle responsabilità nei confronti dell’altro sembra essere un’idea singolare. Perché volersi vincolare per sempre quando c’è la mera convivenza? Forse semplicemente perché, una volta tanto nella vita, si è convinti della scelta che si sta facendo, al punto tale da volerci credere in quest’unione e da pensare che, in un mondo in cui tutto è precario, qualcosa di stabile possa ancora esserci.
 
Domani mi sposo e, per quanto mi stia sforzando, non riesco a trovare le parole che spieghino cosa sia la felicità.

lunedì 27 aprile 2009

Quella vocina che legge dentro di te…

Da bambina leggevo quasi esclusivamente ad alta voce. Forse perché ero spesso da sola ed ascoltarmi rendeva più festosi i lunghi pomeriggi invernali. La mia bisnonna, di tanto in tanto, faceva capolino per controllare che non combinassi pasticci prima del ritorno dei miei. A volte restava sulla porta ad ascoltarmi; altre volte si sedeva accanto a me e mi chiedeva di ricominciare daccapo chè aveva perso la parte iniziale del racconto. Spesso si faceva ripetere quei termini strani, mai uditi prima perché «io ho fatto solo la prima classe e già è tanto che so mettere la firma. E poi, quelle parole là ai miei tempi non esistevano». Restava affascinata da suoni difficili da pronunciare e li ripeteva spesso, a mo’ di poesia. Era buffo ascoltare un aggettivo ricercato ed elegante in mezzo a frasi dialettali.
La mia bisnonna era nata nel 1903; rimpiangeva di non aver avuto “un’istruzione” e di non sapere come andava il mondo. Eppure, raccontava favole bellissime; era una donna brillante e furba, con tanta sete di conoscenza e mai avrebbe immaginato che ciò che mi narrava era la storia d’Italia, quella che la mia generazione avrebbe studiato (poco e male) nelle scuole dell’obbligo.
Penso che il piacere della lettura ad alta voce risalga ad allora. Con il passare degli anni, per ovvie ragioni, la lettura è diventata sempre più silenziosa ma è comparsa una nuova voce. Quando sono veramente immersa in un testo, mi capita di ascoltare una vocina, dal suono più soave, più profondo della mia, che legge dentro di me.
Qualcuno mi prenderà per matta. Qualcun altro, invece, saprà di cosa parlo. È un suono diverso, interiore, che svanisce non appena s’iniziano a muovere le labbra. È una sensazione che un po’ indispone. Non mi capacito del fatto di non poter far percepire quell’intensità a chi mi sta ascoltando.
Ieri, dopo aver letto un post relativo alla lettura ad alta voce (http://lalettrice.splinder.com/), ho aperto le pagine di “Uccidere un bambino”, uno struggente racconto di Stig Dagerman, incluso nella raccolta “Il viaggiatore”. Volevo che il mio compagno lo scoprisse attraverso la mia voce.
Credo che Dagerman non sia uno scrittore facile ma ha la capacità di racchiudere in poche righe le piccole tragedie della quotidianità. I colori vivaci dei suoi racconti si scontrano con quel senso di malinconia e sconfitta che li pervade. Forse proprio perché non avvezza a questo modo conciso ed amaro di descrivere la realtà, ne sono rimasta ammaliata. E leggendo il racconto avrei voluto sentire la mia voce emettere lo stesso suono che vibrava nella mia testa. Niente. Era intenso, ugualmente toccante, eppur diverso.
La magia della vocina che legge dentro di te non è riproducibile.
 
E' una giornata mite e il sole splende obliquamente sulla pianura. È domenica, tra poco suoneranno le campane. Fra i campi di segale due bambini hanno scoperto un sentiero che non avevano mai percorso e nei tre villaggi della piana luccicano i vetri delle finestre. Gli uomini si radono davanti a specchi appoggiati su tavoli da cucina, le donne canterallano affettando il pane per il caffé, e i bambini si abbottonano le camicette. È la mattina felice di un giorno infausto perchè in questo giorno nel terzo villaggio un bambino sarà ucciso da un uomo felice.
[…]
Perchè la vita è congegnata così spietatamente che un minuto prima di uccidere un bambino un uomo felice è ancora felice e un minuto prima di urlare dal terrore una donna può chiudere gli occhi e sognare il mare, e nell'ultimo minuto di vita di un bambino i suoi genitori possono stare seduti in cucina ad aspettare lo zucchero e a parlare dei suoi denti bianchi e di una gita in barca e il bambino stesso può chiudere un cancello e avviarsi attraverso una strada con delle zollette di zucchero avvolte in carta bianca nella mano destra, e per tutto quest'ultimo minuto non vedere altro che un lungo fiume scintillante con grandi pesci e una grande barca coi remi silenziosi.

Dopo è troppo tardi.
STIG DAGERMAN, Il viaggiatore,  (tit. orig. da Dikter, noveller, prosafragment) 1952 - Trad. dallo svedese di Gino Tozzetti e introduzione di Goffredo Fofi, IPERBOREA.

domenica 26 aprile 2009

Bella Orvieto

Questa è Orvieto.

Metti un dì di festa in un aprile che non vuol saperne d’aprir le porte al tepore della primavera. Metti un’aria che sa di tufo, splendidi pergolati che profumano di glicine, finestre che si aprono su soffitti dalle travi in legno, chiese che qua e là richiamano la tua attenzione. Vicoli quieti percorsi da pochi turisti. 
Anche questa è Orvieto.

E tra una sosta e l’altra, senza voler seguire il percorso indicato dalle poche pagine di  “Bella Umbria”, stampate furtivamente in ufficio, ci ritroviamo a percorrere Via dei Magoni e grandioso, in tutta la sua bellezza, scopriamo il Duomo.

A volte sono insolite le ragioni che portano ad incuriosirti per una località. Io Orvieto ce l’avevo nella testa sin da adolescente.

Era il primo anno di Liceo. Le vacanze pasquali erano appena terminate, il cielo era azzurro e la voglia di chiudersi in classe poca. La nostra insegnante di lettere, una di quelle persone per le quali, ancora oggi, mi viene voglia di dire “una professoressa vera”, donna d’altri tempi, che viveva la sua professione più come una missione che come un mezzo di sostentamento,  percepì il desiderio d’evasione. «Cosa ha reso questi pochi giorni di vacanza indimenticabili?», chiese. Una domandina semplice, di quelle che ti fanno ricordare i temi delle scuole elementari: troppo banale per chi si sente già adulto. Anche le risposte furono per lo più banali, tranne una. Stefania, una ragazzina timida, tutta casa e scuola, sussurrò: «A Pasquetta sono stata ad Orvieto con i miei. Mio papà ci teneva tanto…» Lo disse quasi vergognandosene. Noialtri non avevamo fatto altro che raccontare delle scampagnate tra amici, senza la supervisione dei genitori. Lei aveva taciuto tutto il tempo.
«Che meraviglia! Sei fortunata ad avere dei genitori che ti guidano alla scoperta del bello! E non mi dire che sei rimasta impassibile di fronte ad un capolavoro dell’arte gotica in Italia, quale il Duomo di Orvieto?» Stefy non rispose. La professoressa, invece, donna di cultura che cercava di svegliare la nostra curiosità, la voglia di aprirci al mondo e di esplorarlo, improvvisò una lezione di storia dell’arte.
“Secondo la tradizione cristiana il Duomo di Orvieto fu costruito su ordine del Papa Urbano IV per conservare il corporale di Pietro da Praga, prete di origine boema. Il sacerdote rientrava da un pellegrinaggio a Roma, dove si era recato per ritrovare la fede perduta. Sulla strada del ritorno, a Bolsena, durante la celebrazione della messa, vide stillare sangue dall’Ostia. A ricordo di quell’evento, nel 1290 il Papa Nicolò IV pose la prima pietra del duomo, in corrispondenza della IV colonna su cui è scolpito l’inferno. Ma è ovvio, che a motivare la costruzione della cattedrale furono prevalentemente ragioni politiche, sociali, artistiche.  I lavori per la costruzione del duomo durarono all’incirca tre secoli. Non sto qui a parlarvi dei vari architetti e scultori che lavorarono intorno alla cattedrale ma ricordate il nome di tal Lorenzo Maitani: si devono a lui le decorazioni della parte inferiore della facciata, così come la loggia ad archi: con il suo estro introdusse degli elementi che interrompevano la linearità del progetto iniziale. Ne è venuta fuori una fastosa facciata, impreziosita da mosaici, bassorilievi marmorei e un meraviglioso rosone dell’Orcagna. Le edicole invece sanno già di Rinascimento. E poi si distingue chiaramente l’uso di materiali diversi: marmi colorati, l’alabastro, il travertino, il marmo di Carrara, vetro lavorato ed acquistato a Firenze ed a Venezia. Pensate alle risorse economiche messe a disposizione per costruire una struttura del genere. L’interno è molto più austero, eccezion fatta per le cappelle con affreschi che vengono considerate un capolavoro assoluto del Gotico in Italia. Pavimento trecentesco in marmo rosso e poi la stupenda Maestà di Gentile da Fabriano.”



«Ma… nessuno di voi ha visitato Orvieto? In fondo non è così lontano…» I più scarabocchiavano con disinteresse il banco; io pensai a quanto i miei avessero insistito per utilizzare quei giorni per scoprire le bellezze che ci circondano. Ma ero troppo presa dai miei nuovi amici per dar loro ascolto. E poi che figura c’avrei fatto? Come al solito sarei stata esclusa dal gruppo che si stava costituendo; io che avevo già la fama di quella che tanto non viene con noi. Gli adolescenti a volte con le loro parole lasciano ferite indelebili. Stefania intanto parlava della cosa che davvero l’aveva affascinata: il Pozzo di San Patrizio, costruito nella rocca medioevale della città. 

 Il pozzo, realizzato in appena dieci anni, tra il 1527 e il 1537, fu commissionato, neanche a dirlo, da un pontefice, Clemente VII, scappato da Roma dopo il sacco dei Lanzichenecchi. L’architetto Antonio da Sangallo il Giovane risolse il problema della carenza d’acqua dentro la fortezza. La genialità dell’architetto non sta nell’aver progettato un foro verticale dal quale poter attingere l’acqua ma nella doppia scala elicoidale che scende intorno al pozzo. Due rampe indipendenti che permettevano alle bestie da soma di scendere giù, fino al livello dell’acqua, dove c’era un ponticello, esser caricate e poi risalire per l’altra rampa senza andar ad intralciare le bestie che scendevano. Duecentoquarantotto gradini per rampa e settantadue ampi finestroni che permettono tuttora d’inondare di luce il percorso.

Le descrizioni di quel giorno mi colpirono moltissimo. In fondo, per noi che in campagna ci vivevamo già, una scampagnata non era cosa eccezionale. Curiosare in altre città, sì. Quella volta, i miei genitori non avevano avuto tutti i torti. Avevo perso qualcosa ma avevo imparato la lezione.
A distanza di 18 anni posso affermare che la mia insegnante del Liceo aveva assolutamente ragione: spesso le nostre giornate si dissolvono nel nulla quando abbiamo a disposizione, a pochi chilometri da casa, piccoli gioielli da attraversare, respirare, ammirare; luoghi che sanno di un’epoca lontana. Ed è proprio un peccato strasene a casa e lasciarsi ingoiare da una comoda poltrona e da un televisore acceso.  

martedì 7 aprile 2009

«Che bello sentire la tua voce…»

«Il cliente da lei desiderato non è al momento raggiungibile…»
La voce metallica continua a ripetere la stessa frase. Sembra seccata dal fatto che il cliente continui ad essere irreperibile. Poi, finalmente, il telefono dà il segnale dell’occupato. Ancora qualche minuto e vedo lampeggiare il display. Ely chiama.
Sì, Elisa mi sta telefonando. Elisa è viva.
«Non puoi immaginare cosa c’è qui…» E riprende a singhiozzare.
«Non abbiamo più una casa. Ma siamo vive…»
Elisa è una delle tante ragazze che studiano all’Università de L’Aquila. Studia Medicina. Infatti, in mezzo al marasma, si è preoccupata d’andare in ospedale, per dare una mano. Sperando di non trovare tra le vittime colleghi, compagni di corso, gli amici con cui avrebbe voluto trascorrere queste breve vacanze pasquali.
«Sembrava un film… Io non lo so come siamo riuscite a venir fuori di lì prima che crollasse tutto».
Trattengo le lacrime anch’io e faccio mente locale. Nella mia testa passano rapidamente i nomi dei vari amici di mio fratello, degli amici di famiglia, della fidanzata di mio cugino, delle decine di ragazzi che studiano all’Università de L’Aquila. Ricaccio con forza le lacrime e sussurro: «Elì, che bello sentire la tua voce…» A distanza, vedo limpidamente il suo sorriso in un volto rigato dalle lacrime: «Mai stata così felice di parlarti. Vedo se posso esser d’aiuto a qualcuno qui, che è stato meno fortunato di me…»

lunedì 23 marzo 2009

Mumble mumble… E quali sono i cinque più grandi scrittori viventi?

Fahrenheit resta una della mie trasmissioni radiofoniche preferite. Ed avere la possibilità di ascoltare la voce di Sinibaldi in diretta, senza dover ricorrere al podcast, è uno dei privilegi che raramente posso concedermi. Un venerdì pomeriggio di qualche settimana fa, resto interdetta di fronte alla domanda «Allora, quali sono a vostro avviso i cinque maggiori scrittori viventi? Inviate la vostra classifica scrivendoci allo…»
«Saramago», penso immediatamente. «McEwan», dopo averci riflettuto un po’. Mmm… do un’occhiata ai pochi libri, ordinati di recente sugli scaffali della mia nuova casetta, e vedo solo nomi di uomini morti. Vabbè qualche autore ancora in vita c’è. Solo che non me la sento di dire “il più grande scrittore vivente”. Altro particolare: scrittore, pochissime donne. Ci sarebbe la Oates, scrittrice statunitense vivissima. Solo che ho letto un suo solo libro, “La madre che mi manca”. Un’opera bellissima ma, insomma, la Oates è tra i più prolifici scrittori americani e un solo romanzo è un po’ pochino per poterla inserire ai primi posti della mia personale classifica. Scopro che il sondaggio tra gli ascoltatori va avanti da una settimana e, come ultimo giorno, viene resa nota la classifica definitiva. Che è la seguente:

Philip Roth
Jose` Saramago
Gabriel Garcia Marquez
David Grossman
Cormac McCarthy

Secondo mmm… La mia ignoranza è abissale, lo confesso pubblicamente. Ho letto pochissimo di Roth, nulla di Grossman, nulla di McCarthy. Marquez? Boh!, cioè, sì, ovvio che ho letto “Cent’anni di solitudine”, “Cronaca di una morte annunciata”, “Dell’amore e altri demoni” e… basta, direi (mmm… sono un po’ ignorante anche su Marquez a ben pensarci). Comunque, dal poco che ho letto, non so non l’avrei inserito nella cinquina vincente.
Noto che neppure gli ascoltatori di Fahrenheit hanno menzionato donne. E dove sono gli italiani? Poi ascolto la voce di Mariarosa Mancuso, critica del Foglio, stupirsi dell’assenza di Alice Munro.
La copertina cinematografica di “Nemico, amico, amante...” è in bella vista sulla mia scrivania.
Ho acquistato il libro da pochi giorni, spinta dalla voglia di leggere qualche racconto e di leggere una donna. Negli ultimi anni ho scelto solo scrittori. Chissà perché poi… 
Prima di acquistare il libro, come mia abitudine, ho letto l’incipit, e poi ho aperto una pagina a caso.
La pagina a caso, nella fattispecie, diceva:

“Ma la vita nella quale avrebbe precipitato se stessa poteva non riservarle nessuno con cui infuriarsi, nessuno che fosse in debito con lei di qualcosa, nessuno su cui riversare eventuali compensi e castighi, nessuno veramente toccato da una qualsivoglia presa di posizione. Quello che lei provava potevi rivelarsi di nessun peso per tutti tranne lei stessa, pur gonfiandole il petto di angoscia, pur strozzandole il cuore e il respiro”.                                                                  
(Alice Munro, Il ponte galleggiante)

Una raccolta di nove racconti. Tutti bellissimi. Tutti con una donna come protagonista. Tutti struggenti. Non sono racconti, sono frammenti di vita. Aprono una finestra sull’esistenza di una volitiva domestica dagli occhi di velluto, sull’inquietudine di una giovane donna in una casa di campagna dell’Ontario, sugli appartamenti afosi e maleodoranti di Toronto. Ti fanno entrare nella vita di donne comuni dalla personalità complessa; donne in cui la quotidianità si confonde con i sogni di gioventù mai realizzati, con i desideri messi a tacere.
Questi racconti sanno di biscotti allo zenzero, di tacchini arrosto e grandi piatti di verdure. Sanno di fiori di campo ma anche di reazioni urticanti, come solo un prato di ortiche può provocare. Racconti densi, in cui non ci si può permettere un attimo di distrazione. E alle volte si rischia di arrivare a metà racconto e capire che deve esserci sfuggito un dettaglio importante. Allora si ricomincia daccapo e si scoprono particolari nuovi che rendono il racconto diverso e ci si chiede come si possa aver scoperto così tardi una scrittrice donna, che parla di donne, senza essere melensa o cadere nei luoghi comuni.
E siccome una sola opera non è sufficiente per poter inserire di diritto uno scrittore nella propria cinquina dei maggiori narratori viventi, vien voglia di leggere tutto, ma proprio tutto della Munro.